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Full text of "Il Mezzogiorno e lo stato italiano; discorsi politici (1880-1910)"

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E MEZZOGIORNO B LO STATO ITALIANO 



GIUSTINO FORTUNATO 



IL MEZZOGIORNO 
E LO STATO ITALIANO 



DISCORSI POLITICI 

(1880-1910) 

VOLUME PRIMO 




BARI 

GIUS. LATERZA & FIGLI 

TIPOGRAFI-EDITORI-LIBRAI 
I9II 




F675 



GIUGNO MCMXI — 27893 



A FEDERIGO BEVERINI 



Gaudiano (Lavello), 27 marzo 1911. 

Pubblicare nuovamente i discorsi, fatti alla Camera e in un 
lontano collegio di Basilicata, negli ultimi trent'anni, da uno 
che non ebbe mai parte nel governo del paese, e il cui nome 
rimane poco meno che oscuro, quale e quanta prosunzione! Se 
la vita politica non è fra noi vigorosa, non è fulgida di frequenti 
splendori la nostra eloquenza ne' comizi o nel Parlamento: di 
facili e arguti parlatori l'Italia può darsi vanto, di molti e grandi 
oratori no. Quanti de' discorsi del maggior numero de' nostri 
uomini politici, se anche opportuni ed efficaci ne* giorni e nelle 
occasioni in cui furono pronunziati, meriterebbero una ristampa 
o per la profondità del pensiero o per lo splendore della forma? 
Non certo, a ogni modo, quelli d'un modesto studioso quale 
io mi sono. 

Pure, mio buon amico, io oso tanto, e cedo alla tentazione 
di riunirne non pochi de' miei, pubblicandoli secondo il loro or- 
dine cronologico, solo perché spero essi possano tuttavia riaver 
eco anche fuori dell'umile nostra terra natale, verso cui, nel 
profferirli, ebbi particolarmente rivolto il pensiero e l'animo. 
Se l'unità della grande patria italiana, il maggiore avvenimento 
politico del secolo decimonono, « parve miracolo e resterà una 
favola », perché piuttosto che il frutto della energia nazionale 
fu una mirabile improvvisazione, sorretta solo dalla forza di una 
idea; se essa, come tutti ci auguriamo, è chiamata ad atteggiare 



6 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

la penisola, fino a ieri ignota a sé medesima, in una nuova sem- 
bianza di vita, la quale valga a cancellare le disparità storiche, 
gli antagonismi regionali, i dissidi politici, le rivalità econo- 
miche, le varietà etnografiche, ossia, tutte le cause della mil- 
lenaria impotenza nostra: la questione che ancora ci sovrasta, 
il problema che ancora ci resta da risolvere sotto pena di essere 
fatalmente respinti nella tragica fortuna del passato, è sempre 
quello della stessa unità. Un problema di assai difficile soluzione, 
perché deriva principalmente dalla geografia, cui è dovuto il vario 
arruffato corso di tutta la nostra storia, nel quale, per secoli, una 
parte della nazione visse e soffri straniera all'altra, affatto dis- 
simile ne' sentimenti, nelle idee, ne' costumi, negli ordini sociali. 
Certo, molto è il cammino già fatto, e la vecchia Italia è ormai 
lontana nella leggenda: tutto si è modificato, se non mutato, 
tutto si è scomposto e ricomposto davanti a noi; ma l'antinomia 
persiste, e la grande geniale opera d'arte pecca di fragilità. Vi 
sono ancora due Italie — per quanto suoni male la parola, che 
risuscita nell'orecchio l'eco delle canzoni francesi alla calata 
di Carlo Vili: 

nous conquerons les Italies; 

due Italie, non solo economicamente disuguali, ma moralmente 
diverse: questo il vero ostacolo alla formazione di una sicura 
compagine; di ciò dovremmo tutti finalmente convincerci, e dal 
convincimento trarre animosa volontà a comporre in armonia 
le due parti disgiunte, rafforzando su le ripe del baratro, che 
Roma pontificia fece più profondo, il ponte tra l'una e l'altra 
che nulla possa più né sovvertire né scuotere. 

Dovremmo, non a scatti né a tentoni, ma con risoluta fer- 
mezza di propositi, seguendo un indirizzo di politica generale 
più conforme alla complessa realtà delle cose, se ormai le due 
Italie si conoscessero bene, se invece non accennassero, lungo 
la rischiosa via che battiamo, a conoscersi men bene che mai... 
Oggi, fortunatamente, non è più chi derida i non molti che 
primi vollero, fu detto, « regalare » allo Stato italiano una que- 
stione meridionale: essa, anzi, s'impone ogni giorno più alla 



A FEDERIGO BEVERINI 7 

considerazione di chiunque abbia a cuore le sorti della patria. 
Ma pochi ancora intuiscono, che non essendo concepibile uno 
Stato e grande e prospero in una nazione per metà misera e 
rozza, quello del Mezzogiorno è il problema fondamentale di tutto 
il nostro avvenire, perché solo dalla varia soluzione che si pro- 
ponga di dargli sarà possibile avere norma e garanzia di tutto 
un diverso avviamento di governo della cosa pubblica. Il pre- 
giudizio perde terreno, ma la verità stenta nel farsi strada nella 
coscienza del paese, non atta tuttavia a permettere che una be- 
nefica reazione incominci, — mentre la piccola borghesia, troppo 
imbevuta del proprio egoismo di classe, e troppo aliena dal senti- 
mento della comune utilità, sempre più si affretta, come in nessun 
altro paese di Europa, ad assumere la direzione dello Stato... 
Ora, a cotesto salutare movimento dello spirito pubblico verso 
una nuova più effettiva concezione della politica nazionale, io 
ho sempre contribuito dentro e fuori la Camera, certo con opera 
modestissima, quale mi consentivano le poche forze, ma col 
maggiore disinteresse e la più fervida aspirazione dell'animo. 
Basterebbe ciò a farmi credere non spesa del tutto inutilmente 
la vita, se alcun frutto io sapessi averne raggiunto. Ho fatto 
quanto ho potuto, e che è significato e compreso ne' presenti 
discorsi, a' quali confido si vorrà almeno concedere quel tanto 
d'importanza, che ha pure ogni più semplice documento di se- 
reno studio, di lunga equanime esperienza di uomini e di cose. 
Senza dubbio, i non pochi anni trascorsi e i tempi cosi fretto- 
losamente mutati han tolto loro ogni freschezza di attualità: molte 
voci del giorno e molte speranze, che io raccolsi dentro di me 
o per combatterle o per sostenerle, non trovano più eco, o assai 
fioca, presso i giovani ; non poca parte intellettuale del mondo 
di ieri è spenta, non poche foglie dell'albero delle nostre illu- 
sioni sono cadute come le gemme che nascono avanti l'ora fio- 
rita di primavera. Ma non tutto il passato è morto, e degli antichi 
contrasti ancora ardenti, in cui si agita l'anima della nazione, 
qualche suono giunge non più indistinto, come la romba di una 
grande città su le alture circostanti, al cuore delle moltitudini. 
Di una idea, sopra tutte, che sempre più si afferma nella confusa 



8 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

incerta preoccupazione del paese, io fui primo e, per alcun tempo, 
unico sostenitore: questa, che l'Italia del Mezzogiorno, contra- 
riamente a ciò che molti ancora credono, valga nell'insieme assai 
poco per condizioni del tutto sfavorevoli di clima, di suolo, di 
struttura e posizione topografica; che le due metà della penisola, 
stentatamente riunite sotto il dominio di Roma pagana, non fu- 
rono, dacché sparve V Impero, separate soltanto da un'arbitraria 
frontiera politica, ma da una vera linea naturale, formata dai 
monti dell'Abruzzo e dal deserto del Lazio, la quale divise 
non pure due zone, ma due stirpi diverse, affratellate da una 
unica lingua; che da allora ad oggi su la intera economia ci- 
vile della regione meridionale pesò la dura fatalità, resa ognora 
più grave dalla umana ignoranza, de' popoli costretti a vivere 
isolati in un paese essenzialmente povero... Esagerazioni, se 
non peggio, altri già disse queste mie ed altri forse ripeterà: 
esagerazioni di un pessimista cosi della storia come della po- 
litica. In quanto alle prime, io ho la coscienza assoluta di es- 
sere nel vero, siccome gli studi, tanto più progrediti, ogni 
giorno confermano; e in quanto alle seconde, pessimista non 
è chi sente profondamente il male, sibbene colui che di fronte 
ad esso depone ogni arme. Tutti i miei anni io ho vissuto 
nel Mezzogiorno e, posso dire, del Mezzogiorno: pensando ad 
esso e studiandone il passato con intenso desiderio di più 
fausto avvenire, la triste sua sorte è stata ognora viva in me 
come una tragedia spirituale, molto soffrendo di essere co- 
stretto a dire alcune cose che a me sembrò necessario di 
non tacere. E circa le relazioni dell'immane problema con 
la politica generale del nuovo Stato unitario, poco, in verità, 
ho mutato de' giovanili miei convincimenti: invocai — si — per 
tempo e a lungo, con intenzione aperta e chiara, con sicura 
fede dell'animo, uno Stato cosi forte di autorità e di mezzi da 
condurre esso tutto il popolo italiano su le vie della coltura, della 
morale, della pubblica ricchezza; assai penoso mi è stato il do- 
vermi convincere, che quello era un sogno e nulla più, e vana 
impresa concepire una qualsiasi grande opera fuori o al di sopra 
delle libere energie individuali, — poi che la molta esperienza 



A FEDERIGO BEVERINI 9 

mi fece conoscere quanto sia ingannevole una politica, la quale 
speri poter in Italia affidare utilmente allo Stato funzioni oltre 
quelle, che debbono essere le uniche sue sostanziali: rendere 
giustizia a tutti, e instaurare il regno della sicurezza personale. 
Certo, né per ingegno né per dottrina io presumo annoverarmi 
tra i personaggi rappresentativi della mia generazione, venuta 
subito dopo quella della Rivoluzione, e che se molto errò, molto 
sofferse nell'affannosa ricerca del vqro. Nondimeno, per quello 
che mi toccò di essere, credo non infondata la fiducia che tutti 
insieme i miei discorsi, ne' quali sono contenute in germe, e 
disperse, non poche di quelle idee riguardanti la questione me- 
ridionale, che più tardi io stesso ed altri più valenti di me svi- 
lupparono, allargarono e dedussero, possano suscitare, se non 
l'interesse, l'altrui curiosità; e la curiosità, se mai, venire dalle 
seguenti domande: Come un deputato del Mezzogiorno, con 
l'animo sempre teso alla dolente sua terra natale, di cui ebbe 
un concetto non conforme a quello degli altri, parlò — le poche 
volte che vinse sé stesso — alla Camera italiana? e come un 
deputato al Parlamento italiano, che la suprema salvezza della 
sua terra sempre ripose nella unità indissolubile della patria, 
parlò — il più spesso gli fu possibile — ad elettori meridionali? 
Perché mai un uomo ognora devoto al senso pratico, nemico 
delle nuvole e costantemente lontano dalle ire di parte, si trovò 
il più delle volte, ora nel Collegio ora nella Camera, ad andar 
contro corrente? fu suo il torto o degli altri? 

Del resto, nell'ora che scrivo, mi si affaccia alla mente e 
mi attrae un fine più generale. 

Oggi r Italia celebra in Campidoglio il cinquantenario della 
sua unità e dell'acclamazione di Roma a sua capitale, — il cin- 
quantenario di quel giorno bene auspicato, cui finalmente spettò 
la gloria di poter rivolgere alla patria, con salda ragione, il fa- 
tidico verso di Gabriele Rossetti: 

io son l'alba del nuovo tuo di; 

e tanto avventuroso fu allora il punto da cui movemmo, tanto 
alta ed ardua la mèta in breve raggiunta, che a chiunque abbia 



IO IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

vissuto questo mezzo secolo di vita italiana, non può non al- 
largarsi il cuore. La memoria delle buie calamità, donde uscimmo 
dopo più di un millennio di servitù e di disunione, e il ricordo 
dello « sforzo titanico », secondo un'augusta parola, che poi oc- 
corse per condurre a bene l'ardua impresa « di cambiare le sorti 
di un volgo avvilito in quelle di un popolo libero », sono in- 
dubbiamente causa, nonché di conforto, di fiducia. È tramontata 
la rettorica, ma si è acuita e diffusa la coscienza della solida- 
rietà nazionale; insieme con la nuova Italia politica è sorta 
una nuova Italia economica, e, frutto di sacrifizio più singolare 
che raro, è nata la finanza. A dir solo di questa, che fu il più 
forte e lungo ostacolo al buon assetto del giovine Stato, il suo 
fiorire rimane opera davvero ammirabile. Appena dopo la co- 
stituzione del Regno, il primo bilancio unificato si apriva, nel 
'62, con lo spaventoso disavanzo di mezzo miliardo; ma, pur 
osservando la fede pubblica, e suscitando dal nulla l'esercito 
e l'armata, nel '75 il pareggio era coraggiosamente raggiunto: 
e se questo, non senza colpa di tutti, si dileguò come nebbia 
dopo un sogno prematuro di prosperità e di grandezza, e nell'Sp 
il deficit riapparve non meno minaccevole in ben 250 milioni, 
la dura lezione non andò perduta; che prima di un decennio il 
conto veniva interamente saldato, restando poi sempre, ad onta 
del vertiginoso aumento delle spese, in avanzo. Se, unitamente 
con l'Inghilterra, siam ora i soH fra' grandi popoli di Europa a 
non accrescere da più tempo il debito pubblico, — quale più 
lieto auspicio di questo? 

Pure, se dovessi definire il presente mio stato d'animo, fatto 
non so più se di gioia o di timore, sarei alquanto incerto. Sian 
gli anni, sia la solitudine di questa landa dell'Ofanto, che an- 
cora si stende nuda alle porte della nostra Basilicata, — il cui 
indelebile aspetto di malinconia, sempre vivo nel mio cuore, 
ha or ora felicemente reso il Lipparini: 

da le rupi e dal ciel pare una doglia 
si esprima, grande come l'abbandono 
della terra, che sì triste germoglia; 



A FEDERIGO BEVERINI II 

— nemmen oggi io riesco a liberarmi di un grave sospetto, che 
un giorno, rammento, balenò del pari al povero re Umberto, 
in un solenne suo discorso inaugurale: ossia, « che alla nuova 
Italia sembri troppo modesta la nuova fortuna della patria»... 
Troppo modesta, — perché troppo ottimista, secondo l'ostinato 
mio parere, dura il comune giudizio intorno alla realtà che ci 
è sott'occhio! Un paese, in cui i bisogni individuali e collettivi 
crescono ognora più presto de' mezzi per sodisfarli, e nel quale, 
se grande .è lo sviluppo del lavoro, le fonti della ricchezza son 
tutte ipotecate; un paese, che sotto l'incubo di un oscuro pe- 
ricolo di guerra, sovraccarico di un rude giogo fiscale, agitato 
da cupidigie capitalistiche e burocratiche, esuberante di braccia 
disoccupate, sempre più roso da una assai debole coscienza mo- 
rale, cui ironicamente fa riscontro un vuoto anticlericalismo di 
parata, — non ancora è libero dell'inganno di una vana dimo- 
strazione di fasto, né ancora è scevro d'ogni spirito di avven- 
ture oltremonti e oltremari, certo perché dimentico de' padri, 
che più savi avventurieri, cominciarono dall' assicurarsi il pieno 
possesso della patria; un paese, insomma, che, di fronte al- 
l'estero, è tuttora in un regime di pace armata, e, nell'interno, 
vive tuttora di libertà armata: può mai dirsi, io mi domando, 
in una situazione politica non precaria? 

E altre fosche previsioni non mancano ! La parte democra- 
tica, prevalentemente industriale nel nord, professionale nel sud, 
alleata con i radicali e i socialisti, ossia, avverte un sindacalista, 
« col dilagare del funzionarismo ozioso e de' lavori pubblici im- 
produttivi », l'uno e gli altri cause di maggiori imposte e di 
più estesa corruzione, — dà forse indizio di savia resipiscenza 
o di provvida esitazione lungo la strada senza uscita, per cui 
si è incamminata, che è quella che mena diritto a un disastro 
finanziario non più riparabile? mostra forse, non in chiacchiere, 
ma co' fatti, di essere finalmente consapevole della terribile effi- 
cienza della questione meridionale? ne è almeno cosciente la bor- 
ghesia intellettuale del Mezzogiorno, che dice e sbraita, ma un 
giorno più dell'altro agisce non conforme ad essa, anzi in aspra 
ed aperta sua opposizione? Pari alla evidenza di un teorema 



12 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

euclideo, dopo tante indagini accurate e minuziose, è ormai 
cotesta questione, se ormai è inconfutabilmente vero, che una 
metà quasi del territorio nazionale sia di valore economico molto 
inferiore all'altra; un assioma, da cui derivano, sinteticamente, 
due corollari: il primo d'ordine generale, che è quello di una 
cauta parsimoniosa regola di condotta politica; il secondo d'or- 
dine speciale, che è riposto in una migliore più equa applica- 
zione del regime doganale e del sistema tributario. Ebbene, oggi 
appunto che una benefica latente rivoluzione, non per opera 
de' Governi né per alcuna efficacia delle classi dirigenti, ma solo 
per virtù della stirpe, la eroica virtù migratoria di tanti umili 
suoi figli, accade nel Mezzogiorno, — oggi appunto l'azione dello 
Stato italiano, nelle sue direttive né vere né concrete, dà segni 
manifesti di volgersi a maggiore suo danno, sia incrudelendo 
nel riscuotere sia largheggiando nello spendere, riabbattendo su 
di esso il flagello di nuovi monopoli cosi del ceto industriale 
come della classe operaia delle regioni più ricche... I nostri 
partiti, tanto i vecchi quanto i nuovi (e già i nuovi non meno 
asmatici de' vecchi), sono ciechi, e la loro corsa verso l'ignoto 
pare irrefrenabile. Noi siamo alla vigilia di una grande riforma, 
la quale, è noto, risponde pure a un maturo mio convincimento, 
a un'alta idealità lungamente da me professata: il suffragio uni- 
versale, — che io ho sempre creduto valido mezzo per rafforzare 
la disciplina sociale in Italia, ov'essa è stata ed è cosi fiacca, 
avendo sempre tenuto per vero, che l'autorità delle leggi sia 
tanto maggiore quanto meglio venga loro conferita da Parla- 
menti, ne' quali tutti gl'interessi abbiano voce e voto. Or quale 
speranza di sollecito e buono suo èsito possiam oggi nutrire, 
se oggi più che mai alla scarsa preparazione economica e civile 
del paese fa riscontro una cosi profonda disorganizzazione, un 
cosi esteso disordine logico de' partiti? La riforma elettorale 
deir82 non ha dato alla piccola borghesia tutto il potere che 
ora esercita, e assai più eserciterà di qui a poco, se non dopo 
oltre un ventennio: quanti anni non occorrono, perché anche 
i lavoratori della terra, quelli del Mezzogiorno in particolar 
modo, si facciano effettivamente valere, richiamando lo Stato 



A FEDERIGO SEVERINI 13 

a un senso meno lunatico e più austero della realtà? Certo, in- 
cominciare è bene, anzi è doveroso: cosi avessimo incominciato 
prima, poi che niente giova più a rendere un uomo consape- 
vole del suo diritto quanto l'esercizio di questo! Ma, e nel frat- 
tempo, vorrà la buona stella d'Italia, — dacché le cose nostre 
più spesso si regolano dal caso che dal consiglio, — vegliare 
ancora su di noi, salvandoci per la terza volta dal correr rischio 
di fallire? Vorrà almeno la gioventù non ancora ascritta alle 
chiese militanti, e che io mi auguro non sorda alle voci am- 
monitrici, se anche deboli, perché amo crederla onestamente 
libera di giudizio e di coscienza, insorgere contro le insanie di 
una politica senza propositi, o con propositi ostinatamente con- 
traddittori, — e richiedere, prima d'ogni cosa, quella semplicità 
di vita nazionale; quella sua purificazione di tutti i privilegi, 
sian vòlti al basso od all'alto, onde solo sia possibile al Mez- 
zogiorno diventare meno gramo? 

Questi i motivi di vario genere, che mi fanno vincere ogni 
dubbiezza e superare ogni timidità, nel dar fuori la presente 
raccolta. 

La quale, mio caro amico, spero non vi dispiaccia io inti- 
toli al vostro nome. « Nessuno », lasciò scritto l'antico filosofo, 
« potrebbe avere amato una vita senza amici, anche se avesse 
posseduto tutti gli altri beni ». 

Or se io dovessi narrare la vita che prescelsi, e a cui diedi 
tutto me stesso, si vedrebbe quanto il ricordo di ogni tedio, 
di ogni più amaro disinganno possa fasciarsi delle maggiori 
consolazioni, solo che un uomo abbia goduto al pari di me del 
benefizio incomparabile di una amicizia come la vostra. 

Quanta bontà quanta forza quanto dolore, nell'oscuro quo- 
tidiano vostro sacrifizio alla comune terra natale, cosi spesso 
ingiusta con quelli tra i suoi figli, che meglio rifuggono dalle 
falsità e dalle imposture! Perché anche più di me, e, temo, 
specialmente a cagion mia voi provaste, ne' tanti anni di assidua 
onesta nostra fratellanza, come affligga e tormenti la poca gra- 
titudine de' concittadini... Dobbiamo forse accagionarne il cieco 
impulso di gente non più rassegnata ai lunghi suoi mali, o 



14 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

non piuttosto attribuirla, secondo il detto aristotelico, ad una 
causa puramente naturale, — poi che coloro che ricevono so- 
gliono amare assai meno di coloro che danno? L'una cosa e 
l'altra, io penso, sempre che a voi ricorra, memore e commosso, 
l'animo mio. A voi dunque vada questo libro del nostro pas- 
sato, che poco importa se meritammo più lieto e sereno, e vi 
sia pubblico attestato della perenne affettuosa mia riconoscenza. 

G. Fortunato. 



I. 



LA " DISSIDENZA „ 
E LE ELEZIONI DEL i6 MAGGIO 1880 

(5 e 22 maggio 1880) 



Agli elettori del collegio di Melfi. 



Napoli, 5 maggio 1880. 

Con viva commozione dell'animo io mi presento a voi, can- 
didato ne' prossimi comizi politici. Sebbene concittadino vostro, 
e non del tutto ignoto a voi, pure è cosi alto l'onore di rappre- 
sentarvi in Parlamento, che io non so né posso, nel chiedervelo, 
vincere me stesso. Io mi presento a voi senz'altra arra che quella 
del mio nome, senza aver reso alcun utile alla cosa pubblica, senza 
argomento di lunga dimora fra voi, senza raccomandazioni di as- 
sociazioni o di uomini politici. Son qui da me solo, giovane tut- 
tora, personalmente conosciuto da non molti fra voi, e conscio 
della responsabilità che assumo in occasione tanto grave e solenne. 

Ma appunto la gravità, la solennità stessa dell'ora m'incorag- 
giano a venirvi dinnanzi cosi improvviso, come improvvisa è la 
presente convocazione de' comizi generali. Poche volte l' Italia co- 
stituzionale ha attraversato un periodo più difficile, poche volte ha 
corso un pericolo maggiore: è questione, non di una crisi parlamen- 
tare del momento, ma della crisi medesima — non più latente né 
più negabile — degli antichi partiti, intorno a' quali si è aggirata, fin 
qui, la politica italiana. Ciò solo ha reso vana, perché agitata e 
confusa, l'azione della passata Legislatura, sorta sotto gli auspici 
della Sinistra trionfante; ciò solo minaccia, per l'avvenire, il corretto 
funzionamento degli ordini rappresentativi. Or la coscienza del 
danno che sovrasta m'induce, non senza trepidazione, ma pure non 
senza franchezza, a cercare il vostro suffi-agio. Uso a dare il mio 
tempo agli studi, non ascritto alla Destra né alla Sinistra, 
alieno del tutto, e deciso a rimaner tale, da ogni astio da ogni bizza 
di clientela, — io sento in buona fede di non aver altro desiderio 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 2 



l8 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

se non quello di cooperare alla ricostituzione civile della patria, 
adoperando la vita a servigio di questa nostra Italia, che alla mia 
generazione costa cosi poco. Chi mi conosce personalmente sa 
che io dico il vero: chi dubita del contrario o lo afferma, o non 
mi conosce o mentisce. 

Io chieggo, quindi, l'onore della vostra rappresentanza per 
questo solo fine, che, cioè, da un uomo non legato a vecchi par- 
titi possa da voi esser mandata alla Camera una voce schietta, 
fedele, del paese reale. Sedendo libero al Centro Sinistro per 
espressione sincerissima e impegno d'onore della mia indipen- 
denza futura, io forse avrei speranza di poter dire colà, talora, le 
cose più dimenticate, ciò che noi meridionali siamo davvero, senza 
che il capo-gruppo della regione mi scambi la sua volontà o il 
suo capriccio per il nostro bisogno. A voi è noto che da più anni 
io studio, con qualche sollecitudine, le condizioni — e morali e 
materiali — del nostro Mezzogiorno. 

Se voi volete che si elevi la bandiera della emancipazione dalle 
infeconde fazioni che sciupano il paese, io sono certo non mi 
conoscerete infido. 

Ma quale che sia per essere il vostro voto, voi tutti sarete 
sempre per me — vincitore o vinto — i conterranei e gli amici 
della vigilia. 

Giustino Fortunato. 



Discorso pronunziato a Melfi, il 22 maggio del 1880. 



Signori ! — Ringrazio l'egregio vostro sindaco per l'avviso 
dato a voi del mio arrivo e, in questo momento, delle parole 
pronunziate nel presentarmi all'adunanza; ringrazio voi, nei quali 
saluto la cittadinanza tutta quanta, della cortesia usatami nel 
rispondere a un desiderio, che da più giorni era in me vivo 
e dominante. Per quanto grande sia il sentimento che commuove 
l'animo mio, è pure necessario io faccia forza a me stesso, 
nella coscienza di compiere un dovere. Non vengo innanzi a 
voi — la gioia negli occhi e il sorriso su le labbra — per ripetere 
uno dei soliti discorsi d'occasione, che il tempo rapidamente 
trascina nell'oblio. Io sono qui per fare a voi una breve ma 
leale dichiarazione, che possa restare documento e testimonio 
della mia sincerità. Pienamente compreso della grande respon- 
sabilità, che di un tratto m'incombe per effetto della recente 
elezione, e sola basterebbe al trepidare di un animo anche molto 
più forte del mio, io so pure che parlando di qui agli elettori 
tutti del collegio, ho attualmente presenti in quest'aula gli elet- 
tori di Melfi, la maggior parte de' quali non è stata a me favore- 
vole. Ma appunto perciò ho voluto, più che non si usi d'ordinario, 
dare a voi un sicuro pegno del profondo rispetto che ho per 
la minoranza, e una prova evidente dell'interesse che pongo in 
ciò che dico. Non vi chieggo se non il diritto della parola. 
Ascoltatemi con serenità, e giudicate. 

Se io accettai la candidatura offertami da buon numero di 
amici, non fu già perché mosso da fini personali, o perché istigato 



20 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

dalla vanità del mio campanile; sono finalmente in mezzo a voi, 
e — a lotta finita — posso a voi dare le più ampie, le più legittime 
assicurazioni. Che non sia stato incitato da spirito di ambizione 
o da tornaconto di privato interesse, non è uopo, in verità, io 
cerchi affermarlo con parole: fido sereno nell'avvenire, e l'avve- 
nire — ne sono certo — mi farà meglio conoscere a coloro che 
mi son oggi più risolutamente avversi. Ben altra è la seconda 
accusa, che da più parti, e con insistenza, mi giunse sovente 
all'orecchio. Io fui incolpato di non essere né di poter essere se 
non il rappresentante del mio comune natale, a suo vantaggio 
esclusivo, a danno degli altri, de' quali è formato il collegio, più 
specialmente a danno della città vostra: fui incolpato (mi sia 
lecito raccogliere la voce) di avere stretto un patto col mio co- 
mune, per il quale io obbligavo tutto me stesso affinché a' miei 
conterranei, prima o poi, fosse assicurata la egemonia del cir- 
condario. Ebbene, per quanto stolida, pure nessun' altra ingiuria, 
confesso, fra le tante che mi si scagliaron contro dalle solite 
gazzette innominabili, che nascono e vivono, in queste occa- 
sioni, la mala vita di un giorno, mi tornò più acerba e dolo- 
rosa. Farmi capace di tanta miseria morale, che del resto si 
convertiva nella più stupida ipocrisia verso me stesso e i miei ; 
mettermi alla pari di un candidatucolo, che sorga improvviso a 
propugnacolo del suo battistero; abbassarmi fino al pregiudizio, 
fino alla volgarità, fino alla melensaggine: ah no, o signori, io 
aveva il diritto di non mai sospettare che i miei comprovinciali, 
i quali pur sapevano qualche cosa di me e della mia giovinezza, 
potessero prestar fede, anche per un momento, a dicerie cosi 
fatte! Ne avevo il diritto, e però fui profondamente amareggiato: 
tanto, che a stento mi trattenni dal violare il proposito di non 
raccogliere le offese, di restar chiuso in casa mia e di serbare 
fedelmente il silenzio. Ed ora io son pago del mio contegno, 
perché sento di aver saputo resistere alla tentazione di oltrag- 
giare io stesso il buon senso di tutti, amici ed avversari; esso 
mi dice che non ho insultato voi a preferenza, cittadini di 
Melfi, e la grande maggioranza degli elettori. Non io, davvero, 
so che cosa sia, che cosa voglia dire spirito di campanile: lo 



LA "DISSIDENZA,, E LE ELEZIONI DEL l6 MAGGIO 1880 21 

affermo su la coscienza, che è la sola mia regola morale. Edu- 
cato e vissuto lungi dalla casa paterna fin dal primo sorgere a 
unità politica della nazione, io amo il mio comune allo stesso 
grado che il nostro circondario: questo bellissimo nostro cir- 
condario, che mentre da un lato declina dall'Appennino di 
Basilicata, si estende dall'altro, ricco di vigneti, sul Tavoliere 
di Puglia, oltre il quale traluce l'Adriatico. E se pure alcuna 
preferenza io fossi mai costretto a dare, essa cadrebbe, non v' ha 
dubbio, su questa vostra città di Melfi, la cui storia secolare è 
patrimonio di quanti siamo, a un tempo, melfesi e italiani: su 
questa Melfi, che è vanto nostro avere a capo del circondario, 
poi che essa è la città di Guglielmo Bracciodiferro, il quale 
gettò quivi le fondamenta del reame di Napoli, e di Federico II, 
che di qui instaurò la monarchia civile in Italia. Per credere 
diversamente, dovrei essere non più che uno sconoscente o un 
ignorante; e io, in verità, non sono né l'uno né l'altro. 

Né sarebbe meno in errore chi asserisse essere io stato indotto 
ad accettare la candidatura dall'aver ritenuto, anche per un 
istante solo, non degno di rappresentare il collegio il deputato 
uscente, il cui nome qui mi onoro profferire, — l'onorevole 
Del Zio. Se v' ha una sodisfazione per me, tale bensì da ac- 
crescere del doppio la mia responsabilità, è questa appunto che 
io succedo a lui ; a lui, che per cinque Legislature fu sempre 
lo eletto nostro per suffragio unanime de' miei conterranei, per 
suffragio quasi unanime di tutti i comuni del collegio. Chi mi 
conosce da qualche tempo può dire francamente se io abbia mai 
espresso pensiero o pronunziata parola, in pubblico o in privato, 
che non fosse sincero tributo alla sua rispettabilità personale. 
Egli di piena buona fede ne' principi, di perfetta dignità e di 
non comune operosità nella esecuzione del mandato, interamente 
estraneo alle competizioni municipali, — egli lascia onesto il col- 
legio, perchè immune da ogni lebbra di corruzione come non tutti, 
certo, in Italia. Egli mi dà onesto il collegio; ed a me, che a 
visiera alzata posso affermare di non aver mai adoperato, avanti 
e durante la lotta elettorale, il benché menomo atto né prof- 
ferita la benché menoma parola che non fossero consentanei 



22 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

alle leggi della equità e della cavalleria, egli m'insegna ciò che 
sia davvero l'unica severissima norma direttiva di un deputato 
al Parlamento. Ed io, che oggi gli succedo, nutro fiducia di non 
dover mai un giorno accusarmi di avere derogato ai precetti e 
all'esempio, che mi vengono da lui. 

Se dunque accettai la candidatura fu solo perché, dopo lungo 
e maturo esame al di fuori di ogni efficacia sia di Destra sia 
di Sinistra, io giunsi da più tempo, insieme con gli amici 
collaboratori della « Rassegna settimanale », nella convin- 
zione profonda, — che la presente divisione de' partiti parla- 
mentari è illogica, perché fondata su l'equivoco, è falsa, perché 
non ha base nel paese, è dannosa, perché corrompe la vita 
pubblica nelle sue varie manifestazioni. La Destra e la Sinistra, 
il gran partito liberale che ha dato a noi il bene inestimabile 
di una patria non più derisoria espressione geografica, dopo un 
passato di lotte feconde, di ardimentose imprese, di forti pro- 
positi, di grandi errori non sempre schiettamente confessati, 
ma sempre virilmente riparati, dopo una splendida epopea par- 
lamentare, dopo una lunga vicenda non sempre lieta ma cor- 
retta quasi sempre e sempre disinteressata: la Destra e la Sinistra, 
col finire dell'opera loro, quattro anni or sono, cessaron pure 
di esistere nell'antica forma di partiti storici. Una trasformazione 
era inevitabile, poiché all'unità politica e all'assetto amministra- 
tivo della patria, alla gran soma de' doveri assunti verso noi 
stessi e verso gli stranieri, al conseguimento di cosi alti fini e 
a cosi imperiose necessità era stato sagrificato, nel frattempo, 
tutto quanto si attiene alle questioni d'ordine sociale e di vita 
interna, le sole capaci di mutar forma al costume e di elevare il 
carattere nazionale. Ed era questo l'intento, per cui venne indetta 
la XIII Legislatura, — lo studio, cioè, e la riforma dell'ordina- 
mento civile ed economico del Regno; questo il programma, 
intorno al quale si aggruppò nella Camera nuova, su lo scorcio 
del 1876, una nuova maggioranza non mai vista né mai sperata. 
Ma ciò che fu di quella Legislatura, è vano io ripeta a voi, 
spettatori di tanto sfacelo. Anzi che dare inizio a partiti netti e 
distinti, i vecchi partiti divennero fazioni, e le fazioni si suddivi- 



LA "DISSIDENZA,, E LE ELEZIONI DEL l6 MAGGIO 1880 23 

sere in gruppi sempre più impotenti al bene, perché sempre più 
estranei al concetto moderno di uno Stato democratico: dello 
Stato, cioè, in cui la partecipazione de' cittadini a' diritti garantiti 
dallo statuto sia larga ed effettiva, e in cui gl'interessi delle 
varie classi siano, il più che possibile, in equi rapporti fra loro 
e rivolti al maggior utile dell'universale. 

Di qui voi potete dedurre quanto sia vero ciò che venne 
affermato da chi non mi conosce neanche di nome: che io, 
cioè, non sia stato se non un ignoto candidato ufficiale, sco- 
vato la vigilia — Dio sa come — dal Governo. Chi ciò affer- 
ma, o ignora i fatti e sconosce la evidenza, o vuole offendere 
il collegio. Io non ho odi né amori per il Ministero Cairoli, 
ecco il vero: ciò nondimeno credo fermamente, che nell'ultima 
crisi parlamentare la ragione stesse dalla parte sua; che molti 
de' dissidenti di Sinistra, da più tempo, pensassero più a sé 
che al paese; che molte ambizioni de' maggiorenti della Oppo- 
sizione non avessero a fondamento se non la vanità o la impa- 
ziente bramosia del potere, Vado alla Camera senza vincoli di 
giuramento, senza spiriti di vendetta, senza obblighi precedenti: 
alcuna notizia di me non è giunta, per mio volere od a mia 
saputa, a' comitati elettorali di Roma e di Napoli; nessun ap- 
poggio è stato chiesto, per mezzo mio, ad uomini o ad asso- 
ciazioni politiche. Ci vado libero col solo desiderio di veder 
sorgere finalmente, come in Piemonte nel 1852 per opera del 
conte di Cavour, una salda, una sana trasformazione delle parti 
parlamentari, dalla quale possa un giorno venir fuori — ben 
distinto da' rivoluzionari d'ogni genere, la cui vittoria, in Italia 
più che altrove, non riuscirebbe se non ad acuire le crisi di 
cui soffriamo — il partito progressista, rifatto a vita gio- 
vane dagli elementi più severamente e largamente liberali, 
tutto intento alle due più gravi questioni che ci serba l'avve- 
nire, la sociale e la religiosa. Ci vado libero per sedere 
al Centro Sinistro, agguerrito contro le seduzioni che presto 
sogliono avvincere i nuovi eletti; in quei Centri, che nella 
presente condizione del Parlamento possono, con l'autonomia 
loro, promuovere le iniziative e incitare all'azione. Frattanto io 



24 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO / 

fo voti che la novella Camera, nel breve tempo che le sarà 
concesso, giudichi ed esamini con tutta serenità quei tre disegni 
di legge, i quali sono, a mio credere, la ragion precipua e 
potrebbe darsi la sola della sua stessa esistenza: l'abolizione, 
cioè, del macinato, la riforma elettorale e la nuova legge am- 
ministrativa. 

Partigiano dichiarato del ristabilimento della giustizia distri- 
butiva nell'assetto generale delle imposte, io non sono amico 
del macinato, la tassa di guerra, per eccellenza, nella suprema 
lotta combattuta contro il disavanzo: io desidero per ciò sia 
abolito; ma voglio a un tempo che i nuovi provvedimenti 
escogitati a surrogarlo non si volgano, per altra via, a ugual 
danno delle classi povere delle campagne non ancora legal- 
mente rappresentate, né siano chimerici per modo che resti del 
tutto illusoria la legge ferroviaria del 29 luglio dell'anno scorso, 
tanto utile al Mezzogiorno, o si rimandi senza termine la estin- 
zione del corso forzoso, tanto necessaria a tutto il paese. Parti- 
giano, inoltre, convinto e aperto, della più ampia estensione del 
suffragio, l'unico mezzo per infondere nel Governo la maggiore 
coscienza possibile del bene generale e della tutela effettiva di tutti 
i ceti sociali, io voterò di buon grado ogni riforma parziale, che 
ci avvicini alla méta; ma, per ciò appunto, sarò apertamente con- 
trario al provvedimento inconsulto dello scrutinio di lista, che 
si riduce da ultimo all'assoluta negazione del voto singolo, al 
predominio delle clientele politiche, alla tirannia delle maggio- 
ranze, alla impossibilità pratica di conoscere i candidati. E in 
quanto, finalmente, alla nuova legge amministrativa, di essa, che 
pur troppo non risolve menomamente il problema della giustizia 
amministrativa nel regime parlamentare, io sarò pago del prov- 
vedimento per cui vien resa elettiva la nomina dei sindaci, a 
patto bensì, che una tale disposizione si applichi a tutti i comuni, 
cosi urbani come rurali: provvedimento urgentissimo se altro 
mai, che torrà via, ne sono certo, uno de' fomiti maggiori della 
corruzione elettorale per opera della ingerenza governativa. 

E qui permettetemi di cogliere l'occasione, per dir netto un 
mio pensiero su la vita pubblica italiana. Io credo che lo sfacelo 



LA "DISSIDENZA,, E LE ELEZIONI DEL l6 MAGGIO 1880 25 

de' partiti parlamentari, di cui siamo spettatori, la separazione 
che vieppiù si accentua fra il paese e la sua rappresentanza, il 
malessere che debilita la direzione suprema dello Stato, — tutto è 
originato quasi completamente da quel mondo fittizio, nel quale 
da più anni, come prive del senso della vista, pare si aggirino, 
per effetto di equivoci senza numero, le classi dirigenti; equi- 
voci, che traggono alimento da vecchio animo d'ipocrisia, 
contratto in lunghi secoli di schiavitù. Da più anni noi ci 
burliamo e c'inganniamo a vicenda, lasciandoci vincere dalle 
false opinioni, dai vacui pregiudizi, dai lenocini di una stampa 
partigiana senza ideali e senza coltura, assai lontana da quella 
che anche fra noi, io spero, sarà un giorno. Una transazione 
veniamo cosi a imporre a noi stessi; e quando ci diciamo in 
buona fede più liberi, siamo invece più schiavi dell'ambiente 
in cui fummo cacciati ad occhi chiusi. E questa è appunto la 
causa di quel terribile scambio di corruzione, che passa con 
vece alterna tra eletti ed elettori: i primi scrutano, con ogni 
sotterfugio, le tendenze più o meno erronee del giorno, e ne 
assumono mendaci a viso aperto le difese, e dell'adulazione si 
fanno arme per andare a vele gonfie con la corrente; e i secondi, 
dal canto loro, tengon dietro scioccamente alle parole, s'illudono 
di vane promesse, tralasciano lo studio sereno delle questioni, 
dimenticano quasi affatto il cittadino nell'uomo politico, sem- 
pre più ignari che solo chi è degno di rispetto può autorevol- 
mente imporre altrui il dovere. Cosi quel vecchio uso della 
simulazione e dell'astuzia, vecchio peccato delle genti italiche, 
ritorna a galla e si diffonde per tutta la vita politica, viziandola 
irreparabilmente: la vizia, e però indebolisce la stessa macchina 
dello Stato, che pare minacci rovina come quando lo straniero 
accampava ai confini o il disavanzo faceva credere inevitabile il 
fallimento. A che discutere, a che far mostra di programmi, 
— se non c'intendiamo più fra noi? 

Ebbene, un solo rimedio io credo atto a rinnovare la vita 
pubblica, qui, a preferenza, nelle province meridionali: il coraggio 
civile della nuda verità, che tempera sul serio e rifa il carattere 
a popoli e a nazioni. Ecco, a mio parere, l'ufficio più nobile 



26 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

dell'eletto nei suoi rapporti con gli elettori: — l'alto ufficio di 
dire tutta la verità, anche a nocumento de' partiti, dirla schietta, 
anche a danno degl' interessi di classe, dirla sempre, anche a 
discapito del favore popolare. E la verità, ormai, è questa, — che 
l'Italia ci appare lacera e contusa, perché appena convalescente, 
appena risorta da un sepolcro di quindici secoli, — né ancora 
la rivoluzione del '60 è tanto remota nel passato da nascon- 
derci, per la inevitabile alterazione cui soggiace ogni fatto storico 
visto di lontano e assai tardi, che essa fu opera di una esigua 
minoranza, eroica e fortunata, la quale trascinò la grande mag- 
gioranza, o inerte o restia o contraria. Lacera e contusa, perché 
è sempre vero uno degli ultimi sagaci detti del conte di Cavour, 
ossia, che « armonizzare il nord col sud della penisola è impresa 
più difficile che aver da fare con l'Austria e con la Chiesa»; 
perché la nota caratteristica della nuova Italia è sempre quella 
di un paese di grande povertà naturale, con una popolazione 
soverchiamente abbondante; perché la miseria domina ne' ceti 
rurali, non più rassegnati, non più sommessi alla borghesia, o 
inconsciente o curante solo dell'utile proprio, — e il carico delle 
imposte, non equamente ripartito, isterilisce per i meno agiati 
e le province più grame, che son le nostre, ogni fonte di ri- 
sparmio; perché invano da più tempo le esigenze moderne 
impongono allo Stato malfermo un maggior numero di servizi, 
restando immutato nelle menti il vieto pregiudizio dello Stato 
di sua indole avverso ai cittadini, — e invano da più tempo il 
liberismo, come regola suprema della economia nazionale, ci si 
dimostra incapace di ridurre ad armonia le dissonanze sociali. 
Questa l'Italia di fatto, che noi dovremmo, per via della 
maggiore schiettezza, rivelare intera a noi stessi. Posso io sperare 
d'infondere fra voi e me, quando che sia, una corrente di sim- 
patia personale, perché, fattici familiari, noi ci mettiamo insieme, 
con sentimento di verità, allo studio del paese vero e reale? 

È l'augurio che fo a me stesso, in un momento come que- 
sto. Indette le elezioni generali, io mi rivolsi pubblicamente a 
tutti gli elettori senza distinzioni e senza accordi preventivi, 
né mai nel periodo della lotta ho cercato di patteggiare con 



LA "DISSIDENZA,, E LE ELEZIONI DEL l6 MAGGIO 1880 27 

questo o quel nucleo a detrimento di altri: non sono sceso a 
transazioni con chicchessia, non ho dato a voce né per iscritto 
sicurtà di cosa alcuna, non ho punto compromessa la mia 
opera, non ho promesso e non prometto niente. Sono libero 
di fronte al collegio, e risoluto a restar libero da ogni gelosia 
di campanile, da ogni gara di partito municipale. Io già ignoro 
chi mi sia stato favorevole, chi contrario; si abbiano tutti gli elet- 
tori le più schiette azioni di grazie. Il mio nome, se può servire 
a qualche cosa, desidero sia origine di concordia duratura, di 
mutua franchezza nella manifestazione dei nostri bisogni, di valida 
cooperazione nelle gare feconde delle operosità e del lavoro. La 
deputazione non ha solo un fine politico; ha pure un'alta effi- 
cacia educativa, specialmente quaggiù, ove tutti i vizi e tutte 
le debolezze della vita italiana sono, non per colpa nostra e 
non da ieri, allo stato acuto... Stringiamo dunque fra noi vincoli 
di cordiale amicizia, che servano meglio a farci conoscere a noi 
stessi: — il riserbo degli avversari di buona fede non mi irrita 
né mi offende; mi rende anzi più vigile e costante nel conqui- 
starne gli animi, traendoli a me. Il mio voto più fervido, o 
signori, è quello appunto di meritare, prima o poi, tutta la be- 
nevolenza degli elettori del nostro collegio: e, ottenutala, di non 
demeritarla mai più! 



II. 

U TRASFORMAZIONE BE' -MONTI FRUMENTARI 

(15 giugno 1880) 



\ ^' 



Camera de' deputati, tornata del 15 giugno 1880, nella di- 
scussione del bilancio di previsione del Ministero dell'In- 
terno per l'anno 1880. 



Presidente. « Capitolo 20, spese per le opere pie e servizi 
vari di pubblica beneficenza ». 

Ha facoltà di parlare l'onorevole Fortunato. 

Fortunato. Nella tornata dell' 8 corrente l'onorevole Mi- 
nistro dell'Interno, rispondendo all'onorevole deputato Ferrari, 
il quale chiedeva si ripresentasse senza indugio il progetto di 
riforma della legge su le Opere pie, ricordava, a titolo speciale 
di merito pel Governo, l'affrettare che esso faceva, e il me- 
nare a compimento, la trasformazione dei Monti frumentari 
delle province meridionali in Casse di risparmio o di prestanza. 
Io colgo l'occasione che mi offre questo capitolo del bilancio del 
Ministero dell'Interno, per manifestare, il più breve che mi sia 
possibile, un'opinione in gran parte contraria alla sua, richia- 
mando l'attenzione del Ministro su di un equivoco che da più 
anni si è ingenerato intorno a tale argomento, e onde trae ori- 
gine la opinione sua, comune del resto, e di pienissima buona 
fede, a quella di quanti ministri, forse, lo han preceduto a pa- 
lazzo Braschi. Oggi stesso la Camera voterà un ordine del giorno, 
proposto dalla Giunta del bilancio; l'augurio ivi espresso, per 
la trasformazione delle Opere pie, concerne senza dubbio anche 
i Monti frumentari. Or questa trasformazione invece, nonostante 
le lodi degli economisti ortodossi, si riduce, a parer mio, ad una 



32 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

liquidazione fraudolenta del loro patrimonio: l'unico addirittura, 
sia per donazioni private sia per pubbliche largizioni, destinato 
a benefizio del ceto più umile delle nostre classi rurali, — il 
ceto dei piccoli coloni e dei piccoli Attuari . 

È noto ciò che sia un Monte frumentario nell'Italia meri- 
dionale. Da noi il Monte frumentario ha lo scopo di anticipare 
le sementi ai coloni bisognosi a modico interesse. 

Ho detto male ciò che è; dovrei dire ciò che era, molti 
anni addietro. Perché, davvero, fatte le debite eccezioni, è una 
brutta storia questa dei Monti frumentari: storia d'illecite ap- 
propriazioni da parte degli amministratori, d'inutile vigilanza da 
parte delle autorità tutorie. 

Senza andare per le lunghe, — che io stesso, del resto, ne ho 
poco fa discorso per le stampe (^), — quasi può dirsi, e ne chiamo 
testimoni i miei colleghi dell'Italia meridionale, che i Monti fru- 
mentari non esistono più di fatto; figurano solo nelle tabelle 
statistiche della Direzion generale delle Opere pie. 

Certo, io non voglio dire che l'amministrazione dei Monti 
frumentari nell'Italia meridionale, prima del 1860, fosse un mo- 
dello di retta amministrazione: tutt'altro, perché le mene ordite 
contro di essi hanno una data tutt'altro che recente, essendo an- 
tica per quanto fierissima la guerra fra lo Stato che li voleva 
salvaguardati, e i decurionati comunali che li volevano aboliti. 
Ma è certo che dal '60 in poi essi sono minacciati di scompa- 
rire per sempre. Periscono d'anno in anno, per lenta riduzione 
del capitale primitivo; e un bel giorno, a due o a tre, si trasfor- 
mano in Casse di prestanza o di risparmio, le quali, senza 
volerlo e senza saperlo, vengono cosi a sancire un atto di spo- 
liazione, una vera e propria truffa. Qui sta il male, di cui mi pare 
finoggi non sia stato informato abbastanza il potere esecutivo. 
Le antiche leggi napoletane, non ancora abrogate (si avverta), 
concedono ai Consigli comunali la nomina degli amministratori 



(i) V. qui appresso a p. 38 «I monti frumentari nelle province napo- 
letane». 



LA TRASFORMAZIONE DE' MONTI FRUMENTARI 7,^ 

dei Monti frumentari, ma rendono i consiglieri personalmente e 
solidalmente responsabili della gestione: li rendono responsabili 
d'ogni frode possibile; li fanno responsabili ancor oggi dei vuoti 
commessi, il che, in novanta casi su cento, essendo pur facile 
giustificare la riduzione dei capitali primitivi, gì' induce a chiedere 
la trasformazione, che mette per sempre una pietra sepolcrale, 
in nome delle mutate e, osiamo dire, progredite condizioni dei 
tempi, su le responsabilità loro e delle loro famiglie, — non 
avendo nel diritto pubblico napoletano alcuna efficacia la pre- 
scrizione. 

La miglior prova di quanto affermo si può desumere da una 
statistica ancora inedita per Tanno corrente del Ministero del- 
l'interno, dalla quale si rileva a prima vista quanto siano di- 
minuiti i Monti frumentari, e di quanto poco si sia accresciuto 
il loro capitale; accrescimento facilissimo ad avvenire nei Monti 
frumentari. 

Nel 1860 gli Abruzzi, il Sannio e i Principati avevano 707 
Monti con un capitale di 4.805.000 lire; oggi ne hanno 716, 
ma non ostante i nuovi sian 9 di più, il loro capitale com- 
plessivo è scemato di 478.000 lire. Le Puglie, la Basilicata e le 
Calabrie, che nel 1860 avevano ben T^yy Monti con un capitale 
di 2.987.000 lire, crebbero si il loro patrimonio di lire 698.000, 
ma hanno un minor numero di 30 Monti. Dall'insieme risultano 
21 Monti di meno, e sole 220.000 lire in più. 

E fossero almeno effettivi, gli otto milioni del lor capitale!, 
perché quella cifra ha molto di fittizio, consistendo, per una 
parte notevole, in crediti verso gli amministratori prò tempore. 
E fossero ventuno soltanto i Monti venuti meno!, perché pa- 
recchi di nuova fondazione hanno preso il posto, nella statistica 
del Ministero, di quelli non più esistenti. Dei nuovi non posso 
dare il numero preciso; ma è certo che di 30 nelle Puglie e 
di 28 negli Abruzzi, i quali non figurano più negli elenchi, 
io potrei fare, uno per uno, i nomi. La diminuzione reale è 
dunque di 21, più il numero non insignificante di nuova fon- 
dazione, de' quali sono a mia conoscenza 37 nei Principati, 
4 in Basilicata. 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 3 



34 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Insomma, in quasi tutti i casi di trasformazioni avvenute, una 
grande ingiustizia è stata commessa: quella, cioè, di permettere 
la trasformazione sul capitale esistente al momento della do- 
manda, non su quello che effettivamente avrebbe dovuto esistere. 

Già, io non so ancora convincermi della maggiore bontà 
delle Casse di risparmio e di prestanza di fronte ai Monti fru- 
mentari; e, senza dubbio, è curiosa la contraddizione che esiste 
fra il chiedere, come giustamente si fa, l'abolizione del maci- 
nato, e il voler trasformati i Monti frumentari, come con fer- 
vore continuo domandano le amministrazioni comunali. Ad ogni 
modo io so questo, che le Casse di risparmio impiegano i loro 
capitali in mutui ipotecari, ossia, a benefizio di noi possidenti; 
che le Casse di prestanza agraria, co* loro viluppi cambiari, so- 
disfano più il piccolo negoziante che il piccolo colono, tanto 
sospettoso, tanto nemico del meccanismo bancario; che le Casse 
di prestanza agraria, 29 di numero con 235 mila lire di capitale, 
hanno già fatto fra noi cattiva prova, come l'avevano già fatta pel 
passato i Monti pecuniari, che, in fin dei conti, erano le antiche 
nostre Casse agrarie, vecchie di mezzo secolo; che, da ultimo, 
il rapporto delle spese delle Casse di prestanza con la rendita 
lorda è del 40 al 60 per cento, mentre nei Monti non è se non 
del 20 al 30. 

L'onorevole Ministro dell' interno chiamò antiquata la istitu- 
zione dei Monti frumentari, ed è vero, perché il Monte non è 
se non la forma embrionale del credito agrario; ma bisogna ri- 
cordare, che in tanta parte del Regno essi son pure gli unici 
istituti che si volgano a benefizio delle classi più ignote e ignorate 
del nostro paese: poverissima gente, per cui lo Stato, per cui 
l'Italia stessa non è, finora almeno, se non servizio militare, 
macinato e dazio di consumo. 

I Monti frumentari sono davvero istituzioni medioevali; ma 
l'onorevole Luzzatti, amicissimo se altri mai delle moderne isti- 
tuzioni di credito popolare, credè utile ancora, un anno fa, il 
Monte frumentario in una delle città più importanti delle Marche, 
in Urbino, perché parve a lui che la cassa di prestanza agraria 
non potesse ancora sostituirlo efficacemente. Si immagini dunque 



LA TRASFORMAZIONE DE MONTI FRUMENTARI 35 

quanta sia l'utilità di tali istituti nei villaggi ermi e scoscesi del- 
l'Appennino meridionale! 

Né ai difetti di cui sono accusati i Monti frumentari, quello, 
per esempio, della miscela delle granaglie, è impossibile di ri- 
parare per via di migliori e più pratici regolamenti. Ma sia quel 
che si voglia, a me preme oggi raccomandare all'onorevole Mi- 
nistro dell'interno, che, da ora in poi, vigili un po' più su le facili 
pompose domande di trasformazione dei Monti frumentari ; che 
sia un po' meno corrivo contro quei poveri Monti, i quali, 
del resto, non sono punto colpevoli dei peccati di cui sono 
accusati, e un po' più severo con le lusinghe delle Casse di 
risparmio e di prestanza; che preferisca, nel più dei casi, la tras- 
formazione parziale, avvicini gli statuti, il più che possibile, al 
ceto già beneficato dal Monte frumentario, e ammessa comun- 
que la trasformazione, non frapponga l'indugio di tutto un 
anno all'approvazione degli statuti e dei regolamenti. Una riven- 
dicazione generale del patrimonio primitivo dei Monti frumentari 
spero sarà proposto dalla Giunta parlamentare dell'inchiesta agra- 
ria, una rivendicazione come quella compita quarant'anni fa dallo 
Stato, cui spetta il patrocinio delle classi non ancora direttamente 
rappresentate in Parlamento, per effetto della quale furono allora 
esumati poco meno di duecento Monti, affatto scomparsi da un 
ventennio. Mi creda l'onorevole Ministro dell'interno: un po' più 
di pacatezza, un po' più di riserbo, di diffidenza anche, circa le 
domande che noi gli facciamo di trasformazione de' Monti fru- 
mentari, potrà forse dolere agli economisti della scuola, agli 
amministratori responsabili de' Monti ; ma farà certo piacere 
a tutti quei coloni, a tutti quei contadini, de' quali noi siamo 
pure, sebbene non abbiano conferito ad eleggerci, i difensori e 
i rappresentanti {Bravo! Bene!). 

Costantini 

Fortunato. Non avrei mai immaginato che le poche parole, 
da me pronunziate la prima volta in quest'Aula, potessero me- 
ritare una risposta, da parte di un mio cor regionario, un po' 
brusca, ma, voglio credere, sincera. 



36 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Riveggo l'onorevole Costantini qui, dopo sei anni dacché 
c'incontrammo nel suo Abruzzo teramano; e, senza che io 
ne abbia colpa, lo riveggo corrucciato. O io m'inganno o egli 
ha capito assai più di quello che ho detto. Egli ha affermato 
che io ho fatto una requisitoria contro le amministrazioni delle 
Opere pie dell'Italia meridionale, mentre, quale si sia la mia 
opinione intorno ad esse, non ne ho punto parlato: ho tenuto 
discorso de' soli Monti frumentari, le amministrazioni de' quali 
sono state da me definite assai più moderatamente che non 
meritassero, assai più temperatamente che da un nostro col- 
lega, da cui, non è molto, furon dette nientemeno che « dete- 
stabili e usuraie ». Io per il primo ho ammesso e ammetto le 
eccezioni; anzi, per non destare la suscettività di nessuno, a 
bella posta ho voluto dar conto delle notizie statistiche, non per 
ogni singola delle sedici nostre province, ma raggruppate in 
due grandi compartimenti. E l'evidenza delle cifre, a questo 
proposito, è innegabile. 

Né credo punto meritare la lezioncina di diritto amministra- 
tivo, ammannitami dal deputato Costantini: io non ho raccoman- 
dato al Ministro la tutela de' monti frumentari ; sapevo bene che 
essa è, pur troppo, affidata dalla improvvida legge alle Depu- 
tazioni provinciali. Ho chiesto solo al Ministro dell'interno, 
che dando corso alle domande di trasformazioni, vegga se il 
capitale presente è tutto, e davvero, il capitale primitivo. Que- 
sto, non altro. Ed è poi veramente il Ministro dell' interno che 
dà corso alle domande di trasformazione delle Opere pie, diret- 
tegli da* Consigli comunali: egli, so bene, non può decidere 
senza udire il Consiglio di Stato; ma so pure che può non fare, 
od anche agire contrariamente al suo parere. 

Certo, un po' di simpatia per quei poveri Monti non ho 
saputo né voluto nascondere; ma che per ciò? L'onorevole 
Costantini ha fatto una carica a fondo contro di essi, chiaman- 
doli frutto della barbarie e del passato... E sia: ma ciò nulla 
ha che fare con le mie raccomandazioni al Ministro, nulla con 
quelle che sono e debbono essere le comuni speranze del do- 
mani; né egli tema che troppo io troppo confidi in essi, io, 



LA TRASFORMAZIONE DE' MONTI FRUMENTARI 37 

che non la loro diffusione ho invocata e invoco, ma a ben 
altra propaganda, a quella del credito mutuo popolare, ho con- 
sacrata e consacro, com'egli sa, nelle province meridionali, 
l'opera mia. 



NB. La LEGGE 31 MARZO 1904, « provvedimenti a favore della Basili- 
cata », ha ridata vita in quella provincia a' Monti frumentari (art. 5), sia 
costituendone sia integrandone il patrimonio (art. 6 e 7), e questo disci- 
plinando con minute sicure norme regolamentari (art. 8-13). 

La LEGGE 15 LUGLIO 1906, « provvedimenti per le province meridio- 
nali, siciliane e sarde », ha esentati cosi gli atti costitutivi e gli statuti dei 
Monti frumentari da qualsiasi tassa di bollo e di registro come i loro stessi 
redditi dalla imposta di ricchezza mobile. 



38 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 



I MONTI FRUMENTARI 
NELLE PROVINCE NAPOLETANE 

(Dalla « Rassegna Settimanale », 21 marzo 1880). 



Di tanto in tanto, come nei temporali dei primi giorni di pri- 
mavera o degli ultimi di autunno, cade fitta e improvvisa, nelle 
colonne della «Gazzetta Ufficiale», una pioggia di laconici 
decreti reali, con i quali, da qualche anno, è dato facoltà ai Co- 
muni dell' Italia meridionale di trasformare i Monti frumentari in 
Casse dì risparmio o di prestanza. Il fatto, pur troppo, rimane del 
tutto ignoto all'universale; quei pochi, cui è giunta la notizia di 
esso, o non sanno che cosa sia realmente, o se ne allietano in 
cuor loro come di una riforma tanto più benefica quanto più mo- 
desta a prò delle classi bisognose: non v' ha forse un solo tra 
coloro, cui per caso cade sott' occhio quella filza lunghissima di 
uniformi decreti, che dubiti per poco della legittimità di quegli 
atti, o per poco sospetti di una insidia in essi nascosta. Il vero 
è che nessuno al mondo si cura d'indagare le intime ragioni e 
gli effetti pratici di questa nuova forma di spoliazione dei conta- 
dini meridionali, fra le non poche alle quali vanno soggetti, san- 
cita dal Governo della nuova Italia per assoluto difetto di cogni- 
zione dello stato reale delle cose; e ciò perché, dopo tanto distacco 
nella vita politica delle classi dirigenti dalle popolari, torna come 
priva d' interesse ogni questione che sì attenga, più o meno esclu- 
sivamente, ai diritti e al benessere dei ceti inferiori. A voler dire 
ove consìsta la frode consumata via via, per mezzo della trasfor- 
mazione dei Monti, è dunque necessario rifarsi un po' indietro, 
discorrendo dell' indole di queste instituzioni di credito agrario, o 
sconosciute o derise come vecchi arnesi da medio evo: che appunto 
la ignoranza dell'esser loro è causa precipua della loro ultima 
rovina. Le notìzie sul proposito è uopo esumarle qua e là, da 
pochi già obliati documenti ufficiali, poiché ci manca un libro 
che tratti a fondo dei Monti frumentari; di una, cioè, fra le poche 



I MONTI FRUMENTARI NELLE PROVINCE NAPOLETANE 39 

istituzioni del passato, che per due secoli seppe vincere ostina- 
tamente le trame degli uomini ordite ai suoi danni, e, certo, non 
credeva di dover poi morire inonoratamente in tempi tanto più 
liberi e civili. 

Di milleseicentonovanta Monti frumentari, quanti ne numerava 
la statistica delle Opere pie nel i86r, soli seicentotrentasei, con 
un patrimonio di men che tre milioni di lire, spettavano a tutta 
Italia, eccezion fatta delle sedici province napoletane; e di essi, to- 
gliendone quattrocentoventicinque dell'antico Stato pontificio sparsi 
nelle Marche e nell' Umbria, e centodue di Sicilia disseminati a 
preferenza nella regione orientale dell' isola, ne toccavano non più 
di centonove a trentotto province sopra le sessantanove del Regno. 
Prive ne sono la Toscana, la Liguria e il Veneto; dodici ne conta 
l'antico Stato di Sardegna, tutte nelle province di Alessandria e 
di Cagliari; ottandue la Lombardia, quasi tutti nel Bresciano; quin- 
dici i Ducati, più specialmente in quello di Modena. Una differenza 
notevole corre fra i Monti dell'alta Italia e quelli delle province 
insulari e centrali: i primi non sono se non mèra opera di benefi- 
cenza, poiché vengono destinati a prestiti di granaglie ai poveri 
con l' interesse del mezzo per cento, mentre i secondi, che hanno 
in certa guisa identità di scopo e di origine con i Monti napole- 
tani, fanno mutui di sementi ai coloni bisognosi, col 5 per cento 
d'interesse nelle province di Ancona e di Perugia, del 9 nei comuni 
siciliani; nei primi l'amministrazione spetta alle Congregazioni di 
carità, mentre nei secondi è affidata al sindaco prò tempore rap- 
presentato da un amministratore di sua fiducia. È dunque chiaro 
che i Monti frumentari non hanno entità e consistenza fuorché 
nel Napoletano, donde mossero, a mano a mano, nelle province 
limitrofe dello Stato pontificio e di Sicilia; e là davvero è mestieri 
studiarne un po' sia i progressi d'altra volta sia la presente loro 
decadenza. 

Il Monte, di cui si abbia più antica e certa notizia, è quello 
di Volturara Appula, istituito con testamento dell'anno 1624 da 
un agricoltore del luogo, Michele Ajasso, che legò ai coloni poveri 
del comune, perché la rendita fosse vòlta a uso di semente, una 
dote in fondi urbani di men che duemila lire di valore. A questa 
nuova istituzione dovè forse volger l'occhio il cardinale Orsini, 
arcivescovo di Benevento, quando, settant'anni dopo, fondando 
per i coloni bisognosi della sua città un'opera consimile all'in- 
tento « di svellere i contratti usurari», prescrisse ai parroci della 



40 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

diocesi, con editto del 14 febbraio 1694, di giovarsi degli avanzi 
dei luoghi pii laicali per creare novelli Monti frumentari. Eletto 
papa nel 1724 col nome di Benedetto XIII, la medesima ingiun- 
zione fu da lui fatta ai vescovi del Reame e dello Stato della Chiesa, 
prescrivendo a tutti le stesse norme statutarie: fine dell'opera, la 
somministrazione degli alimenti agli agricoltori poveri, con l'ob- 
bligo della restituzione nei giorni del raccolto, previo tenuissimo 
aumento della derrata; suo governo, nomina annuale da parte del 
parroco di uno o più amministratori, obbligati al termine dell'eser- 
cizio al rendiconto della gestione nelle mani dell'autorità vescovile. 
Più che duecento Monti ancora esistenti, dalle Romagne fin giù 
alle Puglie, debbono la loro esistenza all' iniziativa di papa Bene- 
detto XIII: fra essi, a mo' d'esempio, quello di Brindisi in Terra 
d'Otranto, che nel 1778 era giunto a tanta floridezza da sommi- 
nistrare al Comune poco meno che trentamila lire per il bonifica- 
mento delle paludi circostanti. 

Nel 1741, in forza di concordato, la vigilanza dei Monti napo- 
letani, che presero da quel momento ad aver vita distinta da 
quella dei Monti pontifici, venne affidata a un cosiddetto Tribu- 
nal misto, perché in parti uguali composto di laici e di eccle- 
siastici ; ma, duole il dirlo, da quel momento ha principio la sorda 
guerra che fu loro dichiarata. Il Tribunale, che diede segno della 
sua costituzione con l'imporre una tassa di quindici carlini per 
ogni Monte, fece subito cattivissima prova: ai massari di una 
volta, cui il parroco era solito, per lo innanzi, affidarne il governo, 
successero i borghesi, i primi borghesi del tempo; e questi, « poco 
teneri del pubblico bene e della privata fama » (0, giunsero a se- 
gno da far che i Monti, per il maggior numero, non esistessero 
più se non in carta, cosicché ironicamente si chiamarono, con 
voce d'uso. Monti cartolari. Re Ferdinando IV di Borbone, 
con un dispaccio del 17 ottobre 1781, cercò porre argine a tanto 
disordine: informato che « dei cinquecento e più » Monti frumen- 
tari delle province « molti sono interamente mancati, moltissimi 
deteriorati, quasi tutti amministrati malamente », avendo egli a 
cuore « un'opera assolutamente diretta al sollievo dei ceti più 
utili allo Stato », resi « poveri e malviventi dall'avidità insaziabile 
di pochi intesi soltanto al proprio interesse », prescrisse non solo 



(i) Annali civili del Regno delle Due Sicilie, voi. xx, anno iSsq. 



I MONTI FRUMENTARI NELLE PROVINCE NAPOLETANE 41 

che fossero riordinati e rettificati, ma a un tempo, « a van- 
taggio del bene generale », fosse eretto un Monte governativo 
con un capitale di mezzo milione di lire, prelevato dai benefizi 
vacanti e dagli spogli dei vescovadi di regio patronato, perché 
a mano a mano, con l'interesse del tre per cento, si potesse 
venire in soccorso delle province meno fornite. Sopravvenuta però 
la Rivoluzione, il capitale del Monte governativo fu senz'altro « in- 
camerato », abolito il Tribunal Misto, le cui attribuzioni passarono 
al Consiglio generale degli ospizi, abbandonati a sé stessi 
i Monti comunali; dei quali, nelle vicende fortunose del primo de- 
cennio del secolo, alcuni furono ceduti dal Demanio a conto del 
debito pubblico, i più vennero sperperati dalle autorità municipali 
del tempo. Eppure, la privata beneficenza non parve esaurita dopo 
un cosi brutto esperimento: nuovi Monti colmarono il vuoto fatto 
negli anni precedenti, sicché nel 1830 il lor numero ascendeva 
già di nuovo a poco men che settecento. E allora finalmente 
mostrò lo Stato di aver a cuore il patrocinio di coteste umili e 
pure tenaci istituzioni popolari: che da quel tempo data la loro 
presente legislazione, la rivendicazione dei loro diritti, il rapido 
loro aumento. 

Con decreto del 29 dicembre 1826 fu provveduto stabilmente 
alle norme regolamentari di tutti i Monti del Regno, ad eccezione 
di quelli forniti di speciale statuto, e dei Monti della provincia 
di Basilicata, per i quali fu emesso più tardi il decreto del 2 feb- 
braio 1834. Al decurionato, che in genere corrispondeva al Con- 
siglio comunale della legge italiana, venne concessa la nomina 
degli amministratori, dei quali, perciò, esso era solidalmente re- 
sponsabile nella persona di tutti i suoi membri; il termine della 
carica, considerata « peso civico » e pubblico ufficio, fu esteso a 
un triennio; i bilanci fu prescritto dover essere sindacati dalle pre- 
fetture, i conti minutamente esaminati e approvati dai Consigli 
degli ospizi. Salutari disposizioni, — estese nel 1838 alla Sicilia con 
la creazione di Monti consimili (i), della cui efficacia legale po- 
tremmo ancora, se Dio vuole, trarre buon partito! In quanto poi 
alla disamina delle pretese anteriori, con rescritto speciale venne 
ordinato che delegati regi circondariali, sottoposti ai Consigli di 
prefettura come a magistrati di appello, passassero a rassegna i conti 



(i) Petitti, Repertorio amministrativo delle Due Sicilie, Napoli, 1852. 



42 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

dei Monti esistenti, e rintracciassero, a un tempo, negli archivi dello 
Stato e dei Comuni tutti gli assensi reali e gli atti di fondazione 
dei Monti scomparsi dal 1781 in poi. In un decennio fu menata a 
termine tutta l'opera. Condotte a fine le indagini, e riveduti i vecchi 
computi non senza difficoltà gravissime, bisognò emettere signi- 
ficatone di ogni genere contro le passate amministrazioni, per le 
quali, in molti casi, fu uopo procedere a espropriazioni forzate in 
danno degli eredi dei debitori e degli stessi amministratori defunti; 
bisognò intraprendere lunghi giudizi innanzi ai tribunali ordinari, 
rivendicare patrimoni di dotazioni e annualità arretrate, rivedere 
a uno a uno i conti discussi parziali, liquidar crediti, concedere 
dilazioni di pagamento, transigere, ordinare su basi più solide le 
nuove amministrazioni. Cosi, al 1840, ben centosettantatre Monti 
frumentari erano stati rivendicati e tratti dall'oblio, crescendo 
di un quarto effettivo tutto il capitale. E l'esempio arrecò buoni 
frutti. Spontanee contribuzioni in danaro, lasciti di fondi rustici e 
urbani, somministrazioni in frumento di pie confraternite diedero 
origine, nel ventennio successivo, ad altri duecentocinquanta Monti; 
e moltissimi fra i precedenti, poiché la massa del grano eccedeva 
ormai il bisogno della semina, investirono una parte del capitale 
nella fondazione di Monti pecuniari, a fine di prestare ai coloni, 
alla ragione del cinque per cento sopra pegno, le somme necessarie 
per le spese del raccolto. E in quel periodo di anni, nel quale, per- 
ché il Governo era uso nel commercio dei grani attenersi cieca- 
mente al sistema protezionista, quasi a ogni triennio c'era scarsezza 
di cereali e pericolo di carestia, più volte il sussidio di quelle isti- 
tuzioni — è un uomo degno di fede che lo afferma, il duca di 
Salve — giovò a salvare il paese da gravi perturbazioni. Il saggio 
dell'interesse non fu lo stesso dappertutto: con una media generale 
del nove per cento, negli Abruzzi oscillò dal quattro al quindici, 
più basso rimase nella Campania ove fu solo del sei e mezzo, toccò 
l'otto nelle Puglie, l'otto e mezzo in Basilicata e nelle Calabrie. 
Insomma, nel 1850 le province napoletane avevano più che nove- 
cento Monti frumentari, più che mille nel 1860 con poco men di 
otto milioni di capitale, dando in media un valore di lire venti a 
ettolitro: vincevano di numero e d'importanza tutti i Monti di pietà 
riuniti insieme, però che questi non erano se non centosei, con 
un capitale di soli due milioni e mezzo. Il seguente specchietto, 
tolto dall'Annuario del ministero d'agricoltura del 1863, specifica 
la loro situazione nel primo anno della unificazione del Regno: 



I MONTI FRUMENTARI NELLE PROVINCE NAPOLETANE 



43 



PROVINCE 


Numero 

dei 
comuni 


Numero 
dei monti 
frumentari 


Capitale 


Abruzzi e Sannio 


456 


429 


3.113-020 


Campania e Principati . . . 
Puglie 


541 
286 


278 

95 


1.692.740 
1.046.420 


Basilicata 


124 


97 


801.520 


Calabrie 


410 


155 


1. 131. 960 


Totale . . 


I.817 


1.054 


7.785.660 



Triste vicenda! Con i nuovi ordinamenti non solo ebbe fine 
l'incremento dei Monti, ma ricominciò per essi, quasi colpiti da 
sùbita sentenza di morte, la dura storia d'altra volta, storia di. 
astuzie, d'incuria, di ruberie famose. La legge comunale e pro- 
vinciale del 20 marzo 1865, sottoponendoli come Opere pie alla 
tutela delle Deputazioni provinciali, tolse loro l'obbligo della pre- 
sentazione dei bilanci preventivi, liberandoli, del pari, dal minuto 
e rigoroso esame dei conti consuntivi: li rese, insomma, più sog- 
getti che mai a quelli che per lo innanzi avevano, in tante guise, 
attentato alla loro esistenza; a tutti, cioè, gli amministratori di 
fiducia dei Consigli comunali, nelle mani dei quali, « avventuratosi 
il capitale a grado a grado per tante vie, e talune senza uscita o 
ritorno, i granai si cangiarono in esili obbligazioni spesso rinnovate, 
giammai estinte, e il più di esse di dubbia riscossione » (1). Conti- 
nuarono a sussistere di nome, perché la legge non li aveva aboliti; 
ma, nel fatto, divennero presto « lettera morta », come ebbe a dire 
il direttore delle Opere pie nel Ministero dell'interno: divennero 
istituzioni inutili, « istituti prò forma », come scrisse un consi- 
gliere delegato di prefettura: si sciolsero presto « per tisi lenta e 
cronica anemia », notò freddamente un pubblicista. Negli anni del 
brigantaggio, quasi tutti cessarono dalle operazioni: gran parte 
del patrimonio sparve come per incanto; mescolanze e sottrazioni 
impoverirono, a lungo andare, i più riccamente dotati. All'ufficio 
di amministratori, in molti Comuni, furono costretti piccoli coloni 
possessori di qualche poderuccio, ma analfabeti e grulli per modo. 



(i) Panirossi, La Basilicata, Verona, 1868. 



44 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

che altri, a nome loro, poterono negoziare, al coperto di ogni 
responsabilità, le granaglie: in moltissimi, del resto, gli ammini- 
stratori furono rappresentati il più delle volte (è un sotto-prefetto 
che parla) da gente rovinata, che violando gli articoli principali 
del regolamento, cercò di farsi una rendita col pubblico patrimonio; 
altre volte facoltosi possidenti, spinti dallo spirito di rapina, non 
si peritarono di procurarsi, col mezzo di interposte persone nul- 
latenenti, forti quantità di grano, perché, o restituendole, vi mer- 
canteggiarono a scapito del Monte, o non più restituendole, furono 
sicuri della frode per la insolvibilità dei mutuanti: dappertutto, 
perciò, si ode dire ogni giorno « con un cinismo che fa ribrezzo », 
avverte il sotto-prefetto di San Bartolommeo in Galdo, « che i Monti 
non esistono se non nelle tabelle statistiche del Ministero ». E qui 
bastino, per tutti, due esempi soli, i primi che mi corrano alla 
memoria. In un comunello del circondario di Bovino, nel 1868, alla 
Commissione nominata per la fondazione di un asilo infantile, cui 
era stata concessa una quota parte delle granaglie del Monte, non 
fu dato trovare se non una massa di loppa; e una diminuzione 
di più che cinquanta ettolitri di grano nel Monte di un comu- 
nello del circondario di Vasto, nel 1875, non fu attribuita ad altra 
causa se non alla invasione e all'avidità, eccezionali quell'anno, 
dei topi tettaioli! 

A dare una idea di ciò che avviene, per solito, nelle ammini- 
strazioni dei Monti delle province napoletane, mi sovviene a buon 
punto il deputato Marcello Pepe, il quale, avendogliene io doman- 
dato per lettera, mi scriveva quel che segue: « i nostri Monti del 
Sannio e degli Abruzzi accreditano il grano mercé aumento di 
uno o di due vigesimi per ogni tomolo, rappresentati dal colmo 
della misura dello staio; e perché agli amministratori si è usi 
dare in compenso una quota parte dell'aumento, cosi accade che 
nei giorni della esazione s'impedisce al reddente di raccogliere 
quel grano che cade a terra sotto il regolo della rasiera, e nei 
giorni della distribuzione o si paleggia spesso il grano o lo si 
bagna, per fare che cresca di volume del sei per cento nel primo 
caso, del dieci nel secondo, I Monti, nell'accreditare il grano ai 
coloni poveri, esigono non solo un garante solvibile e solidale, 
ma la indicazione del campicello in cui esso verrà seminato; e però 
quei piccoli borghesi, i quali sono soliti fare da garanti, vendono 
a prezzo altissimo le loro firme, quand'anche più che sicuri della 
onestà personale dei debitori. Il grano dei Monti, essendo per lo 



I MONTI FRUMENTARI NELLE PROVINCE NAPOLETANE 45 

più misto e scadente, non vai punto per la semina, né v' ha co- 
lono che se ne avvalga altrimenti se non per cibo: or qui l'opera 
dei garanti raggiunge davvero l'usura più scandalosa. Il garante, 
mentre da un lato concede la firma al colono perché il Monte gli 
rilasci il grano da molenda, gì' impone dall'altro un mutuo privato 
di granaglie per semina: con la prima operazione esige il 25 per 
cento, con la seconda (nei casi, a mo' d'esempio, nei quali la 
restituzione per l'agosto è fissata in natura su la base del massimo 
prezzo del novembre, oltre l'interesse) tocca e supera alle volte 
il 50 per cento. E cosi i Monti non servono più se non a dar 
grano ai piccoli borghesi con l'aumento di uno o di due vigesimi, 
perché essi, facendone distribuzione ai coloni poveri, possano gua- 
dagnare, sul patrimonio della pubblica beneficenza, il 25 e il 50 
per cento di utile netto »... Triste il quadro, ma vero; che anzi 
piccola parte di tutto un quadro (mi sia lecito soggiungere) assai 
vero e assai triste per tutti coloro, i quali ormai hanno coscienza 
della grave realtà del Mezzogiorno agricolo, — ove i contadini, 
usciti appena da una delle più sanguinose guerre servili che 
la storia rammenti, una guerra di belve feroci contro il prevalere 
della nuova signoria locale, sono ancora troppo abbrutiti dalla 
fame e dalla ignoranza, perché, dice il Racioppi (0, «troppo tenuti 
a vile da' soprusi e dal disamore dei maggiorenti, troppo anzi 
corrotti dall'esempio del recente patriziato borghese, che ha posto 
unicamente nell'utile il diritto, la morale, Iddio stesso e l'onore »: 
que' contadini di mezza Italia, « che tuttora diseredati da ogni 
favore della legge, la quale, sebbene affermi l'uguaglianza per 
tutti, non ancora è uguale per tutti, oggi ancora non riescono a 
concepire l'ordine civile se non come un privilegio in benefizio 
de' pochi a scherno de' molti, né a reputare il Governo se non 
come una forza temuta e terribile, dura a' nullatenenti, morbida 
e indulgente verso i benestanti »... 

Eppure, nonostante l'acquiescenza delle autorità tutorie, lo 
spauracchio delle severe leggi del 1826 e del 1834, tuttora vigenti, 
non poteva a lungo non turbare i sonni ai Consigli comunali, 
responsabili di tanta rovina. E allora, forse, come a tacita liqui- 
dazione del capitale primitivo dei Monti, come a legale sanatoria 



(i) storia de' moti di Basilicata e delle province contermini nel 1860, Na- 
poli, 1867. 



46 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

degli sconci avvenuti, come a pratica impossibilità di ogni inchie- 
sta sui fatti e sui conti del passato, allora forse dovette correre il 
pensiero a un trovato singolarissimo, ossia, alla trasformazione 
del « capitale esistente » in Casse di risparmio o di prestanza, più 
utili di certo e più favorevoli ai benestanti che ai piccoli coloni 
e ai contadini nullatenenti. La condanna incondizionata di tutto 
ciò che pareva od era del regime caduto, forse dovette giovare 
anch'essa alla prima idea di cotesta innovazione, traendo in 
inganno gli uomini più onesti e le menti più disinteressate: due 
scrittori, il De Cesare e il Tammeo, si fecero banditori convinti 
della propaganda, di cui fu caldo seguace il prefetto Colucci, che 
giunse nel 1869 a indurre il deputato Luzzatti alla compilazione 
di un apposito progetto di legge (O. Già per tempo alcune Banche 
agrarie popolari, — quella di Melfi, per esempio, già fondata e 
riccamente dotata, in favore de* coloni poveri, dal Governo bor- 
bonico dopo il tremuoto del 1851, — si erano tramutate in Casse 
di risparmio, impiegando i capitali in mutui ipotecari o in antici- 
pazioni sopra rendita e fondi pubblici. L' iniziativa non andò fallita: 
il comune di Salza Irpina converti, primo, nel 1863, il capitale di 
lire 4000 del suo Monte in Cassa di risparmio; due anni dopo, 
Archi Chietino fece lo stesso col tenue capitale di lire 1000. Come 
suol sempre avvenire, l'esempio ebbe una grande forza seduttrice: 
ai primi decreti radi e isolati, altri ne successero più numerosi e 
inosservati; finché, da qualche anno, non vi ha mese in cui la 
«Gazzetta Ufficiale» non ne pubblichi tre o quattro per volta. 
Né quasi bastasse la illegale liquidazione che si attua, per mezzo 
loro, de' crediti spettanti ai Monti frumentari, decimandone i 
capitali primitivi, avviene pur di leggere insoliti decreti, che sen- 
z'altre particolarità, senz'altre ingiunzioni, annunziino, secco secco, 
l'abolizione di un Monte malaugurato; mi basti qui ricordare la 
sorte toccata ai Monti di Sant'Arsenio dell'Alburno e di Caramanico 
della Majella, provvisti di un capitale, nel 1860, il primo di 1000 
lire, il secondo di poco men che 6000; mi basti il caso del Monte 
di Spinazzola, il quale da più anni non figura, col suo capitale di 
25000 lire, se non solo nel bilancio passivo comunale a titolo di 
mèra dichiarazione di debito; mi basti, da ultimo, la fine vergo- 
gnosa del Monte di Pàlmoli, il cui tenue capitale, nel 1878, non 



(i) Lebrecht, Le Casse di risparmio italiane ed estere, Verona, 1875. 



I MONTI FRUMENTARI NELLE PROVINCE NAPOLETANE 



47 



bastò a pagare gli emolumenti dovuti dal Municipio al regio dele- 
gato straordinario. « La statistica del Ministero di agricoltura nel 
1863 », scrive il Theo, consigliere provinciale di Caserta, « segnava 
per Terra di Lavoro ventun Monti con 9974 ettolitri di grano, 
pari a lire 199.481,60; nella statistica del Consiglio provinciale del 
1873 i Monti si riducono a sette con 2477 ettolitri, pari a lire 
49.543,40, e troviamo notate in surrogazione sei Casse di prestanza 
con un capitale di lire 22.951,65: sicché in un decennio è sparito, 
non si sa come, un capitale di credito agrario di lire 126.985,55 ». 
Insomma, nel maggior numero dei casi, nei quali fu chiesto dai 
Consigli comunali, che in forza delle antiche leggi non abrogate 
sarebbero tenuti a renderne conto, la trasformazione dei Monti 
su la base del « capitale esistente », il Governo è intervenuto, 
ignaro e non curante dei diritti delle classi senza voto e senza 
rappresentanza, a sancire l'avvenuta liquidazione. È questo il signi- 
ficato pratico dei decreti di trasformazione dei Monti frumentari 
nelle province napoletane. La situazione dei quali, nel corrente 
anno 1880, è rappresentata dal seguente specchietto del Ministero 
dell'interno: 



PROVINCE 


Popolazione 


Numero 
dei Monti 
frumentari 


Capitale 


Abruzzi e Sannio . . . 
Campania e Principati . . 

Puglie 

Basilicata 

Calabrie 


1.282.982 
2.754.582 
1.420.892 

510.543 
1. 216.302 


401 

250 

65 

104 

148 


2.923.714 
1.403.430 
970.037 
1.315.969 
1.398.573 


Totale . . 


7. 185.301 


968 


8. OH. 723 



Non voglio qui discutere se possa esser bene, se ancora possa 
esser utile l'esistenza del Monte frumentario nei piccoli comuni 
rurali dell'Italia meridionale: credo fermamente non sia facile 
sostenere il contrario. Al prefetto Caravaggio sembrano mal riu- 
scite tra noi le Casse di prestanza succedute ai Monti, perché, a 
suo dire, lo scarso interesse del danaro impiegato in piccoli mutui 
non basta neppure a coprir le spese d'amministrazione; della 
trasformazione, poi, in Casse di risparmio, segnatamente dopo la 



48 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

provvida istituzione delle Casse postali, o, come altri è giunto a 
consigliare, della incorporazione dei Monti nelle Banche coope- 
rative, non è neanche da far parola, perché sarebbe veramente 
come voler derubare i meno a prò de' più abbienti. La stessa 
Commissione per la riforma delle Opere pie, istituita nel 1876, 
non seppe far di meglio se non proporre genericamente la tra- 
sformazione dei « Monti inattivi » in istituti « che meglio corri- 
spondano al benessere delle classi agricole bisognose». Né v'ha 
dubbio, d'altra parte, che non manchino esempi di vecchi Monti 
che han saputo riacquistare tutto il capitale primitivo per iniziativa 
dei Consigli comunali, e di Monti nuovi che in pochi anni sono 
giunti a fiorire oltre ogni speranza: rammento, a titolo di onore, il 
Monte frumentario di Melfi, rifatto a vita giovane su gli avanzi del 
passato, e quello di Francolise, fondato nel 1865 dalla Congregazione 
di carità. Certo, un gran difetto dei Monti napoletani è la mescolanza 
delle granaglie, una grande debolezza la nessuna ingerenza data 
nell'amministrazione ai veri interessati; ma l'uno non è impossibile 
eliminare con più savi regolamenti, all'altra è facile provvedere 
con l'adozione del suffragio universale nella costituzione dei nostri 
corpi locali amministrativi, come io stesso ebbi già a proporre (0. 
E sia, del resto, quel che si voglia: oggi ai veri interessati duole 
sommamente lo sperpero e la rovina dei Monti, la più vecchia 
forse, la più casalinga, certo la più invisa ai maggiorenti, fra 
le umili nostre istituzioni di beneficenza. È il prefetto di Terra 
d'Otranto del 1872 che lo afferma, con le seguenti parole: « Vo- 
lendo personalmente rintracciare la sorgente delle declamazioni 
contro i Monti frumentari, visitai i Comuni, convocai i rappresen- 
tanti tutte le classi, e dappertutto riportai le medesime impressioni: 
i poveri invocavano i Monti e reclamavano contro gli abusi, che 
li defraudavano specialmente dopo l'emancipazione della tutela 
governativa; gli schiamazzatori e gli usurai ne chiedevano la 
soppressione come vecchie anticaglie; quelli, poi, che avrebbero 
dovuto render conto de' capitali sfumati, ne esecravano fin anche 
la memoria. E questi appunto erano sostenuti dai Consigli comu- 
nali, chiamati responsabili solidalmente dalle leggi. Ecco la vera 
origine della condanna dei Monti frumentari ». 



(i) Aiit del Comitato Napoletano pel progresso degli studi economici, Na- 
poli, 1877. 



I MONTI FRUMENTARI NELLE PROVINCE NAPOLETANE 49 

Ma comunque sia della utilità di coteste istituzioni, quel che 
importa, per ora, è, che il potere esecutivo si metta in guardia, 
una buona volta, contro la tanto vantata loro trasformazione; che 
si arresti un po' su la via seguita finoggi, quella di servir da cieco 
strumento a un atto illegale e ingiusto; che indaghi lo stato pre- 
sente di quei poveri Monti in confronto allo stato di venti anni 
addietro, e faccia dalle autorità prefettizie rivendicare efficace- 
mente, senza paure e senza riguardi, i loro diritti manomessi. Im- 
porta che il Governo italiano non si mostri, in questo, da meno 
del Governo borbonico. 



G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano - \. 



Ili, 



LE BANCHE MUTUE POPOLARI 
NEL MEZZOGIORNO 

(i8 ottobre 1880) 



Discorso pronunziato a Bologna, il 18 ottobre 1880, nel 
III Congresso delle Società Cooperative di Credito. 



Signori ! — II nostro Presidente, onorevole Luzzatti, mi obbliga 
questa volta, mi forza a parlare in pubblico: a far cosa che 
non è molto nelle mie abitudini e a seconda delle mie incli- 
nazioni. Ieri ho potuto resistere a' suoi cortesi incitamenti; sa- 
pevo bene che, in fondo, mosso da vivo sentimento d'italia- 
nità, egli salutava nel direttore della banca di Nereto degli 
Abruzzi e in me, rappresentante la banca di Rionero di Basi- 
licata, la più remota fra tutte, sentinella avanzata della coope- 
razione del credito giù verso il Mezzogiorno, salutava in noi 
due i primi delegati de' sodalizi meridionali a' congressi del- 
l'Associazione fra le banche mutue popolari italiane. Ma oggi 
egli mi costringe a levarmi di mezzo a voi, personalmente in- 
vitandomi a esprimere la mia opinione sul quesito che ora ci 
occupa, intorno a cui, con voce freddamente paterna, ha ri- 
ferito dianzi il nostro Vice -presidente, l'onorevole Pedroni. 
Ebbene, per quanto sia incompetente, e mi vegga impreparato, 
accetto di buon grado l'invito: l'accetto, perché questo è il tèma 
più grave del presente Congresso; perché esso vince gli stessi 
limiti della efficacia, pure cosi alta, della nostra Associazione; 
perché, insomma, esso è augurio e promessa di giorni migliori. 

Volete che io parli? Lasciate io parli franco e aperto, come 
a fratelli. Da più tempo noi non ci guardiamo più come ne' 
be' giorni del patrio riscatto, che ormai ci sembrano lontani 
nella memoria; in que' be' giorni, quando pareva fossimo, da 



k 



54 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

secoli, avvinti a una sorte e stretti a un patto, — settentrio- 
nali e meridionali. Da più tempo ci guardiamo freddi, se 
non dubbi e sospettosi. Cessato l'entusiasmo dei primi anni, 
durante i quali una sola grande poesia ci accomunò tutti, noi 
siamo tornati, come prima, se non estranei, indifferenti gli uni 
agli altri. Per noi, voi siete i più fortunati e i più ricchi. Per voi, 
noi siamo... Via, a che tacerlo? Gran parte di voi avete una 
idea non bella, non lieta di noialtri! Si; ma una idea precisa, 
netta, determinata, voi non l'avete, voi dovete riconoscere di 
non averla. Ci sono, senza dubbio, due Italie in una; ma quella 
di esse che numera nove milioni di napoletani e tre di siciliani, 
è un enimma, un mistero per voi ; voi non sapete che cosa ri- 
spondere se, per avventura, vi chiedeste quel che sia realmente 
questo benedetto Mezzogiorno, che, piaccia o non, vi s'impone 
ogni giorno più. E il vero è che poco ci conosciamo, perché a 
lungo noi fummo troppo divisi ; da più che un millennio noi ci 
siamo separati, percorrendo faticosamente due vie difficili a un 
modo, ma troppo diverse Tuna dall'altra. Ci lasciammo, senza 
volerlo e senza saperlo; ma pure senza una piena coscienza del- 
l'esser nostro, della medesimezza di colpe, di dolori, di speranze, 
di destini. Ci lasciammo, voi retti a comuni, noi a monarchia; e 
uno stesso nemico, a suo agio, elevò fra voi e noi una muraglia 
cinese, la gran muraglia del papato. Confinati laggiù, senza com- 
merci, senza industrie, senza relazioni di sorta, con duecento- 
trent'anni di dominazione spagnola su le spalle... Ah, ci avete mai 
pensato seriamente, la mano su la coscienza? E ci chiedete quel 
che siamo! Siamo quel che la razza, il clima, il luogo, la storia 
(la storia di un paese naturalmente assai povero, che gU uo- 
mini si ostinarono a credere naturalmente assai ricco) hanno 
voluto che fossimo: nella sventura i più duramente colpiti, i più 
deboli al momento della riscossa. Ma, appunto per ciò, l'avve- 
nire d'Italia è tutto nel Mezzogiorno; ed è bene lo dica io, che 
non ho avuto e non ho lenocini per il mio paese: il Mezzo- 
giorno, sappiatelo pure, sarà la fortuna o la sciagura d'Italia! 
Perché, davvero, non è con l' ignorarci che voi potrete, quando 
che sia, risolvere l'immane problema. Se a noi bastasse l'animo 



LE BANCHE MUTUE POPOLARI 55 

di ridividerci, e questa volta di piena volontà, io capirei la vostra 
indifferenza, spiegherei l'atonia vostra col cieco sillogismo del 
momento. Quando però voi non volete pensar questo; quando, 
anzi, voi per i primi tenete fermo al cardine dell'esser nostro, 
all'unità nazionale; quando il solo nome di regionalista pare 
a voi come una bestemmia, una minaccia, un tradimento: oh 
allora, per Dio, le nostre debolezze e le nostre miserie sono le 
vostre; sono le debolezze e le miserie di tutta Italia! Voi ignorate 
la gravezza del male e l'imminenza del pericolo, e perciò sten- 
tate a raccogliervi intorno a un intento solo, a un fine cosi no- 
bile; vi manca la coscienza dell'interesse, e perciò vi difetta 
quell'intelletto d'amore, quell'oblio di voi stessi, che solo pos- 
sono salvar noi e la patria comune. 

E non crediate io esageri o mi faccia, dinnanzi a voi, vincere 
da me stesso: tutt'altro! Siete mai stati laggiù, nel Mezzogiorno? 
avete mai viaggiato per le province più remote e lontane? Voi 
forse, molti fra voi certamente non avete vistò se non Napoli: 
Napoli la gaia, rumorosa, caratteristica prima città del Regno; 
Napoli che vi allieta e vi distrae, lasciandovi nella fantasia come 
una vaga visione delle mille e una notte. Ma avete mai notato 
anche in Napoli, anche nella prima città del Regno, quel feno- 
meno terribile e quasi unico in Europa, di una grande città 
di mezzo milione di abitanti, che per due terzi della sua po- 
polazione ha una plebe senza lavoro quotidianamente sicuro? 
E che mai è Napoli di fronte al Sannio, ai Principati, alla Ba- 
silicata, alle Calabrie? Ah si; il paragone posso ben farlo io, 
perché la mia regione la conosco palmo a palmo, l' ho più volte 
girata da un capo all'altro, l'ho studiata, ne ho amorosamente 
evocato il segreto ! Ah si ; voi non potete, non potrete mai com- 
prendere il senso di sconforto, di accoramento, d'invidia quasi, 
da cui è colto uno di noi nell' oltrepassare i vecchi confini del 
Tronto e del Liri, nel venir su per la verde Umbria nella fe- 
lice Toscana, nella pingue Romagna, nella valle ricchissima 
dell' Eridano! È un sentimento ignoto a voialtri; potremmo 
parlarne tutto il giorno, e forse non c'intenderemmo. Al con- 
trario, basta percorrere un tratto delle nostre province, giù per 



56 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

le grandi linee ferroviarie che le attraversano da un capo al- 
l'altro, per avere un primo esatto concetto del vero: all'aria 
di rigoglio e di quiete nell'agricoltura, che tanto ha colpito me 
ne' vostri paesi, succede improvviso nell'animo del viandante 
come un senso indicibile di turbamento e di maraviglia per un 
non so che di universale desolazione, che gli fa credere a un 
cataclisma, a una recente irruzione di barbari, all'accorata elegia 
di quelle «terre morte», di quegli antichi paesi abbandonati 
dagli uomini, di cui ci parlano i viaggiatori dell'Eliade e del- 
l'Asia Minore... Voi pensate allora come a una lotta crudele, 
fierissima, fra l'uomo e la natura: una lotta, di cui l'uno e l'altra 
portano indelebili le tracce dolorose. Ed è una guerra acerba quella 
che si combatte laggiù, per l'esistenza: la nostra società stessa, 
sconvolta per tanti secoli, non ancora è stabilmente assestata: 
essa è ancora all'inizio della sua formazione, con tutte le vio- 
lenze — mal celate dalle forme di un'epoca civile — delle so- 
cietà primitive; con tutto l'urto irresistibile — per quanto sordo 
e latente — delle passioni irrefrenate. E una sorte comune ade- 
gua tutti, proprietari e proletari, borghesi e contadini, galan- 
tuomini e cafoni: l'assoluta mancanza di capitali, nel vero 
senso della parola, assoluta fino ne' minuti risparmi dell'azienda 
domestica de' meno disagiati : Leopoldo Franchetti e Sidney 
Sonnino, che hanno scritto i migliori libri sul Mezzogiorno, 
possono dirvene qualche cosa. Laggiù quasi non è, e non 
può essere ancora, questione di ripartizione della ricchezza: 
male si può ripartire ciò che non ancora è stato prodotto. 
Quante volte, girovagando per quelle province, mi si è offerto 
all'occhio lo stesso uniforme monotono paesaggio! la cam- 
pagna è deserta, povera di alberi, poverissima di abituri; i fiumi 
sono torrenti, franose le pendici, devastati i boschi secolari ; la 
coltura è meramente estensiva, il terreno non solcato da vie 
rotabili, la proprietà stessa o incerta ne' suoi titoli e fonte 
di liti pubbliche e private, o gravata duramente dell'ipoteca 
e del credito fondiario: solo di tratto in tratto, a grandi distanze, 
un gruppo triste di casupole in cima a qualche cocuzzolo di 
monte: è un Comune, al sicuro dalla malaria; è la vita, tutta la 



LE BANCHE MUTUE POPOLARI 57 

vita della contrada, tanto diversa dalla vostra. Un'idea vi corre 
al pensiero: ricchezza pubblica è pubblica moralità, E ce l'augu- 
rate la ricchezza, perché lo spettacolo di quella miseria vi mette 
addosso una compassione non so come acre e irosa; un incubo 
vi preme d'ogni parte, senza che possiate a prima giunta darvene 
ragione. E ho io bisogno di mostrarvi quanto siamo men ricchi 
di voi? non parlano già chiaro le statistiche, una per una, delle 
produzioni, de' commerci, de' consumi? Oh allora, che vi basti 
il cuore di commisurare la soma de' sagrifizi alla stregua della 
nostra potenza; di lasciarci a noi soli, al nostro solo incertis- 
simo destino; di separare, insomma, la vostra dalla nostra causa, 
il vostro dal nostro avvenire! 

Per questo io ho detto che il presente quesito del Congresso, 
che si volge a rintracciare in qual modo si possano diffondere 
le istituzioni di credito mutuo nell'Italia meridionale, è un au- 
gurio e una promessa di giorni migliori; di giorni, nei quali 
sarà più viva fra voi la coscienza di tanta parte del Regno: 
augurio di studio maggiore, promessa di maggiore interesse da 
parte vostra per la causa del Mezzogiorno. La commozione che 
prende me, non può non essere condivisa da' miei concittadini 
alla novella, che l'Associazione fra le banche mutue italiane ha 
messo a sé stessa il problema di estendere la sua azione alle pro- 
vince meno prospere, meno felici; perché, veramente, niente con- 
forta più di una sola parola amica, di un solo porgere di mano del 
più forte al più debole: è quel che avviene in una stessa famiglia, 
tra i figli di uno stesso padre, ne' momenti di malumore; è la 
impressione che han provata i miei conterranei di Rionero, 
all'annunzio della prossima venuta in Basilicata dell'onorevole 
Luzzatti. Ed è bene questa prima voce e questo primo esem- 
pio vengano da voi, presidenti e direttori delle nuove Società 
cooperative di credito; da voi, rappresentanti le più giovani, 
le più utili fra le moderne istituzioni di previdenza e di lavoro; 
da voi, che propugnando il risparmio e la mutualità ne* ceti 
meno abbienti, non solo non conoscete limiti fra una provincia 
e l'altra, né confini fra una e l'altra regione, ma affermate a 
viso aperto, ripercotendo nell'animo vostro il palpito di tante 



58 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

migliaia di uomini, che il dolore non ha patria, che la reden- 
zione di noi tutti deve aver inizio dal basso all'alto, che la 
fortuna stessa d' Italia deve procedere dal Mezzogiorno al Set- 
tentrione ! 

Basta l'aver formulato il quesito, perché trovi eco nel paese: 
in quanto alla sua pratica applicazione, essa, purtroppo, non è 
cosi facile come potrebbe sembrare a prima vista. Non sarò i(\ 
certamente, a farvi illusioni: io ne so qualche cosa, dopo lunga 
esperienza personale; chiedetene al nostro Presidente, che fin 
dal primo Congresso di Milano mi sa incerto, e, alle volte, 
dubbioso. Ma le difficoltà dell'impresa ci devono incuorare al- 
l'azione, tanto più degna quanto meno facile e sicura. Più cose 
si oppongono alla diffusione delle banche popolari nell'Italia 
meridionale: in particolar modo, la mancanza di una classe di- 
rigente, fortemente sana di tradizioni, di coltura, di lavoro, né del 
tutto insufficiente per ogni fervore di attività ideale; la scar- 
sezza, come ho detto poc'anzi, di capitali e di risparmi ; il di- 
fetto di ogni più elementare nozione bancaria. Date queste du- 
rissime condizioni, è chiaro che la propaganda del credito mutuo 
nelle province meridionali è, più che ardua, irta di pericoli: in 
un ambiente cosi fatto, una banca può essere un pretesto di 
consorteria polidca, un'arma di partito municipale, una maschera 
di associazione usurarla; in un paese cosi povero di movimento 
commerciale, una banca può distrarre da più utili se non da più 
lucrosi impieghi — quello, ad esempio, dell'industria agricola — 
tutto quel po' di danaro, raccolto a furia di privazioni; od anche 
può assorbire, fin troppo, le attività nascenti e le iniziative pri- 
vate; o può, infine, troppo facilmente assuefare al bisogno fittizio 
del credito — svisandone la natura — gl'imprevidenti e gli 
uomini leggieri. E senza dilungarmi sul proposito, che temerei 
di abusare della vostra indulgenza, permettete io dica breve- 
mente della umile storia, de' suoi meriti e de' suoi rischi, della 
banca della mia Rionero, la quale, grazie a Dio, è lontana an- 
cora da cotesti estremi: essa, più e meglio di ogni altra con- 
siderazione, vi farà note le gravi difficoltà che ci si oppongono 
al desiderato intento. 



LE BANCHE MUTUE POPOLARI 59 

Il nostro Presidente vi ha detto, e ha scritto di recente nella 
«Nuova Antologia», che io sono stato il fondatore della 
banca di Rionero. Non è vero, o signori. L'onore di averla 
fondata, se onore è, spetta a tre giovani modestissimi, a un 
impiegato municipale, a un piccolo negoziante, a un farma- 
cista. Venuti in discorso un giorno del 1873, molto prima che 
io mi fossi occupato, per le stampe, di cotesto argomento (^), 
essi risolsero di creare una certa cosa che fosse diversa dalle prime 
nostre istituzioni di previdenza popolare; risolsero, cosi, all'in- 
grosso: e, datisi a sfogliare più numeri della « Gazzetta Uffi- 
ciale », ne cavaron fuori uno statuto curioso, strano, enorme, 
di banca mutua da' cento articoli, che comprendeva in sé lo 
scibile bancario; il nome stesso, un nome ampolloso, che vol- 
lero dare al sodalizio, Banca di Soccorso e d'Incorag- 
giamento all'Agricoltura all'Industria e al Commer- 
cio, vi dice della poca precisione de' loro fini. Diedero inizio 
alle operazioni in una stamberga, senza mobili, senza uffici re- 
tribuiti, con un capitale versato di sole novecento lire. Ma oggi, 
scorsi otto anni, un nuovo statuto, certo non paragonabile a quello 
che ci ha presentato ieri l'onorevole Pedroni, ma ben diverso 
dal primitivo, regge la banca di Rionero: il nome hanno voluto 
e han fatto bene a conservarlo, ma oggi ha sede, ordinata e 
bellissima, giù in piazza: oggi ha un capitale di mezzo milione, 
duecentomila di capitale proprio, trecentomila d'estraneo. È quasi 
tutto il numerario del Comune, eccetto i risparmi de' maggio- 
renti, impiegati nella gora morta del Gran Libro; i più ricchi 
non hanno se non poche azioni e non un centesimo di depo- 
sito: io stesso non ne ho se non una. Siamo riusciti a racco- 
gliere, nella fidata mutualità del credito, 630 soci: di essi, 189 
sono contadini, 125 artigiani, 114 piccoli borghesi; e il Comune 
non conta se non poco più di undici mila abitanti. Al 31 di- 
cembre dell'anno scorso esistevano in cassa di risparmio 168 
libretti per un ammontare di tredici mila lire, e soli 60 supe- 
ravano le cento: la media de' versamenti non fu se non di lire 



(i) G. Fortunato, Le Società Cooperative di Credito, Milano, Treves, 1877. 



6o IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

quaranta; nel numero dei depositanti avevamo 50 minorenni 
d'ambo i sessi, 35 artigiani, 40 contadini: la Cassa postale di 
risparmio può dirsi inoperosa. E alla piccolezza de' depositi fece 
riscontro la piccolezza dei prestiti e degli sconti, i quali raggiun- 
sero la cifra di 2230 per una somma di più del milione; e di 
essi, ben 538 non superarono le venti lire, 429 le cinquanta, 
240 le cento, 321 le cencinquanta, 103 le duecento: solo 135 
oltrepassarono le mille. Quale e quanta somma d'intelligenza, 
di perseveranza, di ostinazione, ne' cooperatori di Rionero, che 
otto anni prima ignoravano tutto ! Né ci appaghiamo delle ope- 
razioni meramente bancarie. Più di una volta alle crisi anno- 
narie sopperimmo con l'acquisto di cereali, che rivendemmo ai 
più bisognosi; questo inverno, difficilissimo se altro mai, la 
rivendita di un gran carico di granone, fatto venire a bella posta 
dal Danubio, salvò dalla fame il contadino. Abbiamo inoltre as- 
sunto l'esercizio delle esattorie di sette Comuni, ribassando l'ag- 
gio al due e mezzo per cento, là ove nel primo quinquennio 
esso non fu meno del sei e fin del quattordici per cento. Il se- 
natore Rossi è fieramente avverso a cotesta operazione, né io 
certo ne sono amico: ma il vero è che i contribuenti di que' sette 
Comuni godranno, nel quinquennio, del beneficio netto di lire 
centoventimila. E poi notate un altro effetto: facendola da esat- 
tori, indovinate un po'!, noi la facciamo da propagatori delle 
banche mutue popolari. Fra i nostri Comuni di uno stesso cir- 
condario, come da per tutto nella dolce Italia, c'è tale astio 
fraterno — antica virtù nostra che ci ha dato cosi be' frutti — 
da campanile a campanile, che se un giorno ne avremo l'eguale 
per gli stranieri invasori, io credo il Regno potrà serena- 
mente impegnarsi nella guerra più arrischiata. Or bene, nono- 
stante la buona volontà di farla da esattori in guanti gialli, 
si che nel corso del 1879 non avemmo se non sole quat- 
tromila lire di espropriazioni forzate, pure è cosi fiero l'or- 
goglio paesano — guardate un po' ove mai si va a ficcare l'or- 
goglio! — , che il Comune più scevro di pregiudizi si leva 
come per una offesa o una sfida: si leva pronto e concorde, e 
mette su la banca popolare. Melfi, ad esempio, l'ha già bella e 



LE BANCHE MUTUE POPOLARI 6l 

formata, e, come si conviene a una cittadina capoluogo di cir- 
condario, la inizia con un capitale di lire sessantamila. Lo stesso 
faranno tra poco, alla venuta dell'onorevole Luzzatti, Venosa e 
Lavello; quella di Barile funziona già prospera da più che un 
anno: sicché, a conti fatti, de' dieci Comuni, de' quali è for- 
mato il Collegio che ho l'onore di rappresentare in Parlamento, 
ben cinque saranno dotati nell'anno prossimo di banche mutue 
popolari. E un'altra operazione abbiamo quest'anno aggiunta 
alle altre, la distribuzione delle sementi ai coloni bisognosi; nel 
solo primo giorno, e v'ero io presente, cento e più coloni sono 
accorsi al magazzino della banca: su mille tomola di grano date 
in mutuo, i coloni han fatto un risparmio, su l'interesse cor- 
rente, di circa duemila misure, che a cinquanta centesimi 
runa rappresentano la bella cifra di lire mille. È l'ufficio de' 
vecchi Monti frumentari che noi vogliamo dar prova di sapere, 
di poter degnamente esercitare: di que' Monti tanto calunniati, 
perché tanto derubati. Or che nel vantato nome del progresso 
una bugiarda trasformazione viene, a mano a mano, a liquidare 
queste povere istituzioni, delle quali noi altri borghesi abbiamo 
cosi a lungo abusato, è bello, è onesto che una piccola banca 
ne rivendichi il fine primitivo, la rigorosa amministrazione, la 
savia vigilanza: è bello, io dico, che noi stessi facciamo pubblica 
ammenda del passato, mostrando non essere necessario, come 
generalmente si afferma, convertirle in Casse di prestanza. Lo 
strano proposito, che altri ha pure osato di accampare, quello 
di concedere alle nascenti banche popolari quel po' di patrimonio 
che a' Monti ancora avanza, noi respingiamo sdegnosamente, 
come se ci si consigliasse una ladroneria. E per l'anno pros- 
simo, finalmente, io spero sieno per istituirsi premi d'incorag- 
giamento da trarsi a sorte fra i contadini e gli artigiani più 
assidui al risparmio settimanale di pochi soldi; che non è in- 
grato né sterile il terreno, essendo già vivo l'esempio della 
Società artigiana, i cui soci depositano da due anni dieci cen- 
tesimi al giorno, per un magazzino cooperativo di consumo. 
Cotesti premi furono la prima volta adoperati dalla banca di 
Lodi, fra le migliori del nostro sodalizio. Riuscito a noi lo 



62 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

esperimento, anche noi saremo indotti, presto o tardi, a tentare 
come Padova e Cremona, come Bergamo e Bologna, il prestito 
su la parola d'onore, l'ultimo fastigio, cui è dato giunrjfere alle 
banche mutue italiane. 

Fin qui de' meriti della banca della mia Rionero: ora delle 
censure e de' rischi eventuali. La prima osservazione ci venne 
fatta dall'onorevole Presidente, e riguarda il sussidio annuo che 
l'istituto dà alla banda municipale. Si, è vero: la nostra coope- 
rativa aggruppò tre anni addietro, e oggi sussidia annualmente, 
que' venti giovanotti operai del Comune, che diretti da un bravo 
maestro, formano ormai una banda più che discreta. Ebbene, io 
non credo sia proprio il caso di gridarci la croce addosso. Pen- 
sate all'effetto, che può e deve aver la musica su le anime rudi 
de' nostri cafoni: venite un po' con me a vederli, taciti e com- 
mossi, giù in piazza la domenica o su in sala nelle prime ore 
della sera, aggruppati intorno alla banda, che diviene, cosi, un 
facile mezzo educativo. E pensate che un po' di odio cova an- 
cora in que' petti, chiusi a ogni sentimento di pace e di amore. 
Covano ancora un po' di odio, perché, via!, sono di carne an- 
ch'essi; abbiamo lor fatto riconoscere l'Italia a furia di fucilate: 
l'Italia del Re de' galantuomini — curioso l'equivoco! — , cioè 
de' benestanti e de' professionisti, che nel beato vicereame spa- 
gnolo finanche l'onestà era privilegio de' ricchi e de' togati. 
E v'ha forse maggior pericolo, per uno Stato quale è il nostro, 
nuovo e non compreso dalla maggioranza, dell'odio delle plebi 
rurali? Ecco, a mio parere, la giustificazione del sussidio annuo 
da parte della banca alla banda municipale. Un'altra censura 
ci venne fatta per l'alto saggio dello sconto: il 9 per cento. 
Si, altissimo per sé stesso. Ma voi errate grandemente se col 
solo criterio della ragione dell'interesse nelle vostre province, 
venite fra noi scandalizzati: il 9 è una provvidenza, là ove il 
mutuo con prima ipoteca non si ottiene se non all'S, il mutuo 
in generi al 25, il mutuo personale al 50! È la verità, la cruda 
verità. Chiediamo il 9, perché non abbiamo depositi se non 
al 7: capitali, che in parte sarebbero altrimenti distratti sul De- 
bito pubblico, in parte in impieghi usurari. Nessuna fra le banche 



LE BANCHE MUTUE POPOLARI 63 

meridionali ha Io sconto inferiore ali '8: qualcuna lo ha al io; 
delle stesse banche settentrionali, la tenuità dell'interesse in 
alcune di esse non è mascherata se non dal silenzio della prov- 
vigione; finanche le banche germaniche, che altri eleva a cielo 
per atterrare più facilmente le nostre, giungono non di rado, 
qua e là per le campagne, al i2 e al 14 per cento. E nondi- 
meno io ammetto per il primo che noi dobbiamo ribassarlo di 
un punto almeno, di due per i prestiti non oltre le trenta lire, 
somma de' giudizi di competenza del Conciliatore: l'onorevole 
Luzzatti, venendo tra noi, chiederà e otterrà, ne sono certo, 
la promessa del tentativo per il prossimo esercizio; ma, dopo 
tutto, vi commova pure l'immagine dolorosa di una regione 
cosi estesa, in cui è forza ritenere e ammettere il 9 per cento 
come una redenzione di plebi derelitte: o se non volete giustifi- 
care il fenomeno, spiegatevelo con le leggi inesorabili dell'offerta 
e della domanda. E non altri dubbii ispirasse a me la piccola 
banca di Rionero ! Io posso parlar chiaro e aperto, perché i miei 
conterranei sanno bene che amandoli sul serio, non so adoperare 
verso di essi né adulazioni né lusinghe. Al punto cui siamo 
giunti, il pericolo della banca di Rionero non è la tisi, è addi- 
rittura l'apoplessia: la troppa eccedenza negli affari, il soverchio 
ardimento ne' suoi amministratori. E v'ha di più. L'ottima riu- 
scita della impresa, che ha di tanto ecceduta l'aspettativa gene- 
rale, temo non distragga i miei compaesani dallo scopo vero 
della istituzione; temo alle volte non siano vinti dalle seduzioni 
de' grossi dividendi, che l'anno scorso, a mo' d'esempio, fu- 
rono davvero eccezionali; temo, insomma, che da banca mutua 
popolare non si trasformi, a lungo andare, in banca di cre- 
dito ordinario, — oggi che sopra tutti i culti, ahimè, c'è il 
culto dell'utile... La fortuna e l'applauso viziano gli animi: e 
io pavento, per essa, la troppa fortuna e il troppo applauso. 
Fa mestieri richiamarla di continuo alla umiltà delle origini, 
de' fini, delle apparenze, de' prestiti, de' lucri: ardua cosa, se 
altra mai; ardua e noiosa! Questo il gran rischio della mia 
banca: opera del buon volere de' pochi, potrebbe rovinare per 
la irrequietezza de' molti, e guai, per i miei conterranei, se 



64 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

rovinasse! (^). Ma mi conforta la concordia degli animi nel sen- 
timento profondo, che il buon nome dell'istituto è ormai un 
debito d'onore, una vera cambiale tratta sul nostro avvenire. 
Chi ama teme, suol dirsi; e perché c'è a cuore l'onor nostro, 
noi temeremo, noi vigileremo sul nostro istituto! 

E più che opera di pochi, opera di un solo fu la banca con- 
sorella di Barile, Comune albanese di soli tremila abitanti a due 
chilometri da Rionero. Essa è qui rappresentata dal nostro Pre- 
sidente, con apposito invito, giuntogli ieri a sera, del diret- 
tore. Bisognerebbe vederla quella cameretta, linda e tersa come 
uno specchio, rallegrata da un bellissimo ritratto del Re, dono 
e lavoro di un artista, cassiere della banca; quella cameretta, 
da cui si passa su di un terrazzo, pieno colmo dei più be' 
fiori del Vulture. La più democratica, forse, tra le banche me- 
ridionali, essa possiede già in cassa tutto il capitale di otto- 
mila lire, non superando l'azione le lire venti: e de' suoi 175 
soci azionisti, 70 sono coloni, 30 artigiani. Delle sue 84 ope- 
razioni di prestiti, 37 non superarono nel 1879 le cento lire, 
32 le duecento, 8 le trecento, 3 le cinquecento: l'importo totale 
fu di lire 14.200. L'acquisto di una certa quantità di zolfo ha 
giovato, ora è poco, agli azionisti possidenti di una spanna di vi- 
gneto: e, nel verno scorso, il solo annunzio da parte sua del- 
l'impianto di un panificio per i soci bisognosi, piegò a più miti 
consigli l'animo dei fornai, i quali, non contenti di vendere il 
pane a sette soldi il chilogramma, impastavano due terzi di pa- 
tate con uno di cereali, adoperando il sale già usato per i salami. 
Ma, senza spendere molte parole, ecco qui un brano di una 
lettera del direttore, che voglio leggervi a prova di quanto 
affermo. « L'usura — egli scrive — enormemente cresciuta nel- 
l'ultimo decennio per le continue annate cattive, fece nascere 
in me il pensiero di fondare un istituto di credito popolare: ne 



(i) E rovinò, dodici anni dopo, insieme col maggior numero delle banche popo- 
lari meridionali ! Perché e come, io dissi alla Camera de' Deputati, nel 25 giugno 
del 1893, in un discorso (xvi della presente raccolta) sul riordinamento degl'istituti 
di emissione. 



LE BANCHE MUTUE POPOLARI 65 

tenni discorso in un crocchio di artigiani, e di accordo con essi 
stabilimmo d'imitar l'esempio della vicina Rionero. La proposta 
fu accolta con tanto favore, che presto fu sottoscritto tutto il 
capitale sociale. Anzi, da vari di quegli stessi che prestavano 
a usura, non solo non ci fu fatta opposizione, ma ci si animò 
all'azione, pensando essi in cuor loro di giovarsi dell'istituto 
a fine di più sicuri guadagni : che immaginavan forse di potersi 
avvalere della breve scadenza di tre mesi, per vedere suppli- 
chevoli que' poveri contadini, che nei mesi dell'inverno non 
potessero sodisfare i loro impegni. A scongiurare il pericolo 
noi stabilimmo che il mutuo potesse contrarsi anche per la 
durata di un anno: e perché ciò non incontrasse difficoltà nel- 
l'applicazione, elevammo l'interesse al 7 per cento su' depositi 
oltre i dieci mesi, ossia più del 3 che quello su' conti correnti 
e più del 2 e mezzo che su' depositi a tre mesi di scadenza, 
e deliberammo che la metà de' membri del Consiglio di ammi- 
nistrazione dovesse, di necessità, esser formata di contadini e 
di artigiani. A' quali noi abbiamo reso facile l'acquisto delle 
azioni, mercé la tenuissima rata mensile di soli cinquanta cen- 
tesimi ». Non si può scendere più giù, dice il nostro Presidente, 
con la gloriosa umiltà del credito! 

E come a Rionero e come a Barile, da per tutto nelle pro- 
vince meridionali la fondazione di una banca popolare fu opera 
di uno o di pochi individui, non mai di una classe: se non 
temessi di abusare della vostra pazienza, potrei dirvi i nomi dei 
fondatori per ciascuna delle tredici banche meridionali che sono 
a mia conoscenza, tre delle quali hanno vita negli Abruzzi, cinque 
nella Campania, quattro nelle Puglie, una sola nelle Calabrie; 
qui presente è il collega Bianco, fondatore della banca tera- 
mana di Nereto. Or questo difetto di una classe, cui potersi 
dirigere con frutto e fidare con sicurezza, è senza dubbio l'osta- 
colo maggiore a una seria propaganda del credito mutuo in 
quelle regioni. Ma, ripeto, non saremo noi cui farà mancanza 
l'energia necessaria: basti, per ora, l'averne formulato il que- 
sito. L'onorevole Pedroni ha fatto invito a tutte le banche del- 
l'alta Italia per assegnare gratuitamente una somma, affinché 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 5 



66 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

possa costituirsi un fondo d'incoragì^iamento, essendo pronta 
a dar l'esempio, per una cifra non lieve, la banca di Milano, 
da lui presieduta. Io sono certo che anche le umili cooperative 
dell'Italia meridionale non mancheranno all'appello; prima fra 
tutte, naturalmente, quella di Rionero. Ma non è certo nelle 
vostre intenzioni di fare l'elemosina: la cieca elemosina, voi 
sapete, corrompe. Soccorsi e aiuti, si; largizioni gratuite, non 
mai. Né certo è questione d'impiantare, qua o là, succursali, 
che sono contrarie al principio d'autonomia, uno de' cardini 
principali della cooperazione italiana: una succursale in una pro- 
vincia lontana, senza conoscenza diretta de* luoghi e delle per- 
sone, senza lo sforzo preventivo del risparmio, senza il controllo 
vigile degl'interessati, non potrebbe non fare se non cattivis- 
sima prova. Armandoci invece di santa pazienza, e lavorando 
di santissima lena, noi con quel fondo potremo, via via, rag- 
giungere più saggiamente lo scopo. Primo fra i mezzi di pro- 
paganda, a mo' d'esempio, potrebbe esser quello di agevolare 
l'impianto dell'istituto bancario, le cui spese — ognun di noi 
ne ha fatta l'esperienza — sono troppo gravi : le due banche 
di Eboli e di Trinitapoli, iniziate da' nostri amici Cestàro e Tam- 
mèo, per ciò solo non ancora han potuto vincere le ultime diffi- 
coltà della loro costituzione. Un secondo mezzo sarebbe la pubbli- 
cazione di un piccolo giornaletto della cooperazione italiana, che 
rendesse di facile comprensione l'organismo stesso dell'istituto, 
vigilandone i primi passi, ammonendolo in caso di bisogno, 
facendoci noti una buona volta gli uni agli altri, con le virtù e 
con i vizi e con gli esempi di casa nostra. Altro mezzo potrebbe 
essere un ufficio d' ispezione nel seno stesso dell'Associazione, 
i cui membri si facessero, di anno in anno, a visitare le più 
abbandonate province del Regno, incorando i buoni, vigilando 
gl'istituti nascenti, esaminando la natura vera degli uni, cono- 
scendo personalmente i direttori degli altri : un elogio o un rim- 
provero di uno fra voi, benemeriti della cooperazione ita- 
liana, avrebbe laggiù — credetemi — un grande valore, forse 
il maggiore fra tutti. E mezzo ultimo sarebbe, a parer mio, 
l'acquisto di un certo numero di azioni, di cui ha fatto cenno 



LE BANCHE MUTUE POPOLARI 67 

il Vice-presidente, prelevandone la somma dal fondo d'inco- 
raggiamento; ma non si dimentichi, per amor di Dio, che questo 
dovrebbe essere assolutamente l'ultimo mezzo della propaganda: 
quello, cioè, che impegnando la nostra firma e la nostra respon- 
sabilità, assicuri il pubblico della piena guarentigia della banca 
popolare. 

Del resto, è vano discutere i mezzi possibili della nostra pro- 
paganda: ammessa la proposta dell'onorevole Pedroni, è meglio 
lasciare piena libertà al Comitato direttivo dell'Associazione. 
L'onorevole Pedroni ha concluso, in sostegno della proposta, 
che la diffusione delle banche mutue nell'Italia meridionale è 
questione di benefizio reale per i capitali inerti dell'alta Italia. 
Si, davvero: ma è pur sempre, e principalmente, una questione 
d'idealità, di alta idealità. Finché non avremo coscienza che 
il male di una sola fra le regioni è male di tutta Italia, noi 
non potremo mai guardar sereni l'avvenire, non potremo mai 
affrontare sicuri i due grandi problemi del domani, il religioso 
e il sociale: alla prima scossa imprevista, al primo urto subitaneo, 
quelle masse rurali che non vogliamo o non sappiamo trarre 
a noi per via di un rinnovamento economico e morale, quelle 
masse, ho paura, faranno saltar per aria l'edifizio! Facciamoci 
amare, se non vogliamo essere odiati. E a riflettere bene, nel- 
l'aspra lotta politica del nostro paese quello de' partiti rimarrà 
vincitore, che più veracemente vedrà e più affettuosamente sen- 
tirà la gran questione del Mezzogiorno: possano anch'essi, gli 
uomini di Stato, vederla e sentirla come voi, presidenti e diret- 
tori delle banche mutue italiane! 

A nome perciò dei nostri concittadini, più che a nome delle 
banche meridionali, il collega Bianco ed io vi ringraziamo di 
cuore del fraterno interesse, che voi per i primi avete con 
tanto amor patrio manifestato per le nostre province. E ringra- 
ziamo di cuore del suo gentile saluto di ieri l'onorevole Ferdi- 
nando Berti, rappresentante la città di Bologna, che ha dato 
ospitalità al Congresso: di questa Bologna, o signori, della quale 
uno dei più nobili figli, Ugo Bassi, lungo tempo dimorò in 
Napoli, insegnando, amico più che maestro, a molti fra i giovani 



68 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

di allora, oggi padri di famiglia: quel Bassi, che parti da Napoli 
nel 1848 con quel decimo reggimento di fanteria borbonica, che 
si fece bravamente decimare a Curtatone, là ove un illustre san- 
nita, Leopoldo Pilla, spirò la grande anima a capo degli studenti 
toscani; quel Bassi, fratello più che amico del nostro Alessandro 
Poerio, poeta come il Mameli, e come il Mameli morto all'ora 
novissima per ferite avute in difesa della patria comune. Questi 
ricordi, in questa solenne assemblea, ci richiamino a giorni più 
lieti, a giorni più degni dell'alta fortuna, che finalmente ci è 
toccata in sorte! 



IV. 
NUOVE LEGGI SUI DEMANI COMUNALI 

(2 dicembre 1880 e 19 novembre 1881) 



Camera de' deputati, tornata del 2 dicembre 1880, nella di- 
scussione del bilancio di prima previsione del Ministero 
di agricoltura e commercio per l'anno 1881. 



Presidente. « Capitolo 36, riparto de' beni demaniali comu- 
nali nelle province meridionali ». 

Su questo capitolo ha facoltà di parlare l'onorevole For- 
tunato. 

Fortunato. Sarò brevissimo, perché ho da rivolgere una 
semplice domanda all'onorevole Ministro dell'Agricoltura. 

Discutendosi il bilancio di previsione definitiva del suo Mini- 
stero per l'anno corrente, or sono cinque mesi, l'onorevole 
Ministro, nel rispondere al deputato Brunetti, promise un ap- 
posito disegno di legge per la ripartizione de' beni già dichia- 
rati demaniali nelle province meridionali. 

Or io gli domando se persevera in questo proposito, che 
a me e a tutti i deputati di quelle province sembra commen- 
devolissimo, e se non gli pare miglior pensiero quello di com- 
piere addirittura la buona opera, ponendo fine una volta per 
sempre — oggi specialmente che vogliamo e dobbiamo rendere 
più esteso il voto politico — a tutta la questione demaniale, 
che dura insoluta laggiù fin dal primo decennio del secolo (^). 
Gli domando, cioè, se di accordo con l'onorevole Ministro della 
Giustizia, non sia bene studiare a un tempo e proporre un 



(i) V. qui appresso a p. 78 «La questione demaniale nell'Italia Me- 
ridionale ». 



72 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

secondo disegno di legge, che a termine fisso, e mediante proce- 
dimenti sommari, risolva- «^ imis l'arduo problema de' diritti e 
( delle azioni demaniali, che ancora competono, senza limiti e 
senza norme prestabilite, ai Comuni meridionali. 

L'onorevole Ministro sa, che la questione demaniale è la 
vera questione sociale dell' Italia meridionale. Egli sa, che essa 
è fomite di liti e d'incertezze assai dannose ne' titoli stessi del 
possesso privato, sorgente inesausta di sommosse popolari in 
quasi tutti i Comuni del Mezzogiorno. 

Veda dunque e consideri se questo non sia davvero il caso 
di una legge eccezionale, che ponga termine, sia anche di qui 
a un decennio, a un cosi lungo triste periodo di guerra civile, 
guerra sorda, ma continua e ostinata fra que' che un muro ed 
una fossa serra; guerra senza pari e senza nome, che combat- 
tuta da noi e fra noi della classe borghese, a cui tuttora manca 
poco meno che il senso sociale, è scuola ed esempio di perver- 
timento a' lavoratori della terra: la più grave fra le molte piaghe 
del Mezzogiorno, doloroso retaggio di tempi andati. 

Questa la domanda, che io rivolgo all'onorevole Ministro 
Miceli. 

Ministro dell'agricoltura e commercio. Posso assicu- 
rare l'onorevole Fortunato, che una delle cure principali del 
mio Ministero è precisamente la questione de' beni demaniali ; 
ma devo anche dichiarargli, che le difficoltà da superare sono 
molte. Ciò, anziché far paura e stancare il Ministro, lo sollecita 
a compiere il suo dovere. 

Riguardo a questo argomento, io sono già in trattative col 
mio collega Guardasigilli. Il Ministro di grazia e giustizia ha 
creduto dover interrogare i capi delle Corti : e siccome è sorta 
qualche non lieve divergenza intorno a' concetti cardinali, che 
dovrebbero informare il disegno di legge tendente a risolvere 
la questione, cosi egli ed io siamo costretti ad attendere, che 
ogni divergenza venga appianata. Ma non dubiti l'onorevole 
Fortunato del mio interesse: che al più presto io spero sotto- 
porre al Parlamento la risoluzione della importante questione. 



NUOVE LEGGI SUI DEMANI COMUNALI 73 



Camera de' deputati, tornata del 10 novembre 1881, nella 
discussione del bilancio del Ministero di agricoltura e 
commercio per l'anno 1882. 

Presidente. « Capitolo 37, riparto de' beni demaniali comu- 
nali nelle province meridionali ». 

Fortunato. Domando di parlare. 

Presidente. Ha facoltà di parlare. 

Fortunato. Mi pare utile ottenere una parola di assicura- 
zione dal nuovo Ministro dell'agricoltura. 

Il predecessore dell'onorevole Berti, ora è un anno, dichiarò 
alla Camera di aver pronto un disegno di leggeper la ripartizione 
de' beni già dichiarati di pubblico demanio nelle province meri- 
dionali, e in corso di studi un secondo per risolvere tutta quanta 
la questione demaniale, che tanto interessa la vita economica e 
civile dei Comuni del Mezzogiorno. Or io desidero sapere se 
egli ha rivolto o intende rivolgere la sua attenzione su cotesto 
argomento, che è di somma importanza, perché implica la so- 
luzione di una vera e grande questione: desidero sapere se in- 
tende far sua la promessa dell'onorevole Miceli, quella, cioè, 
di por fine ad uno stato di cose, che in tanta parte del Regno 
nasconde una perenne minaccia alla stabilità dell'ordine pubblico. 

L'onorevole Berti, che vuole dotare il paese di una legisla- 
zione sociale, per poco si faccia a studiare la questione dei 
demani del Mezzogiorno, vedrà subito che da Roma in giù, 
fuori di cotesta annosa ed arruffata controversia, non v'è pro- 
blema di più grave interesse generale, cosi umilmente adom- 
brato sotto il nome di cotesto capitolo del bilancio; vedrà subito 
che l'avvenire stesso di quelle province è intimamente collegato 
con la soluzione di esso, e la soluzione resterà sempre un desi- 
derio vano fin tanto che alle leggi e ai magistrati ordinari non 
vorremo sostituire leggi e magistrati eccezionali, fin tanto il 
Parlamento non vorrà convincersi, che se i palliativi sono inutili 
e spesse volte micidiali, la politica ha il torto di usarne più 



74 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

che la medicina, e al caso nostro, in particolar modo, non occor- 
rono già rimedi che facciano scemare i sintomi, ma una cura 
radicale, la quale combatta e vinca il male nella sua sorgente. 

L'esame del problema è degno dell'onorevole Berti, ed io 
credo che egli non possa compiere opera più universalmente 
desiderata, più generalmente benefica, più seria ed efficace. Una 
sua parola, non ne dubito, varrà ad assicurare la Camera. 

Serena. Chiedo di parlare. 

Presidente. Ha facoltà di parlare l'onorevole Serena. 

Serena. La questione, a cui ha accennato l'onorevole For- 
tunato, è importantissima, e anch'io richiamo su di essa l'at- 
tenzione del Ministro. Ma ignoro veramente di quali leggi 
speciali egli ha inteso parlare. 

La materia demaniale è stata risoluta fin dal 1806, fin dal 
tempo del Governo francese, nelle province meridionali. Certo 
la ripartizione dei terreni demaniali non è ancora interamente 
eseguita, ed anch'io, perciò, prego il Ministro di sollecitare i 
prefetti, affinché l'opera sia compiuta. Sono ottant'anni che le 
popolazioni aspettano si dia termine al lavoro. Il cessato Go- 
verno borbonico si serviva della questione come di una specie 
di legge agraria: quando i tempi erano tranquilli, la lasciava 
dormire; la richiamava in vita, quando gli occorreva eccitare 
le plebi contro le classi agiate, giovandosene come arte, come 
strumento di governo. 

Ora i decreti luogotenenziali del 1861 hanno incaricato i pre- 
fetti, assistiti da funzionari aggiunti, della rimanente ripartizione 
dei beni demaniali. L'onorevole Ministro, dunque, ingiunga ai 
prefetti di compiere una buona volta l'opera loro, studiando 
le varie controversie che riguardano non solo la ripartizione 
dei demani a' proletari, ma quelle altresì relative alla promi- 
scuità dei territori e agli usi civici derivanti da riserva di 
dominio o da consuetudine. A questo vorrei attendesse il Mi- 
nistro, ossia, a richiamare i prefetti all'adempimento delle leggi 
esistenti. Perché forse m'inganno, ma a me non pare ci sia 
bisogno di nuove eccezionali magistrature, come pensa il mio 
onorevole amico Fortunato. 



NUOVE LEGGI SUI DEMANI COMUNALI 75 

Fortunato. Domando di parlare. 

Presidente. Ne ha la facoltà. 

Fortunato. Non è certo l'ora né il luogo di parlare conve- 
nevolmente della questione demaniale, che, del resto, è molto 
ingarbugliata e noiosa. Mi preme però di dire, che a torto 
l'amico onorevole Serena crede non facciano bisogno nuove 
leggi e nuove procedure, le une e le altre di eccezione alla 
regola. La questione fu bensi definita, ma né risoluta né chiusa 
da' provvedimenti del decennio francese: essa è tuttora viva, 
perché quei provvedimenti si lasciaron dietro uno strascico 
interminabile di liti, in ognuna delle quali è un germe da cui 
sempre rinascono odiose controversie, che un Governo avve- 
duto e savio deve prevenire e spengere. Non la sola riparti- 
zione de' beni già dichiarati demaniali occorre menare a fine; 
ma è obbligo impellente della nuova Italia tagliar corto ad 
ogni altra pendenza giuridica, in modo da renderla non più 
possibile. Perché, onorevole Serena, tutto sarà vano, e ogni 
buona volontà di ministri verrà meno, finché il Parlamento non 
avrà discusso e sanzionato un disegno del tutto fuori dell'or- 
dinario. In fatto di legislazione, per esempio, non sarebbe forse 
politicamente necessario considerare una buona volta, scevri 
d'ogni pregiudizio scolastico, se le azioni demaniali non doves- 
sero — anch'esse — andar soggette finalmente alla prescrizione? 
E in fatto di magistrature, non ci ha forse la esperienza inse- 
gnato, che, per non parlare se non de' prefetti, assolutamente 
ignari di queste cose, sarebbe meglio risostituir loro gli antichi 
commissari ripartitori? Ed è poi davvero utile l'usato e abusato 
sistema delle quotizzazioni perpetue? 

L'onorevole Serena ha detto giustamente, che il Governo 
borbonico tirò in lungo la soluzione della questione demaniale» 
perché seminando odi e discordie fra abbienti e non abbienti, 
di essa si servi come di arme politica. 

Ebbene, onorevole Serena, quest'arme è oggi nelle mani 
de' partiti borghesi locali, assai più dominanti che dirigenti, i 
quali, col dilaniare sé stessi, perturbano tutta la vita comunale. 
È vano illudersi, o signori! Senza leggi e senza magistrati 



76 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

/Speciali, noi saremo sempre a un punto; e chi ^sa di quanta 
^s corruzione e di quale immoralità sia feconda cotesta vecchia 
/questione, che risale alle origini della feudalità, e quindi com- 
/ pendia la storia civile ed economica dell' Italia meridionale, 
j non può non augurarsi che essa venga, il più presto possibile, 
/ troncata e soppressa, i 

Ministro di agricoltura e commercio. Appena entrato 
nel Ministero, cercai informarmi di cosi fatta questione, della 
quale avevo già dovuto occuparmi altra volta. Dal risultato delle 
ripartizioni, e dal termine a cui sono giunte, io ho visto che si 
è proceduto con molta lentezza, non per difetto dell'Ammini- 
strazione centrale. Ho pure cercato di conoscere approssimati- 
vamente gli effetti delle ripartizioni medesime, ma su di ciò le 
notizie sono del tutto incomplete. 

Di progetti in proposito se ne sono fatti parecchi, tra' quali 
uno, già a termine di studio, che si propone di sostituire ai 
prefetti i commissari ripartitori speciali. 

Io non ho osato decidere immediatamente la questione, 
perché essa è molto grave e molto difficile. Ma dichiaro che, 
appena abbia avuto tempo di formarmene un concetto esatto, 
curerò di presentare alla Camera i necessari provvedimenti. 



NB. Seguirono a queste interrogazioni i seguenti atti governativi e 
parlamentari : 

R. DECRETO 4 MAGGIO 1884 (GRIMALDI) per la istituzione d'una Com- 
missione Reale incaricata di riferire su' demani comunali delle province 
meridionali. Relatori Semeraro per la parte giuridica, Salandra e 
Franchetti per la parte economica e sociale. — A Ili della Commissione 
Reale ecc., 2* ed., Roma, tip. Naz., 1902. 

Progetto di legge (Lacava) su' demani comunali nelle province 
del Mezzogiorno, presentato al Senato del Regno il 18 febbraio 1893. Rela- 
zione dell'Ufficio Centrale (Inghilleri), del 4 luglio 1893. — Alli del 
Senato, Leg. XVIII, /» sess., doc. nn. 77 e 77- A. 



NUOVE LEGGI SUI DEMANI COMUNALI 77 

Progetto di legge (Boselli) su' demani comunali nelle province 
del Mezzogiorno e della Sicilia, presentato al Senato del Regno il 26 feb- 
braio 1894. Relazione dell'Ufficio Centrale (Inghilleri), del 2 giugno 1894. 
Discussione nelle tornate dell' 11, 13 e 14 luglio 1894, sua approvazione 
il 16. — Atti del Senato, Leg. XVIII, /» sess., doc. nn. 187, 187- A e 
187- A bis. 

Progetto di legge (Barazzuoli) su' demani comunali del Mezzo- 
giorno e della Sicilia, presentato al Senato del Regno il io dicembre 1894, 
Atti del Senato, Leg. XVIII, 2^ sess., doc. n. <5, ripresentato al Senato 
del Regno il 12 giugno 1895, Atti del Senato, Leg. XIX, /» sess., doc. n.j. 

Disegno di legge (Guicciardini) su' demani comunali nelle pro- 
vince del Mezzogiorno, presentato alla Camera dei deputati il 13 aprile 1897. 
Proposta di legge d'iniziativa parlamentare (Rinaldi) per provvedi- 
menti agrari, svolta e presa in considerazione il 18 maggio, e per delibe- 
razione della Camera deferita all'esame della Commissione incaricata di 
riferire sul disegno di legge Guicciardini. Relazione della Commissione 
composta de' deputati Lacava presidente, Semeraro segretario, D'Andrea, 
Franchetti, Lojodice, Talamo, Fortunato, Falconi e Rinaldi relatore. — 
Atti della Camera, Leg. XX, /a sess., doc. nn. 6p, 6p bis e 6g-A. 

Disegno di legge (Baccelli) per la sistemazione de' demani co- 
munali nelle province napoletane e siciliane, presentato alla Camera il 
23 aprile 1902. — Atti della Camera, Leg. XXI, 2^ sess., doc. n. 116. 

Disegno di legge (Rava) per la sistemazione de' demani nelle pro- 
vince napoletane e siciliane, presentato al Senato del Regno il 19 dicembre 
1904, ritirato con R. decreto deU'8 marzo 1906, comunicato al Senato 
nella tornata del 5 aprile, — Atti del Senato, Leg. XXII, /» sess., doc. 
n. 24. 

Disegno di legge (Pantano) provvedimenti per la colonizzazione 
interna, presentato alla Camera dei deputati r8 marzo 1906. — Atti della 
Camera, Leg. XXII, i^ sess., doc. n. 361. 

L'art. 30 della legge 31 marzo 1904, per speciali provvedimenti a 
favore della Basilicata, dispone, che « fino all'attuazione di una legge sui 
demani ex-feudali nelle province meridionali, è data facoltà al Governo di 
sospendere le operazioni di quotizzazione in que' Comuni, dove sia più 
utile la» conservazione dell'uso civico in natura». 



78 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 



LA QUESTIONE DEMANIALE 
nell' Italia meridionale 

(Dalla « Rassegna Settimanale», 2 novembre 1879) 

L'ultimo atto governativo, per ordine di tempo intorno alla 
questione demaniale delle province meridionali, è la circolare del 
14 ottobre 1879, indirizzata dal Ministro di agricoltura ai prefetti 
di quelle province: la quale, caso piuttosto unico che raro, per 
lunga ora nei giornali politici quotidiani ebbe l'onore di vive 
discussioni. In essa, il cui argomento è la divisione delle terre 
demaniali nei Comuni meridionali, è detto che il Governo del Re, 
« compreso del diritto che ha la classe operaia agraria di non es- 
sere defraudata nella sua legittima aspettativa della ripartizione 
dei terreni provenienti dall'abolita feudalità, sente imprescindibile 
il dovere di fare ogni sua possa perché la provvida opera riprenda 
il suo corso e al proletariato non sia ritardato ulteriormente un 
beneficio, per cui dall'abietta condizione di cafone il cittadino s' in- 
nalzi allo stato di agricoltore »; e che, perciò, « augurandosi che i 
Comuni, nel prestare al Governo il loro illuminato concorso, s' in- 
spirino al fine altamente umanitario e sociale, cui intendevano le 
leggi del 1806, invita i prefetti e fa assegnamento su la loro vigorosa 
iniziativa, perché si accingano senza indugio a raccogliere esatte 
notizie intorno alla estensione dei terreni, che ancora rimangono 
a quotizzarsi ». 

Appena venuta a luce, già molto aspettata perché già da prima 
annunziata, piovvero d'ogni parte, a Roma e a Napoli, lodi va- 
porose e censure bizantine, mosse quasi tutte da spirito di po- 
lemica partigiana: da un lato gli amici levarono a cielo « la tanto 
aspettata esecuzione dei diritti acquisiti dei proletari », mentre 
che dall'altro gli oppositori, appigliandosi ad errori di dettato, 
parvero scorgere non so quali false e nocive interpretazioni delle 
leggi del 1806. Ma pochi in verità si dolsero per ben altri e più 
forti motivi; a pochi dolse l'assoluta ignoranza, in cui perdura il 
Governo su là più grave questione delle province meridionali. 



LA QUESTIONE DEMANIALE 79 

Affrettare la sola ripartizione dei demani ceduti ai Comuni per 
effetto delle leggi del 1806, è una parte ben piccola dell'intricato 
problema: né promuoverla in conformità delle consuetudini in- 
valse finora, è la migliore soluzione possibile; tralasciar poi ogni 
considerazione, che si attenga all'essenza stessa della questione, è 
sicuro indizio della nessuna coscienza, che si ha di essa. Per il 
Governo, evidentemente, la storia della questione demaniale è 
tuttora, più che lettera morta, ignota e sconosciuta. 



Il sistema feudale francese, trapiantato dai Normanni nel Reame, 
fu quivi temperato sin dall'inizio cosi per opera degli ordini ro- 
mani, già rispettati da' Goti e non mai distrutti da' Longobardi, 
come per efficacia morale della monarchia assoluta, la quale, 
per principio di sua conservazione, osteggiò e le pretese della 
Chiesa, che riteneva per suo feudo il regno stesso, e l'egemonia 
dei baroni, che alla Chiesa facevan capo e ricorso: ivi, a dirla 
col Giannone, l'idea del diritto civile moderò di buon'ora e, con 
l'andare degli anni, predominò a lungo su l'idea politica del 
feudo. Il dominio privato, garantito dalle leggi romane, ebbe 
vita autonoma accanto al dominio feudale, che, contrariamente 
a quanto avvenne in Francia, fu considerato come semplice usu- 
frutto conceduto dal principe al barone, soggetto in parte, jure 
servitutis, a diritto di condominio in prò de' cittadini : e, d'altro 
lato, le Università, ossia i Comuni, mantennero inalterati e sovrani 
i loro possessi territoriali, anch'essi però non tutti esclusi, jure 
civitatis, dal suddetto condominio. 

C'eran dunque beni di piena e libera proprietà secondo il 
diritto romano, che non importavano diversità di obbligazioni e 
si dicevano allodiali se de' privati, burgensatici se de' baroni, 
patrimoniali se delle Università; e c'erano beni baronali distinti 
in demani feudali e in difese a seconda che fossero o no 
sottoposti agli usi civici, e, insieme, beni delle Università chia- 
mati demani universali, soggetti anch'essi all'uso, ossia, alla 
percezione di alcune utilità in natura, come il pascolo, l'attin- 
ger acqua, il legnatico, la semina, ecc. (i). Il demanio era quindi 



(i) Marini, Del diritto pubblico del Regno delle Due Sicilie, Napoli, 1848. 



8o IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

la terra feudale od universale di pubblica utilità, destinata all'uso 
pubblico; e poiché non mai il suo godimento o il suo possesso 
poteva perdersi, era dato all'Università, come azione di diritto 
pubblico, l'azione imprescrittibile di reintegra, e quella, anche più 
assurda, della imprescrittibilità de' frutti, comunque e secolarmente 
percepiti. 



Tutto questo sistema doveva, per via delle medesime sue 
buone qualità, produrre inconvenienti fuor di misura; era un si- 
stema atto ad originare contestazioni senza uscita. Per i baroni 
era grande lo stimolo di mutare in difesa il demanio feudale: 
in loro stessi, oltre a ciò, e nei vassalli maggiorenti dell'Univer- 
sità, era continua la tentazione di appropriarsi il demanio univer- 
sale, sia con l'occupazione forzata, sia con l'alienazione illegale, 
dichiarandolo in séguito bene burgensatico od allodiale. E la 
storia economica di quelle province, da Carlo d'Angiò a Carlo di 
Borbone, quasi per cinque secoli, non è se non una lunga in- 
finita serie di usurpazioni e di soprusi, contrastata in su le prime, 
liberissima negli ultimi duecento anni. Di qui la potenza del fóro 
napoletano, sorto vigoroso dal disordine stesso del paese con la 
dinastia sveva, e venuto in grande fama sotto i viceré spagnoli 
per le continue lotte a favore dei Comuni, nelle quali si accolse 
quasi tutta la coltura giuridica del reame; né a torto il duca 
di Brunswich diceva, or è più di un secolo, che se per far for- 
tuna bisognava esser soldato a Berlino e prete a Roma, per avere 
il primato a Napoli, e riuscirvi a mettere insieme ricchezze, ba- 
stasse essere avvocato. Di qui, senza dubbio, le pertinaci ostilità 
dei baroni ai danni della monarchia, che cercò di fiaccare, con 
Ferdinando I d'Aragona, ogni loro pretesa per via della famosa 
prammatica del 1433, la Magna Charta del diritto napoletano; la 
quale, ponendo l'assenso sovrano a base delle mutazioni dei de- 
mani feudali, consacrò solennemente i diritti delle Università e 
dei cittadini. Di qui, infine, e non è punto esagerazione, la ca- 
duta ignobile del maggiore Stato italiano sotto la dominazione 
straniera, che amicatasi la baronia, lasciandole libero il freno, 
fini per imbarbarire tutta la società napoletana. Non è possibile 
avere una idea esatta della misera condizione, cui fu ridotta l' Italia 
meridionale dalla signoria spagnola, né dire fino a che grado 



LA QUESTIONE DEMANIALE 8l 

di corruzione giunse la feudalità, la quale, non paga delle usur- 
pazioni, inferi tributi d'ogni specie e si arrogò ogni genere di 
privative (i). Solo con la restaurazione della monarchia borbonica, 
che edotta dal passato, tenne ben altra via nel domare i feudatari 
e andò tant'oltre da menarli a perdimento, risorse più viva che 
mai e acerba la vecchia contesa fra Università e baroni, in cui ri- 
fulse di piena luce una scuola novella di statisti: la quale, mi- 
rando, di accordo col Governo, a spengere a mano a mano il 
feudo per vie legali, ottenne finalmente l'editto memorabile del 
1792, che sciogliendo ogni promiscuità di usi, e conservando i 
diritti de' coloni perpetui, dava a censo, con assoluta prelazione 
de' nullatenenti, i demani sia feudali che universali: un editto, 
che primo e unico nel regolar la economia de' boschi, poneva 
argine a disordini secolari (2). Per intrigo de' baroni, ultima loro 
opposizione che ricordi la storia, quelle disposizioni non sortirono 
alcun utile effetto: finché, venuta la guerra del 1798 e i moti suc- 
cessivi, la corrente della Rivoluzione francese mutò addirittura 
indirizzo all'ardua questione. 

Di là trae origine ed ha consistenza lo stato presente della 
gran lite demaniale nelle province meridionali. — Fin giù al Lazio, 
i diritti della proprietà fondiaria sono da gran tempo incontrover- 
tibilmente stabiliti nel senso più assoluto e pieno, e l'agricoltura 
intensiva prospera; dal Lazio in giù, ove più a lungo dominò il 
feudo e ancora predomina il latifondo a coltura estensiva, ove 
le condizioni economiche perdurano poco diverse da quelle de' paesi 
orientali del Mediterraneo, la terra è ancora sottoposta a contesta- 
zioni e a vincoli, de' quali da secoli è dubbia la natura, perché 
ivi il possesso fu sempre inteso piuttosto come diritto di godi- 
mento che come diritto di proprietà nel senso quiritario. Se il 
latifondo, in gran parte dovuto a causa di clima e di suolo, è 
una grande calamità, niente varrà a renderlo meno pregiudicevole 
all'incremento agrario e sociale quanto liberandolo dall'arretrata 
primitiva sua costituzione giuridica. 



(i) D. WiNSPEARE, Storta degli abusi feudali, Napoli, 181 1. 

(2) Bianchini, Storia delle finanze del Regno di Napoli, Napoli, 1859. 



G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano -i. 



82. IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 



L'abolizione della feudalità con rescritto del 2 agosto 1806, 
non senza distinzioni che affievolivano il rigore della regola, si 
compi ne' quattro anni susseguenti più per via di fatto che per 
virtù di legge; che, tolte le relative controversie ai tribunali or- 
dinari, con decreti dell' 11 novembre 1807 e del 27 febbraio 
1809 fu comandato a un magistrato speciale di sette persone, 
detto Commissione feudale, di giudicare inappellabilmente 
per tutto l'agosto del 18 io, senza forme giudiziarie, ma col mini- 
stero di un procuratore generale a patrocinio dei Comuni, delle 
cause feudali di qualunque natura intentate o da intentare: spe- 
diente tenuto allora e poi, tanta fu la fama della fermezza e del- 
l'attività spiegate nelle decisioni da quel magistrato, un capolavoro 
di civile sapienza. Queste decisioni, quasi tutte dipendenti dalla 
norma suprema dell'espresso titolo a giustificazione del possesso 
legale, e prescritte a base di simili controversie per l'avvenire 
dinnanzi ai tribunali ordinari, si possono riassumere nella piena 
libertà concessa alle antiche difese od a quelle legalmente co- 
stituite dopo la prammatica aragonese, nella divisione con le Uni- 
versità dei demani feudali illegalmente ridotti a difese, e nella 
restituzione dei demani universali usurpati od illegalmente alienati. 

Ma non cosi avventurata come l'abolizione della feudalità fu 
la divisione a prò dei Comuni dei demani feudali, e la riparti- 
zione di essi, insieme con quegli universali, a favore dei citta- 
dini: il compito di semplice esecuzione dei giudicati riusci molto 
più scabroso del compito affidato ai giudici di cognizione. La legge 
del settembre 1806, con cui fu dichiarata e la divisione degli 
uni e la ripartizione degli altri, rimase priva di efletto, sia perché 
non diede norme sicure per valutar diritti e compensi, sia perché 
l'esecuzione fu affidata ai Consigli d'Intendenza. È vero che sov- 
venne ad essa il decreto dell' 8 giugno 1807, che informandosi 
all'editto del 1792, prescrisse che la divisione dei demani feudali 
con le Università si avesse a compiere secondo una scala pro- 
porzionale degli usi civici, e la ripartizione dei feudali pervenuti 
per tal via ai Comuni, e degli universali, avesse a farsi tra i cit- 
tadini con preferenza dei più bisognosi, dietro classificazione dei 
ruoli della fondiaria e col peso di un annuo canone redimibile al 
cinque per cento. Ma tardi apparve il decreto del 23 ottobre 1809, 



LA QUESTIONE DEMANIALE 83 

che inviava nelle province per eseguir le divisioni, con i poteri 
dei consiglieri d'intendenza, cinque Commissari ripartitori, 
contro i cui giudicati non si ammetteva gravame se non alla Corte 
dei Conti; né l'opera loro, checché ne abbia scritto il Colletta, 
fu poi cosi attiva e proficua come quella della Commissione feu- 
dale. Giudicando, d'ordinario, senza recarsi personalmente sui ter- 
reni soggetti alle divisioni, essi delegarono più volte i loro poteri 
ad agenti subalterni, o ignoranti o, quel che è più, facilmente 
corruttibili. Usciti di carica sul finire del 1811, i rappresentanti 
il Governo nelle province ne assunsero le facoltà, riconfermate 
ad essi dalla legge borbonica del 12 dicembre 1816 e dalla legge 
italiana del 20 marzo 1865, che riconobbe questa unica eccezione, 
nella soppressione del Contenzioso amministrativo, in omaggio al 
diritto pubblico interno napoletano, per il quale è imprescrittibile 
il demanio comunale: imprescrittibilità, che proclamata con le 
prammatiche i^ De Salario e 2» De Baronibus del 1443 e del 
1536, fu sanzionata con gli articoli 176 e 177 della legge del 12 di- 
cembre 1816. 

Sono scorsi settantasei anni, e la questione non è ancora esau- 
rita! Quali le cagioni di cosi lungo ritardo? 



Senza dubbio, l'argomento meriterebbe una larga profonda 
disamina. Su lo scorcio del secolo passato era già sorto nume- 
roso nell'Italia meridionale il ceto della borghesia, né già come 
altrove per l'esercizio delle armi o per il commercio o per l'in- 
dustria, ma solo per mezzo del fòro, della chiesa e del fitto: 
era già sorto audace nei Comuni ed organato nelle città, nemi- 
cissimo ai baroni. Quando la monarchia diede l'ultimo crollo al 
decrepito feudalismo, quel ceto, che nelle leggi di abolizione le 
fu di valido aiuto, si trovò solo a rappresentare i diritti del Co- 
mune e dei contadini, solo a caldeggiare i nuovi ordini francesi, 
solo addirittura e padrone in quel subbuglio vertiginoso di muta- 
menti civili e dì politici avvenimenti. In breve, ai baroni segui- 
rono i borghesi maggiorenti, cui più tardi, mediante la crea- 
zione del capitale per via dell' industria pastorale e del risparmio, 
non mancò l'assunzione di pubblici uffici, non mancaron titoli 
di nobiltà. A questo modo ebbero inizio, nel maggior numero 
delle province, le presenti classi dirigenti, cui si accomunarono 



84 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

a mano a mano tutte le famiglie della borghesia minuta, che delia 
stentata professione e del piccolo commercio e dello scarso ca- 
pitale, impiegato in prestiti ad alta ragione, fecero scala sempre 
difficile, ma non sempre sicura, alla possidenza territoriale, e 
sole ormai costituiscono ivi l'unico centro di gravitazione politica 
e amministrativa dello Stato: lontano accenno, e dubbio ancora, 
di una lenta laboriosa formazione di migliori classi direttive. 
I più gravi ostacoli al compimento delle leggi per la divisione 
de' demani furon dunque suscitati da' novelli possessori, più o 
meno recenti, più o meno facoltosi, il cui interesse personale, e 
prima e poi, fu sempre opposto ad ogni pronta decisione; né con 
l'andare degli anni si palesò diverso, per altre ragioni, l'interesse 
politico del Governo borbonico. Il quale, non potendo far capo 
dall'aristocrazia, che già prima della rivoluzione aveva distrutta, 
né potendo far cieco assegnamento su la borghesia, che non esso 
ma il Murat avea spinta e menata al potere della cosa pubblica, 
si piacque segretamente di tener viva quell'arruffata questione, 
che in sua mano, ad ogni moto di ribellione, era facile divenisse 
sorgente inesausta di guerra civile. E cosi, mentre che da un 
lato i Borboni si fecero leva (l'osservazione è di uno storico il- 
lustre, l'Amari), or di Sicilia contro Napoli e or di Napoli contro 
Sicilia, dall'altro in fondo alle province più derelitte non intesero 
se non a seminare odio e disprezzo, né mancavan certo i motivi, 
fra contadini e borghesi. Ogni moto politico non fu distinto se^ non 
dal desiderio della borghesia di aver libere, una buona volta, le 
mani; e que' moti, immancabilmente, finirono uno per uno, spe- 
cialmente nel 1848 (i), tra le grida selvagge delle reazioni sociali 
de' contadini. Re e galantuomini, ad ogni loro conflitto, face- 
vano a gara vane mostre, cOl mezzo di larghe promesse di riparti- 
zioni demaniali, per ingrazionirsi con i contadini : ma questi mostra- 
vano, quasi sempre, di aver fede maggiore nella parola del Re, 
forse perché sicuri a ogni sommossa della pronta apparizione di 
un delegato speciale, certo perché increduli e diffidenti del ceto 
borghese. L'ultimo atto del dramma, terribile ne' suoi episodi e 
nei suoi effetti, che parvero spezzare ogni vincolo di civile co- 
munanza, è la storia del brigantaggio, succeduto alla rivoluzione 
del 1860: lugubre storia, che soltanto nei primi suoi venti mesi. 



(i) De Sivo, Storia delle Due Sicilie dal 1847 al 1S61, Roma, 1863, voi. i, L. vi. 



LA QUESTIONE DEMANIALE 8$ 

a quanto si legge in documenti ufficiali (0, numera mille fucilati, 
duemila cinquecento morti in conflitto, poco meno che tremila 
condannati al carcere o alla galera! 



Un decreto luogotenenziale del i® gennaio 1861 assegnò per 
compito a nuovi commissari governativi speciali la reintegrazione 
de* demani usurpati e la quotizzazione fra i proletari de' terreni 
ancora indivisi; e dando loro facoltà di scegliere agenti subalterni, 
e di convertire le usurpazioni in colonie perpetue ne' casi dell'ar- 
ticolo 51 della circolare 3 luglio, impose, come termine impro- 
rogabile, nel corso dell'anno, la definizione di tutte le pendenze 
demaniali. E li per li si die' opera a definir liti e a rettificare 
divisioni; poi, soppressa la Luogotenenza, tornò l'antica noncu- 
ranza, perché, senz'altro, passarono a' prefetti le attribuzioni de' 
commissari. — E si capisce facilmente il perché. 
« Reso autonomo il municipio con voto conceduto ai soli bor- 
ghesi, e raddoppiate perciò nei Comuni le vecchie ire delle fa- 
miglie e delle clientele, fu nuovo originale trovato di guerra 
muovere da un lato a vanvera liti e contese demaniali, dall'altro 
frammettere a bella posta indugi senza fine a ogni pronta esple- 
tazione di giudizi: novella spada di Damocle, — la legge elettorale 
fu fatta, cosi, cieco strumento di vecchi odi e di vecchi rancori, 
mezzo sovrano di mantener viva e accesa una questione per sé 
stessa ardente e corruttrice.* E ciò, d'ordinario, nel caso in cui 
la minuta borghesia abbia preso la mano all'alta borghesia; che 
neir ipotesi contraria, i titoli di possibili diritti o di possibili azioni 
sono messi a dormire negli archivi comunali il sonno dei giusti, 
quando, una volta per sempre, non vengano sottratti alla cheti- 
chella dagli stessi amministratori, ignoranti o noncuranti i pre- 
fetti neir intentare di piena autorità l'azione pubblica, del cui^ 
diritto sono investiti eccezionalmente. Di qui la ormai quasi to- 
tale esclusione dai municipi dei maggiori censiti, la dannosissima 
incertezza dei privati domini, quella nube di non so quale triste 
sospetto, che involge, quasi da per tutto, l'origine e il progresso 
della possidenza territoriale, per cui si avvera tuttavia ciò che. 



(i) Massari, Relazione della Giunta parlamentare su la inchiesta per il bri- 
gantaggio nelle province napoletane, Torino, 1863. 



86 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

or sono ottant'anni, non sfuggi all'occhio sagace di un pubblicista 
e patriota di Basilicata del 1799, il Lomonaco, al quale parve 
l'esistenza del ricco proprietario meridionale esposta, senza ecce- 
zioni di sorta, alle insidie della calunnia (0, a' si dice, agli aned- 
doti coniati Dio sa dove e da chi. Di qui il sobillare indefesso 
all'orecchio dei contadini, cosi proclivi alla credulità, per diritti o 
realmente o bugiardamente conculcati, di falsi tribuni gaudenti a 
spese del gravoso bilancio comunale; le occupazioni a mano armata 
dei boschi del Gargano; i dolosi incendi delle selve cedue de' Prin- 
cipati. Di qui, insomma, o lo scandalo vivo e perenne di sindaci 
e di consiglieri usurpatori e di usurpazioni impunite, ovvero, nel 
più dei casi, lo spettacolo corruttore di giudizi famosi, minacciati 
a semplice spauracchio dei gonzi, non sempre mossi da sereno 
spirito di equità, affrettati o sospesi a seconda delle occasioni, 
sostenuti per una parte e per l'altra da avvocati politici ritenuti 
di grande influenza (2), autori di prolisse allegazioni da azzecca- 



(1) Lomonaco, Rapporto al cittadino Carnet, Milano, anno IX. 

(2) Dal n. 32 dell'anno I della « Rassegna » di Roma tolgo quanto segue a 
proposito degli avvocati politici: 

« L'avvocato, il quale entra in Parlamento, compie, indipendentemente dal suo 
grado più o meno elevato di scienza e di moralità, un passo gigantesco nella sua 
carriera d'avvocato. Nella opinione dei clienti possibili esso aggiunge, ipso facto, 
alla dottrina, all'abilità, alla integrità, un altro merito, valutato in reputazione e in 
contanti quanto e più degli altri, l'influenza. Chi ha pratica dei nostri Tribunali e 
delle nostre Corti sa che, non dappertutto nella stessa misura, ma dappertutto in misura 
notevole, gli affari più gravi non si trattano senza che all'avvocato ordinario si 
unisca un avvocato politico aggiunto, il quale talvolta è invitato a sussidiare la 
difesa con la sua dottrina, ma per lo più è invitato a sussidiarla col suo potere. Si 
ammetta pure ad onore della nostra magistratura, che il potere reale degli avvocati 
politici è di gran lunga inferiore a quello che la voce pubblica loro attribuisce, e il 
presente stato di cose dipende in buona parte da difetto di senso morale nei clienti 
piuttosto che negli avvocati. Ma fatte queste riserve, non si può negare che tra il 
pubblico e il Foro si è stabilita una serie di sottili correnti di corruzione, che si 
alimentano da una parte e dall'altra, senza che se ne possa discernere esattamente 
l'origine. E può infatti non sentirsi a disagio il giudice, che deve sentenziare, quando 
l'avvocato ha potuto ieri, o potrà domani direttamente, può oggi forse indirettamente, 
favorire od avversare, in modo decisivo, la sua carriera ? È lecito presumere in qua- 
lunque condizione sociale l'eroismo permanente? Si possono in tali casi impedire i 
sospetti e le malignazioni ? D'altra parte, si può chiedere che i molti rimasti fuori 
della condizione privilegiata, cerchino, a qualunque patto, di conseguirla, mossi non 
dall'ambizione di governare il paese, ma dall'ambizione di fare carriera? E dove si 
giungerà, se si farà sempre più generale il concetto, che la vita politica sia un mezzo 
per la vita economica, se, secondo il detto famoso di Rabagas, non si tratterà più 
di questioni sociali, ma di posizioni sociali? Tale è il problema, gravissimo. Si tratta 



LA QUESTIONE DEMANIALE B.7 

jjarbugli, infarcite di vecchi aforismi dottrinali, assolutamente con- 
trari ad ogni verità storica: causa necessaria, inestinguibile, indo- 
mabile, di abusi e di vendette senza nome e senza esempi. Chi 
scrive può sicuramente affermare di piena esperienza, che Comuni 
di montagna, anche poveri di entrate patrimoniali, sono bene 
amministrati e concordi, se liberi da ogni contesa fra possidenti 
e municipi, mentre che popolose città di Puglia, civili e ricchis- 
sime, sono da più anni in preda all'anarchia e alla guerra civile, 
se coinvolte in grosse annose liti demaniali (i). E, dopo tutto, 



dell'onore e della dignità degli avvocali, dei magistrati, degli stessi uomini politici. 
Si tratta di tenere alta e intatta dinnanzi al paese la reputazione della Camera e 
quella della magistratura. Si tratta di salvare la fiducia, già scossa, nell'ammini- 
strazione della giustizia, senza la quale non v'è Stato, libero o non, che possa 
durare ». 

(i) Giova al proposito, come a conferma di queste affermazioni, riferire qui te- 
stualmente quanto è detto nel n. 325 dell'anno XXII del « Pungolo » di Napoli: 
« Due sono, per solito, i casi possibili in tutti quei Comuni, che non hanno ancora 
risolute le loro liti demaniali. O si trovano alla direzione del municipio gli usur- 
patori stessi dei demani, e allora vien meno da parte dei Comuni ogni interesse 
di por fine alle contese, i cui atti e le cui pratiche sono messe a dormire nei pol- 
verosi laceri scaffali dell'archivio, quando, come avviene d'ordinario, i documenti 
non vengano addirittura sottratti e trafugati. Ovvero a capo del municipio è una 
rappresentanza di piccoli borghesi, nemicissimi dei possidenti e desiderosi di 
esser padroni assoluti dell'azienda pubblica, e allora, pur movendo le azioni e 
pur rinfocolando i sospetti nell'animo delle plebi, ma non curando poi né punto 
né poco di menare innanzi e di compiere i giudizi, allora tutto l'interesse del Co- 
mune par si limiti ad avere viva e terribile questa minaccia, che esclude dai 
Consigli tanta parte di cittadinanza, e apre un fomite inestinguibile di odi, di 
vendette, di calunnie: vera guerra civile, che perturba tutta la vita sociale dei no- 
stri Comuni di provincia. Epperò, nell'un caso e nell'altro, quanto dissidio e quanta 
ipocrisia nell'animo dei cittadini, quanta incertezza nei titoli di proprietà, quanta 
incuria d'ogni miglioria agricola, quanto sciupio della finanza comunale, quanti tra- 
nelli, quante menzogne, quante birbonate ! In una parola, la questione demaniale è 
nell' Italia meridionale come un campo inesauribile di corruzione, in cui sguazzano 
allegramente gli usurpatori e i prepotenti, i mestieranti e i politicanti di ogni genere, 
gli avvocati e i medici senza clienti, tutti coloro, insomma, che vogliono mantenere 
o dar la scalata al potere per impinguare le proprie tasche: vasto campo di corru- 
zione, in cui non primeggia se non un don Rodrigo o un tribuno da strapazzo, a 
danno dei proprietari onesti e dei lavoratori di buona fede; corruzione, che forse 
pur troppo venne favorita, non certo combattuta, dalle nuove leggi su l'ordinamento 
comunale del 1865 ! I lettori di provincia posson dire in buona fede, se noi esage- 
riamo menomamente le tinte del quadro. Ed essi soli posson mettere un confronto 
fra l'ambiente sano e civile dei Comuni affatto liberi da ogni contesa demaniale, 
con la vita paurosa, incerta, ricca di tristi ricordi e di tristi presagi, dei Comuni 
tuttora commossi e agitati dallo spettro d'una questione demaniale ». 



88 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

l'ultima circolare del 14 ottobre 1879 parla del « concorso illumi- 
nato » dei Comuni, e della « vigorosa iniziativa » dei prefetti ; forse 
per fare riscontro al censimento e alle quotizzazioni della Sila 
di Calabria, « affidate » nel 1875 ai Consigli provinciali di Cosenza 
e dì Catanzaro! O che viviamo nel regno della luna? 



Né basta. La circolare, fiduciosa nella « provvida opera » delle 
leggi del 1806, fa voti perché al proletariato meridionale non sia 
ulteriormente ritardato « un beneficio, che innalzi il bracciante allo 
stato di agricoltore ». 

In verità, per quanto è noto all'universale, quei contadini che 
dal 1806 in poi ebbero amica la sorte nelle ripartizioni demaniali, 
non sono punto usciti ancora « dall'abietta condizione di cafoni »; 
tutt'altro (i). Le quote assegnate ai contadini, che variano da ot- 
tantatre are a un ettaro e mezzo, secondo la fertilità del terreno, 
sono troppo piccole per dare sussistenza a una famiglia; ed an- 
che ammessa una estensione maggiore, manca loro assolutamente 
il capitale necessario per consacrare alla terra cure assidue e per 
assicurare i prodotti annuali. La produzione è scarsa, la terra 
presto si esaurisce; ma corre pur sempre l'obbligo del canone al 
Comune e della fondiaria allo Stato. Allora, o la quota vien ri- 
presa dal Comune per inadempìto pagamento, o è venduta per 
pochi soldi a un proprietario del luogo, o infine è ceduta all'usu- 
raio per debiti contratti : e ciò, senza parlare delle frodi che sono 
accadute e accadono nelle divisioni a vantaggio dei più abbienti, 
delle usurpazioni che si sono avverate e si avverano per opera 
dei proprietari limitrofi dei demani già passati ai Comuni, ma 
non per anche quotizzati (2). 

A dir tutto, le quotizzazioni, come furono prescritte dalle leggi, 
non hanno agevolato nell' Italia meridionale se non il monopolio 
dei terreni nelle mani dei proprietari; esse, insieme con le nuove 
leggi d' imposte, accrescono, di giorno in giorno, le grandi proprietà 
a danno delle piccole. E valga al proposito ciò che afferma uno degli 
uomini più sereni del Mezzogiorno, che onora in Roma l'Ammi- 



(i) Franchktti, Condizioni economiche ed amministrative delle province na- 
poletane, Firenze, 1875. 

(2) ViLLARi, Lettere meridionali, Firenze, 1878. 



LA QUESTIONE DEMANIALE 89 

nistrazione dello Stato (i). « Il Governo del decennio (egli scrive) 
credè, con le teorie ancora fisiocratiche delle pubbliche ammini- 
strazioni, che bastasse aver due braccia sane al lavoro e il pos- 
sesso di un pezzo di terra al sole, per avere tutti i giorni la 
mensa domenicale del buon Re di Francia; illusioni ! Data la ri- 
partizione dei demani ai nullatenenti di ogni classe, il possesso 
di un breve pezzo di terra, che è sempre dell' infima qualità, non 
cambia la condizione economica della classe dei contadini. Ha 
questi in mano un certo valore, senza dubbio; ma il giorno dopo, 
per vivere lungo l'anno, l'avrà venduto o dato in pegno; e, per- 
ché egli non lo vendesse, fu escogitata quella curiosa clausola 
delle leggi demaniali, che immobilizzano coteste terre diventate 
morte. Ma le leggi non giungono a vincere tutto il complesso 
delle necessità naturali ; non possono vincerle, e il contadino trova 
facile modo di cedere questo possesso ingannatore per un piatto 
di lenti! ». 

Perché, davvero, le leggi intese a vietar la vendita delle quo- 
tizzazioni sono state e son tuttora eluse facilmente, e in più 
modi, dal contadino possessore di un appezzamento già demaniale. 
Fin dal 3 dicembre 1808 un decreto di Re Gioacchino vietava, 
che in alcun caso le quote demaniali ripartite potessero vendersi 
o ipotecarsi nel termine di dieci anni. Nella legge per l'ammini- 
strazione civile del Reame, promulgata da Ferdinando I il 12 di- 
cembre del i8t6, il divieto fu mantenuto, anzi specificato e raf- 
forzato; e il real rescritto di Ferdinando II, del 6 dicembre 1852^ 
estese la proibizione dell'alienazione, in qualunque forma, a un 
ventennio dall'assegno della quotatjMa presto l'ingegno umano fu 
rivolto a trovar modo di compieréTe alienazioni in barba alle leggi, 
ai decreti, ai reali rescritti. Si fecero e si fanno vendite deficienti 
di qualcuna delle forme legali, confidando nella buona fede e nel- 
l' ignoranza dei venditori, nella confusione dei confini, nel tempo, 
nell'acquiescenza dei decurionati di una volta, dei Consigli comunali 
di oggi. Si fecero e si fanno lunghi affitti con anticipazioni, le quali 
appariscono nei contratti per somme maggiori del vero, tali, che tra- 
scorso il termine del divieto, il contadino, senza mezzi per resti- 
tuirne l' importo, è costretto a consentire nell'alienazione defini- 
tiva della quota. E parve finanche, e pare tuttavia, miglior trovata 
quella di coprire l'alienazione sotto il velo dell'anticresi, per cui 



(i) Racioppi, Contadini e proprietari nel Napoletano, Napoli, 1877. 



'90 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

il creditore acquista il diritto di far suoi i frutti dell' immobile del 
debitore, con l'obbligo di imputarli annualmente a sconto degli 
interdi, se gli sono dovuti, e quindi del capitale del suo cre- 
dito./ Fortunatamente, un rimedio l'avevano i Comuni, fino a sei 
anni addietro, intorno alla tutela del proletariato, leggermente 
affidata ad essi: denunziare al magistrato il contratto d'anticresi 
come un'alienazione colpita dal divieto; provocare, cioè, un ver- 
detto di presunzione di simulazione nel contratto anticretico, nei 
casi della vendita o della cessione delle quote demanialL7Àla una 
sentenza della Corte di Cassazione di Napoli, del io gennaio 1877, 
colpi di morte il primo e unico tentativo fatto in proposito da 
un Comune interessato, coronando della sua alta sanzione lo 
strano ingegnoso edifizio... Al punto cui siamo, o perché almeno 
non appigliarci al temperamento di sostituire alle quotizzazioni 
perpetue le concessioni temporanee « a utenza » dell'uso civico 
della semina? Il demanio, in tal guisa, rimarrebbe intangibile, e 
servirebbe sia alle presenti sia alle future generazioni de' più 
umili lavoratori agricoli^ 

Ad ogni modo, gli effetti economici delle vantate quotizza- 
zioni demaniali, cosi come sono realmente, non dovrebbero, a 
quest'ora, essere più oltre ignoti al Ministero di Agricoltura, che 
pure, con tanta altisonante fiducia, ha dettato l'ultima sua circo- 
lare del 14 ottobre 1879; a quest'ora il Ministero non dovrebbe 
più oltre cullarsi in vaghe illusioni, essendogli pur giunte dalle 
prefetture notizie precise dei resultamenti ottenuti dalla riparti- 
zione di terreni demaniali fra i proletari (i). Recenti pubblicazioni 
ufficiali mostrano quanto poco si sia avvantaggiata la ricchezza 
pubblica dal passaggio in mani private di considerevoli esten- 
sioni demaniali, e quanto poco veramente i piccoli appezzamenti, 
nonostante i divieti delle leggi, siano rimasti nelle mani dei pri- 
mitivi concessionari. Basti dire, che il demanio di Atella è stato 
quasi tutto retrocesso al Comune dopo soli vent'anni dalla sua 
quotizzazione, che del demanio di Barletta, diviso trent'anni ad- 
dietro fra ottocento proletari, tre quarti almeno è posseduto oggi 
da grossi possidenti, e quello estesissimo di Eboli non è ser- 
vito se non a creare due o tre de' maggiori latifondisti della 



(i) Ministero d'agricoltura, industria e commercio, Notizie e studi su 
Vagricoltura italiana, Roma, 1879. 



LA QUESTIONE DEMANIALE 9I 

piana di Salerno; basti dire, che delle settemiladuecentosessanta 
quote, ottenute dalle divisioni dei demani comunali della pro- 
vincia di Teramo, non più che duemilasettecentosettantasette sono 
tuttora intestate ai primi coloni ! Ogni giorno che Iddio manda le 
quotizzazioni si dileguano come nebbia al vento... Ma poiché, in 
tanto, né i contadini, sempre più avidi di terre, si stancano dal 
chiedere né i borghesi sono alieni dal favorire nuove quotizza- 
zioni, — ecco, da un po' in qua, l'ultima disastrosissima trovata, 
che è quella di arrabbattarsi presso le autorità tutorie per far di- 
chiarare demaniali, cioè, quotizzabili, i terreni patrimoniali del 
Comune... Se la iniqua opera dovesse fruttificare, presto l'Italia 
meridionale non avrebbe più una spanna di terra pubblica, a pro- 
fitto delle stremate finanze de' più poveri Comuni di montagna! 



Insomma, il guaio maggiore della questione demaniale è stato, 
ed è anche oggi, l'enorme estensione dell'impero di taluni concetti 
generali, tradizionalmente ammessi come di diritto naturale. La 
materia demaniale è nata con una giurisdizione speciale per essa. 
Si tratta non di una legge ordinaria, di un istituto giuridico de- 
stinato ad esser funzione normale dell'ordine sociale: è invece una 
legge straordinaria, un istituto giuridico, il quale, con l'esaurire 
la sua funzione, esaurisce sé stesso; un istituto di passaggio da 
un ordine sociale all'altro. Di qui la fisonomia straordinaria, con 
cui è nato, e che serba tuttora: là ove le questioni feudali e 
demaniali sono esaurite, non è possibile risorgano altrimenti; 
è un diritto che si liquida, ma non rinasce, per modo che la giu- 
risdizione straordinaria è nell' indole sua stessa. Ed è stato perciò 
un grande errore venir via via restringendo questa giurisdizione. 
Con le leggi italiane essa è stata ridotta, e male, alla sola prima 
istanza e alla sola esecuzione: si va, in appello dalle ordinanze 
prefettizie, dinnanzi alla Corte di Appello e poi alla Corte di Cas- 
sazione. Del resto, nelle stesse vecchie leggi napoletane la deter- 
minazione della competenza non è chiara: la prova è che ogni 
grossa questione demaniale si è sempre complicata e si complica 
con una questione preliminare di competenza, che deve esaurire 
tutti i gradi di giurisdizione; ed è questione di sostanza, non di 
forma, che trattasi di ammetter prove e forme abbreviate, che 
non sono, di regola, ammesse dinnanzi ai Tribunali. Ora i magi- 



92 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Strati di Appello e di Cassazione si dimostrano sempre più avversi 
ad ogni competenza eccezionale, e la vanno sempre più restrin- 
gendo: effetto di uno dei soliti diffusissimi pregiudizi dei giuristi, 
che è quello della prevalenza assoluta della giurisdizione ordinaria 
ed unica del giudice civile, del considerare come un privilegium 
ogni altra giurisdizione; pregiudizio analogo all'altro, che reputa 
eccezionale, e però d'interpretazione restrittiva, tutto ciò che non 
è il Codice Civile, considerato come jus commune ed elevato quasi 
a jus naturale y di cui ogni altra legge sarebbe eccezione e de- 
rogazione. 

Non basta quindi ammettere la giurisdizione eccezionale in 
materia demaniale; bisogna anche per virtù di legge determinarla 
in guisa, che la sua esistenza, libera d'ogni questione di compe- 
tenza preliminarmente risoluta, sia definitivamente assicurata in 
un periodo di tempo certo e prestabilito. La legge, ponendo una 
buona volta la politica e l'economia sociale al di sopra della scola- 
stica, estendendo, cioè, l'istituto della prescrizione, cosi come vige 
per i diritti e le azioni patrimoniali di ogni persona giuridica, 
anche ai diritti e alle azioni demaniali dei Comuni; la legge do- 
vrebbe prescrivere un termine, al più di trent'anni, in cui tutte 
le questioni demaniali dovessero essere esaurite: e perché non è 
da sperare nelle amministrazioni comunali, conniventi o neghgenti 
od ignoranti, bisognerebbe affidare a speciali commissari, uno al- 
meno per ogni circondario, la liquidazione e il proseguimento delle 
liti nell'interesse dei Comuni, dovendosi ritenere per fermo, che 
vi sono Comuni, nei quali, per colpa o per dolo, la rivendica- 
zione dei demani non è stata mai supposta o intentata. Questi 
commissari, prescelti e collocati per modo, che non possano su- 
bire r influsso delle passioni, cosi intense nei piccoli centri, do- 
vrebbero avere pieni poteri nella cura e nell'obbligo del patrocinio 
dei diritti comunali; né ad essi dovrebbe bastare la ricerca negli 
archivi municipali, non di rado o deficienti o privi del tutto, per 
negligenza o per sottrazioni avvenute: ad essi occorrerebbe piena 
libertà negli archivi provinciali e nel Grande Archivio di Napoli, 
in cui sono ancora serbate le carte della Camera della Sommaria, 
la quale, prima del 1799, aveva giurisdizione su tutti i Comuni 
del Regno. Compiute le ricerche e intentate le cause da parte dei 
regi commissari, un magistrato eccezionale, una Corte straordi- 
naria (una almeno per provincia) dovrebbe giudicare, in via som- 
maria e inappellabile, delle liti vertenti. 



LA QUESTIONE DEMANIALE 93 

In questo modo, al termine del trentennio, ogni diritto del 
Comune sarebbe irrevocabilmente prescritto, ogni fonte di que- 
stione fra municipi e cittadini distrutta per sempre, ogni causa 
d'incertezza nei pubblici e nei privati domini per sempre elimi- 
nata. Interest reipublicae! 



Certo, il lavoro compiuto fino ad oggi è di non lieve impor- 
tanza; tanto più lodevole quanto più difficile, più complicata, più 
astrusa, più generalmente ignota è stata ed è la giureprudenza 
demaniale. Esso va diviso in due periodi, l'uno dal 1806 al 1860, 
l'altro, secondo le ultime statistiche, dal 1860 al 1877. Nel primo, 
il numero delle operazioni delle divisioni in massa e degli scio- 
glimenti di promiscuità ascese a 1966 per una estensione di ettari 
600.000; quello delle quotizzazioni fu di 116.264 per una estensione 
di ettari 205.988 e un canone di lire 1. 107. 071; quello, infine, 
delle operazioni di reintegre e conciliazioni ammontò a 569 per 
una estensione di ettari 75.141. Nel secondo periodo, il numero 
delle operazioni delle divisioni in massa e degli scioglimenti di 
promiscuità ascese a 263 per una estensione di ettari 44.306; 
quello delle quotizzazioni fu di 111.960 per una estensione di 
ettari 106.026 e un canone di lire i. 201. 299; quello, per ultimo, delle 
operazioni di reintegre e di conciliazioni aumentò a 1345 per una 
estensione di ettari 85.438 e un canone di lire 544.835. 

Ma, dopo tutto, è pur forza confessare che lo stato presente 
della questione demaniale nelle province meridionali è presso che 
ignoto all' Italia ufficiale. Eppure si tratta di lievito che fermenta, 
di fuoco che cova l'incendio! Che mezza la penisola non abbia 
il concetto né sappia gli scempi di queste micidiali nostre lotte 
intestine, dacché la improvvida legge non ebbe, da Roma in su, 
trasmesso quale fatale retaggio, di generazione in generazione, la 
perpetua domanda di terre da dividere al popolo, e non mai divise 
perché mal possedute da' prepotenti, s'intende. Ma come inten- 
dere che Governo e Parlamento persistano nel disconoscere una 
cosi grave iattura per tutta una metà del Regno, e tanto indugino 
a rimuoverne le cause, a spengere fin la memoria della strana 
tradizione di un diritto, che o non ancora è bene affermato o, se 
tale, non ancora si è esplicato nel fatto? posson essi rimanere 
più a lungo, senza pericolo del primo e senza colpa del secondo. 



94 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

indifìferenti alla sorda agitazione ovvero alla paurosa tregua, in cui 
vivono tanti Comuni, ne* quali da anni ed anni non più esiste la 
domestica tranquillità, e i cui abitanti, come Tacito chiamava gli 
ebrei, son ormai degli «uomini insocievoli?» Oh se Governo e 
Parlamento conoscessero la realtà delle cose nostre, non essi certo 
crederebbero, come pare che credano, alla pronta miracolosa pa- 
lingenesi di un paese, avverte il Racioppi, « testé uscito dalle 
matrici del dispotismo, e imbellettato di libertà soltanto per il di 
delle feste » ! 

Si ode spesso ripetere l'aurea sentenza del Vico, ossia, che i co- 
stumi valgono più delle leggi, ed essi non si cangiano d'un tratto, 
ma per gradi e in lungo tempo... Cosi è, cosi non fosse! Ma quale 
inizio di prossimo o lontano cangiamento d'un pessimo costume, 
prodotto da vecchie leggi, è mai possibile senza il savio previdente 
ausilio di leggi nuove ? A colui che attentamente studi cotesta im- 
mane questione, la storia dimostra, che senza poteri eccezionali 
di magistrati e senza eccezionali procedimenti, non è possibile ve- 
nire a capo di soluzioni definitive; l'esperienza gl'insegna, che si 
fu troppo frettolosi (qualcuno direbbe troppo imprudenti) nel dare 
il bando dal codice civile all'istituto della colonia perpetuala; 
l'evidenza infine lo ammaestra, che poiché le quotizzazioni hanno 
bisogno, per sussistere, di capitali donati o prestati, sia assolu- 
tamente necessario che lo Stato, e non altri, esegua la difficile 
operazione. A conti fatti, le sole sedici province meridionali di 
terraferma hanno ancora trecentomila ettari di terreni da dividere 
sui demani propri e su quelli venuti finoggi ai Comuni; forse al- 
trettante migliaia e più si otterrebbero presto se si menassero a 
compimento le liti intentate, o se si desse mano a iniziare quelle 
tuttora da intentare. Per carità e per amor di patria, prima di 
procedere a nuove divisioni, ricordiamo per poco le tante già 
compiute inutilmente da settant'anni in qua; prima di andar 
oltre in una via che non ha uscita di sorta, indaghiamo a fondo 
una soluzione definitiva, l'ultima soluzione di siffatta questione, 
che è davvero una minaccia continua del nostro assetto politico, 
economico e morale! 



(i) Rinaldi, Le colonie perpetue nella storia del diritto italiano, Napoli, 1878. 



LA QUESTIONE DEMANIALE 95 



Rauniamo le fronde sparte. 

S'illude grandemente chi crede, che la questione demaniale 
nelle province meridionali si riduca tutta, o quasi tutta, alla sud- 
divisione individuale dei terreni già dichiarati demaniali per sen- 
tenza inappellabile di magistrato; e s'illuderebbe ancora più chi 
credesse, che essa non si estenda se non ai più sicuri ordinamenti 
per conservare nelle mani dei possessori le quote loro assegnate, 
od anche alle più sollecite provvidenze per gli scioglimenti di 
promiscuità fra Comuni e privati, alle quali, per causa di oppor- 
tunità più che per ragion di spazio, non ho qui neppure accen- 
nato. Ciò costituisce una gran parte del problema; ma, giova 
ripetere, non è tutto il problema. 

Ben altra cosa è l'altra più importante e meno appariscente 
parte della questione, il compimento, cioè, delle reintegrazioni 
de' terreni usurpati, la separazione in massa o altrimenti la divi- 
sione dei beni ex-feudali : in una parola, la promozione, viva, per- 
sistente, definitiva, delle azioni demaniali. Or fino a che non verrà 
dato un termine alle azioni demaniali di qualunque genere, e 
affidata la liquidazione e il proseguimento delle liti a speciali 
commissari, e rimessi i giudizi in via sommaria a collegi straor- 
dinari; fino a che, insomma, la questione non sarà meglio riso- 
luta con nuove leggi eccezionali : è ferma convinzione di chi molto 
teme perché molto ama, che sarà sempre vano sperare in un 
avvenire, nel quale le province del Mezzogiorno possano esser li- 
bere, una buona volta, di questa gran « lebbra » (la parola è del 
deputato Oliva), che è la questione demaniale. 



V, 
SCRUTINIO DI LISTA 

(25 marzo 1881) 



G. Fortunato, n Mezzogiorno e lo Stato Italiano • i. 



Camera de' deputati, tornata del 25 marzo 1881, nella di- 
scussione generale del disegno di legge per la riforma 
della legge elettorale politica. 



Onorevoli Colleghi! — Fo mio Taugurio, che ieri fece a sé 
l'onorevole Lacava; mi auguro anch'io, che la Camera voglia 
compiere senza indugio la riforma della legge elettorale politica, 
emendandola nei due punti fondamentali del disegno del Mini- 
stero e della maggioranza della Commissione: credo anch'io 
sia debito ormai della Camera uscire al più presto da ogni incer- 
tezza, dopo due anni dacché il disegno di legge fu presentato 
la prima volta al banco della Presidenza, Più che chiesta da 
coloro che furono sinora esclusi dalle urne elettorali, la riforma 
è sembrata necessaria allo stesso Parlamento, che pure ha ori- 
gine da una legge quasi ultima in Europa per esclusive limita- 
zioni del maggiore dei diritti garantiti dallo Statuto, — il voto 
politico. Un sentimento intimo e profondo ha fatto e fa accorti 
noi stessi, che è pur giunta l'ora di rifar noi per i primi, rifa- 
cendo la nostra base elettorale: ci ha fatto e ci fa accorti, che 
oggi è tempo, non appena ci è concesso di alleggerire, per via 
dell'abolizione del macinato e del corso forzoso, la gran soma 
dei sacrifizi imposta al paese da ineluttabile necessità di cose, 
oggi è tempo di chiamare alla effettiva partecipazione del Go- 
verno tutti, o gran parte di coloro, dal cui assenso ebbe causa 
il nostro diritto plebiscitario. Desiderata perciò e quasi dico 
invocata da tutti i partiti, perché tutti incoglie un malessere 



lOO IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

come chi, dopo arduo cammino, si provi ad incerto riposo, 
unanime è l'assenso nostro su l'urgenza della riforma, comune 
il desiderio per la pronta sua sanzione. L'accordo vien meno 
soltanto nella definizione dei limiti e nella introduzione delle 
modalità, perché vi è chi consente col progetto, chi ne dissente 
per un verso o per l'altro. Or fra coloro che non consentono 
e nei limiti e per le modalità, sono io; ed io che oggi sorgo a 
parlarvi pur senza la pretesa di fare, come suol dirsi, un gran 
discorso, invoco fiducioso la vostra benevolenza. 

I due punti fondamentali del disegno di legge sono l'allar- 
gamento del voto e lo scrutinio di lista. Il primo si arresta, 
per la capacità, alla quarta elementare e alla scuola reggimen- 
tale, e, pel censo, a tutti coloro che pagano 20 lire d'imposta 
diretta. Il secondo è ristretto a vari gruppi di collegi, 135 in 
tutto, con vario diritto alla eleggibilità di non meno di due e 
di non più di cinque deputati. Questo, nella sua più laconica 
espressione, il significato del disegno per la riforma della legge 
elettorale politica del 17 dicembre 1860: questi i due punti che 
daranno luogo alla discussione generale, e motivo alle votazioni 
successive nella discussione degli articoli. 

Fautore del suffragio universale illimitato, l'allargamento del 
voto, secondo il disegno, mi pare per ogni verso odioso ed 
ingiusto. Odioso, perché fa al censo quella stessa disuguaglianza 
di trattamento, che la legge vigente fa alla capacità; ingiusto, 
non solo perché, come ha bene osservato ieri l'onorevole Co- 
dronchi, un privilegio è creato all'elemento urbano di fronte al- 
l'elemento rurale nella stessa provincia, nella stessa regione, 
nelle meglio fornite di scuole popolari, ma perché una ben dura 
condizione è creata al Mezzogiorno di fronte al Settentrione, 
essendo ivi pochissimi i comuni forniti di quarta elementare. 
Sono fautore del suffragio universale illimitato, non perché lo 
creda un dono da parte nostra o un diritto da parte altrui; ma 
perché, nella presente condizion di cose dèi nostro paese, mi 
pare l'unica base, utile e sicura, del sistema elettorale. Utile, 
perché la rappresentanza degl'interessi collettivi non può tra- 
dursi ormai, a parer mio, in coefficienti politici se non sul 



SCRUTINIO DI LISTA lOI 

fondamento sociale del numero, affinché si abbia davvero forza 
di rettitudine nel Governo e coscienza di doveri nei governati. 
Sicura e punto pericolosa, perché non credo darà il paese in 
balia delle correnti estreme, non costituirà una minaccia sia per 
l'intervento dei clericali sia per l'ingrossare dei repubblicani, 
non turberà punto l'equilibrio (e qui son d'accordo con l'ono- 
revole Paolo Lioy, positivista se altri mai)... 

LiOY. Chiedo di parlare. 

Fortunato... non turberà l'equilibrio della dinamica sociale. 
Del resto, le democrazie moderne conducono fatalmente a questo, 
— che chiunque sodisfi a' suoi doveri civili e non abbia de- 
meritato della società, debba aver diritto di partecipare alla costi- 
tuzione di quell'autorità politica, alla cui obbedienza è costretto; 
ed oggi più che mai è vero il detto sentenzioso, che laddove 
non vi è diritto di voto, nasce il diritto alla ribellione... Perché 
mai sarebbe sorto lo Stato italiano, in nome della libertà, se 
non per l'eguaglianza? 

E quando il suffragio universale non dovesse qui raccogliere 
la maggioranza dei voti, io non potrei contentarmi, a mo' di con- 
cessione momentanea, che di quell'unica disposizione, meno 
empirica e meno arbitraria delle altre, che mi affidasse realmente 
del massimo allargamento possibile: quella, cioè, che escludesse 
dalle urne i soli illetterati. Ciò facendo, io non verrei già ad 
affermare che l'alfabeto sia un criterio di capacità, perché dav- 
vero non credo ai criteri delle capacità elettorali, tanto meno a 
quello che si limita all'alfabeto. Mi appagherei di questa disposi- 
zione, perché essa mi rassicura del principio e dell'attuazione 
sua nell'avvenire meno lontano; perché fra tutte le inevitabili di- 
sparità provenienti dall'adozione di ogni altro principio che non 
sia quello del suffragio universale, questa almeno subisce le na- 
turali, non sancisce a caso ed a capriccio le occasionali, perché, 
infine, è mezzo vivo e sprone facile a tutti gli esclusi per met- 
tersi in grado di adempiere a un obbligo fatto loro dalle leggi, 
quello, cioè, del saper leggere e scrivere. 

Del resto, la firma che insieme con altri sette deputati d'ogni 
parte della Camera ho avuto l'onore di mettere all'ordine del 



I02 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

giorno deiramico Sidney Sonnino (i), mi dispensa dall' impren- 
dere, per parte mia, la difesa del suffragio universale illimitato, 
che sarà validamente sostenuta da lui; e, d'altra parte, venuta 
meno la votazione, più d'un nostro collega farà qui e sosterrà 
la sostituzione di tutti coloro che san leggere e scrivere alle 
varie categorie di capacità sancite dal disegno, che sono la più 
strana astrusa creazione che si possa mai immaginare. Mi è 
dunque lecito di restringere il mio dire soltanto al secondo punto 
fondamentale del disegno, ossia, allo scrutinio di lista, del quale 
sono avversario aperto e convinto, appunto perché fautore del 
suffragio universale diretto, essendo esso, a parer mio, la più 
manifesta, la più odiosa, la più ingiusta confìsca del voto popo- 
lare. Per questo verso mi auguro che la Camera vorrà risosti- 
tuire al collegio plurale, com'è proposto nel disegno di legge, 
il collegio uninominale, com'è ora in Italia. 



Parlando contro lo scrutinio di lista, so di non difendere una 
causa molto popolare. Se il barone Manno fosse vivo, e dovesse 
ristampare quell'aureo suo libretto della « Fortuna delle pa- 
role », certo non mancherebbe di accogliere, fra le altre, questa 
dello scrutinio di lista: fortunata parola, udita con favore e 
plauso universali, poco discussa e, dalle moltitudini non solo, 
poco compresa, fatta segnacolo come per incanto del credo 
progressista. Non ignoro che comunemente si dice, essere lo 
scrutinio di lista contrariato sia dalla Destra per motivo di par- 
tito, essendo essa minoranza, sia da coloro che non sono 
ascritti alla Destra per ragione personale: essere combattuto da 



(i) Ecco il testo dell'ordine del giorno, presentato al banco della Presidenza fin 
dalla tornata del 22 dicembre 1880: 

« La Camera, convinta che il diritto al voto debba riconoscersi in ogni citta- 
dino italiano, che goda della pienezza dei diritti civili e non si sia mostrato indegno 
dell'esercizio dell'elettorato politico, passa alla discussione degli articoli ».— 5zV/n<?jv 
Sonnino, Delprete, Mameli, Fortunato, Zucconi, Ciardi, Giera, Savini, Federigo 
Colajanni. 



SCRUTINIO DI LISTA IO3 

tutti coloro che più hanno a temere dei suoi effetti nel caso in 
cui avesse efficacia di legge, dagl'ignoti e dalle mediocrità a 
preferenza, suoi nemici mortali prò aris et focis^ da' Cameadi, 
punto disposti al suicidio, alla rinunzia del « diritto feudale ». 
Ma pur non curando il volgo, io non posso nascondere, che a 
combattere lo scrutinio di lista occorrerebbe maggiore autorità 
che io non abbia. Mi conforta il pensiero, che in una questione 
cosi grave scompare l'individuo e resta l'idea. E voi, o signori, 
non date ascolto se non alle ragioni che sarò per addurre, 
tratte unicamente dalla realtà delle cose. 

Ed è veramente alla sola stregua della realtà che noi dob- 
biamo informare il nostro criterio su questo proposito. Una 
discussione astratta non proverebbe nulla nel caso nostro, ed 
io ammetto per il primo che in pura teoria lo scrutinio di lista 
ha, forse, maggiori seduzioni del collegio uninominale. La sua 
dottrina, infatti, è mirabilmente esposta dall'onorevole Zanar- 
delli, nella cui relazione non so se debbasi ammirare più l'acume 
del pensiero o lo splendore della forma: è difficile, a parer mio, 
aggiungere altro in difesa dello scrutinio di lista. Ed è egregia- 
mente dottrinale, quantunque molto più pratico nella sostanza, 
quanto ieri ha detto in sua difesa l'onorevole Lacava. Succe- 
dendo a lui in questa discussione generale, io devo contenermi 
nel rispondere, punto per punto, alle sue argomentazioni, per 
non divagare in un campo meramente accademico. Lo stesso 
Ministro dell'interno, presentando la prima volta nel 17 marzo 
1879 il disegno di legge, dichiarava che non trattandosi d'una 
di quelle questioni, su le quali si è fatta col tempo una lunga e 
larga esperienza, essa è priva di ogni concordia d'idee e di fatti. 
A chi davvero volesse affermare che lo scrutinio di lista giovi 
alla causa dei partiti liberali, la storia direbbe che le tre Assem- 
blee più conservatrici che abbia avuto la Francia da trent'anni 
in qua, la Costituente del 1848, la Legislativa del 1849 e la 
Nazionale del 1871, furono elette a scrutinio di lista; direbbe che 
la Francia corse gran rischio di riavere la dinastia borbonica con 
una Camera eletta a scrutinio di lista, in cui non era rappresen- 
tata se non la grande proprietà fondiaria. E chi volesse attenersi 



I04 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

alle presenti legislazioni d'Europa, vedrebbe che solo il Belgio 
l'ha adottato in tutta la sua pienezza, perché davvero, onore- 
vole Lacava, non può citarsi ad esempio né la Svizzera, il cui 
ordinamento del Consiglio Nazionale è tanto diverso dal nostro, 
né l'Inghilterra e la Spagna, in cui i collegi plurali, storicamente 
parlando, rappresentano l'eccezione e non la regola; vedrebbe 
che il Belgio, il quale l'ha adottato nella sua pienezza, è ultimo 
in Europa per angustia di diritto elettorale, primo fra tutti per 
rigori d'incompatibilità d'uffici. Facendoci dunque difetto e la 
storia e l'esperienza, è uopo ridurre la questione nel campo 
pratico, in quello delle presunzioni: indurre, cioè, dalle condi- 
zioni del nostro paese i possibili danni od i possibili vantaggi 
dell'adozione dello scrutinio di lista nel nostro diritto pubblico. 
Non bisogna dimenticare il momento, in cui sorsero in campo 
l'idea e la parola dello scrutinio di lista. Mi si permetta di esser 
franco. Non appena la Sinistra, andata al potere, cominciò a 
scindersi, nei circoli parlamentari e nei circoli politici si levò 
una voce, sommessa dapprima, poi chiara e distinta, che fece il 
collegio uninominale responsabile di tutto il danno. A più d'un 
nostro collega piacque formulare nettamente l'accusa. L'onore- 
vole Lovito fu primo a sostenere, che la Camera ha perduto 
di autorità e di forza, solo perché l'ambiente del collegio uni- 
nominale è troppo angusto, troppo favorevole alle mediocrità. 
E l'onorevole Lacava ha scritto recentemente nel suo libro su 
la « Riforma Elettorale », il quale sarà sempre utilmente 
consultato, che l'interesse politico è andato a mano a mano sce- 
mando, in quest'Aula, che il livello parlamentare è andato a mano 
a mano abbassandosi, che la Camera stessa è in contìnua deca- 
denza, solo perché il collegio uninominale è finito per essere age- 
vole agli uomini senza fede e senza coltura. E l'onorevole Mini- 
stro dell'interno, nel ripresentare il disegno di legge, affermava 
occorresse, quanto e forse più dell'allargamento del suffragio, 
migliorare il carattere politico del corpo elettorale mercé l'abo- 
lizione del collegio uninominale, togliendo via l'ingerenza go- 
vernativa e impedendo il progredire della corruzione locale. 
Insomma, la conclusione de' primi dubbi su l'efficacia della 



SCRUTINIO DI LISTA I05 

nostra Camera fu, che per rialzare la coscienza degli elettori e la 
dignità degli eletti bisognasse adottare, nella riforma della legge 
elettorale, lo scrutinio di lista. Anche ieri l'onorevole Lacava, 
nella sua generosa invettiva contro lo stato presente dei partiti 
parlamentari, ha sostenuto che noi non avremo mai una Camera 
migliore, finché non sarà abolito quel guscio di noce che è 
il collegio uninominale; ha detto ed ha concluso, che non voterà 
allargamento di sorta senza lo scrutinio di lista. 

Questa la prima corrente che determinò in mezzo a noi l'idea 
e la parola dello scrutinio di lista, ed io mi guardo bene dal 
negarne la schiettezza e la nobiltà. Mi basta ricordare che favo- 
revoli ad esso si sono già dichiarati, dinnanzi agli elettori, l'ono- 
revole Taiani, di Sinistra, ad Amalfi, l'onorevole Basteris,*di 
Destra, a Ce va; mi basta sapere che da questi banchi del Cen- 
tro sorgerà a sua difesa l'onorevole Domenico Berti; mi basta, 
infine, richiamarmi alla stessa relazione dell'onorevole Zanar- 
delli, specialmente al capitolo quarantaduesimo, ov'è detto che 
lo scrutinio di lista, trasformando i rapporti degli eletti con gli 
elettori da personali in politici, migliora il livello della scelta e 
il criterio della rappresentanza. Ma non v' ha dubbio che altre 
cause accessorie possono aver reso accetto lo scrutinio di lista. 
Via, siamo sinceri ! Per tutti coloro per i quali ogni allargamento 
è l'ignoto, che temono Dio sa che cosa dall'intervento di nuovi 
elettori, lo scrutinio di lista può essere, secondo la frase favorita 
dell'onorevole Lacava, un correttivo. E poi, lo scrutinio di 
lista, cosi, all'ingrosso, può sedurre il deputato, cui può sem- 
brare di grande vantaggio personale, in quanto lo emancipa da 
cento padroni per un solo, il partito; in quanto lo libera dalle 
mille pazienti noie, di cui fa parola l'onorevole Zanardelli, dallo 
scrivere in media una diecina di lettere al giorno, dal salire e 
dallo scendere le scale dei Ministeri {Mormorio). E poi an- 
cora, le generazioni crescono, le liste elettorali si rinnovano, 
nessun uomo è necessario a questo mondo: in questi casi lo scru- 
tinio di lista può offrire la possibilità di una mutua assicurazione 
fra i deputati presenti di un collegio plurale futuro, l'inamovi- 
bilità per l'avvenire. Né io condanno questi fini assolutamente 



I06 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

personali. A loro giustificazione è il fatto, che lo scrutinio di 
lista, disciplinando meglio il partito, viene, per mezzo del par- 
tito, a garantir meglio l'individuo. 

Ma lasciando da parte ogni considerazione secondaria, fu 
poi giusta quella prima corrente che determinò in mezzo a noi 
l'adozione dello scrutinio di lista? Fu giusta la condanna del 
collegio uninominale, fatta dall'onorevole Lovito, la dura sen- 
tenza, emessa ieri nella Camera dall'onorevole Lacava? 

A me non pare, onorevoli colleghi. Non pare veramente che la 
Camera e, più ancora, il collegio uninominale, meritino addirit- 
tura la gogna. Certo, un grande mutamento è qui avvenuto dal 
1865 ad oggi; ma esso è l'effetto di logica evoluzione, di cui è 
presto detto il significato. Nel primo periodo di un governo 
libero, l'influenza della Rivoluzione è assoluta; la Rivoluzione 
crea i ministri e i deputati, e non si attiene se non ai patrioti, 
ai più noti, ai più insigni fra loro. Perciò tutti i primi Parla- 
menti, comunque eletti, restano i migliori, e lasciano bella me- 
moria di sé nella storia; e all'onorevole Lacava, il quale ha 
rammentato l'Assemblea napoletana del 1848, eletta a scrutinio 
di lista, il cui ricordo può aver determinato nelle province meri- 
dionali di terraferma una tradizione favorevole allo scrutinio di 
lista, gli si può opporre il primo Parlamento italiano del 1861, 
eletto a collegi uninominali; gli si può opporre un dubbio 
non infondato su l'efficacia di quella nostra Assemblea, la quale, 
fra le insidie tenaci della Corte e l'incertezza folle del paese, 
sciupò tempo e autorità nel decidere se dovesse considerarsi 
costituente o costituita, mentre sul Mincio si decidevano le sorti 
supreme d'Italia: me ne appello a un illustre superstite di quel- 
l'Assemblea, all'onorevole Spaventa. Tutti i primi Parlamenti, 
comunque eletti, restano dunque i migliori {Mormorio); perché 
non appena cessa quel primo periodo, subentrano e s'impongono 
le esigenze della vita quotidiana, l'interesse materiale reclama 
i suoi diritti, tutte le classi vogliono essere rappresentate, 
la pubblica opinione muta indirizzo, la realtà stessa, insomma, 
piglia il sopravvento; e non è esatto, onorando Fabrizi, che la 
realtà sia prosaica, poiché ha in sé la poesia altissima del vero. 



SCRUTINIO DI LISTA I07 

Tutto ciò modifica i Parlamenti; ciò ha modificato il Parlamento 
nostro dal 1860 ad oggi. Di contro alla Destra, che ebbe la 
sorte non immeritata di essere al potere nel momento della 
unificazione, sorse la Sinistra, che rappresentò due correnti 
opposte, ma possibili nella sua essenza di partito di opposizione: 
quelli ft-a gli elementi della rivoluzione, cui pareva tardigrada la 
Destra nell'attuazione del programma politico, e gli elementi 
conservatori, turbati in cosi profondo spostamento d'interessi. 
Or nella guerra gloriosa, che Sinistra e Destra hanno com- 
battuto per sedici anni, la Sinistra guadagnò terreno, natural- 
mente, in quattro legislature successive; fii maggioranza nella 
quinta. Il mutamento avvenuto nella Camera italiana, onorevole 
Lacava, è quindi rappresentato dalla vittoria, lenta ma sicura, 
della Sinistra contro la Destra. È questo forse il demerito del 
collegio uninominale, di cui un giorno tenne discorso l'onorevole 
Lo Vito, questa la decadenza, di cui ha fatto parola l'onorevole 
Lacava? In verità, non è possibile. Non è possibile, perché solo 
la Destra, in tal caso, avrebbe diritto di formulare cosi grave, 
cosi terribile accusa... 

E il vero è che la Camera è quella che il partito ha voluto 
che sia; ed è, dopo tutto, superiore alla fama. Il vero è che 
il collegio uninominale 'è quello che le condizioni morali, intel- 
lettuali ed economiche del paese vogliono che sia. Se un qua- 
lunque decadimento fosse nella Camera, mi perdoni l'onorevole 
Lacava, la responsabilità sarebbe tutta del partito, non del col- 
legio uninominale; perché il collegio ha fatto sempre guerra 
politica, mai guerra personale; perché ha combattuto e com- 
batte in nome del partito; perché ha creduto e crede nel pro- 
gramma, negU uomini, nei candidati del partito. E se finanche 
mi si dimostrasse che la corruzione si è infiltrata qua e là per 
i collegi, io non tarderei un solo istante a darne colpa al par- 
tito, perché ciò mi direbbe che il partito, nell'ora del pericolo, 
abusò delle promesse, delle seduzioni, delle lusinghe; perché la 
logica mi dice che i partiti viziano i collegi, non i collegi cor- 
rompono i partiti; perché l'esperienza m'insegna che la febbre 
politica, la cieca fede nel partito han potuto off"uscare alle volte 



I08 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Ogni altro criterio nelle elezioni del collegio uninominale, non 
mai la servile ignobile devozione personale. Che io sappia, il 
collegio uninominale non ha dato mai il bando agli uomini più 
insigni di Destra e di Sinistra, li ha accolti sempre (e l'ono- 
revole Crispi ne può far fede) in caso di abbandoni da parte 
di grandi città. Che io sappia, non ha potuto, più che non abbia 
voluto, colmare i vuoti fatti dalla morte nelle file dei nostri pa- 
trioti; non ha potuto sostituire celebrità a celebrità, pago di 
modesti gregari del luogo, niodesti fin che volete, ma non cosi 
anemici e cosi meschini come fummo battezzati nelle tornate 
del 9 e IO corrente: modesti, ma pensosi, come disse il nostro 
Billia. La vita parlamentare è inferma, come affermò giusta- 
mente l'onorevole Lacava, ma non perché il collegio uninomi- 
nale ha creato una Camera personalmente indegna del paese, 
non perché noi, nell'insieme, siamo inetti o cattivi, sollecita- 
tori di affari e non uomini politici, faziosi indisciplinati e non 
uomini di parte. Siamo infermi perché non sappiamo dar vita 
a nuove lotte, e creare nel paese tali nuòve correnti, le quali 
abbiano di mira l'elevamento e il disciplinamento spirituale de- 
gl'italiani, da sostituire alla vecchia Italia anarchica una giovane 
Italia in perfetto equilibrio di senso politico e di senso morale; 
perché, insomma, non sappiamo ancora rifar dentro di noi un 
ideale di valor pari a quello degli anni passati: un ideale, che 
se non può aspirare alla poesia seducente del Risorgimento poli- 
tico, può certo inspirarsi all'austera prosa del Rinnovamento 
sociale. E voi sperate nello scrutinio di lista, perché si rifaccia 
l'ideale degli anni passati? V'ingannate. L'infermità presente ha 
tutt'altre origini, onorevole Lacava! Essa risale al giorno stesso 
della vittoria, perché quel giorno aveva la sua soluzione il pro- 
gramma comune dei due partiti: eravamo qui in Roma, capitale 
del regno, col pareggio tanto sospirato nei bilanci dello Stato. 
Di qui l'incertezza della passata Legislatura, perché davvero la 
politica non è una finzione, è una necessità; ed è necessario nei 
Governi rappresentativi avere un programma nettamente segnato. 
Le illusioni, volere o non, si dileguarono, l'equivoco balenò alle 
menti, e questa XIV Legislatura non rappresenta veramente se 



SCRUTINIO DI LISTA IO9 

non un periodo di transizione, una Camera che se non potrà essa 
compiere, certo renderà agevole alla futura quella trasformazione 
de' vecchi partiti, sostanziale, non effimera, non esteriore, non su- 
perficiale, che ci è imposta dalla necessità. E in cambio, raffor- 
zando le illusioni e perpetuando l'equivoco, voi turberete questo 
lavorio di naturale evoluzione, voi debiliterete più che ora non 
sia il Parlamento nella coscienza del paese. Tutto l'opposto di 
quanto si augura, a buon diritto, l'onorevole Lacava! 

Ma lasciando da parte ogni giudizio su la Camera presente, 
vediamo un po' se lo scrutinio di lista potrà darci una Camera 
migliore. È qui tutta la questione, a parer mio. 

Facendo brevemente questo esame (perché, credete pure, 
costa più fatica a me il parlare che a voi l'ascoltare); facendo 
brevemente questo esame, io non terrò parola di una forma 
piuttosto che di un'altra di scrutinio di lista, né della tabella 
delle circoscrizioni proposta dal Ministero e dalla Commissione, 
che nel più dei casi mi pare affatto censurabile. Ma qui non 
posso nascondere, che adottato lo scrutinio di lista a fin di 
avere una Camera informata a nuovi criteri, era più logico adot- 
tarlo in modo uniforme e razionale: dividere, cioè, la peni- 
sola in cento collegi, per esempio, di cinque deputati ognuno, 
senza badare a circondari, a province, a regioni. Mi è stato as- 
sicurato che era pensiero dell'onorevole Crispi, allora ministro 
dell'interno, proporre lo scrutinio di lista a circoscrizioni provin- 
ciali. Fu detto (ed è vero), che una grande disuguaglianza legale 
sarebbe stata, per questo verso, sancita fra le varie province: 
quella di Torino, ad esempio, avrebbe eletto diciannove depu- 
tati, quella di Grosseto due soli. Ma è pur vero che il sistema 
prescelto non solo rende nulli i benefizi probabili di un aggrup- 
pamento uniforme, ma accresce artificialmente le stesse disu- 
guaglianze, che pure hanno una base storica, delle presenti 
circoscrizioni amministrative: è pur vero che l'aver preferito 
un sistema anfibio all'unico metodo razionale, od almeno al 
disegno dell'onorevole Crispi, che ieri fu patrocinato dall'onore- 
vole Lacava, dice a chiare note che tanto il Ministero quanto 
la Commissione non hanno gran fede nello scrutinio di lista. 



no IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Facendo inoltre questo esame, io mi atterrò naturalmente 
a quelle regioni che più conosco, ossia, alle province meridionali 
di terraferma, le quali hanno pure 144 seggi in Parlamento: 
quantunque io sospetti che tutta Italia abbia, qua e là, province 
come le nostre; e laggiù, ad ogni modo, è mia ferma convin- 
zione, lo scrutinio di lista non solo non toglierà gl'inconvenienti 
del collegio uninominale, ma gli accrescerà a cento doppi. Mi 
ascoltino i colleghi benevolmente. 



La difesa che dello scrutinio di lista ha fatto ieri l'onorevole 
Lacava, può riassumersi in tre capi: che esso giovi tanto all'as- 
semblea che riesce nominata, quanto agli eletti ed agli elettori. 

Cominciamo dal primo. 

Le assemblee parlamentari, ha detto l'onorevole Lacava, 
devono essere eminentemente politiche, e tali non saranno finché 
gli elettori non sentano se non i soli bisogni collettivi della 
nazione, finché non siano del tutto indipendenti da ogni inge- 
renza governativa. 

E sia. Ma credete sul serio che ad infondere la coscienza 
collettiva dei bisogni nazionali basti l'aggruppamento di tre o 
quattro dei presenti collegi? Credete sul serio che quel Governo 
il quale s'ingerisca nelle elezioni dei collegi uninominali, non 
possa domani ingerirsi egualmente nelle elezioni dei collegi 
plurinominali? 

La coscienza nazionale, checché si dica, non è mancata al 
nostro Parlamento. Le due leggi più importanti, e quasi uniche, 
nella cui discussione parve scoppiasse il sentimento o il risen- 
timento degl'interessi locali, la costruzione delle ferrovie com- 
plementari e l'abolizione del macinato, erano leggi che interes- 
savano regioni intere, non singoli collegi ; sarebbe avvenuto ed 
avverrebbe lo stesso con una Camera eletta a scrutinio di lista. 
Certo, oggi uno stato di atonia c'invade tutti; siamo stanchi, 
non sappiamo dove andare, che cosa fare; giochiamo a riman- 
darci i nomi e le cose come i fanciulli, perché non sappiamo 



SCRUTINIO DI LISTA III 

far di meglio. Ma per uscire da questo stato di atonia, per 
avere qua entro un sentimento cosi vivo da rifare i vecchi 
partiti, già morti da un pezzo, secondo affermò due anni fa 
l'onorevole ministro Baccarini, già sepolti da un pezzo, secondo 
proclamò ieri l'onorevole Lacava, occorre ben altro che lo 
scrutinio di lista! Non vi è addirittura se non un mezzo solo: 
chiamare realmente alle urne tutte le classi sociali od almeno 
il maggior numero possibile di elettori, senza paure, che sareb- 
bero irragionevoli, senza ipocrisie, che sarebbero ingiustificate. 
Si, o signori. Affidiamoci realmente, come scrive l'onorevole 
Zanardelli, alle « virtù popolari », facciamo circolare realmente 
nuovo sangue nel corpo politico, e poi vedremo se la nuova 
Camera non sarà degna del passato, non saprà essere tutrice 
dei grandi interessi collettivi della nazione, non avrà veri partiti, 
che rifacendo in sé stessi la vita della nazione, procedano ani- 
mosi verso l'avvenire, e avendo virtù assimilativa ed espansiva 
nel paese, non facciano più oltre sorridere di loro impotenza i 
clericali e i repubblicani. E in cambio dell'appello ampio e di- 
retto al paese, voi vi affidate ai famosi collegi vostri a tre o 
quattro deputati! È una illusione, onorevole Lacava, perché non 
avremo, com'ella spera, una Camera né più politica né più 
nazionale. 

Sperate dapprima che i partiti vengan fuori con bandiere 
nette e decise, armati di tutto punto come Minerva dal capo 
di Giove. È una illusione, contraddetta dalla evidente inclina- 
zione della natura italiana a transigere più sui principi che su 
le persone. Già ora si veggono transazioni fra società politiche 
diverse. Questi baratti, che ora non importano molto, sia perché 
fatti in segreto, sia per la natura stessa del frazionamento dei 
collegi, domani accadranno in pubblico con molto maggior danno 
dell'ordinamento dei partiti. E non basta. In un gruppo di can- 
didati, ciascuno dei quali ha forze proprie che nessuna legge 
può distruggere, saranno di necessità vicendevoli e frequenti le 
concessioni e le coalizioni; le liste, perciò, saranno più sbiadite e 
incolori, come nelle annuali transazioni per le elezioni ammini- 
strative di alcune grandi città di mia e vostra conoscenza: un 



112 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

miscuglio, che se è poco male per i corpi locali, rovinerebbe 
l'ambiente politico della Camera. E cosi, sia per le transazioni 
fra società diverse, sia per le concessioni fra gruppi diversi di 
candidati, sarà più difficile ogni salda compagine fra gli elementi 
di un partito, ed ogni salda composizione di questo alla stregua 
delle grandi questioni, perché davvero son meno riducibili ad 
unità compatta tanti gruppi, ciascuno omogeneo in sé stesso ma 
tutti ben distinti fra di loro, anziché un numero molto maggiore 
d'individui isolati e liberi nei loro movimenti. 

Sperate inoltre che i futuri rappresentanti, solo perché eletti 
in circoscrizioni non più di 50, ma di 100, 150 e fin di 250 
mila abitanti, abbiano maggior coscienza degl'interessi nazionali, 
minor coscienza degl'interessi locali, degl'interessi « piccini », 
come scrive l'onorevole Zanardelli. È una illusione, contrad- 
detta dal fatto che è più salda la coscienza degl'interessi locali 
nelle rappresentanze già unite e compatte. Oggi gì' interessi locali 
di uno dei 508 collegi, singolarmente rappresentati da 508 depu- 
tati, son come annullati qua entro in quanto sono incompatibili 
con gl'interessi nazionali. Domani l'interesse di uno di quei 
collegi, divenuto parte di uno de' nuovi 135, piglierà qualità e 
modo d'interesse circondariale e provinciale, assumerà aspetto 
più legittimo, s'imporrà più facilmente, avrà quattro o cinque 
avvocati in gara fra loro nell' esserne i più caldi difensori. Più 
saranno grandi i collegi, per estensione e per popolazione, mag- 
giore sarà la minaccia del sopravvento degl'interessi locali, 
perché il coro affiatato de' rappresentanti il collegio plurale sarà 
sempre più forte della voce solitaria del rappresentante il collegio 
uninominale. 

Ed è per questo che io nego che una Camera eletta a 
scrutinio di lista possa compiere più facilmente grandi riforme 
amministrative. L'onorevole Lacava ha detto che noi non avremo 
mai una riduzione delle sottoprefetture e dei tribunali circon- 
dariali, finché non avremo una Camera eletta a scrutinio di 
lista. È una illusione, onorevole Lacava. Col vostro sistema 
voi accrescete di molto il numero dei difensori delle sottopre- 
fetture e dei tribunali: oggi, credo, siamo in duecento; domani, 



SCRUTINIO DI LISTA II3 

certamente, saremo in quattrocento {Segni d'approvazione). Già, 
questa famosa riduzione è come le economie nel personale del- 
l'amministrazione centrale dello Stato: uno di quei tanti castelli 
in aria, che noi siamo soliti fabbricarci nel cervello per uso 
nostro o, per meglio dire, per uso e consumo dei nostri elettori. 
Ed è poi vero che la Camera italiana non ha compiuto grandi ri- 
forme amministrative e giudiziarie, dal 60 in poi? No, o signori; 
è vano far gioco di parole. Per compiere grandi riforme, è ne- 
cessario avere una maggioranza compatta: e non basta averla; 
bisogna pure che sia condotta vigorosamente da un uomo, che 
abbia un programma efficacemente determinato. Siamo noi in 
queste condizioni? 

Né più valido mi pare l'altro argomento, addotto dall'onore- 
vole Lacava, della ingerenza governativa. Ne ha parlato a lungo 
l'onorevole Codronchi, ed io sarò breve. 

Ne vuole una prova semplicissima l'onorevole Lacava? La prova 
è questa, che a quel Ministero che ami ingerirsi nelle elezioni, 
e metta in questa ingerenza tutto l'amor proprio di una partita 
a scacchi, piace più un giorno di elezioni generali che un giorno 
di elezioni parziali. La più larga circoscrizione dei collegi farà 
dunque tutt'altro che sgomento a palazzo Braschi, perché ren- 
derà più facile il lavoro, meglio organato il movimento. È inu- 
tile: finché al mondo un Governo sarà debole, sarà più o meno 
un Governo immorale: e finché un Governo al mondo sarà più 
o meno immorale, avrà indebita ingerenza nelle elezioni, perché 
esso non vorrà mai considerare i prefetti come semplici magi- 
strati amministrativi, il cui ufficio fosse quello, soltanto, d'inte- 
grare la giustizia nelle amministrazioni locali, trasfondendo in 
ogni atto, in ogni provvedimento l'impronta della rigida ma 
consciente equa applicazione della legge. Ed anche i Governi 
forti saranno sempre tentati a far valere le proprie ragioni, fin- 
ché avranno nelle mani le nomine de' sindaci, finché potranno 
disporre del voto dei corpi armati. L'onorevole Lacava ha detto 
che il Governo imperiale di Francia non volle mai lo scru- 
tinio di lista, per aver più libere le mani nelle elezioni. E sarà 
vero. Ma il disegno di legge non abolisce saviamente ogni voto 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 8 



114 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

ai corpi armati? Non siamo noi alla vigilia di discutere la riforma 
della legge comunale e provinciale, che affida la nomina dei sin- 
daci ai Consigli municipali? 

Dopo tutto, lo scrutinio di lista, a parer mio, non eleverà 
punto il concetto della rappresentanza; forse lo ribasserà: certo 
tenderà a svisarlo col rafforzare lo spirito regionale. Niente è 
più evidente. Oggi le minute diversità topografiche da luogo a 
luogo, e la diversa distribuzione delle influenze da collegio a 
collegio, rompono l'omogeneità delle rappresentanze regionali. 
Domani l'interesse di tutto intero il nuovo collegio, il quale 
s'identificherà con l'interesse provinciale, darà carattere federale 
a tutta la rappresentanza. E vi par poco, non dico il pericolo, ma 
il solo dubbio del pericolo? Via, siamo schietti! Il patriottismo ha 
fatto sempre tacere qua entro ogni sentimento regionale, ma le 
divisioni secolari non si cancellano da un giorno all'altro. Nel 
fondo del cuore di ogni buon italiano, diceva il Settembrini, c'è 
come l'alito della guerra civile. Quelle divisioni, è innegabile, 
possono ripercuotersi più facilmente, assai più che ora non sia, 
nella costituzione dei nostri partiti parlamentari, con una Camera 
eletta a scrutinio di lista. Vi basta l'animo di affrontare il pericolo? 
Che mai sarebbe stata la XIII Legislatura, se le elezioni del no- 
vembre 1876 avessero avuto luogo con lo scrutinio di lista, 
in una di quelle grandi correnti politiche, che piaccion tanto 
all'onorevole Lacava? 

Veniamo al secondo punto della difesa, che l'onorevole La- 
cava ha fatto ieri dello scrutinio di lista. 

Egli ha detto che lo scrutinio di lista rende i deputati più 
liberi e più degni; più liberi, perché non hanno paura di scon- 
tentare il collegio col loro voto, e sono obbligati a distinguersi 
politicamente nella Camera per poter aspirare alla conferma del 
mandato; più degni, perché non saranno più gl'ignoti benia- 
mini di una borgata, di una classe, di una parentela, di un 
gruppo di amici. 

Dunque, più liberi e più degni. Io, guardate un po'!, e mi 
perdoni l'onorevole Lacava, credo invece che avremo proprio 



SCRUTINIO DI LISTA II5 

deputati meno liberi e meno degni... La dimostrazione non 
è difficile, se da quest'Aula si va fuori a respirare l'aria libera 
del paese. 

Innanzi tutto, se voi dite che il deputato dell'oggi non ha 
nessun carattere politico, come poi sostenete che la sua opi- 
nione politica è necessariamente determinata dall'opinione poli- 
tica del collegio uninominale? Se voi dite che lo scrutinio di 
lista sostituisce il partito all'individuo, come poi affermate che 
il deputato del domani, eletto a scrutinio di lista, sarà più libero 
negli appelli nominali? C'è almeno contraddizione nei termini. 

Ma, soggiungete, avremo deputati più decisi, più necessa- 
riamente decisi a distinguersi politicamente nella Camera. — 
Misericordia! Non vi basta la dovizia presente dei capi e sotto- 
capi? Non vi fa paura una Camera di soli uomini politici, di soli 
grand'uomini, tutti aspiranti al supremo comando? [Movimenti). 

Se non libero politicamente, sarà, voi dite, libero personal- 
mente dagli elettori. 

Purtroppo, uno dei mali maggiori degli Stati retti a sistema 
rappresentativo, che ne consuma le forze, e li rende incapaci 
a sodisfare ai doveri della loro missione, è la indebita inge- 
renza dei deputati nell'Amministrazione per conto degli elettori. 
Questo male ha un nome proprio, il parlamentarismo, il 
quale piglia forma in quanto si manifesta nella multiforme con- 
tinua pressione dei deputati per raccomandare, in ogni caso, 
ed appoggiare, ad ogni costo, le istanze dei propri elettori. 
Vi possono essere (parlo, già s'intende, in astratto) due specie di 
deputati « sollecitatori », come li chiamò ieri l'onorevole Lacava, 
i volontari e i non volontari. I primi sono quelli che si offrono 
essi alle clientele, perché si formi o si accresca l'autorità loro: 
e l'onorevole Lacava accennò ieri a qualche esempio. Un pub- 
blico funzionario sconcerta le mene di una consorteria locale? 
Il deputato vendica gli offesi, facendo trasferire quel disgraziato 
in una località reputata di ordine inferiore. Le si fa invece servo 
devoto? Il deputato lo prende sotto le ali della sua protezione, 
e gli fa percorrere, come suol dirsi, una brillante carriera. 
Un Consiglio comunale, sebbene attenti ogni giorno alle libertà 



it6 il mezzogiorno e lo stato italiano 

private, è amico del deputato? Il deputato è là pronto a soste- 
nerlo presso l'autorità della provincia. Un sindaco, sebbene one- 
sto, è avversario del deputato? Urge non sia rinominato a tempo 
debito... I secondi subiscono, si, il sistema e vi si prestano, 
ma a malincuore, .perché non sanno altro mezzo che non im- 
plichi, di necessità, la loro disfatta nel giorno delle elezioni. 
Essi non fanno vero baratto del loro voto, ma pure contribui- 
scono ad avvalorare il pregiudizio, che per il buon esito d'una 
causa non vale tanto la sua giustizia quanto la quantità e la 
qualità degli uomini politici che ne assumano la difesa. Gli uni 
e gli altri, volontari o non, indistintamente, danno alimento a 
questa piaga, che rode i Governi liberi, perché corrompe, come 
disse l'onorevole Lacava, il potere esecutivo e il potere giudi- 
ziario; perché lo Stato, invece di essere il tutore imparziale de- 
gl'interessi generali, finisce a questo modo per essere uno stru- 
mento di dominio nelle mani dei peggiori. 

Or io non voglio discutere se in Italia vi sia niente che 
accenni al parlamentarismo, là, specialmente, ov'è più visibile 
e più sensibile il gran problema della povertà economica e morale 
del nostro paese [Commenti); ma posso e devo dire, che lo scru- 
tinio di lista, in ogni più lontana ipotesi, accrescerà le istanze 
degli elettori e l'interesse dei deputati a sodisfarle. Crescerà 
l'interesse dei deputati, perché più un deputato di collegio plu- 
rinominale acquisterà o saprà acquistare influenze, forze e clien- 
tele proprie, più facilmente potrà dapprima liberarsi della sog- 
gezione ai suoi compagni di lista, suoi compagni forzati di catena, 
più facilmente potrà poi imporre la legge ai colleghi di ieri, dive- 
nuti oggi suoi soggetti, e disporre, da arbitro assoluto, della 
nuova formazione della lista. Cresceranno le istanze degli elettori, 
perché l'avere tre o cinque deputati invece di un solo, farà sor- 
gere in essi l'idea di volgere le domande a tutti a un tempo, 
sperando che fra essi nasca la gara per la lusinga in ognuno, di 
poter poi disporre liberamente e isolatamente del suo voto; e 
l'onorevole Ercole mi ha detto, che qualche cosa di simile già co- 
mincia ad avverarsi, perché già molti gli si rivolgono, scrivendo 
presso a poco cosi : « Poiché voi sarete uno dei nostri deputati 



SCRUTINIO DI LISTA II7 

futuri, uno dei più autorevoli del futuro collegio plurale, vi pre- 
ghiamo, eccetera, eccetera» {Ilarità). «Domandate», scrive un 
pubblicista francese, « agli antichi membri dell'Assemblea nazio- 
nale usciti dallo scrutinio di lista, se essi erano esenti dalla tiran- 
nia elettorale, che snerva e opprime i deputati oggi usciti dallo 
scrutinio uninominale; domandate anche oggi ai senatori francesi 
che non hanno una circoscrizione da conservare, unicamente 
perché figli di una elezione, se non hanno le stesse noie, le 
stesse importunità dei deputati. Tutti vi diranno che per liberare 
il mandato legislativo da tanta schiavitù, che sciupa l'inteUigenza 
e il carattere dell'eletto, occorre ben altro ». 

Si, occorre ben altro, perché il male o resterà lo stesso o si 
aumenterà in questo senso, — che nel concerto, nella macchina, 
vi sarà una terza voce, un terzo organo: il comitato. 

Il comitato!, esclamò ieri ironicamente l'onorevole Lacava. 
Una parolona, che non dice nulla. Sarà autorevole il comitato? 
Tanto meglio; il potere gli spetta di pieno diritto. Non sarà auto- 
revole, sarà «ibrido?». Non avrà autorità di sorta. Il ragiona- 
mento è logico; ma, mi perdoni l'amico Lacava, è campato 
in aria. 

Guardandoci attorno in questa Italia che abbiamo sott'occhio, 
non credo vi sia molto da rallegrarci per ciò che concerne la 
vita politica. La guardò un giorno l'onorevole De Sanctis, e la 
descrisse in una serie mirabile di lettere quotidiane, che meri- 
terebbero di essere ristampate. Ve le rammentate per sommi 
capi, in poche parole? Lo spirito settario, egli disse, perdura 
ancora nelle abitudini italiane, trasfuso come un virus nel sangue 
della nazione; e nella vita pubblica noi tutti portiamo ancora 
questo virus, che ci fa preferire i segreti convegni e le combric- 
cole misteriose. Manca in Italia un assetto sociale bene equi- 
librato; e però la società è abbandonata a un rimescolio confuso 
e vario, facendoci difetto le qualità fondamentali dei popoli grandi, 
la disciplina, il lavoro, il dovere, il carattere. È una società cui 
manca la fibra, perché le manca la fede, e non ha fede, perché 
non ha coltura; una società, in cui non è se non il culto della 
forza e la glorificazione del successo. Cosi avviene che 



Il8 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

la politica non è intesa se non come un febbrile adoperarsi per 
conseguire onori e ricchezze; cosi avviene che, nella opinione co- 
mune, la democrazia non è l'autogoverno, ma la piazza e l'invi- 
dia. Non abbiamo veri centri motori, veri centri di vita pubblica 
nelle sue più alte e nobili manifestazioni. In vece loro, ecco 
nei capoluoghi di provincia una associazione politica, solitaria 
in mezzo al paese indifferente, ma pur forte delle ambizioni più 
smodate e dei desideri più modesti; e accanto all'associazione, 
ecco una stampa o pettegola, che crea e perverte ben più che 
non riverberi e non educhi la pubblica opinione, o corrotta, che 
del vilipendio e della diffamazione fa sua messe giornaliera: asso- 
ciazioni e stampa dall'atmosfera malsana, in cui abbondano gli 
spostati, i falsi tribuni, gli zingari della politica... 

È esagerato il quadro? Non credo. Ma anche a ritenerlo tale, 
è innegabile che lo stesso nostro ordinamento provinciale è co- 
stituito in guisa da offrire condizioni favorevoli, non ostacoli, 
ai cattivi germi che sono di necessità nelle istituzioni rappre- 
sentative, che sono di necessità in questo vecchio ambiente 
italiano. Che una Giunta di pochi, eletta dal Consiglio, prov- 
veda alla esecuzione delle deliberazioni di questo, è cosa che 
facilmente s'intende. Ma comincia a diventare diffìcile l'inten- 
dere, perché mai a questa Giunta si sia affidato un potere enorme 
di revisione su tutti gli atti dei corpi locali, potere, che non ha 
il Consiglio da cui essa emana. E lo strano è che nessuna 
incompatibilità è sancita; per modo che possono essere chiamati 
a far parte di quel Consiglio e di quella Giunta, e si avvera 
nel maggior numero dei casi, sindaci, assessori, amministra- 
tori di Opere pie. Strana Giunta, davvero! Pupillo e tutore, 
sorvegliato e sorvegliante, contabile e revisore, giudice e parte; 
vera oligarchia elettiva, nelle cui mani si risolvono tutte le no- 
stre libertà locali; autorità sovrana, cui son deferiti poteri di 
natura giurisdizionale, senza garanzia di procedura; supremo 
arbitro, suprema provvidenza delle nostre sorti elettorali, cui 
presiede quel Re Michele o Re Nicola, non ricordo più il 
nome, di cui parlò cosi bene l'onorevole De Sanctis in quel 
suo bellissimo « Viaggio Elettorale ». 



SCRUTINIO DI LISTA II9 

Cosi il primo nucleo è già formato, le prime file sono già tese; 
la deputazione provinciale, in molti luoghi, è l'ultimo scalino 
alla deputazione politica: essa, in molte province, sarà dunque 
lo stesso comitato. Sarà quindi facile dar presto organamento 
stabile e solida montatura alla macchina elettorale. Occorrerà 
soltanto una schiera nomade e anonima di agenti elettorali, 
commessi viaggiatori, negoziatori di elezioni, giornalisti ed ora- 
tori improvvisati. E la triste schiera non si farà troppo aspettare: 
la stoffa de' politicians non manca in Italia, ove già abbondano 
gli esempi di patrocini e di patrocinatori di elezioni, d'intraprese 
e d' intraprendi tori di corruzioni; e gli esempi abbondano più 
specialmente nelle grandi città, dove può dirsi che già esiste di 
fatto lo scrutinio di lista. Non si farà molto aspettare, perché 
la fecondazione dei politicians è proprio dello scrutinio di lista. 
Cosi è avvenuto in America, ove, a detta del Seeman, il darsi 
a far l'agente elettorale è una vera lucrosissima professione. Vi 
basta l'animo, onorevoli colleghi, di affrontare il pericolo, più 
che probabile, certo? 

E il vero è che il rimedio al parlamentarismo non si trova 
nel meccanico perfezionamento del congegno esistente, nello 
scrutinio di lista, nella rappresentanza delle minoranze, nella 
responsabilità personale dei ministri : sono proposte che non 
escono dall'orbita del formalismo costituzionale, e vorrebbero 
trovare il rimedio nella fonte stessa del male. Non v' ha pro- 
blema più diffìcile di quello che dovrebbe mirare a costituire 
un rapporto armonico fra la libertà, avrebbe detto il povero 
Corbetta, e la politica. Negli Stati moderni stanno di contro 
due fatti, di cui è possibile discutere i lati buoni e i lati cattivi, 
ma dei quali non è possibile negare l'importanza sempre cre- 
scente: da una parte la progressione continua, in estensione e 
in intensità, dell'amministrazione; dall'altra il governo, vie più 
indisputato, delle maggioranze. Con lo svilupparsi della prima 
crescono i rapporti fra i cittadini e l'amministrazionej col cre- 
scere delle forme rappresentative si fa inevitabile nel Governo 
la prevalenza assoluta del partito in maggioranza. Il pericolo, 
dunque, è che il partito abusi del potere, invadendo il campo 



I20 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

dell'amministrazione; il pericolo è ciò che noi diciamo il par- 
lamentarismo. Or non v' ha altro rimedio vero contro il parla- ! 
mentarismo invadente se non instaurare autonomi gli organi e 
gl'istituti locali, e formulare un sistema di regole di diritto pub- 
blico, con propri interpreti e con proprie sanzioni, che attuino 
queir ideale del Rechisstaat, che è patrocinato da Rodolfo Gneist 
e da tutti i più illustri pubblicisti tedeschi. La prima riforma è 
intesa bensi da tutti, sebbene, e mi perdoni il collega Gagnola, 
la si confonda troppo facilmente col decentramento, che non è 
qiiestione di libertà, perché, come bene fu osservato dall'ono- 
revole Tenerelli, è questione di libertà sempre che si tratti di 
relazione fra Stato e individui, non mai fra due organi dello 
Stato medesimo; ma la seconda riforma non è intesa ugualmente 
dall'universale. La giustizia, fine supremo dello Stato, è appli- 
cata, si, nel diritto privato, ma ne' rapporti di diritto pubblico 
non esiste se non il principio della maggioranza. Or finché 
questa maggioranza non avrà contro e sopra di sé quel forum 
et jus, de' quali parlò, or è un anno, magistralmente, l'onore- 
vole Spaventa ai suoi elettori di Bergamo; finché non avremo 
uno sviluppo della legislazione del nostro diritto pubblico interno, 
con un organismo speciale di giurisdizioni amministrative e con 
sanzioni certe dell^ responsabilità degli agenti : avremo sempre 
minaccioso il parlamentarismo, perché non vale sostituire, nel- 
l'interesse dell'amministrazione, a 508 capi politici 135 gruppi 
politici d'egual numero d'individui. Lo avremo sempre minac- 
cioso, finché i mutamenti di partiti al governo dello Stato si 
limiteranno a fare oggi, sotto il nome democratico di spirito di 
parte, di esigenza parlamentare o elettorale, quello stesso, che 
ieri si faceva sotto il nome aristocratico di favoritismo. 

Se dunque non più libero, è chiaro a un tempo che non 
può essere più degno il deputato eletto a scrutinio di lista. Non 
devo spendere molte parole a questo proposito. 

Si dice comunemente, e lo afferma anche nella sua relazione 
l'onorevole Zanardelli, che più il collegio è piccolo, più viene 
incoraggiata la petulanza degli ambiziosi e degl'intriganti. Que- 
st'argomento, che seduce a prima vista, a me pare non meno 



SCRUTINIO DI LISTA 



infondato degli altri, perché il vantaggio indiscutibile del col- 
legio uninomale è il giudizio diretto e personale, giudizio senza 
appello e senza attenuanti, degli elettori. Giova, o signori, non 
confondersi: l'unica guarentigia seria nei governi rappresentativi 
è appunto la conoscenza diretta e personale di coloro, che si of- 
frono a servire il paese. Oggi gli elettori del collegio uninominale 
possono conoscere la vita trascorsa del candidato, e divinare 
il perché accetti o ponga la candidatura, e giudicare della sua 
capacità e della possibilità sua nell'eseguire il mandato; possono, 
una volta eletto, avere su di lui una vigilanza tanto più severa 
quanto più casalinga e segreta. E v'ha di più. Nel collegio 
uninominale gli elettori sono interessati direttamente, e con essi 
il partito, alla buona fama del deputato. Un collegio male rap- 
presentato è in fama di collegio fradicio, è discreditato in tutta 
la provincia; e quel collegio, messo alle strette, non può a lungo, 
anche senza speranza di riuscita, non tentare una levata di scudi : 
gli è ai fianchi il pungolo dell'onore e dell'amor proprio, come 
a un partito, che voglia combattere un deputato egregio e ga- 
lantuomo, è necessità assoluta, col collegio uninominale, porre 
di contro, nel proprio interesse, un egregio ed onesto avversario. 
So di collegi, la cui buona fede fu sorpresa in momenti di entu- 
siasmo politico: quei collegi, fatti accorti dell'inganno, non vol- 
lero aver relazioni di sorta col deputato, e non permisero che 
si parlasse mai più della sua rielezione; salutare lezione per il 
partito, che fece sua la causa di quel deputato! E vi par poco 
il giudizio diretto intorno al candidato, la diretta responsabilità 
del collegio e del partito? 

Curiosi risultamenti del vostro sistema, onorevole Lacava! 
Volete dapprima accrescere l'ambito del collegio, e venite, vo- 
stro malgrado, a scemarlo; perché oggi il collegio A della 
provincia B, che ha dieci collegi, risponde personalmente del 
suo deputato dinnanzi a tutta la provincia; domani, divisa la 
provincia in due collegi di cinque deputati ognuno, il collegio A 
non solo risponde dei suoi rappresentanti a una circoscrizione 
minore, ma divide in solido questa sua responsabilità con altri 
quattro degli antichi collegi. E voi sapete che le responsabilità 



122 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

solidali non hanno mai contato per nulla a questo mondo ! Vo- 
lete poi elevare la dignità del deputato, e invece, sostituendo 
una vuota forma alla realtà, voi snaturate il principio della rap- 
presentanza senza ottenere l'intento. Lo snaturate, perché la 
elezione è la scelta di un uomo, non di un partito o di una 
«bandiera», come sostenne ieri l'onorevole Lacava; l'opinione 
politica è un criterio di scelta^ non l'unico né sempre il prepon- 
derante: e con lo scrutinio di lista alle qualità personali non si 
bada, non si bada all'ingegno, alla probità, alla benemerenza, 
a tutte le altre qualità che possono rendere un uomo atto a 
sedere in Parlamento. Lo snaturate inutilmente, perché non 
essendo possibile che gli elettori conoscano tutti i candidati, 
l'estimazione loro non è fatta dal pubblico giudizio, come disse 
ieri l'onorevole Lacava, da un giudizio più largo del collegio 
uninominale; è fatta da uno o due nomi di « fama larga », come 
si esprime l'onorevole Zanardelli, da uno o due nomi più o meno 
« celebri », che faranno, nell'interesse dei comitati e dei gior- 
nali, da passaporto agh altri nomi della lista. Ed io so, e l'ono- 
revole Lacava sa, che cosa sono questi nomi celebri! Sono 
vecchi magistrati, vecchi professori, vecchi avvocati, vecchi 
patrizi, alieni fino a quel giorno da ogni partecipazione alla 
vita politica, ma illusi e sedotti da quel giorno per l'offerta, 
tanto più gradita quanto meno aspettata, fatta loro dai Comi- 
tati: vere bollette di carico, che fanno passare alla dogana la 
merce avariata; nullità politiche, quando non sono gli uomini 
più pericolosi, perché facili a esser raggirati da' politicanti, 
grossi e piccini. E sapete quale è poi la merce avariata? Ve 
lo dice un nostro collega, l'onorevole De Zerbi, uno dei più 
bravi pubblicisti che abbia l' Italia, vecchio battagliero di grandi 
lotte elettorali: « Con la corrente delle associazioni politiche 
il più fido sarà proposto nella lista dei candidati a preferenza 
del più indipendente, benché quegli un somaro e questi una 
intelligenza: il più intrigante e il servitore antico del partito 
sarebbero i capilista ». La merce avariata è dunque il Ra- 
bagas in diciottesimo, del cui tipo, pur troppo, non è penuria 
in Italia... 



SCRUTINIO DI LISTA I23 

E qui mi piace di leggere il brano di una pagina dimen- 
ticata del conte di Cavour, il quale era contrario allo scrutinio 
di lista, e non era « mediocre » [Ilarità). In un articolo di fondo 
del febbraio 1848, inserito in uno dei primi numeri del « Risor- 
gimento » di Torino, egli scriveva cosi: « Col ravvicinare il can- 
didato all'elettore, questi potrà assai meglio determinare la sua 
scelta secondo il proprio giudizio che s'egli fosse costretto a 
pronunziarsi fra due individui che non conosce. Conseguenza 
diretta di ciò è, che il merito individuale e le qualità personali 
de' candidati dovranno esercitare una maggiore influenza, do- 
vranno avere un peso maggiore che non sul sistema dello scruti- 
nio di lista. Ora io dichiaro schiettamente, che un tale argomento 
basterebbe a far dare la preferenza a' collegi uninominali. Giac- 
ché se è desiderabile che l'opinione dei deputati corrisponda a 
quella degli elettori, è più desiderabile ancora che la scelta di 
questi cada su persone di conosciuta moralità, di provata devo- 
zione al bene pubblico; e reputo di molto preferibile, che la 
Camera annoveri alcuni uomini politici di meno, ma la sua mag- 
gioranza sia composta di tali, sul carattere de' quali, in bene 
e in male, gli elettori possano facilmente portare un sicuro 
giudizio ». 

Insomma, con lo scrutinio di lista a me pare indubitato, che 
avremo deputati meno degni, perché più faccendieri, aprendo 
esso una corrente fittizia di mandati e di rappresentanze, un 
turpe mercato, che non potrà non ingenerare la cancrena nelle 
forze vitali del paese; più servizievoli, perché i deputati non 
dovranno il successo ad influenze proprie e naturali, ma ad in- 
fluenze estranee, alle molteplici influenze di giornali, di asso- 
ciazioni, di comitati; più insipienti, perché in un paese cosi 
povero di forti e sane classi direttive, mancherà il beneficio 
supremo dell'analisi e del confronto di uomo contro uomo; più 
larghi di coscienza, finalmente, perché off'rendosi in più e non 
più direttamente, ma per assicurazione altrui, i candidati sa- 
ranno più facili a promettere, i deputati più diffìcili a mantenere. 
Insomma, in una Camera eletta a scrutinio di lista, con un voto 
confuso e irresponsabile, con un voto che a due nomi reali 



124 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

sostituisce due stracci di carta, i capi, ho paura, saranno più 
audaci e meno schizzinosi nella scelta dei mezzi, i gregari, i 
modesti gregari dell'oggi, turbe di nullità indocili e violente. 
Dalla Camera spariranno le piccole minoranze indipendenti, ap- 
poggiate ad una comunione, sia anche originale, d'idee; ed 
appariranno più forti i gruppi e più strette le combriccole. Spa- 
riranno i tipi individuali e le benemerenze locali, ed appariranno 
più numerose le ombre e più venderecce le comparse. Spariranno 
soprattutto i giovani, quelli, certamente, cui ripugna vendersi 
anima e corpo ai comitati e alle associazioni nostre, cui ripu- 
gna far codazzo spagnolesco a' caporioni; ed appariranno più 
frequenti ed assordanti i poiiticians di ogni genere e di ogni 
scuola {Bravo! Benissijno!). 

E dire che l'onorevole Lacava sarebbe favorevole a che l'età 
per la eleggibilità scendesse dai 30 a 25 anni! Non le pare 
un'ironia, onorevole Lacava? 

Voci. Si riposi. 

Presidente. Desidera riposare, onorevole Fortunato? 

Fortunato. Grazie, onorevole presidente; continuo, perché 
non mi resta se non il terzo punto, e spero di essere brevis- 
simo, temendo di aver troppo abusato della cortesia dei colleghi. 

Voci. No! no! ParH! parli! 

Fortunato. Mi limiterò a pochi appunti. 

A dire il vero, ammetto si possa sostenere lo scrutinio di 
lista, avuto riguardo all'assemblea e agli eletti; non so com- 
prendere come si possa affermare, che sia un vantaggio per gli 
elettori. 

L'onorevole Lacava ha detto che con lo scrutinio di lista 
il potere degli elettori è accresciuto, ed essi personalmente sono 
fatti più liberi da un lato, più incorruttibili dall'altro. — Esami- 
niamo un po' l'efficacia di queste tre argomentazioni. 

Si, in apparenza il potere degli elettori è accresciuto: quel po- 
vero ciabattino, che oggi non può votare se non per un solo 
deputato, domani voterà per tre e fin per quattro deputati. Ma 
è serio questo ragionamento? O non e più serio, più vero, più 



SCRUTINIO DI LISTA 125 

giusto, che lo scrutinio di lista è la negazione assoluta del voto 
singolo, una diminutio capitis bella e buona? 

Tutti deploriamo, che sebbene il sistema rappresentativo duri 
in Italia da vent'anni, pure la vita pubblica, nelle sue fonti 
elettorali, è debole quasi dappertutto; le astensioni son più 
che numerose, i rapporti politici fra elettori ed eletti si ri- 
ducono a zero. Tutti deploriamo, che la presente circoscrizione 
collegiale non solo è arbitraria, ma anche disugualissima nel- 
l'ambito stesso di un collegio: il nostro collegio dovrebbe avere 
una popolazione di 50.000 abitanti, mentre che questa va da 
25 a 75.000; le prevalenze degli elementi urbani e rurali si 
alternano capricciosamente, stranamente, da collegio a col- 
legio. E tutto ciò è vero; ma è pur vero che lo scrutinio di 
lista, secondo il disegno del Ministero e della Commissione, 
non farà se non accrescere questi mali. 

Oggi non mancano deputati, che per cinque od anche per 
un voto vincano gli avversari; l'interesse degli elettori, in ispecie 
dei meno colti, è dunque massimo col collegio uninominale, 
perché con esso è vivo e potente il senso preciso della grande 
influenza, che il voto singolo può esercitare su l'esito della vo- 
tazione. Domani l'elettore, che deve votare una lista di nomi 
in alcuni dei quali certamente non può avere se non una fiducia 
di seconda mano, perde ogni senso preciso della sua azione 
diretta sul Governo, si disanima, si disamora, finisce per aste- 
nersi molto più facilmente da ogni partecipazione alla vita pub- 
blica: e l'elezione sarà il risultato del maneggio de* pochi. 
Oggi, nonostante il collegio uninominale, è innegabile il di- 
stacco fra eletti ed elettori, non curando i primi di aprire 
una corrente familiare di sentimenti e di aspirazioni politiche, 
della cui assenza non mancano esempi di abbandoni, anche 
dei migliori, da parte di collegi anche meglio educati: abban- 
doni che furon detti atti d'ingratitudine, e tali non erano 
realmente. Domani, a porvi rimedio, voi allontanate vieppiù i 
rappresentanti dai rappresentati, voi rendete vieppiù indifferenti 
gli uni agli altri, voi fate meno decisivo V animus ^ il concorso 
individuale, perché meno decisivo il voto. E cosi, sia per una 



126 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

causa sia per l'altra, la nazione, a breve andare, verrà fatal- 
mente a considerar la Camera come qualche cosa di affatto di- 
stinto da sé, come un potere cui essa ha dato bensì origine, 
ma col quale non ha niente di comune. Per tal modo si andrebbe 
al concetto del cesarismo e del governo arbitrario a base di ple- 
biscito, in cui la rappresentanza cessa di essere una garanzia di 
libertà, per finire nella elezione periodica del despota; si andrebbe 
ad una Camera, in cui avrà maggior presa la rettorica, in cui 
saranno più facili le sorprese, le congiure dei corridoi e dei 
circoli parlamentari. 

Né cesserebbero punto gli arbitri delle circoscrizioni, le 
disuguaglianze degli elementi sociali. Il vostro sistema dà ad 
alcuni elettori due voti, ad altri tre, ad altri quattro; e stabilisce 
questa differenza, non secondo un criterio di capacità o di be- 
nemerenza o di ricchezza, ma solo perché alcuni cittadini hanno 
dimora in un collegio piccolo, altri in un collegio grande: sicché 
mutando il domicilio, i cittadini mutano il valore dei loro voti. 
È manifesta l'arbitraria violazione, superiore per grado e per 
intensità agi' inconvenienti dei nostri collegi attuali. Né basta. 
Adottando per l'allargamento del voto la quarta elementare, e 
approvando la restrittiva procedura dello scrutinio di lista, s'ac- 
crescono per ciò solo le presenti disuguaglianze fra città e cam- 
pagne, e può prevedersi sicuro il sacrifizio totale della classe 
agricola all'industriale. L'onorevole Zanardelli osserva nella sua 
relazione, che l'Italia non corre questo pericolo come la Francia, 
perché noi abbiamo una media molto maggiore di grossi comuni. 
Ma ha dimenticato l'onorevole ZanardelH, che c'è pure mezza 
Italia, l'Italia del Mezzogiorno, ove il contadiname, ammassato 
in grossi comuni, è analfabeta e quindi privo di voto? Lo stesso 
rimedio parziale che si propone del voto limitato nei collegi a 
quattro e a cinque deputati, o non giova a nessuno, perché pre- 
suppone minoranze compatte come non mai al mondo, o giova 
solo all'elemento urbano, come ha già dimostrato ieri l'onore- 
vole Codronchi. Contrario ad ogni forma di scrutinio di lista, 
non ho parlato e non parlo della concessione parziale fatta alle 
minoranze, della cui rappresentanza, mi perdoni l'onorevole 



SCRUTINIO DI LISTA 127 

Pellegrini, non sono, del resto, tenerissimo amico. Ma non posso 
non domandarmi se è giusto dar la rappresentanza ad alcune mino- 
ranze, e ad altre negarla; e a quelle stesse alle quali si concede, 
usar non equo trattamento, perché si affida loro un seggio, tanto 
nei collegi a quattro quanto in quelli a cinque deputati. Se dav- 
vero si crede ai diritti delle minoranze, giustizia vorrebbe che 
si adottasse il sistema semi-proporzionale dell'onorevole Cenala, 
proposto dalla passata Legislatura il 19 giugno 1879. Ma adot- 
terete voi mai quell'ingegnosissimo sistema, dopo che la Com- 
missione lo ha già respinto? 

E fosse almeno più libero quel po' di potere che avanza 
all'elettore! Risponda per me l'onorevole Cenala, acutamente 
come sempre. 

Bisogna innanzi tutto che l'elettore voti una intera lista: se 
egli si ribella e vota per candidati propri, perde l'efficacia del 
voto e giova agli avversari; dunque, lo scrutinio di lista non 
garantisce la pienezza della scelta. Né, d'altra parte, il suffragio 
sarà più illuminato, perché alcuni, se non tutti i candidati, 
saranno ignoti agli elettori: ciò vuol dire che i cinquanta o 
cento paesetti, i quali comporranno i nuovi collegi, dovranno 
affidarsi ciecamente al giudizio del capoluogo, come oggi avviene 
per le elezioni delle Camere di Commercio, fatte a scrutinio di 
lista provinciale; e però col collegio uninominale si potrà votare 
per un tristo, ma da' tristi; con lo scrutinio dì lista si potrebbe 
anche da uomini di buona fede. Né lo scrutinio di lista, come 
spera l'onorevole Zanardelli, servirà a dare maggior carattere po- 
litico all'elettore: che se guardiamo il caso che più gli si avvicina 
in Italia, quello delle elezioni amministrative di alcune grandi città, 
vedremo che la confusione delle lingue sarà maggiore, le cor- 
renti si faranno e si disfaranno molto più facilmente, sarà più 
feroce la lotta, più fiero il ricambio delle calunnie, per le quali 
i partiti sono già a mezzo demoliti nella coscienza del paese 
[Bf-avof). E nemmeno, infine, lo scrutinio di lista renderà più 
facile il compito all'elettore, sia materialmente sia intellettual- 
mente. Il vostro sistema impone di scegliere fra moltissimi candi- 
dati, e di scrivere tre o quattro nomi; sarà quindi necessario 



128 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

moltiplicare le sezioni ed ammettere le schede stampate. Nel 
primo caso darete agio al progresso dell'industria elettorale, non 
mai abbastanza feconda per sé stessa {Si ride); nel secondo 
caso adotterete cosa che oggi vi fa aborrire dal suffragio univer- 
sale. Ricordate che ov'è scrutinio di lista, si è sempre finito per 
ammettere la scheda stampata; cosi ha fatto il Belgio, che pure 
non ha collegi che abbiano più di tre deputati ! 

Or se con lo scrutinio di lista l'elettore è meno disimpacciato 
nella scelta, meno illuminato nel suffragio, men sicuro sul signi- 
ficato del voto, men facile nella pratica del suo diritto, ov'è 
mai, onorevole Lacava, la vantata sua libertà maggiore? 

Ma se non più libero, vediamo almeno se potrà essere più 
incorruttibile. — La corruzione, scrive l'onorevole Zanardelli, 
può assumere tre forme: il danaro, la dipendenza, la relazione. 

La corruzione del danaro, innanzi tutto, mi pare più facile 
si avveri ove sono più audaci e sciolte le camarille, più nu- 
merosi e irresponsabili gli agenti, più potenti i comitati. Non 
è dunque probabile che guadagni terreno col sistema dello scru- 
tinio di lista? Se l'esperienza di mezza Italia vale qualche cosa, 
essa ci avverte che più spesso e più facilmente si è tentato di 
comprare i voti nelle grandi città, che nei piccoli collegi rurali... 

In questi, soggiunge l'onorevole Lacava, prevale la dipen- 
denza dal grande elettore. Si. Il grande elettore è tutto nei col- 
legi rurali, ove mantiene la sua influenza a spese del deputato, 
per il quale l'adopera nel giorno della elezione. Ma appunto per- 
ché non voglio sia accresciuto il dominio delle classi dirigenti 
delle nostre province, non posso ammettere lo scrutinio di lista, 
che torna tutto a vantaggio dei maggiorenti, sian tali per censo 
o per uffici sociali. È tutto a favore di costoro, perché si rende 
più necessario il loro patronato di fronte a' piccoli elettori, affin- 
ché le istanze pervengano utilmente nelle mani del deputato. 
È tutto a favore de' maggiorenti, perché oggi è possibile la rea- 
zione delle piccole minoranze, la reazione de' deboli e de' meno 
agiati; domani tutte le piccole forze di resistenza locale resteranno 
assolutamente distrutte di fronte alla coalizione della proprietà 
fondiaria e della borghesia forense, che nel Mezzogiorno hanno 



SCRUTINIO DI LISTA 129 

in lor potere le amministrazioni comunali e provinciali. Oggi, 
onorevole Lacava, ciascun di noi ha grandi e piccoli elettori, 
ai quali siamo personalmente e indistintamente... 

Voci. Soggetti. 

Fortunato... obbligati; domani, i grandi elettori da burla, 
innocua genia, spariranno dalla scena, e resteranno padroni 
del campo, più scettici e pretenziosi, i grandi elettori sul serio, 
grandi anella di una rete ferrea, grandi pietre miliari di clien- 
tele dispotiche. 

Rimane finalmente la corruzione che proviene dalle relazioni 
individuali fra eletti ed elettori, fra cui, principale, il patroci- 
nio degl'interessi personali e locali, contro il quale si levò più 
forte la voce dell'onorevole Zanardelli nel suo discorso d'Iseo 
del 1879. 

Ma se non si pretende che il deputato sia sottratto, come in 
una campana di vetro, ad ogni contatto con gli elettori, è bene 
distinguere, non essendo possibile condannar tutto a un modo. 

Finché mondo sarà mondo, non cesseranno mai i rapporti 
personali fra deputati ed elettori, saranno anzi eccessivi in Italia, 
finché avremo tanta e cosi minuta borghesia non industriale né 
commerciale, costretta a non vedere altra salute se non nella im- 
piegomania; ossia, finché la generale povertà del paese renderà 
invincibile la vecchia, poltrona tendenza alle cosi dette profes- 
sioni liberali e alle occupazioni sedentarie {Bravo). Ma fra l'elet- 
tore che si rivolge al deputato per ingiustizie patite o per sollecite 
risposte in amministrazioni cosi accentrate come le nostre, e 
l'elettore che gli chiegga croci e favori, è innegabile vi sia una 
grande differenza. Or tocca al deputato mantenere oneste le sue 
relazioni con gli elettori, se ebbe onesto il collegio; di ridurle 
tali, se lo ebbe, come che sia, guasto e viziato. Ed è appunto 
in questa corrispondenza fra eletti ed elettori che io ripongo, 
oggi, gran parte dell'alto ufficio del deputato, perché dalla sua 
buona riuscita dipende, a parer mio, l'avviamento a un regime 
politico e parlamentare più sano e corretto. Lo scrutinio di 
lista, che non distrugge né può distruggere i rapporti personali, 
turba questo lavorio, tanto più salutare quanto più ignoto ed 

G. Fortunato, JÌ Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 9 



I30 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

ignorato; lo turba, perché annulla da un lato la responsabilità 
degli eletti, dall'altro la coscienza degli elettori. 

Ed anche in fatto di patrocinio degl'interessi locali, è bene 
distinguere colui che promise mari e mari per burlare il pros- 
simo, o non ebbe tanto rossore dall'andare egli stesso studiosa- 
mente in cerca di nuove esigenze, da colui che, pur senza aver 
nulla promesso, e nulla lasciato mai credere di sùbite rivendica- 
zioni di pubbliche o private offese, richiesto a buon diritto dagli 
enti locali, crede suo debito di assumere la equa tutela dei loro 
interessi, in quanto son compatibili con gl'interessi generali 
dello Stato. È suo dovere e, in molti casi, è utilissimo il suo in- 
tervento nel dissipare i malintesi, nel favorire gli accordi, nel 
promuovere le operosità, nell* impedire le liti, nel rompere i 
pregiudizi. Non tutta Italia è l'alta Italia o la Toscana; vi sono 
province ove la civiltà convive con la barbarie, perché esse 
difettano, non certo per colpa degli abitanti, de' primi benefici 
materiali della vita moderna, e che, per giunta, non possono an- 
cora del tutto affidarsi al selfgovernment. Ora laggiù lo scrutinio 
di lista favorirà, per questo verso, i candidati bugiardi, danneg- 
gerà i galantuomini, cui ripugna far vile mercato di lusinghe e di 
menzogne; favorirà i cosi detti interessi provinciali, non sempre 
i più naturali, danneggerà i piccoli modesti interessi comunali, i 
più legittimi, i più degni di difesa nel maggior numero de' casi. 



Ed ho finito, onorevoli colleghi, perché ho risposto, come 
ho potuto e saputo meglio, alle ragioni addotte dall'onore- 
vole Lacava in sostegno dello scrutinio di lista; questo mostro, 
cosi terribile nell'aspetto, cosi insidioso nel pensiero, in fondo in 
fondo cosi vano ed inutile, pari al mostro del poema lucreziano: 

Prima leo, postrema draco, media ipsa chimaera. 

Son contrario ai due punti fondamentali della riforma, cosi 
come sono formulati nel disegno di legge, perché (e qui mi 
valgo delle parole d'un nostro collega, l'onorevole Petruccelli 



SCRUTINIO DI LISTA I3I 

della Gattina) aggravano il male, angariano i candidati, afifati- 
cano gli elettori, prestano maggior destro alle coalizioni dei 
caporioni delle province per mettersi d'accordo su la scelta dei 
loro agenti irresponsabili. Contrario a quei due punti cosi come 
sono formulati, spero la Camera vorrà emendarli, concedendo 
una solida larga base al suffragio popolare, senza inquinarlo 
con l'adozione dello scrutinio di lista. 

Il Ministro dell'interno, onorevole Depretis, nel presentare 
la prima volta il disegno di legge, si richiamava, in quanto al- 
l'adozione dello scrutinio di lista (e l'onorevole Lacava ne ha 
fatto ieri una questione di diritto) all'articolo 41 dello Statuto, 
che dice i deputati dover rappresentare la nazione in generale, 
non le province in cui furono eletti. Io mi permetto di osser- 
vare, che essendo i collegi proposti molto più prossimi ai 
confini delle province che non i collegi presenti, la citazione, 
per lo meno, è fatta proprio a rovescio. 

L'onorevole Zanardelli nutre la speranza, che lo scrutinio 
di lista distaccherà il deputato dalle consorterie locali, liberan- 
dolo dal patronato dei grandi elettori ; che gioverà a rifare la 
sua indole, permettendogli di spaziare in orizzonti più ampi e 
sereni. Io oso predirgli che da per tutto le clientele gli saranno 
debitrici del loro assoluto consolidamento, avvenendo da per 
tutto come una piccola Serrata del Maggior Consiglio delle clien- 
tele locali; oso predirgli, che, nel Mezzogiorno specialmente, 
lo spirito d'oligarchia guadagnerà terreno: e ciò dico solo per- 
ché, naturalmente, sono in grado di giudicar meglio della con- 
dizione di quelle province che delle altre. 

L'onorevole Lacava ha espresso l'augurio, che lo scrutinio 
di lista ci faccia uscire una buona volta da ogni confusione di 
partiti. E lo scrutinio di lista, invece, accrescerà le finzioni legali 
che sciupano la vita pubblica, la corruzione che la demoralizza, 
le astensioni che la snervano, le violenze che la rendono odiosa; 
accrescerà i gruppi e i sotto-gruppi, veri mosaici, a' quali dob- 
biamo le crisi ministeriali e il parlamentarismo. 

La prima volta che mostriamo d'aver fiducia nelle classi 
che furono sinora escluse dalle urne; la prima volta che diciamo 



132 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

d'aver fiducia, come scrìve l'onorevole relatore, in tante e 
tante migliaia di nostri « fratelli », un dubbio ci assale come del- 
l'ignoto, e, caso nuovo d'incongruenza politica, togliamo con 
una mano ciò che diamo con l'altra! Ed io auguro all'onore- 
vole Cairoli e all'onorevole Zanardelli, ne* cui nomi, cari a 
tutti gl'italiani e pegni di lealtà, è oggi dinnanzi al Parla- 
mento la riforma della legge elettorale politica; io auguro loro 
non venga mai giorno in cui il paese, dolente del voluto 
gran dono fattogli, chiegga lor conto di un sistema, il cui ul- 
timo e non preveduto effetto è appunto la nessuna lealtà. — Per 
vent'anni, potrà dir loro, combattemmo per voi e per il vostro 
programma; e voi, nel giorno della vittoria, diffidaste di noi, e 
aboliste il collegio uninominale, dandogli la taccia di malfattore. 
Potevate togliere tutti gì' inconvenienti del collegio uninominale 
col più largo suffragio possibile; potevate introdurre il vostro 
sistema, in via di esperimento, solo nelle grandi città... Ma, 
invece, voi foste sedotti da una frase, che, vostro malgrado 
certamente, vi trasse ad appigliarvi a un rimedio spiccio, a un 
sonnifero, che vi nasconde ormai il paese reale, che pur vi si 
appalesava da più parti; vi appigliaste, vostro malgrado, a 
un sistema, utile soltanto a coloro cui reca fastidio la contrad- 
dizione tra l'Italia in gala delle grandi città e l'Italia paziente 
delle campagne [Bravo! Bene!). Voi sedusse una frase, molti 
un pregiudizio e un falso rispetto umano: il pregiudizio e il ri- 
spetto umano di non sembrare timorosi di un più largo collegio 
e di un giudizio più largo. Ci decantaste il vostro sistema come 
la panacea dei nostri mali, e i nostri mali si sono terribilmente 
rincruditi; perché in questo grande tramestio elettorale, che è 
lo scrutinio di lista, in .questi giorni di vero tumulto, gl'imbro- 
glioni hanno facile e sicura la garanzia. La vostra riforma, ono- 
revoli Cairoli e Zanardelli, fu tutto meno che liberale, meno che 
democratica, meno che radicale; perché ha reggimentato il corpo 
elettorale a vantaggio de' più ricchi, de' più forti, de' più audaci. 
Essa non tornò comoda se non a' signori deputati ! — 

Signori! prima di votare lo scrutinio di lista, se non v- impone 
il timore di udire un giorno cosi amara rampogna, v'imponga 



SCRUTINIO DI LISTA I33 

almeno un ricordo di affetto. Molte cose si possono dimenti- 
care al mondo; ma non è possibile dimenticare coloro che primi 
ed unici ebbero fede in noi, che primi credettero nella prima 
nostra dichiarazione d'amore disinteressato al paese. Molte cose 
si dimenticano al mondo; ma non si dimentica quell'ignoto 
lontano angolo della nostra Italia, per cui volere avemmo la 
prima volta l'alto onore di sedere in Parlamento rappresentanti 
la nazione. Or l'immagine di quell'angolo di terra, che né 
l'onda rumorosa del passato né la gora morta del presente pos- 
sono del tutto aver cancellata dall'animo vostro, vi torni al 
pensiero prima di sancire il decreto di morte del collegio unino- 
minale. Vi torni al pensiero e vi sorrida, ultimo saluto, ultima 
rimembranza di vent'anni passati! {Benissimo/ Bravo/ da tutti i 
banchi della Cannerà. — Applausi a destra e al centro sinistro. — 
Moltissimi deputati d'ogni parte vanno a congratularsi con l'ora- 
tore, — // presidente invita ripetutamente al silenzio) . 



NB. — Lo scrutinio di lista, sanzionato con Legge 7 maggio 1882, 
n. 725, venne abolito con Legge 5 maggio 1891, n. 210. 



VI. 

LE LEGGI D'ECCEZIONE Mi SISTEMA TRIBUTARIO 

(21 gennaio 1882) 



Camera de' deputati, tornata del 21 gennaio 1882, nella di- 
scussione generale del disegno di legge per provvedimenti 
a favore de' danneggiati dall'uragano del 29 giugno 1881. 



Onorevoli colleghi! — Non fu senza rammarico l'essermi do- 
vuto opporre, il 22 dicembre dello scorso anno, alla votazione 
di questo disegno di legge, ed anche oggi non è debole in me 
il sentimento della responsabilità per l'indugio frapposto alla 
sua discussione. Certo, non è un solo nella Camera che possa 
dubitare del mio interesse riguardo a province, cui si volge il 
disegno di legge, fra le più nobili del Regno, né credere voler 
io mancare a colleghi, tutti miei amici o personali o politici, che 
quelle province degnamente rappresentano. Ma è pur sempre 
odioso, non dico combattere, ma ritardare, anche di poco, la 
sanzione legislativa a provvedimenti speciali in favore di una 
parte del nostro paese. Or se io, ad onta di ciò, mi addossai 
l'odiosità di una proposta sospensiva, questo, io spero, vi avrà 
detto, che solo il dovere potè impormi un atto né leggero né 
piacevole. Della Commissione, nominata per riferire sul disegno 
di legge, io ho avuto ed ho l'onore di far parte a nome di un 
Ufficio, cui parve occorresse una buona volta, dal banco del 
Governo, una franca dichiarazione sopra una questione di mas- 
sima, che minaccia, dopo vari casi per i quali non una voce 
si levò opportuna e consigliera, di assumere una gravità ec- 
cezionale. Questa dichiarazione era impossibile avesse luogo 
su lo scorcio della seduta del 22 dicembre, alla vigilia delle ferie 



138 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

natalizie: una di quelle sedute, nelle quali si è tanto impazienti 
e tanto frettolosi che appena è il tempo di votar leggi già di- 
scusse o non soggette a discussione. Perciò mi opposi allora 
alla sùbita votazione del disegno di legge, ed assunsi la respon- 
sabilità di aggiornarne di un mese la. votazione; perciò mi levo 
oggi a richiamare al proposito la vostra attenzione, spiacente 
che altri non sorga a parlare in vece mia, ma pago, ad ogni 
modo, che la questione sia qui finalmente trattata. 

Innanzitutto, è bene intenderci. Io non voglio già proporre 
alla Camera il rigetto del disegno di legge. Tutt' altro. L'Ufficio, 
che mi delegò commissario, mi die mandato di respingerlo in 
seno alla Commissione; ma qui, invece, dinnanzi alla Camera, 
io non solo non lo combatto, ma affermo che noi tutti dobbiamo 
approvarlo, ed approvarlo cosi com'è stato ampliato dalla Com- 
missione. Respingerlo, sarebbe a parer mio una ingiustizia, che 
assumerebbe agli occhi delle benemerite popolazioni romagnole 
il carattere di una odiosissima eccezione. Il disegno di legge è 
stato chiesto, è stato ottenuto, è stato accolto a grandissima 
maggioranza dagli Uffici e dalla Commissione, è stato ed è at- 
teso con impaziente certezza; dunque, la Camera è già mezzo 
moralmente impegnata. D'altro canto, esso non è il primo né 
il solo precedente, ma è il primo e l'unico a vantaggio di una 
parte delle popolazioni dell'Italia centrale; dunque, l'equità di- 
stributiva milita in suo favore. E vi ha di più. Porne soltanto 
in dubbio l'approvazione, varrebbe, secondo me, a togliere 
ogni efficacia a quel po' di bene che pure io mi riprometto 
dalla presente discussione: varrebbe, cioè, a svisare la serena 
discussione di una grave questione di massima; e per questo 
verso il suo rigetto, più che inutile, riuscirebbe dannoso. Ap- 
proviamolo dunque, come ho detto, unanimi e solleciti, ma 
domandiamo a noi stessi, ed approvandolo abbiamo il diritto 
di farci cotesta domanda, se non sia abbastanza lubrica la via 
per la quale ci siamo incamminati; se sia scevro di danno per 
lo Stato, e utile davvero pei contribuenti, e libero di pericoli 
per la stessa rappresentanza nazionale, il venir fuori cosi spesso 
con leggi di eccezione alle comuni leggi tributarie. 



LE LEGGI d'eccezione NEL SISTEMA TRIBUTARIO I39 

È noto che la legislazione su l'imposta dei terreni non è 
ancora unificata, quando se n'eccettui la parte che si riferisce 
alla percezione, regolata dalla legge del 20 aprile 187 1: la legge 
del 14 luglio 1864 non ebbe di mira se non il conguaglio dei 
complessivi contingenti, pagabili in ciascun compartimento. Sono 
dunque vigenti, unica eccezione nell'ordinamento delle imposte 
dirette, tutte le antiche leggi catastali, che rispondono alle an- 
tiche divisioni politiche della penisola. Or nessuna di queste 
leggi ammette l'esonero e la dilazione del pagamento della 
imposta fondiaria; e ciò perché tutte o prevedono o prov- 
vedono al caso di danni atmosferici o di altre perdite even- 
tuali, sebbene non tutte seguano un'unica norma direttiva. 

Le leggi dei compartimenti lombardo- veneto, toscano, sardo 
ed ex-pontificio prevedono questi danni, con un'annua media 
di riduzione sul reddito lordo, nell'estimo stesso del catasto, e 
sottraggono conseguentemente del tanto per cento l'imponibile: 
sistema, cui è data la preferenza dagli scrittori di finanza, e che 
fu adottato senz'altro nella compilazione della legge del 26 gen- 
naio 1865 sui fabbricati, per i quali il reddito netto si determina 
deducendo il quarto della rendita lorda a titolo d'ogni perdita 
eventuale. Al contrario, le leggi dei compartimenti ligure-pie- 
montese, parmense, modenese e siculo-napoletano non prevedono 
punto nell'estimo il caso della perdita o della deficienza della 
rendita per danni atmosferici o per altre cause eventuali, e perciò 
non hanno un'annua media di riduzione sottratta al pagamento 
dell' imposta: seguono un opposto sistema, che è quello di prov- 
vedere, mercé abbuono o riduzione dell'imposta, a tutti coloro 
che soffrano perdita totale o parziale della rendita; salvo, ben 
inteso, a ripartire nell'anno successivo, su tutto il contingente 
compartimentale, le somme abbuonate o ridotte. 

Dei due sistemi, ognun vede, è migliore il primo del secondo, 
perché più equanime ed effettivo nelle concessioni, più sicuro 
nelle previsioni, più facile nella esazione. Col sistema dell'ab- 
buono, la bonifica o la riduzione è tutta a carico degli stessi 
contribuenti, e un gran potere arbitramentale è dato agli agenti 
subalterni della finanza. Soccorre, è vero, alla instabilità del 



I40 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

sistema il rigore della legge e della giureprudenza; ma, in tal 
caso, tutto il vantato beneficio si riduce a zero. Infatti, la 
legge del io luglio 1817, che regola la materia catastale nel 
Mezzogiorno, non ammette reclamo per abbuono se non nel 
corso di un mese, previo analogo certificato dei proprietari limi- 
trofi e delle Giunte municipali, e non concede all'Intendente di 
finanza facoltà di rilasciare il decreto di abbuono all'esattore 
comunale se non dopo esatta munita verifica di appositi periti 
sul luogo. Né la giureprudenza è stata meno rigida della legge, 
perché l'interpretazione da essa data all'articolo 56 ha ristretto 
il beneficio totale o parziale ai soli danni atmosferici, che mu- 
tino la coltura del fondo, e ne ha escluso tutti quei danni, che 
distruggano l'annuo prodotto. La perdita del raccolto delle 
uve e delle messi, a mo' d'esempio, che sono i due casi del pre- 
sente disegno di legge, non è dunque motivo nel Mezzogiorno, 
secondo la lettera della legge e la interpretazione della giure- 
prudenza, per ottenere rilascio o diminuzione nel pagamento 
dell'imposta fondiaria. 

Ma checché sia dell' un sistema o dell'altro, poiché il prin- 
cipio informatore, comune alle nostre leggi catastali, è questo, 
che l'imposta cada bensì sul reddito e non sul capitale, ma 
nessun condono o dilazione sia mai concessa, perché ogni danno 
possibile è previsto e valutato in alcuni compartimenti, è abbuo- 
nato o ridotto in altri; ov'è mai, o signori, la base di giustizia 
a tante leggi come questa che discutiamo, leggi di mera ecce- 
zione alla legge comune? 

Fortunatamente, una volta soltanto fu chiesto alla Camera, 
ma dalla Camera non fu concesso (contrariamente a quanto af- 
ferma il relatore, onorevole Ferdinando Berti, nella sua breve 
quanto efficace relazione), il condono assoluto della imposta 
fondiaria; e fu chiesto il 19 giugno 1879 per le province della 
bassa Lombardia dall'onorevole Cavallotti, in occasione della 
discussione dei provvedimenti per i danneggiati dalla rotta del 
Po. È o non è l'imposta, egli disse, ragguagliata al reddito? 
Rappresenta o no la quota, che lo Stato percepisce, una qual- 
che cosa che il cittadino ha introitato? E se questa qualche 



LE LEGGI D'ECCEZIONE NEL SISTEMA TRIBUTARIO I4I 

cosa è scomparsa, con che diritto voi andate ad esigere la 
vostra quota sul nulla? — Evidentemente l'onorevole Caval- 
lotti non aveva un'idea precisa delie nostre leggi catastali; 
né mostrò averla l'onorevole Cairoli, relatore di quel dise- 
gno di legge, non avendogli risposto altrimenti se non che la 
Commissione aveva domandato l'esonero al presidente dei mi- 
nistri, ma che questi, l'onorevole Depretis, si era rifiutato per 
mancanza di precedenti. Fu quindi facile all'onorevole Caval- 
lotti replicare ed appellarsi, non ai precedenti parlamentari, che 
mancavano davvero, ma ai precedenti dei governi assoluti del 
Re di Napoli per l'eruzione vesuviana del 1822 e del Papa per 
l'inondazione a Bondeno del 1840; e non si avvide l'egregio 
uomo, che il suo detto tornava, in quella vece, a somma lode 
del Parlamento italiano, austeramente fedele alle leggi. Nessuno 
però surse a ribattere le argomentazioni di lui, sicché la Ca- 
mera fu molto perplessa prima di respingere, dopo prova e 
controprova, il suo emendamento; ed è fortuna, torno a dire, 
che la proposta non sia stata rinnovata sino ad oggi, anche 
perché in altra occasione lo stesso Cavallotti ebbe ragione a 
dire, nella tornata del 13 dicembre 1881, che solo per motivi 
di finanza quell'emendamento potè allora naufragare. 

Ma egual sorte non è toccata all'altro principio della inam- 
missibilità della dilazione della imposta fondiaria, sancito dalle 
leggi; ed è strana veramente la piega, che simili proposte hanno 
assunta in Parlamento. I disegni legislativi si sono andati mol- 
tiplicando con la maggiore facilità del mondo nel corso degli 
ultimi due anni, senza che non mai qualcuno abbia chiesto ra- 
gione del fatto. 

Paiono leggine, come disse l'onorevole Federigo Colaianni 
il 22 dicembre, di nessuna importanza; paiono leggi, come sog- 
giunse quel giorno stesso l'onorevole Sandonnini, che non pos- 
sono dar luogo a discussione; paiono leggi, come scrive l'onore- 
vole relatore, di modesto quanto indiscutibile benefizio. Un giorno 
arriva per telegrafo il triste annunzio di un disastro; il deputato 
del luogo interroga il Ministro dell'interno e la promessa della 
dilazione del pagamento dell'imposta fondiaria è data, quasi 



142 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

prima che domandata. Il disegno di legge è presto compilato; 
è accolto dagli Uffici e presentato dalla Commissione alla Camera 
nel più breve tempo possibile: e in una bella seduta, per lo più 
al momento di pigliare il volo per i patri lari, la legge è ap- 
provata alla unanimità, fra leggi maggiori e minori, senza di- 
scussione di sorta. E a tanto siamo giunti relativamente da 
assai poco tempo! 

È vero che il primo caso di proroga del tributo fondiario 
risale al 1872 in occasione della eruzione vesuviana, e un secondo 
si ebbe più tardi per l'alluvione della Bormida; ma la consuetu- 
dine non ottenne forza, nel tedio di questi ultimi anni, se non in 
séguito alla legge del 28 giugno 1879 per i soccorsi ai danneg- 
giati dalla rotta del Po e dall'eruzione dell'Etna. La discussione 
fu allora molto viva, ma si volse a preferenza sui provvedi- 
menti da assumere per garantir meglio la valle dell' Eridano 
dalle inondazioni del nostro maggior corso d'acqua; nessuna 
opposizione incontrò l'articolo 3, che diede facoltà al Go- 
verno di sospendere le scadenze delle imposte dirette a tutto 
il 1880 nei comuni danneggiati, distribuendo le rate sospese in 
dodici rate uguali nella riscossione delle imposte del 1881 e 
del 1882. 

Cotesto articolo servi di testo a tutte le leggi posteriori. 
Le quali, esclusa questa che abbiamo sott'occhio, in soli due 
anni sono state le seguenti: quella del 16 dicembre 1880, con 
cui la sospensione fu accordata ai comuni della provincia di 
Reggio Calabria per alluvioni torrenziali; quella del 24 marzo 
e dell '8 maggio 1881, con le quali ai comuni più gravemente 
colpiti dalla inondazione del 1879 venne concessa un'ulteriore 
proroga di pagamento, ed esteso il benefizio ai danneggiati dal 
tremuoto di Casamicciola; infine, le due votate il 20 dicembre 
1881, con le quali altra dilazione era data ad altri comuni col- 
piti dalla inondazione del 1879, e identici provvedimenti erano 
assunti per i danneggiati dal tremuoto degli Abruzzi. La legge 
che discutiamo, questa, cioè, per i danneggiati di Romagna dal- 
Turugano del 29 giugno 1881, vien dunque sesta in ordine cro- 
nologico dal giugno 1879 ad oggi. 



LE LEGGI D'ECCEZIONE NEL SISTEMA TRIBUTARIO I43 

Ma il numero e la frequenza non è il fatto che deve più 
colpire l'attenzione della Camera. V'ha ben altro, onorevoli 
colleghi. 

V'ha in queste leggi una scala di gravità sempre decrescente 
nei casi, dai quali esse traggono motivo e giustificazione. Dalle 
inondazioni del Po e dalle eruzioni dell'Etna passammo ai ter- 
remoti : da questi alle alluvioni ; dalle alluvioni siamo giunti agli 
uragani: saremo presto alle brinate, ai geli, alla siccità, agl'in- 
cendi. Ricordo anzi che l'onorevole Giovagnoli chiese una volta, 
or è un anno, la dilazione della imposta fondiaria per la grandine. 

V'ha poi una tendenza irresistibile, per quanto naturale, a 
domandare dilazioni sempre maggiori al pagamento delle rate 
sospese. La legge del 28 giugno 1879 imponeva il rimborso 
degli arretrati in due anni; quella del 24 marzo 1881 estese la 
primitiva concessione a un sessennio. 

V'ha inoltre la minaccia, non più campata in aria, di facili 
rinnovazioni alle dilazioni già accordate una volta. Le leggi, a 
mo' d'esempio, del 24 marzo e la prima delle due votate il 20 
dicembre 1881, non furono se non leggi di proroga alla legge 
del 28 giugno 1879; per modo, che quella maggior larghezza 
che non si volle usare il 1879, in séguito a una solenne discus- 
sione e il giorno dopo una grande sciagura, venne poi fatta 
tacitamente con due leggine che passarono inosservate. 

V'ha ancora, appunto perché ritenute indiscutibili, la cattiva 
usanza di sottrarre queste leggi al tramite ordinario degli Uffici, 
deferendole, quasi per urgenza, alla Commissione del bilancio, 
come avvenne per la legge del 24 marzo e per la prima delle 
due votate il .20 dicembre 1881; e di presentarle alla Camera, 
contrariamente ad ogni altro disegno, sfornite di documenti com- 
provanti la loro ragion di essere, la natura e l'entità del danno, 
dovendoci bastare, in tali casi, la guarentigia del nome dell'ono- 
revole Ministro, che assumendone la responsabilità, ci assicuri 
del completo accordo di lui con l'Amministrazione intorno alla 
bontà e alla necessità della legge. 

E v' ha infine la piega, non so se men bella o più penosa, 
che piglia qui fra noi ogni domanda di simili disegni di leggi. 



144 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Al primo interrogante succede un vero coro, una vera ressa, 
come nella prima tornata del 2 luglio dell'anno scorso; succede 
uno spettacolo, che solo all'onorevole D'Arco toccò in sorte di 
scongiurare il 1° dicembre 1880, movendo calde preghiere ai 
colleghi, i quali fossero stati tentati di chiedere l'estensione 
del benefizio da lui invocato, di rinunziarvi per un motivo di 
delicatezza; uno spettacolo, che tende, come disse l'onorevole 
Depretis in quella prima tornata del 2 luglio, a travisare com- 
pletamente il concetto della Camera e del Governo. 

Si, o signori, al ministro Depretis non è sfuggito il male, che 
anzi ha saputo nettamente e crudamente definirlo. In quella 
stessa occasione, rispondendo all'onorevole Saladini, credè ne- 
cessario non lasciare campo libero al dubbio, ed aggiunse: 
« il Governo non può assumersi la responsabilità d' indennizzare 
tutti gl'infortuni, che colpiscono il frutto de' terreni: il catasto 
prevede il caso della perdita dei frutti; epperciò i possessori di 
stabili, che subiscono qualche danno, sono già compensati in 
ragione della minor somma, che, a termini del censimento, fu 
stabilita per l'imposta su lo stabile danneggiato. Il Governo non 
potrebbe compiere alcun atto contrario a questa massima ». 
Cosi egli conchiuse, ma cosi egli non fece. Né di parere diverso 
fu il ministro Magliani, quando potè dire il pensier suo in 
questa Camera. Pur accettando nella tornata del 18 dicembre 
1880 la presa in considerazione del disegno di legge del- 
l'onorevole D'Arco, egli pronunziò queste precise parole : 
«Non posso tacere alla Camera, che anche limitato com'è, 
il progetto presenta delle difficoltà non soltanto d'ordine finan- 
ziario, ma d'ordine amministrativo, e, quello che è più, apre 
forse » — forse! — « la porta ad un esempio pericoloso. Ond'è 
che per debito d'ufficio, ed anche per convinzione dell'animo 
mio, non posso a meno di esprimere qualche riserva intorno 
alla opinione definitiva del Governo da manifestarsi quando il 
progetto venga in discussione alla Camera ». Sventuratamente, 
egli non potè esprimere coteste riserve, perchè non si trovò 
qui al momento in cui venne a votazione il disegno di legge, 
cioè, il 24 febbraio 1881, l'ultima seduta di quello scorcio di 



LE LEGGI d'eccezione NEL SISTEMA TRIBUTARIO I45 

sessione, l'ultima ora di quella seduta che il Presidente minacciò 
di sciogliere, tanto era forte e clamoroso il desiderio di andar 
via: proprio come al 22 del mese scorso! 

Or se oggi al ministro Magliani io mi fo lecito domandare^ 
facendo mie le gravi parole pronunziate dall'onorevole Cavalletto, 
le sole qui proferite a questo proposito in tutto il corso degli 
ultimi tre anni, se sia, cioè, ammissibile che lo Stato si faccia 
assicuratore de' danni atmosferici, posso io dubitare della sua 
risposta? Posso dubitare della sua dichiarazione per l'avve- 
nire, or che gli domando ove mai andremo a finire di questo 
passo? E posso dubitare dei sentimenti della Camera, quando 
le ricorderò, che, ad eccezione del presente disegno, migliore in 
questo di tutti gli altri perché tassativo per determinati comuni, 
è stato ed è nostro andazzo dar tanta discrezione al potere 
esecutivo da lasciargli libere le mani nella designazione, con 
semplici decreti reali, dei comuni da beneficare? 

Ma ho detto che, allo stringere dei conti, siffatte leggi sono 
inutili, se pure non dannose. 

Non parlo già dei danni arrecati alla finanza, né tanto per 
il minor introito nel bilancio dell'entrata, quanto per lo strascico 
nella categoria dei residui attivi e passivi. E lascio pur da parte 
i danni arrecati al normale andamento di tutta l'amministrazione, 
né tanto per il maggior lavoro di cui son gravate le intendenze 
di finanza, tre o quattro delle quali furon messe sossopra in 
occasione della rotta della Bormida per sole 350 lire di danni, 
quanto per la confusione che avviene specialmente all'epoca del 
passaggio dei carichi da un esattore all'altro, allo spirare del 
quinquennio. E non è a credere che sia poca cosa il pertur- 
bamento, anche momentaneo, della pubblica amministrazione; 
tanto vero, che se questa volta l'onorevole Ministro ha limi- 
tato la sospensione accordata dal Governo alla imposta erariale, 
ciò è stato per togliere di mezzo ogni dubbio su le questioni, 
che, a sua detta, sono sorte altre volte con le province e i 
comuni per le sovrimposte locali: per ciò solo, onorevole re- 
latore, e non per essere più ossequente ai « principi liberali », 
perché non è possibile ammettere che le province e i comuni 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. io 



146 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

abbiano facoltà di esigere le sovrimposte locali, quando ab- 
biano fatto istanza al Governo per la sospensione della impo- 
sta erariale... 

Ma non parlando della finanza e della amministrazione, è 
poi realmente utile siffatta proroga agli stessi contribuenti che 
vogliamo beneficare? È vano illudersi: è vano mettere innanzi 
(come fece nel Senato l'onorevole Finali il 13 luglio 1881, a 
proposito di questo stesso disegno di legge) la triste imma- 
gine di famiglie coloniche «senza pane e senza tetto»... 

Pur trascurando l'osservazione, che coteste leggi non possono 
mai giungere a porto prima che uno o due bimestri d' imposta 
non siano già stati pagati all'esattore, la sospensione della fon- 
diaria, generalmente parlando, giova ai proprietari e non ai 
proletari, ai possidenti e non ai nullatenenti; perché quasi 
dappertutto in Italia, sia col contratto di mezzadria, sia con 
quello di fitto, l'imposta è pagata dal proprietario, cui di regola 
si volge l'esattore; perché quasi dappertutto in Italia, buono 
o cattivo che sia il ricolto, non v'ha remissione di sorta per 
i poveri conduttori della terra di fronte a' proprietari [Inter- 
ruzioni). Nella mezzadria, secondo la sua vera forma come in 
Toscana, la sola che è a mia conoscenza, il male di un cattivo 
ricolto si riduce fortunatamente pel mezzadro a una minore 
od a nessuna divisione di lucri: ma nel contratto di fitto, che pure 
è in uso in due terze parti del Regno, l'art. 1621 del Codice 
Civile rende nulli tutti i casi possibili di sgravio dell 'estaglio 
per perdita totale o parziale del ricolto; ed è noto, che la for- 
mula generalmente adottata nei contratti è quella che assoggetta 
il fittuario « a tutti i casi fortuiti, preveduti e impreveduti ed 
anche imprevedibili, divini ed umani ». Dunque, io capirei 
benissimo una legge che modificasse senz'altro l'articolo 1621, 
assolutamente incivile, del Codice Civile [Mormorio)', non ca- 
pisco una legge d'eccezione alla legge comune per dilazione 
al pagamento della imposta fondiaria. E per gli stessi pro- 
prietari queste famose dilazioni sono una mèra illusione. « Col 
semplice provvedimento della sospensione », diceva l'onorevole 
Cavallotti il 19 giugno 1879, «voi sollevate coloro che hanno 



LE LEGGI d'eccezione NEL SISTEMA TRIBUTARIO I47 

meno bisogno del beneficio, e non arrecate nessun vantaggio, 
anzi aggravate quelli che del beneficio avrebbero più bisogno. 
Il ricco proprietario, che potrebbe pagare e che continuerà 
magari nel fi-attempo a riscuotere regolarmente l'affìtto, senza 
provare danno di sorta, godrà del beneficio della sospensione 
dell'imposta; mentre il piccolo proprietario per il quale il rac- 
colto perduto rappresentava tutto il suo introito, la sua sus- 
sistenza dell'anno, il frutto intero delle sue fatiche, quello 
avrà dalla legge, in fondo, non un beneficio, ma un aggravio, 
che tanto e meglio varrebbe risparmiare. Perché è assai più 
facile che il piccolo proprietario possa pagarvi, e gli torni allo 
stringere dei conti fra i due mali il minore, pagarvi oggi l'im- 
posta con quei pochi sudati risparmi, che può avere in serbo, di 
quello che dovervi pagare da qui a un anno un'imposta doppia, 
quando i pochi risparmi saranno andati consunti nelle spese ca- 
gionate dal disastro». E allorché nella tornata del 13 dicembre 
1881 lo stesso Cavallotti presentò alla Camera un disegno di 
legge per ulteriore dilazione alla proroga accordata dalla legge 
28 giugno 1879, ebbe a dire che « i fatti si erano incaricati » 
di dar ragione alle sue previsioni. « Poiché appena scaduto 
il tempo », egli disse, « appena venuto il momento di pagare 
lo scotto, appena venuta l'ora di pagare la doppia imposta, 
si trovò che per molti che avevano sentita più dura la per- 
cossa, l'obbligo di pagare due imposte in una sola volta equi- 
valeva a una confisca, ed era un costringerli a bestemmiare 
quel derisorio beneficio, di cui ora scontavano si amaramente 
le conseguenze». — L'inno di gioia si era mutato in una be- 
stemmia! 

Un ultimo punto, ed ho finito. 

Ho pur detto che queste leggi, come tutte le leggi d'ecce- 
zione, specialmente se attinenti al sistema tributario, sono peri- 
colose per noi stessi che le votiamo. Ora il pericolo è appunto 
nel venir meno via via alla sana consuetudine, mantenuta scru- 
polosamente dal Parlamento subalpino, di non dar mai luogo 
alla iniziativa parlamentare per tutto ciò che riguarda l'interesse 
locale. Voi tutti sapete a che punto già siamo con i disegni di 



14S IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

legge per modificazioni alle circoscrizioni comunali e manda- 
mentali: è un diritto, di cui s'è ormai spogliato il potere ese- 
cutivo. Voi sapete che tutte coteste leggi d'eccezione per di- 
lazione dell'imposta fondiaria sono state chieste al Governo, 
con apposite interpellanze, da deputati; che tre di esse, quella 
del 24 marzo e le due votate il 20 dicembre 1881, sono addi- 
rittura d' iniziativa parlamentare; e che, infine, per il disegno 
che abbiamo sott'occhio, la Commissione si è arbitrata cosi, 
da estenderne il beneficio a due altri comuni dietro loro sem- 
plice petizione alla Camera. 

Io so che la iniziativa parlamentare è sancita dallo Statuto, 
e mi guarderei bene dal volerla ristretta in senso men che 
liberale. Ma tutti voi comprendete, che non sarebbe più Go- 
verno ove noi stessi non mantenessimo freni e limiti all'abuso. 
E l'abuso è fatale, è inevitabile nelle leggi di eccezione, special- 
mente se del sistema tributario. L'esempio spinge i più timidi, 
incoraggia i più riguardosi; e già incalzano, già premono d'ogni 
dove le domande di simili temperamenti di favore (perché è 
bene dir tutto: una legge di eccezione non è se non una legge 
di favore): incalzano sempre più nella speranza che l'influenza 
del deputato (una voce nuova e non bella, inventata a significare 
una brutta cosa) abbia efficacia presso il gruppo, presso il partito, 
presso il Governo; specialmente presso il Governo, il quale sarà 
arrendevole se amico, rigido se avversario. Di questo passo si 
corre allegramente, e più presto che si può, tanto il cammino è 
sdrucciolevole, tanto la pratica delle cosi dette leggi speciali è 
seducente, a rendere la Camera un campo chiuso per la lotta, 
se non addirittura degli affari privati, degl'interessi singolari: 
un campo assai propizio alla peggiore, alla più funesta politica 
di Stato che si possa mai immaginare, — quella delle conces- 
sioni personali sotto veste di provvedimenti locali, che in 
breve ridurrebbe il Governo arbitro del Parlamento, e il Par- 
lamento, ne' molti rappresentanti le province più povere e bi- 
sognose, servo di tutti i Governi... Nessuna taccia di tal genere, 
a scanso di equivoci, va mossa al presente disegno. Ma appunto 
perché accenno, non ad esso, ma a cose avvenire, delle quali 



LE LEGGI d'eccezione NEL SISTEMA TRIBUTARIO 149 

non vorrei essere un cattivo profeta, io mi credo tanto più in 
diritto di chiedere, per il decoro delle istituzioni, per la dignità 
del Governo, per la tutela stessa di quel tanto di nostra indi- 
pendenza, che pure dobbiamo studiarci di serbare sempre in- 
tatta, che la Camera non si mostri più oltre indifferente, e il 
Governo non si chiuda, ancora una volta, nella più silenziosa 
acquiescente neutralità. 

Insomma, il mio augurio è che questa sia l'ultima legge di 
eccezione al nostro sistema tributario, — il quale, certo, va tutto 
rifatto; ma a poterlo, quando che sia, rifar bene e tutto, con 
non altro intento d'indole generale se non quello di proporzio- 
nare assai meglio il carico delle imposte al reddito reale, ne' 
rapporti non solo di classe a classe, ma di regione a regione, 
oh, no, non giova l'andazzo di piccoli occasionali espedienti 
di favore! Oggi come oggi, i danni atmosferici sono previsti e 
valutati nell'estimo di alcuni compartimenti, sono abbuonati, 
dietro reclamo e verifica, in altri; non è dunque né giusto né 
equo accampare diritti per la dilazione o, peggio, per il con- 
dono della imposta fondiaria. La Commissione ci propone un 
ordine del giorno, con cui è fatto invito al Governo per la 
unificazione della procedura catastale. Tanto varrebbe dire, che 
è fatto invito al Governo per unificare i catasti e perequare la 
fondiaria: vexata quaestio^ che il pregiudizio assai più che l'igno- 
ranza fa ancora, a' più, vedere in ombra. Or se la perequazione 
basterà a dare, insieme col resto, il bando alle leggi di eccezione, 
io più d'ogni altro ne invoco la presentazione, anche perché 
non io credo, contrariamente alla diffusa opinione dell'una parte 
e dell'altra d'Italia, che il Mezzogiorno ne avrà a soffrire, — sem- 
pre, ben inteso, sia fondata non sul principio della rendita presunta, 
ma su quello della rendita effettiva. La invoco, perché davvero, 
onorevoli colleghi, nel più rigoroso vigile rispetto della legge 
comune da parte nostra, inviolabile e inviolata da tutti e da per 
tutto, è la salvaguardia, la vita stessa del regime parlamentare 
{Bene! Bravo!). 



VII. 
I PAITITI STORICI E U XIV LEGISUTURA 

(2 settembre 1882) 



Discorso pronunziato a Melfi, il 2 settembre del 1882. 



Signori! — Eccomi a voi, per compiere l'ultimo dei miei 
doveri. Prima ancora che sia sciolta la Camera, e cessi di fatto, 
come è già di diritto, il nostro vecchio collegio uninominale; 
prima ancora che ai sereni giorni della state subentri, questa 
volta non improvviso né fugace, il periodo della lotta eletto- 
rale, presumibilmente tanto più viva che per lo passato; ora in- 
somma che 

.... il vento, come fa, si tace, 

io voglio conformarmi a quella sana regola, cui sono più che 
lieto di non potermi sottrarre, avendone contratta l'obbliga-* 
zione: la regola di render conto dell'opera mia durante la XIV 
Legislatura. Sono scorsi più che due anni dalla convocazione 
generale dei comizi; non poche foglie sono cadute dall'albero 
delle mie illusioni, e non poche altre pavento che cadano da 
un istante all'altro: ma il ricordo di quei lunghi giorni di 
maggio è presente tuttora al mio pensiero, né alcuna cosa dav- 
vero potrà mai scemarne l'efficacia. Io so bene tutto ciò che 
devo a voi. Trentenne appena, a voi non spiacque la mia pa- 
rola, voi non sospettaste della giovinezza mia; e la promessa 
di consacrarvi la vita, imparando a conoscere fra voi i bisogni 
e i sentimenti del paese reale, a voi non parve una lusinga; 
e una menzogna non vi sembrò il desiderio di combattere con 
voi, libero da ogni legame, l'audacia dei pochi e la indiffe- 
renza dei molti: di combattere a viso aperto, nel posto che 



154 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

mi sarebbe toccato in sorte, senza curar me per il primo. Voi 
aveste fede in me, ed io, grazie a voi, ho potuto per due anni 
servire il paese là ov'è dato ai cittadini poter prestare tutta 
l'opera loro a vantaggio comune: altissima sodisfazione morale, 
di fronte alla quale vien meno ogni più forte disegno di ambi- 
zione, ogni sogno più bello di gloria. Ecco quello che devo a 
voi, costante omaggio, perenne tributo di riconoscenza. Parlando 
perciò dalla città vostra a tutti gli antichi elettori del collegio, 
che ho avuto l'onore di rappresentare in Parlamento, io de- 
pongo nelle vostre mani il mandato affidatomi nel i6 maggio 
del 1880, dando breve, ma franca ragione della mia condotta 
politica. E con questo io intendo congedarmi da voi e rendere 
a voi, ancora una volta, le più sentite azioni di grazie, sicuro 
della vostra inalterata benevolenza; perché il cuore mi affida 
che ho saputo non demeritare di voi né venir meno agl'inse- 
gnamenti, per me sacri, del mio predecessore. 



Richiamate un po' alla mente le dolorose condizioni, nelle 
quali furono indette le elezioni generali del 1880. 

Dopo quattro anni dacché imperava la Sinistra, nel cui nome 
leggendario pareva ravvisare il segnacolo di tutte le umane spe- 
ranze, s'era giunti a un punto, che la durata di un governo 
qualsiasi non sembrava più possibile in Italia: permanente la 
crisi parlamentare, perché un gran disordine aveva infranto ogni 
compagine nelle file della maggioranza; rapidissime le crisi mi- 
nisteriali, perché non si trattava se non di vedere se il potere 
dovesse appartenere a un solo o ad alcuni o a tutti insieme i 
capi del partito. Insomma, la Sinistra, appena all'inizio di sua 
vita, rapidamente si consumava in lotte intestine e rumorose, 
divisa in due schiere quasi pari per numero di gregari. Ed 
estremo perciò era il danno della cosa pubblica, quando mag- 
giori erano il bisogno e l'aspettativa d'un periodo di vigoroso 
raccoglimento e di larghe riforme. L'eroica lotta per la costi- 
tuzione dello Stato aveva avuto termine con la occupazione 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 155 

di Roma e col pareggio nei bilanci. Sollevatici in nome del 
principio di nazionalità e della emancipazione del laicato dall'ul- 
timo giogo temporale del cattolicesimo, serbammo fede agi' im- 
pegni assunti a furia di pertinaci sacrifizi, e rassicurammo l'Eu- 
ropa della libertà papale col far getto delle migliori prerogative; 
vincemmo si la prova, e riscotemmo la generale ammirazione 
per l'opera diuturna di tanta fermezza e di tanta prudenza, ma 
niente appunto servi meglio ad avvertirci dei nostri mali e delle 
nostre sofferenze quanto il conseguimento della vittoria. Ave- 
vamo proceduto come nel giorno di una grande battaglia: intenti 
solo a condurre le schiere all'assalto delle trincee nemiche, nes- 
suna attenzione avevamo prestata alla via battuta, nessuna cura 
ai caduti, dei quali il terreno si era letteralmente coperto. Alla 
prima ora di sosta, sicuri finalmente della esistenza nazionale, 
dovevamo e potevamo ripiegarci su noi stessi, liberi di ogni 
pregiudizio, e la nostra Italia apparirci com'è realmente, come 
realmente ci viene da tanti secoli di dominazioni straniere e di 
egemonia sacerdotale: ancora divisa in due parti, nonché di- 
stinte, diverse; e tutta una parte — più dell'altra — moralmente 
debole, economicamente povera. Una seconda èra incominciava 
per noi. Bisognava rifarci nelle vie del lavoro e della educa- 
zione, avviandoci con passo fermo allo studio delle questioni 
che tanto travagliano l'umanità moderna, che tanto interessano 
l'avvenire del popolo italiano. Ma in quell'ora, invece, proprio 
in su l'alba del nostro risorgimento, che fu contrassegnato dalla 
venuta della Sinistra al potere, la confusione sembrò impadro- 
nirsi del Governo. — Né il caso fu privo di ragione. 

La Sinistra, per sua genesi ed evoluzione storica, non ebbe 
mai solida compagine di partito. Essa, fin dal suo primo co- 
stituirsi, obbedì a due tendenze contrarie: raccolse, cioè, non 
quelli soltanto a' quali doleva il menomo indugio nell'attua- 
zione del programma unitario, ma quelli a' quali la unità stessa 
pareva o di troppo affrettata o finanche prematura. A questi 
due rivoli principali altri ne crebbe lo spostamento degl'inte- 
ressi locali che originò a mano a mano un malcontento vivo 
in molte province: alle speranze, a' sogni, a' presagi del 1860, 



156 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

che nella fantasia delle moltitudini si convertirono addirittura 
nella idea di uno sgravio de' pubblici pesi, successe improvvisa 
la dura necessità di uno sforzo supremo, unico forse nella storia 
delle rivoluzioni europee, per vincere il baratro del disavanzo 
nei bilanci dello Stato. Di quel malcontento furono informate 
le elezioni generali del 1865, rette dal D'Azeglio nell'alta Italia 
e dal De Sanctis nell'Italia meridionale, con fini di pura idealità, 
ma punto rispondenti alla schiettezza politica: si vollero attirare 
nell'orbita parlamentare tutti gli elementi fino allora estranei alla 
rivoluzione, e imprimer loro tale movimento da farli addirit- 
tura poggiare a Sinistra; ma non si considerò di quanto male 
sarebbe stato l'equivoco di una reazione eminentemente conser- 
vatrice, di una protesta esclusivamente amministrativa, di una 
vittoria quasi tutta regionale (perché i più de' nuovi candidati 
proveniva di quaggiù), la quale assumesse qualità e modo di 
opposizione radicale. E questo equivoco, specialmente nel nostro 
Mezzogiorno, il cui unico centro d'irradiazione — voi sapete — 
fu e rimane Napoli, regnò sovrano in tutte le elezioni successive. 
Durante le quali, perché forte il disagio nel paese, non si badò 
più che tanto al valore degli affiliati, e ogni recluta fu accettata 
a braccia aperte, guadagnandosi in quantità ciò che si perdeva 
in qualità. Cosi, raccolta a caso per tanti motivi diversi, mossa 
da più anime differenti, suddivisa in tante gradazioni distinte, 
che pure bastarono a darle apparenza di continuità; costituitasi 
per intenti di alto patriottismo e per ragione di mèro interesse o 
di bisogni non soddisfatti, magari per impeti personali: la Sinistra 
non potè facilmente perdurare unita se non sotto l'impulso di una 
sola negazione comune, l'Opposizione, che partigiana dap- 
prima od almeno esclusiva, si converti da ultimo in aperta guerra 
a coltelli, la cui soluzione, tanto erano ingrossati gli umori del 
paese, fu veramente, checché altri ne dica, provvida e salutare. 
Il 18 marzo del 1876 parve, e fu in fatti, lo scongiuro di una 
minaccia, o, meglio, la risoluzione di un male: esso die forza e 
consistenza agli ordini rappresentativi del giovine Stato italiano. 
Ma ben più arduo della opposizione è il compito del Governo; 
e non appena la Sinistra passò dalla Opposizione al Governo, 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA I57 

l'accordo, la coesione, la omogeneità sfumarono come nebbia 
al vento. I vizi, imputabili alla intima costituzione del partito, 
vennero d'un tratto a luce. L'unità sua nel combattere l'avver- 
sario sparve di fronte alla varietà delle sue tendenze nell 'as- 
sumere il potere, il cui esercizio mise a nudo la più manifesta 
contraddizione nei capi, il più profondo antagonismo nei gre- 
gari: parte per necessità delle cose, parte per colpa sua, essa 
assunse dal bel principio le redini del potere senza disciplina 
e senza indirizzo. Di qui le sùbite scissure e gl'improvvisi 
dissensi; di qui i distacchi violenti e i riattacchi inaspettati; 
di qui, insomma, quel succedersi rapido di crisi parlamentari 
e di crisi ministeriali, che in capo a quattro soli anni giunsero 
a compromettere, più che le sorti del partito, le sorti stesse 
dello Stato. Non si andava, non si poteva più letteralmente 
andare avanti: e la XIII Legislatura fu troncata quasi di vio- 
lenza, perché altro mezzo non era possibile per cavare il Go- 
verno dalle difficoltà di ogni sorta, fra le quali intristiva con 
imminente pericolo della cosa pubblica. 

Eppure, non bisogna essere troppo ingiusti con la XIII Le- 
gislatura. La Destra e la Sinistra ebbero sino al 20 settembre 
del 1870 la loro giustificazione, il proprio lor compito sino al 
18 marzo del 1876: frazioni di un sol partito, il gran partito 
liberale, esse non si staccarono né si combattettero se non in- 
torno a* mezzi più adatti per raggiungere la unificazione nazio- 
nale e il pareggio finanziario. Ottenuto il doppio intento, la 
necessità di una larga trasformazione de' vecchi partiti doveva 
fatalmente imporsi a tutti, volenti o nolenti; e va notato, che 
l'affermazione di cotesta necessità venne appunto la prima volta 
da' banchi della Opposizione, mercé la costituzione, durante il 
1874, della Giovane Sinistra, La stessa assunzione della Si- 
nistra al potere non si avverò se non col concorso del Centro 
destro, né il presidente del primo ministero di Sinistra mani- 
festò altrimenti il suo animo se non augurandosi di poter « fa- 
cilitare quella unificazione delle parti liberali della Camera, 
che valesse a costituire una salda maggioranza in sostituzione 
de' nomi storici tante volte abusati e forse improvvidamente 



158 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

scelti dalla topografia dell'aula parlamentare ». Or l'augurio, è 
vero, non ebbe effetto nella XIII Legislatura, ed anche oggi è 
un pio desiderio. Ma è pur vero che da' banchi della maggio- 
ranza vennero allora gli sforzi maggiori per rompere il cerchio 
di ferro, entro cui gli antichi partiti erano e son costretti a 
muoversi, e da quel tempo il concetto della grande riforma 
dell'organismo parlamentare cominciò a fare breccia nella co- 
scienza del paese. La XIII Legislatura, chiamata a distruggere 
le vecchie divisioni e a creare un nuovo ordine di cose, non 
riusci nella seconda missione per vizio inerente all'essenza 
stessa del partito dominante; ma pose fine all'abusata nozione 
storica de' partiti parlamentari, iniziando nel paese e nella Ca- 
mera quel periodo di lenta evoluzione, che del resto è pur 
diffìcile divinare quando e come debba avere compimento. Que- 
sta la giustizia, che va fatta alla XIII Legislatura: essa rese 
manifesto, che ogni distinzione profonda fra Destra e Sinistra 
era venuta a mancare. 

Cagionata dunque dalla dissoluzione della Sinistra, la convo- 
cazione generale dei comizi del 1880 ridusse praticamente la 
questione a vedere se dovesse prevalere o soccombere la parte 
di essa senza dubbio migliore, ma impotente da sola a rifare 
una maggioranza non più inetta nel sostenere il Governo: un 
Governo, che fosse ormai per tutti, non per sé o pei suoi, e 
invocasse meno, ma ascoltasse più la voce del paese. Dalle urne 
non fu troncata la lite, che i contendenti tornarono alla Camera 
quasi nelle identiche proporzioni della vigilia; ma le elezioni 
generali, come suole avvenire, furono grandemente efficaci per 
sé stesse. La battaglia, dovuta sostenere dai dissidenti, im- 
pose loro una tregua; e il Ministero, incerto si del domani, ma 
non più insicuro delle proprie forze, potè alla meglio avere assi- 
curata la esistenza. E ciò solo fu un grande benefizio, di cui 
il merito principale è dovuto senza dubbio alla prevalenza in 
quelle elezioni degli elementi di Centro sinistro, degli elementi 
più temperati e meno esclusivi, i quali espressero con la loro 
presenza il bisogno universalmente sentito, che l'èra delle op- 
posizioni vacue e delle crisi permanenti, a libito dei moderatori 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA I59 

di una volta, avesse a finire. II che vale a dimostrare la puerile 
volgarità di coloro, che gridano a squarciagola la croce addosso 
ai centri parlamentari. Certamente, gli uomini decisi tornano 
più facilmente graditi al gusto della platea, che ne resta ammi- 
rata e li copre di applausi: la temperanza e la imparzialità sono, 
pur troppo, virtù solitarie! Ma anche i centri haono al mondo 
la loro ragion d'essere, nonostante le accuse delle maggioranze 
e le querele delle minoranze. Quando, per una ragione qualsiasi, 
la solida costituzione di due partiti ben distinti e bene orga- 
nizzati non può aver luogo, né avere effetto quell'ideale del 
sistema rappresentativo che è l'alternarsi al potere di due par- 
titi contendenti nell'orbita delle istituzioni, allora sorgono ed 
hanno alimento i centri parlamentari, i quali perciò significano 
un periodo di necessaria transizione. La propria omogeneità di 
due forti opposti partiti impedisce assolutamente ogni tentativo 
di partito medio; la rispettiva loro eterogeneità, malgrado gli 
scongiuri dei dottrinari e il sacro terrore degli uomini di azione, 
li crea e li propaga. E perché logica, la esistenza dei centri è 
più che utile in tutti quei casi, nei quali la opposizione è nume- 
ricamente e moralmente debole, la maggioranza multicolore ed 
enorme: salvaguardia dell'una, son freni all'altra perché non 
trasmodi cieca e tirannica. Se allora, essi non fossero, e non 
minacciassero di far a un tratto traboccare altrove la bilancia, 
l'abuso e la licenza dei ministeri non avrebbero più limiti, e i 
Governi costituzionali, in meno che non si pensi, precipitereb- 
bero a livello dei Governi assoluti. 



Preso posto al Centro sinistro, conforme al mio programma 
elettorale, ma libero da ogni vincolo, perché milite volontario 
non ascritto ad alcuna compagnia di ventura, io fui e rimasi 
fautore del Ministero Cairoli. Votai per esso il 30 novembre 
del 1880, la prima volta che si procedeva alla enumerazione 
delle forze parlamentari, e mi trovai d'accordo con la mag- 
gioranza su l'ordine del giorno dell'onorevole Mancini, che 



l6o IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

significava fiducia nell'indirizzo della politica del gabinetto; votai 
per esso il 7 aprile del 1881, e fui fermo con la minoranza 
nella votazione succeduta alla interpellanza dell'onorevole Da- 
miani relativa alla questione tunisina, per cui fu rovesciato il 
Cairoli, — reso vittima e capro espiatorio del cattivo indirizzo, 
che alla politica estera aveva impresso tutto il partito fin dalla 
guerra franco -germanica del 1870: voto di fedeltà senza riserve 
e senza recriminazioni, che diede agio al Cairoli di ripresentarsi 
alla Camera, sebbene la brutale soluzione del Bardo lo consi- 
gliasse patriotticamente a dimettersi piuttosto che provocare una 
seconda votazione. Assistei sereno, ma incredulo, al tentativo 
del Sella di comporre un'amministrazione nuova a larga base, 
al cui intento, per bocca del deputato Billia, il Centro sinistro 
dichiarò di non voler cooperare se non a patio di condurre le 
pratiche con tutti gli elementi giovani della Sinistra; e venuta 
meno la prova, perché prematura, io non potei non tenermi 
pago dell'opera del Depretis, cui dovetti lealmente riconoscere 
il doppio merito di aver cercato, fra mille difficoltà, di appog- 
giarsi a preferenza su le parti medie della Camera, e di aver 
voluto essere al governo, in momenti difficilissimi, con i migliori 
uomini del partito. Egli assunse il potere non più vincolato a 
vecchi colleghi né più secondo ad altri, e presto nel suo nome 
si raunò la convinzione, che fuori di lui non era né poteva 
essere se non l'ignoto: convinzione, che gli servi assai bene 
per menare innanzi la gran mole del lavoro legislativo. Fon- 
dandomi su l'autorità sua, io credei di suffragare del mio voto 
l'uomo di Sinistra, in cui il senso del Governo è meno imper- 
fetto: e le parti più temperate della vecchia maggioranza, avendo 
lui a loro rappresentante, stimarono dì avere per mezzo suo 
provveduto al compito principale del Parlamento, — quello di 
dare e di assicurare al paese un buon Governo. 

Fu vana la mia credenza, vano il giudizio dei colleghi? 
Francamente, no. Chi non voglia chiedere alla XIV Legislatura 
più di quello che poteva dare, deve riconoscere che essa è pur 
giunta, per il momento, a sciogliere la questione. Certo, il 
Governo non è stato e non è l'ottimo dei Governi. Privo di 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA l6l 

una vera maggioranza, che fosse compatta in un alto ideale 
ed unita da un forte sentimento del dovere; avendo a base 
gruppi affatto scarsi di equilibrio se non deboli di numero, 
perché non ancora obbedienti a un concetto ben chiaro né ancora 
intenti ad un fine ben determinato: esso, in verità, non ebbe 
mai un carattere tutto suo né una propria norma direttiva, e 
non poche volte fu costretto a reggersi su le grucce, a indul- 
gere, ora per obbligare gli amici, ora per attutire le ire degli av- 
versari. Ma tutto si può addebitare al Governo meno che la 
mancanza di pensiero e di opera nel provvedere a quell'ordine, a 
quella tutela, a quella stabilità amministrativa, che quattro anni 
d'irrequietezza avevano bandita quasi da per tutto, in particolar 
modo — vi è noto — tra noi; e, più che altro, benefizio innegabile 
della politica che è stata seguita, pare a me quella nuova tendenza 
a secondare le opinioni medie della grande maggioranza del 
"paese, come se chiaro si avesse in mente di far di esse la base 
di azione, e di vincere per mezzo loro le possibili coalizioni 
estreme. Questa tendenza, ove la Destra persista nella immobile 
contemplazione di sé stessa, potrebbe da sola, se viva e costante, 
dar novello indirizzo al problema della riforma dell'organismo 
dei nostri partiti. La quale, iniziandosi per tal modo nell'ambito' 
e nel seno stesso d'ognuno di loro, dentro e non fuori de' due 
vecchi partiti, mentre che necessariamente farebbe della Destra 
non altro se non un partito conservatore, darebbe agio alla Sini- 
stra di comporsi omogenea in partito liberale, a seconda di quello 
spirito che ora è nelle parti sue più giovani e meno dottrinarie: 
un partito devoto al progresso, ma rispettoso alle tradizioni; 
fermo nell'andare speditamente innanzi, ma pur conscio delle 
leggi inesorabili della umana evoluzione; sicuro, insomma, di sé 
e della forza delle sue idee, ma intento sempre a mantenere la 
sua azione e quella degli altri poteri nei limiti della Costituzione. 
Certo, ora nella Camera questa tendenza non è personificata 
se non nell'uomo, il quale presiede al gabinetto, né ancora è 
chiara la possibilità di nuovi logici raggruppamenti nella stessa 
maggioranza parlamentare, che possano tener dietro all'impulso 
da lui dato. Ma l'ambiente mi sembra formato; e se il cuore non 

G. FoKTVììATO, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano -1. ii 



l62 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

m'inganna, ai giovani mi pare serbata una gran parte nella 
difficile soluzione del problema. 

Né meno che nella politica interna riusci efficace l'azione del 
Governo all'estero. Eravamo, fra tutte le potenze di Europa, 
nella peggiore delle condizioni: sospetti all'Austria e alla Ger- 
mania, della cui amicizia avevamo leggermente fatto getto, delusi 
dall'Inghilterra e apertamente osteggiati dalla Francia, che dava 
per le vie di Marsiglia la caccia agl'italiani; eravamo soli a guar- 
dare in disparte lo smembramento dell' impero ottomano, che 
avveniva per effetto degli accordi, palesi e segreti, del congresso 
di Berlino, cosi triste, cosi grave per noi. Oggi, data la mano a 
Vienna, abbiamo per mezzo dell'Austria riguadagnata l'amicizia 
della Germania, e alla maggiore sfiducia è successa, nel breve 
volgere di un anno, la offerta da parte dell'Inghilterra dell'inter- 
vento in Egitto, che noi, non so se bene o male, abbiamo 
rifiutata: oggi, a dir tutto, siamo almeno in su l'avviso per i 
tanti pericoli, che da un momento all'altro possono insorgere con- 
tro di noi dai conflitti europei, ne' quali sappiamo di non essere 
abbastanza forti per imporre altrui il nostro volere, ma sentiamo 
pure di non essere tanto deboli da acchetarci della neutralità, 
che sarebbe la perdita d'ogni nostra speranza. Certo, non dob- 
biamo essere ostili a chicchessia. Ma la dura esperienza del 
passato e le gravi preoccupazioni dell'avvenire c'impongono il 
dovere di farla finita con una politica vagabonda, che si riduce 
alla politica de' fastidi e delle umiliazioni. Non vogliamo né 
dobbiamo darci in balia delle avventure: tutt' altro; ma possiamo 
e vogliamo uscire da uno stato d'animo d'inane irrequietezza, di 
continua mutabilità, di perenne incostanza di propositi. L'Italia 
non può essere dimentica de' suoi interessi vitali nel Mediterraneo, 
conteso a preferenza dalla Francia e dall'Inghilterra, una che 
s'insedia a Tunisi con la mira di andar oltre a Tripoli, l'altra 
che scende ad Alessandria per accamparsi in Egitto; quel Medi- 
terraneo, che la Russia vagheggia da tanti anni a Costantinopoli, 
la stessa Austria ha di mira a Salonicco, finanche la Spagna 
sogguarda lungi di qua dal Marocco. Noi dobbiamo ferma- 
mente volere, che esso sia libero a guarentigia di tutti; non 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 163 

dobbiamo, cioè, assolutamente permettere che altri se ne faccia 
padrone, e il mare clausiim, questa aberrazione della letteratura 
del diritto pubblico, diventi per noi una triste verità in pieno 
secolo XIX. La scoperta del Capo di Buona Speranza distrasse 
dal Mediterraneo le grandi correnti del commercio orientale, e 
condannò l'Italia a inevitabile decadenza; oggi, con l'apertura 
del canale di Suez, il commercio dell'Asia ritorna nei porti 
d'Italia. Il nostro interesse collima dunque con quello della 
equità internazionale, e una gran parte di pacificazione tocca 
all'Italia nel convegno delle potenze, là ove la sua azione diplo- 
matica, comune a quella delle meno direttamente interessate, 
forse potrà a tempo conciliare gli animi ed agevolare lo scio- 
glimento della questione. Il quale, pur troppo, è ancora tutt'altro 
che evidente, ed è bene non pascerci d'illusioni. Bisogna da 
un lato invocare e volere la giustizia; ma bisogna pure dall'al- 
tro, in caso di prepotenze, saper compiere il nostro dovere: 
bisogna soprattutto che la nostra condotta, libera di ogni va- 
nagloria e di ogni avvilimento, non induca la Russia o l'Austria 
a rompere nella penisola de' Balcani quello statu quo territo- 
riale, che oggi, e a lungo, sarà il supremo interesse politico 
della nuova Italia nell'Oriente europeo. E a cotesto fine, quale 
migliore augurio della lega or ora conchiusa fra il nostro e 
il popolo tedesco, — non immemori, io spero, del grande av- 
venimento di soli sette anni addietro, ossia, della visita nella 
gloriosa Milano del primo imperatore di Germania al primo 
re d'Italia, allorché quegli salutava questo con parole non mai 
prima udite: «il nostro incontro è un evento d'importanza sto- 
rica, e noi e i nostri figli dobbiamo sempre rimanere amici, 
perché posti da Dio a capo di due nazioni, che dopo lunghe 
lotte hanno conquistato la loro unità? » — Grave per tutto ciò, 
ed eccezionale, è la responsabilità del Governo. 

Al quale non è intanto sfuggito l'obbligo di meglio propor- 
zionare i mezzi al fine, provvedendo meglio alla difesa dello 
Stato; perché fin quando esisterà cosi aspra concorrenza po- 
litica in Europa, non sarà mai dato a noi, per i primi, né disar- 
mare né ridurre gran fatto gli armamenti. Adagiata al nodo 



l64 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

alpestre dell'Europa centrale, e spinta giù tutta nel bel mezzo 
del Mediterraneo, l'Italia ha avuto ed ha vivo il bisogno di 
essere militarmente agguerrita, imperiosa la necessità di garan- 
tirsi da ogni attacco con un forte esercito ed una potente marina; 
ma una stessa sorte non ha coronato i suoi non interrotti sacrifizi. 
Mentre che l'esercito divenne per tempo il fattore più valido 
della educazione nazionale, né mai fece sosta nelle costanti ri- 
forme e nel graduale suo sviluppo, la marina, pur tanto povera 
per la continua vicenda, cui negli ultimi trent'anni è andata 
soggetta la costruzione delle navi da guerra, è ròsa tuttora, quel 
che è peggio, dalla lebbra del dualismo regionale. Ma se il pro- 
blema della marina è un legato che noi affidiamo alla Camera 
novella, la questione dell'esercito, per alcun tempo almeno, mi 
sembra in parte risoluta. Non dirò delle molte leggi votate, né 
della lotta sostenuta dal Governo contro i più accesi della Sinistra 
dissidente, i quali, almanaccando su le possibili forze militari, 
fanno astrazione dalle possibili risorse finanziarie, quasi che 
l'esaurimento di queste, tagliando i nervi ad ogni progresso 
economico, non spingerebbe il paese alla disperazione. Dirò solo 
che essendosi provveduto con successivi aumenti di bilancio 
a tutti i servizi riconosci'uti monchi o difettivi, si aumentò di 
circa loo.ooo uomini l'esercito di prima linea e di 50.000 la 
milizia mobile, per modo che quello consterà di 430.000 com- 
battenti, questa di 200.000 circa; si progredì nel sistema delle 
grandi unità tattiche, portando da dieci a dodici i corpi d'armata, 
e da venti a ventiquattro le divisioni; e si coordinò la legge 
sul reclutamento col nuovo ordinamento dell'esercito in guisa, 
che da un lato il contingente di prima categoria salisse a 76.000 
uomini, dall'altro si desse luogo a una parziale diminuzione 
della ferma. Forse si può dubitare del risultamento; ma è inne- 
gabile che il Parlamento ha dato prova del massimo buon vo- 
lere ed ha mostrato quanto gli sia a cuore la difesa nazionale, — 
ognora ricordando che l'ossario poco fa innalzato a Custoza, 
laddove tutti i figli di nostra terra si trovarono insieme, dopo 
tanto, a combattere lo straniero, è il solo monumento — e non 
di vittoria! — della nuova Italia... 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 165 



Questo il compito della Camera nell' assicurare al paese 
l'azione governativa. — Ora, anche più brevemente, della sua 
funzione legislativa, a cominciare da que' tre disegni di legge, 
in nome de' quali essa fu convocata il i6 maggio del 1880. 

L'abolizione del macinato, checché altri ne dica, era di- 
venuta un'assoluta necessità. Nella soppressione del secondo 
palmento, votata unanime dalla precedente Legislatura, era in- 
clusa e sottintesa la soppressione del primo, non essendo uno 
e l'altro nelle identiche proporzioni di esercizio tanto nell'alta 
quanto nella bassa Italia: l'imposta di guerra del 1868, come 
fu detto il macinato, ci tornava dimezzata, perché ridotta quasi 
esclusivamente regionale, e priva ormai del suo carattere ori- 
ginario, quello, cioè, d'una legge generale di consumo a larga 
base. Ma dando il voto all'abolizione del primo palmento, non 
intesi e non intendo di sfuggire a tutta la parte di responsabilità 
che mi tocca; né parlo già della pronta soppressione del quarto, 
che essa fu surrogata da provvedimenti finanziari equipollenti, 
sibbene della promessa di soppressione totale dell'imposta per 
il gennaio del 1884. Certo, non fui pago del modo non cònsono 
alle buone pratiche costituzionali, con cui la Camera, pronun- 
ziandosi e impegnandosi per il futuro, e anticipando di quattro 
anni le possibili deliberazioni sul sistema tributario, dichiarò 
in tesi generale, che alla eventuale deficienza fosse provve- 
duto con economie e riforme, le quali, nelle intenzioni sue, si 
riferivano più specialmente alla scadenza del contratto con la 
regia de' tabacchi e agli utili provenienti dalla estinzione gra- 
duale de' debiti redimibili. Ma raggiunto il pareggio, e pros- 
simi ad ammettere tanti altri concittadini all'esercizio del diritto 
elettorale, non dovevamo indugiare nel compiere un solenne 
atto di giustizia, invocato con tanta energia e per tanti anni e 
in tante guise dalle classi più umili, che pure chiamammo in 
nostro aiuto quel giorno, in cui demmo l'ultima battaglia al 
disavanzo; e a quelle classi, a que' diciotto milioni di contadini, 



l66 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

che popolano e che lavorano le campagne italiane, l'augusta 
firma del Re è di non dubbia guarentigia che l'Italia, qualunque 
possa essere la sua vicenda politica, non verrà meno alla pro- 
messa, non mancherà alla parola, non indugerà di un giorno 
l'abolizione totale del macinato. Prima di quel giorno è vano 
fantasticare su la possibilità di ulteriori riduzioni de' nostri tri- 
buti. All'obbligo dell'abolizione del macinato, che volontaria- 
mente, ma solennemente noi abbiamo assunto, un altro ci è ora 
imposto dalle gravi condizioni dell'Europa, l'obbligo, cioè, di 
maggiori armamenti a fine di assicurare la dignità e la integrità 
■dello Stato; e confesso francamente, che non indugiai a ritirarmi 
dal Comitato parlamentare per la riduzione della imposta sul sale, 
non appena i casi della Tunisia ci fecero avvertiti del baratro, 
•cui eravamo e siamo tuttora esposti. E che altro non comporti 
la presente condizione del sistema tributario, è li, purtroppo, 
a dimostrarlo il bilancio di competenza dell'anno corrente, il 
quale, pur senza tener conto delle costruzioni ferroviarie, delle 
partite di giro e del movimento di capitali, rappresenta un totale, 
nelle spese ordinarie e straordinarie, di un miliardo e duecento 
sessanta milioni, — con un avanzo nelle entrate di non più che 
quindici milioni di lire. Quanta eloquenza nelle cifre, pur cosi 
poco note, del nostro bilancio! La causa italiana dal 1848 al 
1861 costò più che un miliardo e mezzo; e lungo il periodo 
dal 1859 al 1862 spendemmo poco meno che un miliardo di 
più delle entrate ordinarie: due fatti, che se pure non vi fos- 
sero ben altre ragioni, basterebbero a spiegare il disagio ori- 
ginario della nostra finanza. I sette Stati, nei quali era divisa 
la penisola, non avevano, al momento della riscossa, se' non 
cinquecento milioni di entrate, e perciò, al primo comporsi del 
Regno, segnavano già un enorme disavanzo, che tra' molti 
milioni di entrate annue abolite dai Governi provvisori, e i 
moltissimi occorsi di nuove spese per gli armamenti, ammontò 
a quattrocento ottanta nel bilancio unificato del 1862, fu di 
una media di quattrocento nei tre seguenti, superò i seicento 
milioni al 1866. Non si pensa, in verità, a quel triste anno 
senza terrore: il debito annualmente contratto dallo Stato era 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 167 

quasi pari al risparmio nazionale, e il fallimento, anche a' più 
fiduciosi, pareva inevitabile. Ma sovvenne all'estremo pericolo la 
energia del Governo, il buon volere del Parlamento, il magna- 
nimo disinteresse del paese: e salvi dall'onta di mancare agli 
obblighi assunti, fummo pur capaci in un decennio, venendo giù 
da una media di 200 milioni fino al 1869 ad una di zoo negli anni 
successivi, di ottenere nel 1875, pieno e meritato, il pareggio 
della finanza. Certo, lo scopo non fu raggiunto senza enorme 
sciupo di forze, di attività, di capitali: sperperammo all'asta 
pubblica più che un miliardo e mezzo di beni demaniali ed eccle- 
siastici, demmo fuori ottocento milioni di moneta metallica in 
cambio di un miliardo circa di carta-moneta, impegnammo la 
rendita sui tabacchi, cumulammo debiti per centinaia e migliaia 
di milioni; nell'insieme, noi abbiamo il primo e non invidia- 
bile posto fra' popoli civili, secondo il quadro spaventevole del 
Miilhail, cosi in quanto alla proporzione fra le tasse e i redditi, il 
35 per cento, come in quanto al rapporto del debito col capitale, 
il 25. Ma la fronte, vivaddio!, noi* possiamo finalmente levare alta 
in mezzo alle grandi potenze di Europa, superbi di ciò, che nes- 
suna rivoluzione politica fu mai compiuta al mondo più one- 
stamente della nostra; e se qui uno è fra noi, che non abbia 
coscienza di questa verità, e non senta tutta la poesia di tanta 
abnegazione, quegli davvero non ha cuore d'italiano. La nostra 
finanza, con le sue tre incognite dei lavori pubblici, della guerra 
e della marina, che distruggono cosi spesso ogni savio dove- 
roso proposito di parsimonia nelle spese, è senza dubbio una 
sfinge, che tuttora ci troviamo tacita sul cammino; ma io ho 
fede che prima o poi non mancherà l'Edipo, il quale finirà 
per scioglierne il mistero: non mancherà né verrà mai meno 
quella prudenza nel Governo, quella temperanza nel Parlamento, 
quella virtù nel paese, mercé cui siamo già tanto innanzi nel- 
l'ardua nobilissima impresa. 

E come dell'abolizione del macinato, cosi della riforma elet- 
torale politica non poteva fare a meno la XIV Legislatura, che 
di fatti ha saputo risolvere, con molta calma e con assoluto 
disinteresse, non poche questioni ad essa attinenti. A voi è noto 



l68 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

la parte che io ebbi nella duplice discussione, cui dette luogo 
il disegno di riforma: mi è dunque lecito non dirne qui se non 
poche parole. Profondamente convinto che il Governo non possa 
mai essere in intima unione col paese se la rappresentanza 
elettorale non è il termometro della grande maggioranza del 
popolo, né le classi dirigenti possano mai davvero interessarsi 
delle classi bisognose se a queste è negato l'accesso nel corpo 
elettorale: chiesi dapprima e votai con alcuni amici del Centro 
sinistro il suffragio universale; poi, caduta la proposta, apposi 
la firma all'emendamento dell'onorevole Crispi, che ottenne 
il favore della Camera, per la estensione del voto a tutti co- 
loro, i quali potessero dimostrare di saper leggere e scrivere. 
Convinto inoltre che il collegio uninominale è, ora come ora, 
preferibile al collegio plurinominale, feci del mio meglio per 
combattere lo scrutinio di lista con quella franchezza, che sola 
proviene dalla coscienza di essere dal lato della ragione: venuta 
meno la prova, non esitai a consentire nella proposta del voto 
limitato, come quel mezzo, che nonostante il regime dello scru- 
tinio di lista, può almeno garantire un'equa rappresentanza alle 
forti minoranze politiche. Oggi la riforma elettorale è un fatto 
compiuto, che il disegno del Ministero è legge dello Stato: due 
milioni d'italiani in più potranno di qui a poco godere del mag- 
giore fra i diritti garentiti dallo Statuto. Non mi dissimulo la 
responsabilità assunta col mio voto; ma vivo sicuro che la par- 
tecipazione alla vita pubblica di un tanto numero di cittadini, 
esclusi finora dai comizi elettorali, non potrà non rafforzare, non 
rinvigorire, non assicurare le nostre istituzioni — liberali perché 
democratiche, unitarie perché monarchiche. 

Non egualmente propizia toccò la sorte alla riforma ammi- 
nistrativa dei comuni, il terzo disegno di legge, che la XIV Le- 
gislatura ebbe in retaggio dalla Camera precedente: mancò asso- 
lutamente il tempo di por mano alla sua discussione, che molto 
tardi fu esaurita la votazione della legge elettorale politica. Ri- 
mane, a documento del buon volere della Commissione inca- 
ricata di riferire alla Camera, la relazione. dell'onorevole Mazza; 
e avendo io fatto parte di quella Commissione, che lavorò a 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 169 

lungo e diligente sul grave tema, a me fu concesso esporre 
in seno ad essa quelle idee, a cui favore sarei stato ben lieto 
di poter combattere nella Camera. Il disegno di legge si atte- 
neva a due punti principali, ossia, alla estensione del diritto elet- 
torale amministrativo e alla liberazione degli enti locali da ogni 
ingerenza governativa; i quali due punti, a preferenza degli altri, 
rappresentano un bisogno universalmente sentito, rispondono 
a un desiderio generalmente inteso, costituiscono un obbligo 
imperioso per il potere legislativo non meno che per l'esecutivo. 
Unanimi nel concetto di una maggiore estensione del voto am- 
ministrativo, ma discordi sui limiti e le condizioni di esso, io 
sostenni con la minoranza della Commissione la proposta del 
Ministero, — di sostituire alle varie categorie della legge vigente 
tutti gli elettori politici, e votai contro l'emendamento della 
maggioranza, il quale riponeva il censo come unica base del- 
l'elettorato amministrativo; sostenni, cioè, e votai, anche questa 
volta, per la massima estensione del diritto elettorale, essendo 
più che certo che non possa farsi questione di censo, e quindi 
di sole contribuzioni dirette come espressione dell'interesse in- 
dividuale all'azienda economica del municipio, qui in Italia, spe- 
cialmente, ove il dazio di consumo, che versa nelle casse dei 
comuni un centinaio di milioni, è fondamento a quasi tutto il 
sistema delle imposte locali, e ove, quel che è più, la proprietà 
è ancora tanto lontana dalla indigenza nei suoi rapporti civili e 
nei suoi uffici morali, l'amministrazione stessa in tanta guerra 
con l'interesse veramente comune a tutte le classi sociali. Una- 
nimi ancora nel togliere al Governo la nomina dei sindaci, che 
questa ci parve ormai causa di abusi deplorevoli, ma non tutti 
ugualmente unanimi sul modo con cui meglio poterla volgere 
a norma del sistema elettivo, proposi di non attenerci al dise- 
gno del Ministero, che deferiva quella nomina ai Consigli mu- 
nicipali, se non per i soli grossi comuni, gli urbani, e di rimet- 
terla al corpo elettorale per tutti i comuni rurali. E per poco 
la mia proposta non vinse la prova, che il numero dei votanti 
fu eguale per la mia e la opinione contraria; ma caduta in seno 
alla- Commissione, essa fu lodata da gran parte della stampa, 



lyo IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

e io son certo che s'imporrà allo esame della Camera quando 
la riforma le verrà finalmente dinnanzi: come le s'impose, nel- 
l'ultimo giorno della Legislatura, l'altra mia proposta, molto più 
umile in apparenza, della incompatibilità dell'ufficio di sindaco e 
di deputato al Parlamento con la qualità di deputato provinciale. 
In fatti, non appena lo scrutinio di lista diventò legge dello Stato, 
il Ministero, poiché vide impossibile la discussione di tutto il 
disegno di legge su la riforma amministrativa, ne stralciò la 
parte che alle incompatibilità si atteneva, e, pur andando cosi 
oltre da confondere malamente le incompatibilità con le ineleg- 
gibilità, volle e ottenne che quella fosse ad ogni costo votata, — 
unico risultamento della divisata riforma. La quale, certamente, 
avrei desiderato avesse preceduta la stessa votazione della legge 
elettorale politica. Ma se non fu a questa, come pur doveva, 
di genesi e di preparazione, essa ne sarà presto di corona e 
di complemento; che non è più possibile che la nomina dei 
sindaci resti nelle mani del Governo, e il voto amministrativo 
sia negato a coloro, cui già dalla legge è stato conferito il voto 
politico. 



Se la riforma amministrativa non potè giungere in porto, 
altre leggi, e non meno importanti, ottennero il suffragio della 
XIV Legislatura. 

E prima fra tutte la legge su l'abolizione del corso forzoso, 
con cui al Governo venne affidato il compito di un fatto della 
più alta importanza per la economia nazionale, — la liberazione 
del paese dal regime della valuta cartacea: vera camicia di 
Nesso, estremo rimedio del nostro Stato pericolante al 1866, 
il quale, mercé le fluttuazioni dell'aggio negli scambi interna- 
zionali, che sono il segno della eccessiva mobilità di valore 
della carta-moneta, si assoggettò ad aver meno sicuro il lavoro, 
meno agevole il credito, meno benevolo il capitale, meno 
continui e numerosi gli sbocchi dei traffici, — con tanto e cosi 
grave detrimento dei salari e della produzione agricola. Un 



I 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 171 

prestito, già emesso all'estero per 644 milioni di lire in moneta 
metallica, fu il mezzo da noi adottato per ritirare dalla circo- 
lazione altrettanti biglietti consorziali a corso forzoso, il rima- 
nente dei quali, perché ascendenti alla somma totale di 940 
milioni, saranno tramutati in veri e propri biglietti di Stato 
a corso legale, anch'essi permutabili al portatore in moneta 
metallica presso le tesorerie del Regno; e tutto il prestito, che 
graverà il bilancio non più che per trenta milioni annui, fu pog- 
giato sui risparmi dell'erario per l'abolizione stessa del corso 
forzoso, essendo oggi il Tesoro obbligato ad un'annua sofferenza 
per alcuni pagamenti in moneta metallica, e su gli utili della 
trasformazione in rendita consolidata dell'ingente debito delle 
pensioni vitalizie, che è già più grave in Italia che non in qua- 
lunque altro Stato di Europa. Il termine della operazione, com'è 
naturale, fu lasciato in facoltà del Governo, che dalla cessa- 
zione dell'aggio e dalla diminuzione del debito commerciale 
con l'estero potrà solo pigliar norma per il momento più oppor- 
tuno al cambio dei biglietti; ma io ho fede che l'operazione, 
la quale si risolve nel riscatto economico del paese, non indu- 
gerà molto ad essere un fatto compiuto: già la moneta del pre- 
stito, scorso il biennio assegnato, è nelle casse dello Stato. 
E pure ammettendo fra le ipotesi la più triste, ammettendo 
che la guerra ci ripiombi e ci rigetti a mezza strada nella gora 
morta della carta-moneta, gli effetti saranno di gran lunga meno 
letali di quelli che sarebbero se essa ci trovasse nelle condizioni 
del 1880, — perché sarà allora inestimabile fortuna il non avere 
le nostre casse sprovviste, né l'essere costretti a un prestito 
usurarlo, che finirebbe col nostro annientamento finanziario. 

In aiuto dell'abolizione del corso forzoso, a causa certamente 
delle migliorate condizioni della politica estera, venne fuori una 
buona volta, dopo tante aspettative, il trattato di commercio con 
la Francia, andato in vigore il 15 maggio dell'anno corrente. 
Esso, checché ne abbiano detto gli avversari, è quanto di me- 
glio ci era dato sperare, — però che essendoci vietato di com- 
petere con i vicini in una guerra di tariffe autonome, obbligati, 
cioè, a trovar modo di accordarci in un contratto bilaterale, 



172 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

possiamo esser paghi di avere ottenuto la maggiore guarentigia 
possibile delle nostre produzioni, specialmente di quelle agricole, 
in cui son racchiuse le speranze meno infondate dell'avvenire di 
queste nostre province. Il secolo xix fu detto il secolo della li- 
bertà, e la nuova Italia, fin dai primi suoi giorni, ebbe sincera fede 
nella libertà de' commerci, anche perché questa è arra di pace 
all'interno: quando non vi è modo di servirsi del governo dello 
Stato per assicurare artificialmente all'una od all'altra industria 
privilegi e favori, per ciò solo è eliminata dal campo politico 
una grande causa di attriti e di corruttela, da un lato, di sfi- 
ducia e di malcontento, dall'altro; e il nostro Mezzogiorno, in 
particolar modo, teniamolo bene a mente, non altro deve vo- 
lere dallo Stato unitario se non un'opera di governo del tutto 
libera da ogni sopraffazione legislativa, — sia d'ordine 
protezionista, sia d'ordine fiscale. Ma il regime del libero scam- 
bio, universalmente proclamato nelle scuole, non fu sempre e 
non è attuato nella pratica; che molte nazioni par si attac- 
chino tuttora, forse con maggiore ipocrisia se certo con minore 
accanimento, agli antichi sistemi di protezione, — sospettose di 
ogni nostra operosità, della sobrietà eccezionale dei lavora- 
tori del nostro paese. È quindi dover nostro procedere con 
maggiore accorgimento, — come per l'appunto abbiamo usato 
nella stipulazione del nuovo trattato di commercio. Il quale 
viene più specialmente a favorire nell'Italia meridionale il pro- 
gresso della viticoltura, che sola ormai, in una plaga tanto po- 
vera di acque correnti, può succedere alla vigente quasi esclusiva 
coltura di cereali, le cui difficili condizioni potrebbero, quanto 
prima, esser rese gravissime dalla minacciosa concorrenza ame- 
ricana: la Puglia, che noi di quassù dominiamo con l'occhio, 
è già bene avviata in questa salutare trasformazione, e al no- 
stro Vulture, che da tempo è tutto ricoperto di vigneti, dai 
quali ricaviamo ed esportiamo annualmente più che trenta mila 
ettolitri di vino di un sol tipo e dai dodici ai quattordici gradi 
di alcool, al nostro Vulture torna facile imitarne l'esempio. Pos- 
san dunque le più felici condizioni degli scambi internazionali 
indurre noi per i primi ad una maggiore produzione, — noi del 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 173 

circondario di Melfi, che pur siamo cosi vecchi, cosi esperti, 
amorosi coltivatori della vite ! Che oggi ci troviamo di aver feli- 
cemente assicurato per alcuni anni, con i due Stati che ci sono 
a fianco e con i quali son maggiori i contatti, quella stabilità 
di relazioni, che forse è l'elemento più necessario per lo svi- 
luppo delle industrie e dei commerci. 

E non ultima fortuna è toccata alla XIV Legislatura, nel 
condurre in porto il nuovo Codice di commercio, — certamente 
superiore, secondo il giudizio datone dal Masse all'Istituto di 
Francia, a quelli di tutte le altre nazioni di Europa. « Dopo 
tanti anni di completo abbandono », scrive il Marghieri, « l'Italia 
ha un Codice commerciale, che è degno frutto di un duplice 
processo scientifico e legislativo: quello storico costitutivo, svi- 
luppatosi in Italia e in Francia, a traverso le varie scuole e le 
diverse legislazioni, dalle epoche medio-evali al 1865; e quello 
che può chiamarsi economico, sorto principalmente in Germania, 
per opera della dottrina e della legislazione, nel corso di questo 
secolo. I due elementi son fusi; e mentre il secondo forma la 
base delle modificazioni e delle aggiunte, le une e le altre della 
più rigorosa determinazione ne' concetti e nelle teoriche, il primo 
ha conservato alla nuova leg^ una fisonomia originale italiana, 
mantenendo il diritto commerciale in quei limiti, che l'ormai tra- 
dizionale svolgimento gli ha assegnato ». — A me, fervido parti- 
giano della cooperazione popolare, basti soggiungere, che esso 
ha dato finalmente legale cittadinanza alle società cooperative in 
genere, caratterizzate sia dal numero illimitato de' soci sia dalla 
variabilità del capitale, e, più e meglio che negli altri paesi, 
lasciate libere del grado di responsabilità, — poi che i soci 
hanno facoltà di scegliere tra la forma collettiva, l'accomandita 
e l'anonima. 



E qui farei punto, se non volessi accennare al difetto della 
XIV Legislatura, — circa quella gran parte di legislazione, che 
noi lasciamo intatta, prezioso legato, alla Camera futura; quella 



174 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

parte tanto importante, che si riferisce alla soluzione dei pro- 
blemi d'indole civile ed ecclesiastica, — i più gravi senza 
dubbio della età nostra, poiché la civiltà, simile al fato degli 
antichi, i volenti conduce e i nolenti trascina. La XIV Legisla- 
tura, è bene confessarlo, non ha fatto nulla a questo proposito. 
Circa la tutela delle classi lavoratrici, noi non abbiamo avuto 
nessuna cura dei disegni di legge d'iniziativa parlamentare, 
presentati dal Sonnino e dal Minghetti, su la emigrazione, sul 
lavoro delle donne e de' fanciulli nelle officine, su la responsa- 
bilità de* padroni per i casi d'infortunio; e indiscusso noi lasciamo 
il disegno di legge del Governo su la instituzione di una cassa 
nazionale delle pensioni per la vecchiaia. Circa poi l'opera della 
pubblica istruzione, — di cui tanto potremmo avvantaggiarci per 
la educazione laica delle classi popolari e, poiché la scuola media 
è l'anima della energia intellettuale di un paese, per la educa- 
zione politica di una classe di cittadini meglio preparata sia a 
governare sia a dirigere la pubblica opinione, ci dovrebbe, ahimè, 
parere anche più strano e doloroso che non si fosse neppur 
discusso yno dei molti disegni di legge venuti su a galla, se le 
idee fondamentali di parecchi tra essi, dandoci ragione dell'ab- 
bandono che loro toccò in sorte, non ci mostrassero a chiare 
note che la mancanza di un criterio generale, da un lato, l'oblio 
delle tradizioni e la noncuranza della realtà, dall'altro, hanno 
impedito finora, e impediranno sempre, di far cose veramente 
durevoli sino a quando l'Italia parlamentare, distratta in altre 
questioni, sarà poco pensosa, poco premurosa di avere una poli- 
tica scolastica degna de* nuovi tempi! E povero di atti e di 
proposte è stato pure il dicastero, che presiede a' culti e all'am- 
ministrazione della giustizia, sebbene il nome e il valore del- 
l'onorevole Zanardelli, che oggi è chiamato a dirigerlo, possano 
compensarci dell'indugio e confortarci per l'avvenire: il problema 
del riordinamento della proprietà ecclesiastica, per esempio, la 
cui soluzione fu già promessa dalla legge delle guarentigie pon- 
tificie, e per cui mezzo potremmo ancora attirare a noi il basso 
clero, del quale fin oggi non abbiamo fatto se non sfruttar la fame 
ed aizzar le inimicizie, resta, com*è noto, tuttora insoluto. — 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 175 

Quanta e nobile attività di lavoro noi lasciamo ai nostri suc- 
cessori! Sorti da una rivoluzione politica esclusivamente bor- 
ghese, alla quale, cioè, non ebbero parte le classi popolari, e 
che ha fatto necessariamente dell' Italia l'antagonista del papato, 
noi non potremo mai sul serio combattere l'avversario secolare, 
e progredire animosi su le vie di una vera profonda trasfor- 
mazione del costume, finché il nuovo Stato non rappresenterà 
agli occhi della grande maggioranza l'ideale della patria comune, 
finché delle nuove libertà godranno solo alcune classi, che 
potrebbero, quel che è peggio, servirsi di esse a maggiore 
predominio su coloro appunto, i quali fin oggi non hanno co- 
nosciuto i Governi se non come esattori di uomini e di denaro. 
La redenzione delle plebi dalla supina ignoranza e dalla estrema 
miseria, più che un bisogno, è una imprescindibile necessità 
nostra. Non è spento ancora nella Chiesa il pensiero, né le 
manca il potere, d' insidiare lo Stato, suo nemico irreconcilia- 
bile: Leone XIII, nell'allocuzione pronunziata in Concistoro il 
20 agosto del 1880, dichiarò « necessario il principato civile del 
romano pontefice alla sicurezza sua e alla sua libertà ». Né 
ancora la idea della unità è balenata nelle menti di tanta parte 
del popolo, che alla potenza dei fati d'Italia, vent'anni addietro, 
non oppose se non apatia e, quaggiù, in queste nostre campagne, 
crudelissima guerra: le moltitudini sono ancora fuori di noi e 
della nostra vita nazionale, sebbene comincino a intravedere la 
propria lor forza come numero, perché il secolo, direbbe Amleto, 
si fa acuto, e il dito del piede del villano tocca si dappresso il 
tallone del signore che già lo graffia. Che cosa avverrebbe mai 
di noi, se la Chiesa armasse contro lo Stato,' cosi giovine tut- 
tora, i contadini, sfruttando i loro dolori e le loro vendette? 
Siamo noi forse già tanto sicuri, noi del Mezzogiorno, che 
quando l'esercito sia chiamato un giorno alle frontiere, il bri- 
gantaggio non insorga improvviso, come tante volte per lo pas- 
sato? Ah no, non è bene illuderci né perder tempo: ormai le voci 
delle moltitudini arrivano insistenti fino a noi, ed è per inte- 
resse di noi e del nostro avvenire che dobbiamo volgere a cosi 
alta méta tutto l'animo, tutto il pensiero, tutta l'opera nostra! 



176 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Bisogna essere più che certi, che il paese non è solido finché 
le classi inferiori sono prive d'ogni tutela, d'ogni patrocinio, 
d'ogni bene della civiltà, però che i popoli, secondo la felice 
formula del Re Galantuomo, non apprezzano le istituzioni se non 
a misura dei benefizi che esse dispensano. Bisogna inoltre per- 
suaderci, che poiché non è innata in noi la idea della legge 
morale, di cui le azioni umane non sono se non l'effetto fisio- 
logico, il leggere e lo scrivere sono insufficienti a creare nel 
popolo quell'ordine di sentimenti, il quale si può solo contrap- 
porre agi' instinti del mal costume e del delitto, — e, per conse- 
guenza, nessuna distinzione dev'essere più fatta tra la istruzione 
propriamente detta e la educazione, e l'azion pubblica eserci- 
tarsi con più assiduo vigore per lo appunto laddove l'alfabeto 
si balbetta, e con le prime nozioni si prepara l'uomo alle bat- 
taglie della vita. Bisogna infine convincersi, che in sostituzione 
dei pregiudizi del passato la sola idea della giustizia è atta a di- 
venire intimo sentimento di religione, — e, quindi, l'impero della 
legge deve assolutamente tramutarsi in abito sociale, e il magi- 
strato, nei ceti ultimi a preferenza, assumere pensiero e cura di 
anime. Or perché l' Italia possa aspirare a tanto moto di pro- 
gresso, e pretendere sul serio la responsabilità delle classi diret- 
tive, lo Stato non può restringere più oltre i suoi fini né limitare la 
sua azione alla semplice difesa del diritto individuale; esso, che 
è la suprema personificazione e il complesso organico delle pub- 
bliche instituzioni, non può né deve essere più fra noi estraneo 
alle future sorti — morali e materiali — di tutte quante le classi, 
ognuna delle quali, perché naturalmente intenta a sé sola, è 
disadatta da sola a ridurre ad armonia i bisogni della univer- 
salità: esso, insomma, che è la espressione libera della coscienza 
nazionale, non può né deve essere più fra noi incompetente a 
tutto quello che si riferisce in via diretta sia alla questione sociale 
sia alla riforma religiosa, cosi strettamente collegate fra loro, 
cosi vitali per l'avvenire del nostro paese. Chi crede altrimenti 
non ha piena coscienza dell'alta missione, cui è chiamato, nelle 
società moderne, lo Stato, — né prevede che la XV Legislatura 
sentirà maggiore il bisogno di accrescere autorità alla consistenza 
effettuale dello Stato italiano. 



I PARTITI STORICI E LA XIV LEGISLATURA 177 



Signori, conchiudo. Come nel maggio del 1880 non ebbi 
punto l'orgoglio di formulare un programma, cosi oggi non ho 
certo la pretensione di aver reso conto della XIV Legislatura; 
ma credo di aver dato a voi minuta ragione dell'opera mia. 
Le elezioni generali, che son prossime a venire, mi trovano a 
quello stesso posto e in quella stessa mia fede di due anni addietro; 
al posto di umile ma devoto soldato del partito liberale, nella 
fede vigile ma inconcussa della patria. E lascio oggi, com'ebbi 
dal mio predecessore, immacolato l'antico nostro collegio, non 
infetto da corruzioni e da ingerenze, non guasto nella piena 
coscienza del suo diritto, della sua azione, della sua responsa- 
bilità; lo lascio eguale a sé stesso, — lieto, voglio sperare, che 
l'antico suo sogno dell'impianto di un Istituto tecnico gover- 
nativo, qui in Melfi, dopo il regio decreto del 2 aprile di que- 
st'anno, sia un fatto compiuto, e la più ambita, ma la più dif- 
ficile delle sue ferrovie Ofantine, decretate in massima dalla 
legge del 29 luglio 1879, sia prossima, come io nutro fiducia, 
ad essere tracciata lungo il versante orientale del Vulture. Il no- 
stro collegio uninominale non è più, — che esso fa parte ormai 
del primo collegio plurinominale della provincia; ma io voglio 
augurarmi che noi conserveremo il nostro carattere e serberemo 
le nostre tradizioni nella circoscrizione che ci è toccata in sorte, 
se insieme con i vecchi e nuovi elettori di Muro e di Potenza, 
nostri fratelli di sangue e di cuore, ripiglieremo il cammino 
come ai be' giorni del 1860, i giorni dell'entusiasmo per Gari- 
baldi : pieni di speranza ne' fati della patria unita, della patria 
libera, della patria indipendente e prospera. E a guisa de' po- 
poli davvero degni della libertà, noi non aspetteremo più la 
manna dalla clemenza de' cieli, non ci affideremo più a quel 
dio imbelle, che è il caso. Riporremo le speranze solo in noi 
stessi e nel nostro lavoro: però che noi sappiamo e godiamo 
della via percorsa, ma oggi più che mai abbiamo coscienza dei 
nostri mali secolari; e quanti fini non ci occupano il pensiero, 

G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 12 



178 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

quanti desideri non ci si accolgono nell'animo, quanti compiti 
non ci s'impongono all'azione sin dall'inizio di questo secondo 
periodo di vita nazionale! Diamo dunque mano al lavoro, più 
e meglio che per lo passato, memori dell'antica legge de' nostri 
maggiori, per i quali l'ozio era delitto: lucani, ut aliorum cri- 
minum, sic etiam olii causas agunt\ a un lavoro lungo faticoso 
indefesso, ma caro e lieve se per l'onore e per la fortuna d' Italia. 
E miriamo in alto, sempre, sempre più in alto! 



vili. 

IL " TRASFORMISMO „ 
E LE ELEZIONI DEL 29 OTTOBRE 1882 

(22 Ottobre e 7 novembre 1882) 



Agli elettori del primo Collegio di Basilicata 



Napoli, 22 ottobre 1882. 

Non un discorso, nel rivolgermi a voi per domandarvi il 
voto, ma le parole che bastino a compiere il dovere di esporvi, 
senza vane reticenze e senza studiate lungaggini, la via, che se 
l'urna mi sarà favorevole, io vorrò battere nella decimaquinta 
Legislatura. 

L' Italia, dopo avere attuato il supremo ideale della politica 
nazionale con la rivendicazione di Roma a capitale del Regno, 
ha tentato di raggiungere l'ideale della politica democratica, 
— il suffragio universale: che, se non tutte, gran parte delle 
forze sociali son oggi chiamate a partecipare alla vita pubblica, 
e nuove correnti, nuovi ceti, nuove generazioni, oggi per la prima 
volta, han diritto alla rappresentanza legislativa. Ma di fronte a un 
fatto di tanta gravità, i vecchi partiti appaiono disfatti su le anti- 
che loro basi storiche: non mai come oggi la lotta elettorale sembra 
abbia assunto un carattere incerto sia ne' programmi sia ne' can- 
didati, gli uni e gli altri più numerosi e meno definiti che mai. 
Questa contraddizione, che da alcuni è creduta illogica e scon- 
fortante, a me torna di lieto presagio per le sorti del partito 
liberale progressista, cui io desidero spetti l'onore di compiere 
la riforma dello Stato unitario, meglio rappaciando il paese con 
sé stesso e col Governo. La ricostituzione de' partiti, per na- 
turale e propria evoluzione, s' inizia ormai a piena luce col sorgere 
del secondo periodo della nostra vita parlamentare, contrasse- 
gnato dalla riforma elettorale; ed oggi più che mai è viva in 
me la speranza, che l'opera, ad onta del malvolere degli uo- 
mini, non verrà meno né tarderà ad avere compimento. Rifare 



l82 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

in sé Stesso il partito liberale progressista, senza l'intervento 
di coloro che vivon fuori dell'orbita legale, perché increduli 
della efficacia della Monarchia a' miglioramenti politici e sociali ; 
rifarlo eletto, nobile, vigoroso, in tutta la sua compagine, affinché 
possa validamente sostenersi quel giorno, in cui i conservatori 
avran dato nuovo alimento all'antica Destra; e, intanto, progre- 
dir cauto, ma sicuro, nella difesa delle prerogative dello Stato 
di fronte alla Chiesa, nel patrocinio legale delle classi povere, 
nella salvaguardia della giustizia, nella tutela de' nostri interessi 
internazionali conforme alla crescente nostra fortuna economica: 
ecco i fini che già tanto più mi attrassero quanto più lontani, 
ed oggi, dopo il discorso pronunziato a Stradella dal Presidente 
del Consiglio dei ministri, a me sorridono prossimi ed effettivi. 

Certo, r intento non è facile a raggiungere. L'evoluzione 
ricostitutiva de' partiti, anche questa volta, può forse esser 
compromessa dalla soluzione imprevedibile de' gravi avveni- 
menti, svoltisi durante gli ultimi due anni nel bacino del Me- 
diterraneo; né è lieve impresa quella di volere, a un tempo, 
assicurata la dignità nazionale e mantenuta la pace europea, 
alla cui stabilità siamo vivamente interessati, essendo già tanto 
impegnati nel riordinamento amministrativo, nell'assetto delle 
finanze, nel progressivo aumento de' lavori pubblici. Ma io 
spero che alla direzione del potere esecutivo restino uomini, i 
quali abbiano coscienza della realtà, non visioni teoriche; intel- 
letti riformatori, non istinti da dottrinari; costanza, non incoe- 
renza di metodi e di principi : io spero, insomma, che la novella 
Camera abbia una vita più lunga, più feconda, più salutare della 
stessa decimaquarta Legislatura, di cui ho già reso conto agli 
elettori — miei conterranei — del Melfese. 

Con questo augurio io mi rivolgo a voi tutti, amici e com- 
provinciali, dichiarandovi di essere con la Maggioranza-, che 
finora ha sostenuto il Governo. 

Giustino Fortunato. 



Discorso pronunziato a Potenza, il 7 novembre del 1882. 



Signori! — Ho voluto affrettare la mia venuta nel capo- 
luogo del collegio, perché di qui mi fosse dato rendere agli 
elettori della prima circoscrizione di Basilicata, i quali vollero 
adunare sul mio nome tanto numero di suffragi, le più sin- 
cere azioni di grazie. E a voi e ad essi devo innanzi tutto 
una franca dichiarazione, la sola, che possa valere a darmi 
lena dopo una lotta cosi accesa, in cui non v'ha nulla di che 
io abbia ad accusarmi verso chicchessia, o che mi vieti di levar 
alta la fronte per la mia condotta di cittadino e di candidato; 
una lotta che ha potuto darmi dolori e rammarichi, non la- 
sciarmi pentimenti e rimorsi: questa, cioè, che io non veggo 
altro significato nella votazione avuta se non quello di una 
estrema cortesia da parte vostra a mio riguardo; che io non 
veggo una lode là ove realmente non è se non un affettuoso 
incoraggiamento. Conosco troppo me stesso, perché la vit- 
toria mi possa far velo alla mente, facendomi attribuire a me- 
rito l'opera singolare della vostra benevolenza. Fra parecchi, 
quanto e più di me non indegni di aspirare all'onore dei vostri 
suffragi, voi, che sapeste intendere il riserbo a me imposto 
nel periodo elettorale, sceglieste me a vostro rappresentante, 
insieme con gli onorevoli Branca e Plàstino, non per altro 
motivo se non di far chiaro a tutti — non essere scarso in 
voi né debole il sentimento della equità politica, frutto di elevata 
educazione alla vita pubblica, per cui foste generosi di consenso 
a chi tanto si oppose a quella nuova forma di scrutinio, che 
era da più tempo aspirazione e desiderio di tutti voi. Da ciò 



j84 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

davvero potete argomentare quante maggiori debbano essere 
in me la riconoscenza e la gratitudine. Ed io vi prometto, nel- 
l'atto stesso che vi ringrazio dell' onore impartitomi, che darò 
tutto me stesso, finché le forze non mi verranno meno, a servigio 
del paese. Ma concedetemi fin da ora che ho il bene di ve- 
nire la prima volta dinnanzi a voi, di mettervi in guardia contro 
la fiducia, che voi, troppo generosamente, riponete in me. Essa 
potrebbe per avventura essere esagerata; ed io, invece, ho 
troppo bisogno della vostra indulgenza perché non dobbiate poi 
riceverne un disinganno. Non vi aspettate dunque da me se non 
un disinteresse a tutta prova, un lavoro assiduo, un ossequio 
immutabile alle idee liberali, cui noi tutti siamo profondamente 
devoti: non vi aspettate se non un amore intenso alla patria, 
al cui gran nome batterà sempre forte il mio cuore, un affetto 
più che filiale a questa « umile » parte di sua terra, che a noi 
è tanto più diletta quanto meno favorita dalla fortuna. Di ciò 
solo posso rendermi garante presso di voi; e la certezza di 
potere mantenere le mie promesse, meritando l'ambito premio 
della stima e dell'amicizia vostra, è tutto ciò che basterà, io 
spero, a sostenermi nel difficile cammino. 



Invano quest'oggi vi fareste a chiedermi un lungo discorso, 
che fosse l'indice di un programma politico. Eleggendo me, 
son certo non vi è sfuggito tutto ciò che dell'opera mia nella 
passata Legislatura ho detto, com'era mio debito, agli elettori 
dell'antico collegio uninominale di Melfi, ai quali esposi le ra- 
gioni del posto da me scelto nell'aula di Montecitorio, e gl'ideali 
cui ho mirato in quel tanto che mi fu concesso di vita par- 
lamentare; e, d'altra parte, è troppo modesta la mia condi- 
zione di gregario, perché io possa ripetere a voi ciò che in 
tante guise e da tanti valentuomini è stato detto nelle adunanze 
elettorali e fatto pubblico per le stampe. A me piace aggiungere 
ai ringraziamenti una sola parola, una breve manifestazione, 
che credo dover mio far nota dal capoluogo del collegio a tutti 



IL " TRASFORMISMO ,, E LE ELEZIONI DEL NOV. 1882 185 

gli elettori della circoscrizione. Credo dover mio rispondere di 
qui a una domanda, che in varie forme e da più parti mi è stata 
indirizzata: a questa, cioè, se io fossi trasformista; parola 
proibita, contro cui, nel Mezzogiorno più che altrove, si è 
scagliato e si scaglia l'anatema. Ebbene, se per trasformazione 
s'intende quel che non nego da molti si voglia sottintendere, il 
connubio più o meno interessato di uomini sin oggi discordi, la 
unione più o meno occulta di elementi sin oggi disparati, una 
dedizione, in breve, ed un equivoco di più, io posso assicu- 
rarvi che non sono trasformista. Ma v'ha pure chi non amico 
dei connubi vergognosi, delle alleanze ibride, degli equivoci 
pericolosi; fedele, quanto altri, al partito liberale; fermo, più che 
altri, sul programma di esso: v'ha pure chi cospira alla luce del 
sole affinché la evoluzione interna, la riforma organica, la rico- 
stituzione delle parti politiche, fuori e dentro Montecitorio, sia 
agevolata, affrettata, compiuta. Fra costoro sono io, che perciò 
appunto ho seggio al Centro Sinistro, e non ho davvero che 
nascondere o che velare de' miei desideri, delle mie aspirazioni, 
de' miei ideali a' vecchi e nuovi elettori. In questo senso mi si dia 
pure del trasformista, che a me non importa, sebbene in questo 
senso la parola sia pur sempre impropria, un vocabolo male 
adoperato. E a confessarvi francamente tutto il mio pensiero, 
permettete io vi tragga un istante in regioni più serene, le quali 
valgano a confortarci la mente per tutto ciò che è stato finora 
operato, ed a sollevarci il cuore a bene sperare per tutto ciò 
che ancora ci rimane a fare. In voi, ne sono certo, non può 
non battere la corda del patriottismo: ed è bene essa batta, 
sempre giovane, il giorno dopo di una lotta elettorale, — spe- 
cialmente quando questa, a cui ha partecipato un gran numero 
di elementi popolari ammessi per la prima volta alle urne, 
chiude un periodo, e un altro ne apre, nella storia del Risor- 
gimento civile e politico del nostro paese. 

Non sono ancora passati diciassette lustri dacché un insigne 
uomo politico, nostro comprovinciale, si fece la prima volta ad au- 
gurare agl'italiani l'unità della patria, come il sommo, come l'unico 
dei loro intenti nel mondo moderno; e già di poco è trascorso 



l86 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

il ventennio dacché l'utopia, il sogno di Francesco Lomonaco 
è un fatto compiuto per tutti noi, generazione del 1860! Non 
più tardi di vent'anni addietro eravamo come all'epoca fortu- 
nosa del 1799: immoti nel cammino della civiltà, sordi ad ogni 
voce del progresso; eravamo senza armi nazionali, senza ordi- 
namenti comunali, senza mire politiche, senza ideali di cultura; 
eravamo, al dire dello straniero che ci soggiogava divisi e 
suddivisi, « la terra de' morti ». Or si confrontino le condizioni 
nostre dell'oggi a quelle del 1860, per quel tanto che è a cono- 
scenza di tutti: quale e quanta differenza in cosi breve corso 
di anni! La Rivoluzione, che ci condusse all'unità della patria, 
die vita presso di noi al sistema rappresentativo con somma 
vigoria si, ma, com'era naturale, senza quella chiarezza, quella 
efficacia, quella interezza, che sole si sarebbero potute ottenere 
se il sistema fosse stato il portato di una organica potenzialità 
nazionale. Un partito che si disse della Destra, ebbe dapprima 
l'esercizio del potere, inspirandosi alla parola e al pensiero del 
conte di Cavour. Sdegnoso di scagliare contro di esso le accuse, 
delle quali fu gratificato, che anzi aperto sostenitore delle molte 
sue benemerenze, e prima fra tutte la creazione d'un grande 
Stato liberale in un paese diviso da secoli in tanti Stati diversi, 
alcuni de' quali ancora privi degli organi più necessari alla vita 
moderna, io lo credo soltanto responsabile del difetto di armonia 
fra Governo e governati, specialmente nel Mezzogiorno, che esso 
non seppe o, forse, non potè comprendere abbastanza, e, certo, 
non amò quanto meritava di essere amato. Il dissidio fu aspro, 
perché a lungo Governo e governati non ebbero e non sen- 
tirono, né forse potevano avere e sentire, lo stesso vincolo, la 
stessa missione, la stessa comunanza. Mossi da un punto solo, 
parvero in sul principio sostenersi a vicenda e mirare a un sol 
fine; ma presto il Governo non si die carico dei governati 
e raddoppiò il passo, lasciandosi dietro coloro che non avevano 
la sua energia. Certo, la idealità del Governo fu ben alta, e ben 
dura la necessità delle cose in tutto quel periodo, in cui non 
era questione se non di vivere e di reggere alla prova: ma il 
modo più che l'atto feri nel vivo la nazione, che ammutolì 



IL " TRASFORMISMO ,, E LE ELEZIONI DEL NOV. 1882 187 

dapprima e parve rassegnarsi; poi si scosse d'improvviso nel 1865, 
si vendicò tumultuariamente dell'abbandono, e dal suo malcon- 
tento nacque, si alimentò e vinse la Opposizione, che si chiamò 
della Sinistra. Chi disse che l'avvento della Sinistra non signi- 
ficò altro se non la vittoria del paese reale sul potere organiz- 
zatore, esauritosi nell'immane sforzo di ricomporre la patria in 
una prima frettolosa forma di vita nazionale, disse semplice- 
mente il vero. 

Ecco, checché si affermi in contrario, la genesi occasionale 
dei nostri partiti parlamentari, non indegni della lotta da essi 
combattuta lungo il ventennio, — lotta feconda, alla quale dob- 
biamo il sentimento di fede, che ora ci anima, nell'avvenire della 
patria. La Destra, che ci die unità di leggi e di organamenti 
con ardire che a' venturi parrà eroico, ci salvò nell'onore e 
nella vita economica, liberandoci dal fallimento e dal disavanzo; 
e la Sinistra, che ci ha dato una delle più larghe leggi elet- 
torali che abbia l'Europa, ha abolito col macinato la più cru- 
dele imposta di consumo, e col corso forzoso la più gravosa 
tassa di circolazione. Lo Stato, grazie alla comune opera, riposa 
oggi su basi meno insolide, ed oggi l'Italia è meno incerta di 
sé. Ma all'Italia e allo Stato, or che l'ufficio statale ovunque si 
converte in una grande cooperazione di autorità, occorre una 
migliore, una più salda ricomposizione interna, uno sviluppo 
più razionale de' partiti politici, improvvisati durante la guerra 
fortunosa per la esistenza nazionale: occorre una vera Destra, 
tutt' altra di quella che ormai appartiene al passato, e una vera 
Sinistra, sostanzialmente diversa da ciò che è stata fin qui; 
e a chi neghi questo, la vicenda delle ultime elezioni sta a 
mostrargli che non è una fola della mia mente, e di quanti 
sentono come me, la dissoluzione presente e la disorganizza- 
zione delle antiche basi parlamentari, nonostante lo scrutinio 
di lista, tanto invocato perché i rappresentanti la nazione si 
adunassero, come una volta, intorno a,' superstiti della vecchia 
Destra e della vecchia Sinistra. — La ricostituzione delle parti 
politiche in modo più organico, più omogeneo, più effettivo: ecco 
quello che a me sembra resti ancora da fare; augurio, pensiero 



l88 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

ed azione di quanti amano virilmente l' Italia, di quanti vera- 
mente la vogliono concorde e prospera all'interno, stimata e 
rispettata all'estero. 

Ora a me ha sorriso e sorride l'ideale, che il partito pro- 
gressista si svolga e sì rifaccia per virtù propria, con azione 
lenta, ma continua; che la legge di evoluzione come legge di 
perfezionamento, la quale governa tutti gli ordini dell'universo, 
si effettui in esso e per esso ad onta degli anatemi di coloro 
che assorti in non so quale ascetismo, non obbediscono né 
sanno obbedire se non alla tradizione: di tutti coloro che sono 
ancora inspirati dall'alito della rivoluzione del secolo xviii, 
che credono, cioè, le modificazioni dell'organismo politico suf- 
ficienti a sanare i mali sociali, e per i quali la forma piglia il 
luogo della sostanza: di coloro, insomma, che non hanno, oh 
no!, la mente di Pericle, ma in cui si agita l'animo di Pisi- 
strato... 

Ribelle a tutte le chiese e a tutti i pontefici, specialmente 
se di fattura domestica, non ammetto rivelazioni di sorta, non 
riconosco autorità infallibili: e cerco ed anelo e aspiro a che, 
in tanta confusione, che ricorda il campo di Agramente, i no- 
stri partiti abbiano, una buona volta, distinzioni vere e pro- 
fonde, teorie non saltuarie né eventuali, contrasto d'idee non 
opposizioni di uomini. Gli equivoci sono il tarlo del sistema 
rappresentativo; e chiuso il periodo epico, noi corriamo il peri- 
colo di aggirarci fatalmente negli equivoci. Bisogna che la 
Destra diventi realmente un partito conservatore, libero dal- 
l'empirismo del suo passato, e la Sinistra, scartando tutto ciò 
che è vieta reminiscenza scolastica, si ricomponga tutta, con 
tendenze positive, in partito democratico; l'una e l'altra inspi- 
rate da nobili sistemi più che da gonfi programmi di Governo, 
che non sono tanto i programmi che distinguono i partiti, quanto 
lo spirito diverso che li muove nei loro sistemi. Né si creda, come 
alcuni dicono, che la mia asserzione, la quale oggi è un pio desi- 
derio, sia destinata a restare nel puro campo de' fantasimi. 
Quasi da per tutto nel paese si fa viva la distinzione fra mode- 
rati e progressisti, perché quasi da per tutto è chiara ormai la 



IL " TRASFORMISMO ,, E LE ELEZIONI DEL NOV. 1882 189 

questione dei limiti da assegnare e de' metodi da seguire nello 
studio de' problemi sociali e religiosi, a seconda che si neghi 
o si affermi la ingerenza dello Stato nella loro pratica risolu- 
zione. Comporre per virtù di legge i rapporti di tutela civile 
fra abbienti e non abbienti su basi più eque di quelle, che la 
semplice concorrenza individuale abbia finora assegnate alle 
varie classi, — e rompere a un tempo i ceppi del cattolicesimo 
senza poter proclamare la Riforma, emancipando il paese dal 
predominio del Vaticano senza potergli imporre una nuova reli- 
gione; od al contrario, sperare ciecamente nel libero sviluppo 
e nel contrasto pieno delle forze sociali, — e immaginare una 
possibile conciliazione del principio di autorità con i diritti 
del pensiero, della Chiesa con lo Stato: forse non son queste 
ragioni valide, perché la ricostituzione di un vero partito pro- 
gressista e di un vero partito conservatore si attui finalmente 
in Italia, — che pure ha insti tuzioni rappresentative accattate 
di fuori, e tanto maggior bisogno ha d'infondere in esse un 
contenuto tutto suo, frutto della sua vita nazionale? 

Io quindi mi auguro, fino a tanto che questo moto perduri 
latente, che il partito, che oggi è al governo dello Stato, sappia 
compiere in sé stesso quella sana evoluzione che lo renda poi 
certo di poter combattere le battaglie del domani, sia compiendo 
il debito suo verso le classi lavoratrici, su la cui acquiescenza 
e il cui benessere è poggiata — giova persuadersene — la con- 
servazione dell'ordine sociale, sia finalmente sollevando il velo 
a quell'Iside arcana, che per noi italiani è il problema del 
papato. — Ma fino al domani, quale e quanto cammino non 
ci resta da percorrere! Il prestigio della nazione è il fonda- 
mento della sua fortuna, e noi non lo otterremo mai finché 
le scarse o pericolanti forze del paese non saranno tutte rin- 
vigorite, e diffuso in tutto e da per tutto uno spirito nazio- 
nale vero e saldo. Non ci sono più ignote le nostre deficienze 
morali e materiali, che una larga messe di studi ci rivela ormai 
a noi stessi quali ci fecero la schiavitù e le divisioni secolari: 
e niente può davvero confortarci di più quanto cotesta savia 
ricerca, cotesta prudente analisi, che mette a nudo in tutto 



190 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

il SUO marcio l'uomo vecchio, i vecchi abiti, le inveterate ma- 
lattie che rodono le midolla del nostro paese. Lavorare con 
intensità e costanza, che il tempo stringe, a conciliare l' Italia 
con gl'italiani, a mettere d'accordo Stato e regioni, Governo e 
popolo; e, per ciò, aumentare efficacemente le fonti e le vie 
del risorgimento morale, sostituendo alla schiavitù delle clientele 
il concetto sovrano della legge, riconducendo la terra classica 
del diritto all'impero assoluto della giustizia, garantendo i cit- 
tadini ne' loro interessi contro qualunque abuso, venga dal po- 
tere esecutivo o dalle autorità elettive locali: ecco la via non 
breve né facile, che ancora ci rimane a battere per essere, alla 
vigilia, sicuri di noi. È tutta un'opera di più sagace accomo- 
damento amministrativo, tutto uno studio di consolidamento nelle 
finanze, ne' lavori pubblici, nell'ordine giudiziario, un gran lavoro 
di riforma educativa, un'accurata indagine di riscontro di gran 
parte del diritto pubblico interno, che ci necessita prima che il 
fato c'incalzi più oltre: « alla unità che è fatta », dice l'onorevole 
del Zio nel manifesto della deputazione basilicatese, « si deve 
dare la corona di un più vasto benessere, del sapere genera- 
lizzato, della dignità civile assicurata a tutti ». Ignoriamo forse 
quale sia cotesto fato, che anche noi irremissibilmente sospinge, 
e anche a noi sarà di lieto o di cattivo auspicio secondoché gli 
andremo incontro bene o male preparati? ignoriamo forse che 
le democrazie moderne corrono, ineluttabilmente, dietro i due 
principi della partecipazione di tutti i cittadini alla vita pubblica 
e dell'esercizio del Governo mediante l'effettiva maggioranza del 
paese?... 

Questo il compito immediato del partito liberale progressista. 
Il quale, perché non sia impari allo scopo, urge si rafforzi in 
guisa che il braccio non gli vacilli né la base di operazione gli 
si restringa per semplice velleità di mire estreme. Esso dev'es- 
sere essenzialmente temperato, se è vero che una lunga serie 
di rovesci ha luminosamente provato, che il governo del mondo 
appartiene alle idee medie, le quali, dice il De Sanctis, non 
sono se non la misura nell'applicazione delle dottrine: basti per 
tutte la storia, contemporanea della Francia ad insegnarci, che 



IL " TRASFORMISMO ,, E LE ELEZIONI DEL NOV. 1882 I9I 

la instabilità politica è originata dall'applicazione di concetti as- 
soluti, di concetti in aperta opposizione con lo stato reale della 
società. Esso, perciò, deve ricomporsi in modo che abbia della 
monarchia, tanto utile alla salda unità della patria, ed anche 
tanto necessaria al retto funzionamento del regime rappresenta- 
tivo, il sentimento non l'acquiescenza; che abbia potente non 
solo il culto ma anche l'intelletto della libertà, e faccia di essa 
una cosa viva non una idea astratta, ne tema l'abuso non 
l'esercizio, e la voglia tutta intera ma sempre legale; che abbia 
delicata e pronta la coscienza della onestà pubblica, molto più 
difficile a significare e a praticare della onestà privata; che circoli 
in esso e si riversi nelle vene della nazione una corrente di 
virtù, la quale valga a rinnovare quella purezza, di cui anda- 
rono superbi coloro che ci han data l'Italia. Solo per questa 
via noi potremo non scambiare più l'utopia con la riforma, la 
realtà con l'apparenza, come don Chisciotte, il cavaliere dalla 
malinconica figura, che nel polverio della strada pigliava una 
mandra di pecore per un corpo di esercito: non ondeggiare più 
dai Centri all'estrema Sinistra, e trovare in noi stessi l'ausilio 
contro le fazioni estreme, e non più abbandonarci alla ventura 
né più sgretolarci in gruppi e sottogruppi: solo cosi, a dir tutto, 
noi potremo avere assicurato alla direzione dello Stato il mi- 
glior Governo possibile, perché davvero il Governo non è se 
non la risultante delle varie forze componenti il partito della 
maggioranza parlamentare. 

Ciò, e non altro, risponde alle idee da me adombrate nella 
lettera elettorale, con cui mi dichiarai di essere, come quel giorno 
in cui non era di moda, per il Ministero, — il cui programma 
ha senza dubbio un fondamento di ragionevolezza e di buon 
senso, che mi conforta. Non mi dissimulo che dallo studio del 
problema della ricostituzione dei partiti, il maggiore fra quanti 
oggi si riferiscono alla questione interna che tanto ci assorbe, 
può distrarci non poco il nuovo periodo, il quale s'inizia cosi 
minaccioso, del problema della nostra politica estera: né ho certo 
il torto di credere che non possiamo non avere volontà or che 
non si tratta se non di essere a pari delle altre nazioni, quando 



192 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

pur fummo soli nel raggiungere lo scopo supremo della esistenza 
nazionale; che non dobbiamo, cioè, non comprendere la neces- 
sità di determinare assai meglio il nostro fine internazionale, 
che è quello di aver libero il Mediterraneo mediante l'equilibrio 
delle due grandi potenze a noi confinanti, e proporzionarvi i 
mezzi, e tendervi con fermezza, con dignità, con pazienza. Ma 
ho fede che la saviezza del Governo e la temperanza della 
Camera sapranno bene intendere, che un paese politicamente 
disadatto a sé stesso è pure militarmente impreparato contro 
gli eventi futuri; che sacrificare allo sviluppo degli armamenti 
qualunque considerazione finanziaria, è un peccato elementare 
d'imprevidenza; che, infine, quella forza di eserciti e di ar- 
mate, la quale abbia per base il pubblico disinganno e il falli- 
mento, ha per conclusione la fuga e la sconfitta. L'Affrica, è 
vero, ci attrae con le sue coste misteriose, le quali chiudono 
a mezzogiorno l'antico « mare nostro »: è una predestinazione, 
dice il Correnti. Ma è pur vero che noi non dobbiamo logo- 
rarci in una politica vanitosa e irrequieta, e la pretesa di 
coordinare le nostre forze marittime e militari con quelle dei 
nostri vicini, è assolutamente ingenua e pericolosa. L'Italia, 
è vano illuderci, non può aspirare seriamente alla guarentigia 
dei suoi diritti internazionali se non destreggiandosi, mercé 
alleanze, nella collisione dei grandi interessi d'Europa: e, a que- 
sto fine, il terzo di tutta la spesa disponibile del bilancio dello 
Stato rappresenta uno sforzo, che non ha l'eguale in paesi 
tanto più ricchi e solidi del nostro. La richiesta di maggiori 
armamenti da un lato, dall'altro le gravi difficoltà della crisi 
orientale non varranno dunque, io confido, finché il programma 
del Ministero non muterà, a distrarre od a sospendere — insieme 
con la ricostituzione de' partiti parlamentari — la grande riforma 
di uno Stato come il nostro, il quale, mi sia permesso richia- 
marlo alla vostra memoria, soltanto ieri ha potuto miracolosa- 
mente unire due pezzi di un vecchio vestimento con una filza 
rada, che ormai bisogna acconciamente cucire a buono... 



IL '* TRASFORMISMO ,, E LE ELEZIONI DEL NOV. 1882 193 



Signori, cesso di abusare della vostra cortesia, che non voglio 
vanamente ripetermi nello esporvi gl'intenti e i criteri, da' quali 
sarà inspirata la mia condotta parlamentare, frutto di attenta 
osservazione della politica italiana; mi basterà dire che torno 
alla Camera con gli stessi propositi del 1880, e vi torno, come 
tre anni addietro, non alfiere di alcuna chiesuola locale, non 
ostile a chicchessia, non autore di prepotenze e di vendette. 
Dinnanzi a voi, elettori del primo collegio di Basilicata, io non 
ho, io non posso avere fatua presunzione di me, né far promesse 
con la vana lusinga di non attender corto; e se oggi dinnanzi 
a voi il vostro eletto è profondamente turbato, 

... chi pensasse il ponderoso tèma 
E l'omero mortai che se ne carca, 
Nel biasmerebbe se sott'esso trema. 

Ma di pieno accordo fin oggi con i miei colleghi di provincia, 
spero da oggi in poi di essere anche più all'unisono con loro, 
e di compiere in loro compagnia la mia parte di dovere, sia 
per assiduità di opere sia per equità di giudizi, essendomi abi- 
tuale lo studio e costume la indipendenza. E lungo la via, 
nelle ore di stanchezza, avrò sempre a conforto la bella imma- 
gine dei nostri comunellì, che spiccano su le azzurre caligini 
dell'Appennino, saprò sempre trovare nella cara memoria di 
voi quella forza che sa vincere ogni difficoltà; però che in 
quelle ore mi sorriderà il pensiero di non essere affatto disutile 
all'Italia, che noi vogliamo bene ordinata, colta, florida, onesta; 
di essere non disutile alla cara terra natale, che noi vogliamo 
in pace con sé stessa, co' suoi mezzi e i suoi bisogni, col suo 
presente e il suo avvenire, rimboschita sui monti e redenta dalla 
malsania nelle valli. Queste, non altre, le mie aspirazioni; e se, 
terminata la XV Legislatura, potrò di qui, dalla città vostra, 
antesignana di libertà ne' moti del Risorgimento, rassegnare il 
mandato agli elettori con piena coscienza di non aver fatto inde- 
gnamente la mia ora di guardia, tornerò fra voi, non più turbato 
come oggi, a risalutarvi ne' sacri nomi della Patria e del Re! 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 13 



IX. 

COMMEMORAZIONE BI FMCESCO DE SANCTIS 

(22 gennaio 1884) 



Camera de' deputati, tornata del 22 gennaio 1884. 



Onorevoli colleghi! — A parlarvi anch'io di Francesco 
De Sanctis, a commemorare anch'io la grande figura che ci è 
sparita dinnanzi, so bene di non avere altro diritto se non 
quello che mi viene dall'essere stato, a Napoli, nell'ultimo 
ventennio della vita di lui, fra i suoi discepoli e seguaci. 
Ma so pure che appunto perciò è fatto a me obbligo, da un 
sentimento di solidarietà con i coetanei e compagni, di tribu- 
tare alla memoria di lui, qui, ove io sono tra i primi venuti della 
generazione che fu spettatrice, non autrice, del rinnovamento 
politico della patria, un omaggio di affetto e di riconoscenza. 
Voi, grazie alla schietta intenzione, perdonerete, io spero, 
l'ardire. 

Non dirò di Francesco De Sanctis critico e letterato, la cui 
azione in Italia fu certamente non inferiore a quella che il Les- 
sing esercitò in Germania, il Macaulay in Inghilterra, il Sainte- 
Beuve in Francia; né di lui patriota del 1848, che ribelle il 
15 maggio (quando, su le barricate di via Toledo, vide ucciso il 
più caro dei suoi scolari, il mio conterraneo Luigi La Vista), 
andò prigione in Castel dell' Ovo ed esule in Isvizzera; né di lui, 
finalmente, uomo di Stato, che tre volte fu ministro, col Cavour 
col Ricasoli col Cairoli: poiché del critico, del patriota e del- 
l'uomo di Stato ha già discorso, con eloquenza pari all'argo- 
mento, il nostro illustre presidente. 

Io limito il breve mio dire a quello che a me pare uno dei 
massimi, indiscutibili meriti di lui: l'essere stato, dal 1860 ad 



198 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Oggi, l'educatore politico dei giovani d'una gran parte d'Italia, in 
mezzo ai quali egli visse come nel suo universo, e che ebbe cari 
come la luce dell'anima sua, ed ai quali insegnò, con la parola 
con lo scritto e con l'esempio, nella scuola nella stampa e nelle 
associazioni, quanti fossero ormai, e verso i maggiori e verso i 
futuri, i loro doveri di liberi onesti cittadini. 

Si, onorevoli colleghi; quell'uomo di lettere, cui il volgo 
negava le attitudini di uomo politico, forse perché lo vedeva, 
alieno dalle mostre e dall'applauso, tutto chiuso nel solitario 
lavorio della mente, quell'uomo ripose la maggiore sua ambi- 
zione nell'aver presa su la gioventù del suo paese. Tanto l'animo 
e il pensiero erano in lui continuamente rivolti a ciò, che io 
non conosco, né chi ebbe la fortuna di essergli amico può 
dire di aver mai conosciuto un uomo politico, nel senso 
più nobile della parola, il quale possa stargli allato in quanto 
a passione e a sentimento della cosa pubblica. Per lui, più 
e meglio che per altri, la scuola stessa non era né doveva 
essere se non la vita; e, infatti, nessuno più di lui mirò 
fra i giovani, com'egli diceva, a rifare il sangue, a rico- 
stituire la fibra, a ritemprare il carattere, e, con l'intuito della 
idea morale, a ingenerare il coraggio, la lealtà, la disciplina, 
l'uomo civile e, quindi, l'uomo libero. Per questo verso, tutta 
la sua pedagogia non intese se non a restaurare l'infiacchita 
coscienza nazionale. Quando, rifatta appena l'Italia, egli vide, 
com'ebbe a scrivere, venire a galla il vecchio io politico, che 
è la politica usata a vantaggio delle persone, e il pubblico par- 
teggiare ciecamente o freddamente motteggiare, egli, uomo di 
studio, non ebbe pace finché non giunse ad irraggiare dello 
spirito nuovo, con tutto sé stesso, il gran vivaio delle nuove 
generazioni. E a lui fu possibile ottenere un fine cosi alto, 
perché davvero non è facile immaginare il grande fascino che 
egli sapeva esercitare, senza tener cattedra di frasi e di rettorica, 
su' tanti suoi scolari. 

La forza del suo apostolato era in ciò, che nella persona 
di lui erano mirabilmente alla pari la immagine più elevata e 
il precetto più sano dell'uomo politico. Devoto al culto dell'arte 



COMMEMORAZIONE DI FRANCESCO DE SANCTIS I99 

più serena e comprensiva, — che l'arte concepiva come pro- 
duzione spontanea della fantasia, e la critica come riprodu- 
zione riflessa dell'opera d'arte, — egli che era solito destare 
nei discepoli impressioni simili a quelle che in lui suscitavano 
le sublimi creazioni del bello, ben poteva educare i giovani 
all'adorazione più pura di tutti i grandi ideali della vita, e 
assuefarli per tempo a considerare la virtù e la patria non altri- 
menti che una sola religione. D'altro lato, la pronta lucida per- 
cezione dell'intelletto, e l'abito dell'interna riflessione, mentre 
davano alla sua critica letteraria una base punto arbitraria, 
off'rivano al suo credo politico il fondamento scientifico, come 
soleva dire, della « cosa efì"ettuale », della cosa a seconda della 
osservazione e della esperienza; egli, perciò, trattava la politica 
in modo positivo e concreto, ossia, con criteri desunti da dati 
di fatto, e inculcava ai giovani la diffidenza verso i dogmi di 
ogni genere, verso i sistemi e le formule prestabilite: la politica, 
soleva dire, non è se non la esatta conoscenza delle condizioni 
di un paese, e uomo politico non è se non chi ha un concetto 
preciso de' mezzi adeguati per condurre un paese a stato 
migliore. 

In verità, o signori, a pochi educatori fu dato congiungere, 
come a Francesco De Sanctis, l'astrazione più spontanea dello 
spirito all'analisi più minuta del mondo reale; a nessuno riusci, 
meglio che a lui, di non lasciarsi mai vincere né mai sorpas- 
sare dalle tendenze, dai bisogni, dai palpiti dell'età nuova, sia 
nell'arte sia nella vita, egli, che anche vecchio, da un canto 
seppe intendere Zola e Darwin, scrivere dall'altro il « Viaggio 
Elettorale » e le « Lettere Parlamentari ». 

Con queste doti eccezionali, con queste mirabili attività della 
mente, non è diffìcile comprendere com'egli, nel lungo suo 
cammino, abbia avuto tanta purezza, tanta modestia di costumi, 
e tanta forza, tanta potenza di azione educativa. Se Francesco 
De Sanctis fu grande per ingegno, fu grandissimo certamente 
per bontà di cuore e per efficacia d'insegnamento. Egli ebbe 
delicatissimo il senso morale della dignità, per cui sostenne le 
battaglie della vita con perfetta equanimità di giudizio, che lo 



200 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

rendeva non umile né superbo, ma semplice ed altero; odiò quindi, 
e seppe altrui far odiare, quell'ipocrisia, quell'apparato di orgo- 
glio e di ostentazione, che sono la negazione più aperta del- 
l'intimo convincimento e della sincerità con sé stessi. Né meno 
viva e delicata fu in lui la pratica della vita pubblica, nel suo 
antico e retto significato, in quanto essa concerne la costi- 
tuzione dei poteri e il buon governo della nazione; e però 
non fu uso mai di guardare, né pretese mai che i suoi guar- 
dassero, dentro a' partiti più che fuori e intorno al paese, avendo 
per massima, che se il motto della scienza politica era stato 
finora, e giustamente, la libertà contro il limite, oggi questo 
motto doveva essere la determinazione del limite nella libertà, 
la misura nell'applicazione delle dottrine: un limite e una mi- 
sura, che fossero di stimolo a tutto l'organismo sociale, e scio- 
gliessero l'individuo dall'interesse privato per renderlo capace 
del dovere e del sacrificio. Vide, insomma, da uomo pubblico 
e da uomo privato, apatia ne' fatti, prosunzione nelle parole; 
e cercò di sferzare l'una, di umiliare l'altra, formando dei giovani 
il suo mondo, la benedizione, la corona della sua vita. Negli 
ultimi vent'anni die tutto sé stesso, e con fede ardente, all'av- 
venire della patria. 

Tanto moto, tanto tesoro d'insegnamento non possono andar 
perduti nel cuore dei giovani; non possono i giovani dimen- 
ticare, che Francesco De Sanctis consacrò la parte migliore della 
sua esistenza a cancellare dalla vita nuova quei due tipi della 
decadenza, com'egli diceva, l'uomo- del Guicciardini e 
l'uomo dell'Accademia, che a noi vengono, pur troppo, 
da lunga consuetudine servile, e dei quali egli ha scritto cosi 
spesso nelle pagine più belle dei suoi volumi. È morto, conscio 
della grave mole di responsabilità che pesa sul capo delle nuove 
generazioni, che egli amò tanto. Ma, tipo morale e moderno 
per eccellenza, sopravvive a sé e all'opera sua nella memoria 
dei discepoli. E i discepoli lo avranno sempre presente, come 
quando, in Napoli, al 6 novembre del 1876, il giorno dopo la 
grande clamorosa vittoria elettorale di quell'anno, su la spoglia 
esanime di Luigi Settembrini, l'eroe purissimo di Santo Stefano, 



COMMEMORAZIONE DI FRANCESCO DE SANCTIS 20I 

costantemente avverso al volgo plaudente, egli pronunziava 
quelle severe parole d'ammonimento, che ancora mi risuonano 
all'orecchio: «Uno può essere martire, può combattere 
e morire pel suo paese, ed essere indegno; la gran- 
dezza non è nell'azione, è nello spirito che ci si mette 
dentro ». O non aveva già detto, in altra occasione: « La vita 
è azione; ma solo la dignità è la chiave della vita, e 
l'onestà la prima qualità dell'uomo politico? » Ebbene, 
onorevoli colleghi, oggi che Francesco De Sanctis non è più, 
basterà — ne sono certo — il sacro ricordo di queste sue pa- 
role per ridestare fra noi quegl' ideali, che egli solo, maestro 
benefico, aveva il segreto d'infondere in mille petti giovanili! 
{Bravo/ Bene!) 



X. 

LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 

(30 aprile e 6 giugno 1886) 



Agli elettori del primo Collegio di Basilicata 



Roma, 30 maggio 1886. 

Insieme con l'annunzio dello scioglimento della Camera, de- 
sideriamo vi arrivi una parola che vi dia conto della comune 
opera nostra per il passato e, se a voi piacerà di confermarci il 
mandato, vi serva di affidamento per l'avvenire. 

La decimaquinta Legislatura si è letteralmente sfasciata. — Un 
fatto strano, la dedizione tacita, incondizionata della Destra al- 
l'onorevole Depretis rese per tempo la Camera inquieta e ner- 
vosa, sempre più lontana da chiari propositi e da precisi desideri, 
sempre più aliena dalla ponderata soluzione di quell'arduo pro- 
blema, che affatica tutti i parlamenti di Europa: il problema di 
una migliore determinazione de' partiti politici, secondo le nuove 
aspirazioni dello Stato moderno. Certo, se l'uomo che tanta au- 
torità potè, quasi arbitro, esercitare su l'assemblea, e se il co- 
mitato di Opposizione che presto gli si levò contro, potente 
nella Camera e prepotente nel paese, avessero avuto, ciascuno 
da canto proprio, idee, tendenze e volontà più risolute e sin- 
cere, la riforma de' vecchi partiti, già iniziatasi nella precedente 
Legislatura, non sarebbe stata, com'è avvenuto, profondamente 
turbata in questi ultimi quattro anni di vita parlamentare: durante 
i quali, com'è noto, più forte è risuonato il grido e più intensa 
è stata l'aspirazione di alcuni, amara ironia!, intorno a quello che 
fu detto, con parola barbara passata in uso, trasformismo. 
Ma appunto perciò a noi ripugna di darne tutta la colpa, come 
oggi è di moda, al capo del Governo, quando è nostra convin- 
zione, desunta dalla conoscenza diretta delle cose, che tutti 



2o6 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

peccammo a un modo, perché tutti, cosi della Maggioranza 
come della Opposizione, alla serena gara de' principi sostituimmo 
l'aspra guerra delle persone; e prima, senza dubbio, fra le ca- 
gioni del male fu disgraziatamente quel « congegno perturbatore 
della coscienza degli eletti e degli elettori », come a buon di- 
ritto il Nicotera, in una tornata della Camera, ha recentemente 
stigmatizzato lo scrutinio di lista. Di li quel malessere che 
c'incolse tutti, quasi fossimo posti, ogni giorno, fra l'uscio e 
il muro: non mai un deputato fu meno libero, non mai senti 
più profondo il tedio dell'ufficio che gli venne, con tanta fiducia, 
commesso da' cittadini. Non ignoriamo che altra è la opinione 
del maggior numero di voi, divenuti contrari a una Camera 
e, più specialmente, alla Maggioranza di essa, che pure, qualun- 
que cosa il volgo ne pensi, non furono indegne del paese, — 
per opera quasi esclusiva di una certa stampa, ciecamente, 
inconsultamente partigiana. Una certa stampa cavò fuori, per 
capriccio, per leggerezza, per interesse, giudizi erronei e con- 
traddittori; la moltitudine politicante li raccolse, li esagerò, li 
fece suoi: e in questioni tanto difficili, su cui era ed è neces- 
sario concentrare la maggior copia di luce, regnò sovrano il 
disordine. Questa a noi pare la verità delle cose, e la diciamo 
a voi con alto sentimento del dovere. Voi abbiate vela per quella 
che è, leale e schietta; e rammentate col poeta, oggi che siete 
chiamati a giudicare della nostra e dell'altrui condotta, che 

non ciascun segno 

È buono, ancor che buona sia la céra! 

A voi è nota la nostra condotta in questa decimaquinta Le- 
gislatura, né noi abbiamo bisogno di produrre giustificazioni in 
sua difesa, perché avemmo cura di serbarla, a viso aperto, logica 
e corretta. Dal 19 maggio del 1883, in cui la maggioranza asso- 
luta della Sinistra si schierò a favore del Depretis, al 5 marzo del- 
l'anno corrente, in cui essa venne meno, noi, nemici delle facili 
defezioni, e devoti, non fosse altro, al sentimento della coerenza, 
seguimmo sempre un solo, costante fine: l'attuazione di quel 
programma legislativo, da cui non uno del partito progressista 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 207 

dissenti alla vigilia delle elezioni generali del 1882, e che anzi 
meritò allora, e ottenne, unanime coro di adesioni e di elogi. 
In tanta concitazione di animi e mutabilità di pareri, in tanto 
scomporsi e ricomporsi di gruppi e di coalizioni, — mirammo 
sempre, come ad unica mèta, a questo supremo intento; e gra- 
zie a ciò, noi crediamo non ci si possa in alcun modo tacciare di 
aver disertata la bandiera, sotto cui ci ascrivemmo, volontaria- 
mente, nel 1882. 

Votammo quindi le Convenzioni ferroviarie, non perché pre- 
ferissimo l'esercizio privato all'esercizio di Stato, ma perché la 
questione era. già stata legislativamente definita, come primo atto 
del Governo di Sinistra, fin dal 1876: definizione, che non da 
noi, ma dai maggiorenti della Opposizione fu confermata il 17 di- 
cembre del 1884. Le votammo, perché ritenemmo necessario, 
dopo otto anni d'indugi inesplicabili, venire alla soluzione del 
gravissimo problema, conforme a un contratto che non è poi 
se non un appalto in compartecipazione, le cui norme erano 
già state discusse dalla Commissione d'inchiesta e dai prede- 
cessori del ministro Cenala. Le votammo, perché credemmo 
che la unificazione delle tariffe, già compilata e presentata 
alla Camera in apposite tabelle dal Baccarini, favorisse il com- 
mercio dei prodotti agricoli del Mezzogiorno, mediante notevoli 
ribassi per i lunghi percorsi, verso i mercati della valle del Po 
e della cinta delle Alpi; unificazione, del resto, cui bisognava 
pur procedere, anche se si adottava l'esercizio di Stato, e che 
ebbe a base una misura forzatamente consentanea alle dure 
necessità della finanza e alla scarsezza del reddito netto del- 
l'esercizio ferroviario. Le votammo, infine, perché avemmo 
sicura la coscienza, ad onta delle invettive e delle calunnie, 
che nessun contratto di tanta mole fu più onestamente stipu- 
lato mai da ministri di libero Governo, e che la via, per cui 
ci dovemmo a forza incamminare, ci menerà, più presto che 
altri non creda, all'esercizio di Stato, — poi che la proprietà 
del maggior numero delle reti, l'assoluto monopolio dei trasporti 
(potendo il Governo modificar sempre le tariffe) e la suprema 
vigilanza dell'esercizio restano in potere dello Stato. 



208 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Non fummo, è vero, parimente favorevoli al riordinamento 
della imposta fondiaria, — annosa e acre questione, che sarà 
vanto della passata Legislatura di avere una buona volta riso- 
luta, togliendo di mezzo l'ultimo pomo di discordia, e spez- 
zando l'ultima catena, che il Parlamento trascinava insofferente 
al piede da venticinque lunghissimi anni. Fummo contrari ad 
esso, non già, e lo diciamo ora che certo non ce ne torna van- 
taggio, perché stimassimo quel disegno menzognero e falso; ma 
perché ci reputammo stretti da vincolo di solidarietà con i nostri 
colleghi del Mezzogiorno, dopo che invano insieme con altri 
pochi, capitanati dal Crispi, cercammo con ogni buon volere 
una via di mezzo, che avesse impedita la dolorosa votazione 
regionale del 19 dicembre 1885. Astrazion fatta da ciò, in quanto 
al merito della legge, ritenemmo e riteniamo che essa gio- 
verà, una volta per sempre, non solo a disperdere quel pre- 
giudizio funesto, secondo cui le province meridionali paghino 
meno delle altre per la imposta sui terreni, avendo in sé nas- 
costa una molta maggior ricchezza di rendita fondiaria; ma, 
quel che è più, varrà a mostrare che il catasto è strumento 
di civiltà, e la perequazione, fondata sul reddito netto, è opera 
di verità e di giustizia distributiva, non tanto da compartimento 
a compartimento e da provincia a provincia, quanto da circon- 
dario a circondario, da comune a comune, da proprietario a 
proprietario. Soltanto colui che non paghi per terreni non cen- 
siti, o paghi meno del suo vicino per erronea stima del reddito, 
quegli può negare l'equità di cotesto riordinamento. 

Sappiamo che assai diverso è il giudizio di voi intorno a 
queste due leggi di tanta importanza, — le convenzioni fer- 
roviarie e la perequazione fondiaria. Ma saremmo inde- 
gni di noi, se celassimo a voi il nostro convincimento. D'altra 
parte, per quanto sia grande la deferenza che abbiamo per voi, 
voi stessi non potreste apprezzarci se facessimo, in ossequio 
alle vostre opinioni, atto di debolezza. 

Né meno pronto fu il consenso nostro a tutti gli altri dise- 
gni, che hanno dato, per i principi dai quali erano informati, 
carattere riformatore alla decimaquinta Legislatura, da non pochi 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 209 

sospettata di tendenze retrive o poco meno. Votammo, per- 
ciò, e di gran cuore, le due proposte intese alla protezione 
del lavoro: una, sul lavoro dei fanciulli, che sanzionò il do- 
vere, da parte dei poteri pubblici, della salvaguardia dell'ado- 
lescenza nell'esercizio dei mestieri pericolosi o insalubri; e 
l'altra, su la responsabilità dei padroni per i casi d'infortunio 
degli operai, che proclamò, non senza scandalo dei giuristi or- 
todossi, la inversione della prova per colpa o per negligenza. 
Ci dichiarammo fautori delle modificazioni arrecate al credito 
agrario, sia perché miravano a restringere il privilegio del 
locatore sopra i frutti e le scorte dei fondi, a fin di avere il 
pegno senza tradizione, sia perché rendevano possibili i mutui 
che occorrono ai miglioramenti delle colture, mercé privilegi 
speciali dell' istituto mutuante sopra l' incremento di valore 
delle terre. Demmo pure la nostra adesione alle due leggi 
che prescrivono obbligatoriamente ai Comuni l'aumento del 
minirìio degli stipendi dei maestri elementari, e mediante gli 
aumenti sessennali offrono a coloro, cui incombe l'educazione 
del popolo, valevoli guarentigie contro il licenziamento arbitrario. 
Acconsentimmo anche, e di lieto animo, alla proposta per il 
riconoscimento giuridico delle Società artigiane ed agricole di 
mutuo soccorso, — e, di conseguenza, al progetto su gli scio- 
peri, che a torto fu respinto dalla Camera, con 121 voti contro 
117, nella tornata del 20 febbraio di quest'anno, perché esso 
proclamava a buon diritto la libertà di coalizione, considerata 
oggi quale reato dal Codice penale. Votammo, infine, le due 
modeste ma utilissime leggi sul rimboschimento dei luoghi fra- 
nosi e il bonificamento dell'agro romano, nelle quali venne 
affermato il diritto da parte dello Stato di obbligare i proprietari, 
pena la espropriazione, a rendere più proficue, nell'interesse 
generale, le colture di alcune zone determinate. 

Questi, ed altri provvedimenti dei quali qui tacciamo, hanno 
significato e significano, agli occhi nostri, l'affermazione di una 
tendenza, di un bisogno, di un principio, che soli sono atti, se- 
condo noi, a dare organismo di vita nuova al partito di Sini- 
stra: la tendenza, cioè, di rendere più largo il sentimento della 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 14 



2 IO IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

socievolezza, il bisogno di subordinare vie più l'interesse del- 
l'individuo a quello dell'aggregato civile, il principio — ormai 
dominante in quasi tutta Europa — di assegnare un compito di 
tutela sociale alle attribuzioni del Governo. È l'affermazione di 
quella scuola politica, in omaggio alla quale, senza esitazione, 
respingemmo, nella tornata del 28 febbraio del 1884, la proposta 
del ministro Baccelli intorno alle modificazioni delle leggi vigenti 
su la istruzione superiore, — perché essa, avendo di mira la piena 
autonomia dei corpi insegnanti, riduceva le Università a istituzioni 
sociali indipendenti dallo Stato, violando con ciò quella sovranità 
nazionale, rappresentata dal Parlamento, nella quale, al giorno 
d'oggi, risiede l'unica fonte del diritto. È l'affermazione di quella 
dottrina economica, secondo cui lo Stato è sovrano moderatore 
delle attività e delle volontà singole, perché le attività non tras- 
modino e le volontà non imperino cieche a danno dei deboli. 
Cotesta scuola e cotesta dottrina, è bene rammentare, impor- 
tano, perché abbiano efficacia, l'unità più assoluta delle forze 
nazionali, — di cui la Monarchia è presidio e salvaguardia. 

A questo modo, come potemmo e sapemmo meglio, restammo 
fermi in quell'indirizzo, col quale il partito progressista si ri- 
volse agli elettori nell'autunno del 1882: un indirizzo, che nono- 
stante le difficoltà e le oscillazioni di ogni mese e, diremmo 
quasi, di "ogni giorno, ha dato al paese quattro anni di tran- 
quillità, — una vera insperata fortuna. In questi quattro anni 
il Governo non ci parve, per alcun atto serio, che si volesse 
allontanare dalla strada maestra, la strada delle cose, non 
delle parole; e però, ad onta del malumore di molti fra voi, 
gli fummo e gli restammo spassionatamente fedeli. Fedeli ad 
esso, non perché era il Governo; ma perché la coscienza ci 
comandò di non abbandonarlo, perché tale credemmo il dover 
nostro, anche col sacrifizio della popolarità e, se occorre, della 
stessa nostra rielezione... 

Non ci parve, infatti, che la politica interna di liberale fosse 
divenuta reazionaria, — a meno non si citi la legge sul giuramento 
dei deputati, difesa eloquentemente da Giuseppe Zanardelli, e 
votata alla quasi unanimità nella tornata del 22 dicembre 1882; 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 211 

né che la politica estera fosse stata audace o servile, — a meno 
non si dia dell'audacia all'occupazione incontrastata del porto 
principale del Mar Rosso, e non si tacci di servilità l'alleanza di- 
fensiva con le potenze centrali, già conchiusa dal ministro Man- 
cini durante la passata Legislatura; né, infine, che la politica 
finanziaria, diretta dal Magliani, ci avesse addirittura ributtati 
nel disavanzo, — a meno si dimentichi la riduzione in sessanta 
milioni della imposta fondiaria e della tassa sul sale, reclamata 
in coro a favore della presente crisi agraria. E a questo propo- 
sito è bene dire che fummo, è vero, e siamo responsabili della 
riduzione del contributo delle province per la costruzione delle 
strade ferrate complementari, senza cui non era possibile l'at- 
tuazione della gran legge del 29 luglio 1879; ma è anche vero 
che non esitammo, resistendo alle vostre esortazioni, a votare 
l'aumento immediato dei dazi, in quarantacinque milioni, sul 
caffé, gli zuccheri e altre voci della tariffa doganale. 

Cosi il Governo avesse pur avuto quel tanto di energia che 
bisognava, prima o poi, per diradare ogni dubbio dal seno 
della Camera! Questa energia non seppe o non volle trovare 
in sé stesso Agostino Depretis, rimproverato a volte di simu- 
lazione dalla Destra e di tradimento dalla Sinistra; e perciò 
l'azione di lui è stata e rimarrà vana, caduca, infruttuosa. 
Nel 5 marzo egli venne condannato. A lui, quel giorno, si 
offriva una splendida via di salvezza, che il patriottismo gli 
avrebbe dovuto consigliare: l'abbandono del potere. Ma egli, 
invece, si appigliò al peggiore dei partiti, — lo scioglimento della 
Camera. Le elezioni generali sono indette, — involte di mistero, 
senza idee, col paese e i comizi impreparati. Esse quindi as- 
sumono, malauguratamente, il peggiore dei caratteri che si possa 
immaginare: un plebiscito sopra il nome di un uomo, reso im- 
popolare e fatto segno alle accuse più acerbe, più opposte, più 
generali. Che l'avvenire sia meno buio, e gli elettori veggano 
più chiaro nell'arruffata matassa: questo il nostro augurio e la 
nostra speranza! 

L'obbligo che noi avevamo di darvi ragione di noi, è qui 
finito. Voi giudicate se la nostra ora di guardia fu fatta con 



212 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

assiduità e con disinteresse. Certo, la buona volontà di compiere 
il dovere non ci è mancata: 



non può tutto la virtù che vuole! 



Oggi, sciolta la Camera, ci ripresentiamo a voi candidati 
per le prossime elezioni generali. Ci ripresentiamo insieme noi 
due, perché abbiamo sempre serbato una unica linea di con- 
dotta parlamentare: ed è quindi supremo dover vostro, di lealtà 
e di logica, di giudicarci ad unica stregua di suffragio, affer- 
mativo o negativo che sia. Il momento è grave, ed oggi, sotto 
l'impero dello scrutinio di lista, importa più che mai voi ab- 
biate piena coscienza del diritto vostro e della vostra respon- 
sabilità. Vi mova esclusivamente un concetto politico, non la 
simpatia o l'amicizia personale; i suffragi, dati a questo titolo 
singolarmente all'uno o all'altro di noi due, o ad entrambi, non 
sarebbero belli per voi né agognati da noi. 

Lo scioglimento della Camera rida a voi e a noi piena libertà 
di azione, e, da parte nostra, se rieletti, la vogliamo intera per 
l'avvenire: questo solo è bene sappiate, che noi facciamo voti 
perché il sospettoso ambiguo stato d'animo, che ha dominato e 
Camera e paese, abbia termine. Gelosi del nostro decoro, noi 
non dobbiamo aggiungere, voi non potete chiederci altre parole: 
se queste non vi bastano, votate pure contro noi due, senza esi- 
tazione. In aiuto nostro, a scanso di malintesi, non sono stati 
né saranno, direttamente o indirettamente, sollecitati in guisa 
alcuna cosi il Ministero come il Comitato della Opposizione. 

Se," ancora questa volta, avremo l'onore dei vostri suffragi, 
faremo del meglio nostro per dimostrarcene degni; se no, a 
noi basterà tornare tranquillamente a casa, senza il rimorso di 
un atto solo, pubblico o privato, di cui avessimo ad arrossire. 
Torneremo più che tranquilli, perché, credetelo pure, le ama- 
rezze della vita politica, che di lontano non pare abbia altro 
che seduzioni, non sono poche né piccole per chi ha, come 
noi, nessuna cura di sé, molta e perenne la coscienza degli 
atti propri. 

Giuseppe Plàstino 
Giustino Fortunato. 



Discorso pronunziato a Muro Lucano, il 6 giugno del 1886. 



Signori ! — Sono qui di lieto animo in mezzo a voi, per 
adempiere di qui, dalla città vostra, in questo giorno sacro 
allo Statuto, in cui si compie il quarto di secolo della nostra 
unificazione politica, il mio dovere: quello, cioè, di esprimere 
le più sincere azioni di grazie agli elettori del primo collegio 
di Basilicata, i quali vollero generosamente confermarmi la 
fiducia loro, e, in pari tempo, di render loro manifesti, or che 
la incresciosa battaglia è finita, gl'intenti e le preoccupazioni 
con cui io movo, nuovamente eletto, alla Camera de' deputati. 
Non uso a pigliar parte alla lotta durante il periodo che pre- 
cede la votazione, anche questa volta mi sono astenuto dal 
visitare i comuni della circoscrizione: certo, per dirla col poeta 
venosino, che la fortuna, guidata solo dal capriccio, 

Trasmutat incertos honores 
Nunc mihi nunc alii benigna; 

ed io, d'altro canto, son fatto cosi che le son grato se mi resta 
amica, — però 



si celeres quatit 

Pennas, resigno quae declit 

con la maggiore, con la migliore volontà del mondo. Ma ora 
che « la corta buffa » e la fugace vanità dell'aura popolare 
mi sono state, forse inaspettatamente, favorevoli, ora sarei 
venuto meno a un debito elementare se non mi fossi af- 
frettato, prima di ripigliare il cammino per Roma, ad essere 



214 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

fra' miei elettori, e, per quanto si riferisce alle nostre mutue 
relazioni politiche, ad aprir loro, per intero, l'animo mio. È bene 
intenderci meglio, se vogliamo sempre più amarci e stimarci 
a vicenda. E a me non par vero mi sia dato la buona ven- 
tura di trovarmi qui, nell'antica ospitale città vostra, e di qui 
assolvere, per quanto è in me, l'obbligo mio. Poiché non 
solo io so di avere in tutti voi, cittadini di Muro, tanti amici 
quanti elettori, ma, quel che è più, io devo a voi una speciale 
dichiarazione: questa, che se io chiesi e volli ad ogni costo 
che ad una stessa stregua di votazione fossimo giudicati e io 
e l'amico mio Giuseppe Plàstino, con cui, durante la passata 
Legislatura, mantenni sempre una stessa linea di condotta poli- 
tica, ciò avvenne, credetemi, non certo, per poca corrispon- 
denza a' vostri voleri, ma per intimo profondo sentimento di 
lealtà verso me, verso l'amico mio, verso voi principalmente. 
Lo scrutinio di lista è addirittura la dissoluzione di ogni con- 
cetto direttivo, è l'azione corrosiva di ogni carattere morale, se 
i candidati non costringano sé per i primi alla più rigorosa di- 
sciplina, al più saldo esercizio della coerenza politica; in nessun 
caso è dato al candidato di patteggiare più o meno tacitamente 
con gli avversari, o, peggio ancora, di essere bugiardo, di 
essere indifferente verso i compagni di lista, con i quali egli 
chiese il suffragio popolare. Noi tutti, durante le ultime elezioni 
generali del 23 maggio, abbiamo assistito, in questa parte me- 
ridionale d' Italia, al triste spettacolo di transazioni pubbliche e 
segrete, consigliate da mèro egoismo personale: quell'egoismo, 
che è la grande immoralità inerente al metodo stesso che si 
è voluto adottare. Or noi due fummo tra' pochissimi che sa- 
pemmo bravamente resistere ad ogni tentazione, anche a costo 
di essere non bene compresi da' conterranei : non ci volemmo, per 
un istante solo e a pericolo di noi stessi, macchiar la coscienza 
di galantuomini, cedendo ai facili calcoli della utilità; e abbiamo 
perciò viva la fede, ora che pur l'eco della battaglia è dileguata, 
che voi, cittadini di Muro, a molti dei quali io apparvi fin troppo 
reciso, che voi, e tutti gli elettori del primo collegio di Basi- 
licata, vorrete a mente calma e con animo equo apprezzare il 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 215 

nostro contegno di deputati uscenti e di candidati. Per parte 
mia, se avessi agito altrimenti, sento che avrei commesso una 
viltà, di cui voi per i primi dovreste e potreste ora rinfacciarmi : 
voi che rispetto a me, specialmente, sapeste adoperare tanta 
cosi retta norma di giudizio politico, e, per questo appunto, 
rappresentate agli occhi miei, senza distinzioni di parti o di 
classi, tutti gli elettori del collegio, — verso del quale, e oggi e 
sempre, non mi potrò mai esimere dal ripetere, col cuore più 
che con le labbra: 

Del troppo, che mi desti, pago io sono ! 



E innanzi tutto permettete io mi congratuli con voi di aver 
tolto, il più che possibile, alla lotta elettorale quel carattere 
personale, da cui parvero dover essere informati i comizi popo- 
lari. Sembrava, ed era in fatto, una lotta indetta a nome di un 
uomo solo, — Agostino Depretis. Non più che tre anni addietro 
egli, il Depretis, pareva ed era il solo naufrago della Sinistra 
storica, il solo che potesse essere con fortuna al timore dello 
Stato e, quel che è più, di navigare il mare, già burrascoso, 
dell'Assemblea nazionale: pareva l'ultima speranza del partito 
progressista, dopo le discordie intestine che lo avevano lacerato 
e suddiviso dal '76 all'So; il suo programma, alla quasi unani- 
mità, venne acclamato dagli elettori di tutta Italia. Oggi, dopo 
soli tre anni, quale e quanto mutamento nella pubblica opinione! 
Il potere logora, e su quel nome, già tanto rispettato per doti 
innegabili di rettitudine e di amor patrio, si raccolsero violenti 
e impetuosi tutti i rancori, tutti i malumori del giorno: quel- 
l'uomo, cosi ponderato nell' agire, cosi alieno dal destare invidie 
e gelosie, sembrò personificare ogni causa del disagio in cui vive 
il paese, ogni motivo del malessere che travaglia noi tutti: e 
quel programma, che parve già tanto bene accetto all'univer- 
sale, fu poco meno che deriso dagli uni, beffeggiato dagli altri. 
Ovunque è un sol grido, una sola aspirazione: come il malato 
di Dante, perché non «mutar lato»? 



2l6 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

In verità, è triste lo spettacolo che noi, mondo politico, ab- 
biamo offerto, e offriamo tuttora, al paese. Un malcontento 
indefinito e indefinibile ha invaso e invade gli animi di tutti 
noi: quasi ogni giorno siamo alle prese con noi stessi, e l'onda 
della nostra irrequietezza, quasi ogni giorno, è agitata da' livori 
di una stampa, specchio delle nostre passioni e della nostra 
maldicenza. Le accuse fioccano su tutto e contro tutti; e un 
forestiero, il quale capiti in Italia, particolarmente in questa 
bolgia del nostro Mezzogiorno politico, senza saper nulla di noi 
e del nostro carattere cosi pronto alle esagerazioni, e a cui salti 
in capo di portar giudizio su tutta la nostra vita sociale, quel 
forestiero deve credere che tutto il paese sia davvero in preda al- 
l'anarchia, — perché niente vedrebbe salvo dalla condanna gene- 
rale: non il Governo certamente, curante solo e ad ogni costo del 
potere, non la Camera, resa campo chiuso alle gare personali, 
non l'amministrazione né la giustizia, tacciate di corruzione e di 
decadimento. E il guaio è che un giudizio cosi falso non sono 
già i nemici nostri a farlo: siamo noi, della borghesia liberale, 
che ci affanniamo a insinuarlo nelle masse popolari, con una cura 
dispettosa, che parrebbe cecità se non fosse miseria di spiriti 
angusti e di cervelli malati. Perché il contrario è fortunatamente 
vero, fortunatamente per noi e il nostro paese. È falso che 
andiamo di male in peggio, che «decadiamo»; una falsità, 
che può essere leggermente ripetuta da chi non abbia cono- 
scenza dello stato di abiezione, da cui risorgemmo a dignità 
di nazione nel 1860. Siamo, è innegabile, quel che siamo, con 
tutte le debolezze, con tutte le miserie che rappresentano la 
gravosa eredità di tanti secoli di schiavitù; abbiamo, è vero, 
tutto da rifare, migliorando quegli ordini civili e politici, con 
i quali, in cosi breve tempo e con tanta energia, sono state 
ricomposte le sparse membra della patria; dobbiamo, è certo, 
affrettare il passo, anche a costo di sudori e di pericoli, se vo- 
gliamo, non che superare, pareggiare almeno i paesi civili 
d'Europa, rendendoci degni dell'avvenire. Ma, dopo tutto, è 
anche certo che dal '60 in poi, lentamente, ma costantemente, 
dove più dove meno, progrediamo e miglioriamo. Progrediamo e 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 217 

miglioriamo in tutte le manifestazioni dell'attività nostra, e l'ita- 
liano dell'oggi è senza dubbio più forte, più colto, più consciente 
dell'italiano di mezzo secolo addietro. Chi piagnucola su la 
scomparsa degl'ideali, chi si duole dello scetticismo invadente, 
chi si querela delle nuove generazioni, non pronunzia se non 
frasi rettoriche più o meno antiquate; frasi, non pertanto, dalle 
quali è pur facile trarre un indizio abbastanza confortevole: 
ossia, che noi abbiamo salutarmente messe da un canto quelle 
ubbie de' nostri primati, quella sicumera di nobili scaduti, quel 
vanto spagnolesco, che erano appunto gli ostacoli maggiori alla 
riforma di noi stessi. — Non ignoro che fuori di qui, se altra 
volta mi si scambiò per un denigratore del Mezzogiorno, dac- 
ché nelle mie parole si volle malignamente ricercare un pensiero 
di poco rispetto o di poca pietà, oggi mi si darà, se non ad- 
dirittura dell'apologista officioso, del dottrinario impenitente. Ma 
so pure che niente di più nocivo alla educazione morale dì 
un paese è l'accarezzare in esso la innata eredità alla diffidenza 
verso tutti e contro tutti, il veder pessimo tutto quello che ac- 
cade; che niente di più sozzo da parte di un uomo politico è 
il porgere o il lasciar porgere alimento alla mania dello scandalo, 
avvalorando la miserabile merce del sospetto e del discredito, 
il dire o non dire a mezza voce, il credere o far credere che 
tutto il nuovo Stato italiano sia affetto dalla lebbra della corru- 
zione. Contro quel nuovo dio delle moltitudini più o meno let- 
lerate, che è la cosi detta pubblica opinione, tante volte più 
tirannica delle teocrazie medievali, io, da tutto me stesso, sono 
sospinto alla ribellione: io, che da molti anni ho per costume 
di studiare, con tutta diligenza, la vita meridionale dal 1799 
al 1861; e sempre che paragono quel tempo all'oggi, sempre 
che dal passato ricorro al presente, si allieta di nuova luce la 
mia stanza solitaria, e, possa o no su di me la noia della piccola 
politica quotidiana, mi risuona nella mente come un inno di 
lode a questa nostra Italia, sacra a' fati della storia, che nono- 
stante le ingiuste querimonie de' suoi figli, cammina fiduciosa 
verso la mèta de' suoi destini ! 

Or quale maraviglia che anche giudicando del Ministero e 



2t8 il mezzogiorno e lo stato italiano 

del capo di esso, noi non abbiamo smesso il solito andazzo, 
tanto da correre in breve tempo da un estremo all'altro, dal- 
l'apoteosi al vituperio? Quale maraviglia che la leggenda del 
veglio della montagna abbia finito per imporcisi, come lo spau- 
racchio de' bambini, e nel nome di lui, caso piuttosto unico 
che raro negli annali parlamentari, siano state indette le ele- 
zioni generali? Voi, elettori del primo collegio di Basilicata, 
avete presentito che un criterio cosi fatto sarebbe stato assai 
pericoloso, riguardo, non fosse altro, alla situazione stessa da 
cui tutti vogliamo uscire: e a me che votai in favore del Mi- 
nistero nella passata Legislatura, ma ebbi la franchezza, prima 
delle elezioni, di non tacervi nulla del mio pensiero, non avete 
chiesto di voler prendere ipoteca sul mio avvenire. Di tanta 
delicatezza, più e meglio dei suffragi, io mi sento e mi dichiaro 
vostro debitore. A voi è nota la mia vita, e pubblica e privata: 
voi perciò potete e dovete credermi se affermo che più di una 
volta il dubbio agitò l'animo mio nella passata Legislatura. Ser- 
bai immutata la condotta per quel rispetto che un uomo deve 
pure a sé medesimo, e restai fermo al posto, implorando il 
giorno in cui il vostro verdetto, come un lavacro, mi avesse 
liberato dal vincolo di me stesso. Il verdetto è venuto, ed esso 
è stato estremamente cortese a mio riguardo. Risponda oggi 
alla vostra benevolenza la franchezza della mia parola! 

Signori, spogliamoci per un momento dei giudizi e dei pre- 
giudizi, dei quali siamo, malgrado nostro, imbevuti quotidiana- 
mente dal giornale del partito, cui siamo ascritti: guardiamo per 
un istante ai principi, non alle persone, obliando le diffamazioni, 
nelle quali s'impaluda cosi spesso la vita politica italiana; dimen- 
tichiamo per poco noi stessi, liberi di ogni preconcetto, e mi- 
riamo unicamente, di faccia a faccia, la nuda realtà delle cose. 
Cosi intenti, diamo un'occhiata alla passata Legislatura. In essa, 
l'opera dell'onorevole Depretis può dividersi nell'azione gover- 
nativa e nell'azione parlamentare. Ho avuto torto a sussidiare 
la prima del mio voto, ho ragione di essere perplesso in quanto 
alla seconda? 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 219 



Più ricorro col pensiero all'azione governativa, durante la 
passata Legislatura, e più mi sembra di non avere a dolermi di 
me, fautore del Ministero. 

Certo, in quanto alla politica interna, il Ministero non si 
può dire sia riuscito a trarre dal seno della Camera gli ele- 
menti di un Governo forte e stabile, non mai costretto a tran- 
sigere con i gruppi parlamentari, ognora vigile al solo buon 
andamento della pubblica amministrazione, al solo più assoluto 
rispetto della indipendenza dell'ordine giudiziario: più che tutto, 
a parer mio, non esso si può dire siasi adoperato abbastanza 
per elevare l'ambiente politico, cosi da renderlo meno difficile 
a' successori... Ma a quanti fra voi basterebbe l'animo di af- 
fermare, che sia possibile altrimenti avere un migliore indirizzo 
finché il Parlamento non avrà menato a termine le grandi riforme 
su lo stato e la responsabilità degl'impiegati civili, su la legge 
comunale e provinciale, sul riordinamento giudiziario, — tutte in- 
tente allo scopo di rendere l'amministrazione e la giustizia più 
libere, più indipendenti dal potere esecutivo? E, ciò nonostante, 
nell'esercizio dei diritti sanciti dallo Statuto a me non pare che 
negli ultimi quattro anni si sia usata minor larghezza del passato: 
non una associazione politica, che io ricordi, è stata sciolta dall' 8 2 
in poi. Si fu timidi alle volte, e alle volte paurosi delle ombre; 
ma se oggi si scorrono le tante interpellanze d' indole politica, 
che furono cosi spesso rivolte a uno o all'altro dei ministri, io 
non credo si possa dire a mente fredda, come pure fu detto, 
essere stato il Governo dominato e predominato dal sentimento 
della reazione. Un gran male esiste già, ed è il sospetto domi- 
nante e predominante nel paese, che su l'amministrazione civile 
e su la magistratura si faccia sentire e si eserciti la influenza 
degli uomini politici: un gran male, di cui non è possibile 
parlare senza arrossire, e che importa ben altra cura che la 
sostituzione di un gabinetto all'altro... È l'ambiente generale che 
va rifatto, è il livello morale che va rialzato, è l'educazione 



220 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

politica che va corretta, — se davvero si vuole che un tanto 
pervertimento non finisca per invadere gli animi più onesti e 
sereni ! 

Né minori accuse, com'è noto, son toccate e toccano alla 
politica estera, — quando invece, or sono cinque anni, pareva 
che lauri e corone bisognasse decretare al Mancini per aver 
egli, in un giorno d'imminente pericolo, assicurata a noi la 
pace mercé l'accordo con le potenze centrali: or sono cinque 
anni, — quando la Francia ci ripiantava Cartagine su gli occhi, 
li, nella Reggenza di Tunisi, di contro alla Sicilia! Oggi, al 
contrario, per poco non ci crediamo umiliati dalle alleanze, 
stipulate allora, con gli imperi d'Austria e di Germania; e 
già immemori, già rinasce in noi l'antica tenerezza per la 
nostra vicina, che ci sarà sempre, io temo, repubblicana o 
monarchica, occultamente nemica, perché fatalmente rivale... 
Ci crediamo umiliati di volere nell'interesse nostro, mediante 
quelle alleanze, serbata ad ogni costo la pace europea, cosi 
lungo il Reno come nella penisola balcanica: di volere ad ogni 
costo, più specialmente, la pace con l'Austria, cosi da liberar 
noi ed essa da tutto l'odio, da tutte le collere del passato, e 
rendere quel passato un capitolo chiuso nella storia del nostro 
paese... Ci crediamo umiliati, perché disillusi; e, intanto, a soli 
pochi mesi di distanza, prima sciogliamo ditirambi alla nave 
che fa vela per il Mar Rosso, poi imprechiamo alla innocua 
occupazione di Massaua, che è il porto di quell' Abissìnia, la quale 
sola in tutta l'Affrica è la via per cui l'Europa può entrare vitto- 
riosa nel continente nero: quell 'Abissinia, che ricorda a noi 
di Basilicata la gloria di monsignor De Jacobis, nativo di San 
Fele. Abbiamo, e chi osa negarlo?, urgente bisogno di espan- 
derci, — noi che diamo cosi numerosa emigrazione di contadini 
a quell'America del Sud, che pareva, nel 1860, una eredità 
italiana da rivendicare: lasciammo già da parte, beffardi, la 
Nuova Guinea, che significava per noi un mondo da sco- 
prire, e altri ora gode a suo bell'agio: fummo già sordi alla 
proposta britannica di un intervento in Egitto, quando la civiltà 
era minacciata nel Sudan, lungo gli avamposti dell'alto Nilo; 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 221 

e, ciò nondimeno, ci dolghiamo, come di un tentativo superiore 
alle forze nostre, del possesso incontrastato della spiaggia eritrea 
da Massaua ad Assab, già sacra per le tragiche morti di tanti 
nostri viaggiatori ; ce ne dolghiamo noi, cui da tanti secoli sta 
dinnanzi a poche leghe, li, a Tripoli, quell'Affrica, che pur ci 
rende tuttora, peggio che al tempo de' Romani, semibarbaro 
il Mediterraneo! « L'Italia », disse bene nel 27 gennaio del 1885 
il Mancini, « non può escludere dal suo programma una saggia 
moderata politica coloniale. Basterà che essa la prosegua, abbor- 
rendo da ogni vano pomposo tentativo, da ogni dispendiosa 
perigliosa avventura in lontane contrade, da tutto ciò, insomma, 
che potrebbe esporre il paese a complicazioni, a conflitti, al 
disquilibrio della sua finanza, alla rovina del suo credito ». No, 
o signori, non è possibile io faccia atto di pentimento de' voti 
da me dati in favore dell'illustre uomo, il quale primo vide la 
necessità per l'Italia, in tanto movimento di genti e di Stati,' 
che ci chiudono d'ogni parte l'orizzonte de' mari, di uscire una 
buona volta dalla secolare atonia. All'Affrica non possiamo in- 
teramente disinteressarci ; e sebbene i timori siano stati fin oggi 
più profetici delle speranze, nutro fiducia che un giorno sarà 
benedetta questa prima modesta crociata, cui a ragione la Com- 
missione parlamentare, incaricata di riferire su le spese occor- 
renti alla nostra installazione nel Mar Rosso, applicò il motto 
di Virgilio: 

Naviget; haec summa est! 

Ed anche per l'indirizzo finanziario si è avverato, da un 
giorno all'altro, quella stessa mutabilità della pubblica opinione, 
che riguardo alla politica estera: anche per la finanza, guidata, 
per quasi tutto il decennio, da un altro meridionale, il Magliani, 
a\V osanna di una volta è successo il criicijìge. Questo indirizzo 
fu pretesto all'ultima campagna, che ebbe fine il 5 marzo: e 
dico a bella posta cosi, perché chi mai avrà l'animo di ne- 
gare l'ardua serie delle riforme compiute? Traversati que* 
supremi momenti, nei quali fu legge di salute pubblica il fisca- 
lismo più esagerato, e giunti al porto sospirato del pareggio, 



222 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

si manifestò viva la necessità di ripartire più equamente i tri- 
buti, e promuovere, con la prosperità dello Stato, il benessere 
della nazione. Or abbiamo noi cotesta via percorsa in parte? 
Parlino, da un lato, le tante anticipazioni per le opere pubbliche 
e gli aumenti per le spese militari di terra e di mare, dall'altro, 
l'abolizione del corso forzoso e del macinato, la riduzione della 
tassa sul sale e della imposta sui terreni, la esenzione delle 
quote minime di ricchezza mobile, la perequazione fondiaria. 
E vi par poco? Abbiamo aboliti o dimezzati vecchi tributi per 
centosettanta milioni circa, sostituendo loro altrettante im- 
poste nuove, più conformi ai precetti della giustizia sociale; e, 
a un tempo, abbiamo portato la spesa ordinaria del bilancio 
annuo della guerra da 163 a 214 milioni, quella della marina 
da 35 a 61, senza tener conto di circa cinquecento milioni ero- 
gati in via straordinaria per rafforzare la difesa militare. Nes- 
suno, è vero, nega ciò; molti soggiungono che si è troppo lar- 
gheggiato in tutte le altre spese, durante gli ultimi cinque anni: 
ecco l'accusa. Ma è questa un'accusa che resista alla critica 
imparziale? Senza dubbio, dal 1881 al 1885 vi fu un aumento di 
spesa ordinaria per cento cinquanta milioni; però è bene soggiun- 
gere, che vi fu pure una maggiore entrata di centottantotto: e gli 
stessi centocinquanta milioni, qualora vengano parti tamente esa- 
minati, si riducono a trentacinque, i quali rappresentano l'incre- 
mento dei servizi civili, di cui due appena per le maggiori spese 
delle amministrazioni centrali. Certo, sarebbe puerile nascondere, 
che abbiamo di nuovo il disavanzo contabile in sessanta milioni; 
ma è pur bene rammentare, che la solidità sostanziale di un 
bilancio come il nostro di un miliardo e mezzo sta in ciò, che 
abbiamo una forte eccedenza nelle entrate ordinarie, la quale da 
ottantanove milioni è arrivata a cento ventisette. E neppure sa- 
rebbe onesto celare, che nell'ultimo decennio abbiamo aumen- 
tato il debito dello Stato nientemeno che di due miliardi e 
mezzo; ma sarebbe pure ingiusto tacere, che con questo in- 
cremento di debito abbiamo operato riscatti e costruzioni di 
ferrovie per oltre un miliardo, e convertito ed estinto, a prezzi 
meno onerosi, altri debiti, compreso il corso forzoso, per un 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 223 

miliardo e quattrocento milioni. Questo è metter le cose a 
posto! Il corso forzoso, più che su la finanza, pesava du- 
ramente, e per centinaia di milioni, su tutta la nazione: era 
la cappa di piombo che c'impediva di dare maggiore sviluppo 
al movimento economico, maggiore espansione ai nostri com- 
merci, maggiore attività alle nostre produzioni. L'uomo che 
seppe compiere tale riforma, non merita gli si decreti, al- 
l'ora novissima, la censura. Egli può opporre agli avversari 
l'aumento innegabile del credito dello Stato e della pubblica 
ricchezza: che il saggio della rendita da 72 è salito a 100 e 
in oro, e il risparmio, presso le banche, da 550 a mille tre- 
cento milioni. Siamo giunti, è vero, a un momento molto de- 
licato, in cui occorre la massima austerità nelle spese e il 
massimo rigore nelle economie, perché la finanza ripigli lena 
e diventi più razionale: dobbiamo ancora ritirare 340 milioni 
di biglietti di Stato, che sono in circolazione. Ma tradisce 
il vero chi sostiene che essa sia peggiorata di fronte alle pre- 
visioni degli anni passati. Essa gode inalterata e, spero, godrà a 
lungo, quella buona reputazione, che ha saputo acquistarsi negli 
ultimi tempi, diciamolo con orgoglio, in tutto il mondo civile. 

Rimane, in quanto all'azione del Governo, a dire del lavoro 
legislativo, che tutti approverebbero se non fosse stato inquinato, 
a seconda di molti, da quelle due leggi, le Convenzioni ferro- 
viarie e il riordinamento della imposta fondiaria, contro le quali 
si accumulano ancora tante invettive. Ma, io mi domando, non 
eran esse, — quelle due leggi, — parte integrale del programma 
di Governo, che ebbe l'approvazione della grande maggioranza 
degli elettori nell'ottobre del 1882? Ed esse son poi davvero tanto 
cattive, tanto inutili al buon andamento della cosa pubblica? Son 
proprio cosi perniciose all'interesse generale, che nulla valga 
a spiegarle e a giustificarle? 

Sarebbe certo inopportuno aggiungere parole a quelle tante, 
che l'appassionata discussione intorno alle Convenzioni ferro- 
viarie sollevò e dentro e fuori l'aula di Montecitorio. Ma, per me 
che le votai, e del voto fui censurato da moltissimi di voi, 
non è inopportuno rammentare, che ammesso l'esercizio privato, 



224 1^- MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

il quale fu per legge decretato nel 1876, e contro cui combattei 
allora acerbamente su per i giornali, io ritengo, in quanto 
alle modalità delle Convenzioni stesse, che i patti stipulati non 
fossero i peggiori che si potessero sperare in un appalto, il 
quale, per la medesima sua natura, restringeva la concorrenza 
in limiti angustissimi. Senza dubbio, avrei preferito che il mo- 
nopolio ferroviario venisse esercitato direttamente dallo Stato; 
e vi arriveremo, credo, fra qualche anno. Ma esclusa questa via, 
a me sembrò necessario uscire una buona volta da uno stato 
provvisorio, che ci aveva ridotti alla impotenza più manifesta, 
e dare l'approvazione a un assetto, già studiato dallo Zanar- 
delli e dal Baccarini stesso, in cui la delegazione a società pri- 
vate fosse limitata, come in Olanda, al solo esercizio, — perché 
lo Stato conserva tuttora la proprietà delle linee. Le Società, 
secondo le Convenzioni, non sono se non semplici appaltatrici 
delle spese di esercizio, quelle, cioè, di sorveglianza, di traffico e 
di manutenzione, non a canone fisso, ma per una quota parte del 
prodotto lordo, — ^^il 62 ^2 per cento, — ossia, a quanto nelle mani 
del Governo ammontarono appunto coteste spese: è, insomma, 
come un contratto di locazione che un proprietario faccia di 
un suo stabile, addossandosi il carico di ogni futuro migliora- 
mento, ma lasciando a cura del Attuario tutti gli oneri del 
quotidiano mantenimento. Le tariffe, per le quali unicamente 
tanti del Mezzogiorno si sono fatti a gridar l'anatema alle Con- 
venzioni, erano già state con tutta cura compilate dal Bac- 
carini allo scopo di unificare il costo dei trasporti per tutto 
il Regno, su la base dei prezzi decrescenti in ragione delle 
distanze, e su la media proporzionale dei prezzi minimi delle 
strade ferrate Meridionali e dei massimi dell'Alta Italia; di cinque 
codici tariffari bisognava fare uno solo: e questa unificazione, 
che era già stata invocata da tutte le Camere di Commercio, 
e cui era pur necessario venire, giova ripetere, anche se si 
adottava l'esercizio governativo, occorreva avesse a fondamento 
il principio di non alterare notevolmente il modestissimo pro- 
vento netto delle nostre ferrovie, il quale a stento va oltre 
i cinquanta milioni, — l'uno e mezzo per cento dello ingente 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 225 

capitale che ci costano. Le tariffe, perciò, si collegano non al- 
l'esercizio ferroviario, ma al bilancio dello Stato; è questione pura 
e semplice di finanza: che anzi si può dire sia affatto estranea 
alle vigenti Convenzioni. Né va dimenticato, che grazie alle Con- 
venzioni per l'appunto, si potette meglio risolvere il grave 
problema delle nuove costruzioni. Era tempo di porre un freno 
alle anomalie cagionate dai provvedimenti di finanza della legge 
del 29 luglio 1879 per le strade ferrate complementari, — ren- 
dendo possibile la creazione di un titolo ferroviario, previsto da 
quella legge, a condizioni meno onerose per lo Stato; e ciò 
non si poteva fare senza una combinazione finanziaria, cui nes- 
suno era più adatto delle Società assuntrici dell'esercizio. Tolto 
cosi il più grave degli ostacoli, che si opponeva a una larghezza 
maggiore, invocata in coro dal Mezzogiorno, che giustamente 
non aspira né sospira se non la pronta costruzione delle nuove 
ferrovie, fu quindi possibile ridurre di tre quarti il contributo 
degli enti interessati, e portare da sessanta a cento milioni la 
spesa annua per le nuove costruzioni. 

E in quanto al riordinamento della imposta fondiaria, usciamo, 
via!, una buona volta da quella nube di vaghe affermazioni, che 
dietro analisi mal fatte, dietro affermazioni mal combattute, dietro 
ipotesi mal fondate, è sorta a mano a mano contro di esso, e prima 
e dopo il voto, in queste nostre province, — le quali è falso che 
paghino meno della rimanente Italia per il contributo sui terreni 
e, più ancora, che siano suscettive di molta maggior rendita pas- 
sibile d'imposta: le nostre povere province di terraferma e di 
Sicilia, cosi poco irrigue od irrigabili, cosi accidentate nella 
struttura del suolo argilloso, cosi diffìcili agli abitanti per dif- 
ficilissime condizioni climateriche e telluriche! È tempo che 
tutta quanta l'Italia ci si riveli per quella che è, non per quella 
che immaginiamo, invidiosi e ignoranti uno dell'altro. La pe- 
requazione, fondata sul reddito netto reale, valutato su la 
media dei tre anni di minimo prezzo del dodicennio 1874-85, 
diraderà come nebbia al vento molti errori che offuscano il 
giudizio de' nostri fratelli sul conto di noialtri; sarà opera di 
verità a benefizio nostro, che a torto siamo sospettati di pagar 

G. Fortunato, // Mezzogioryio e lo Stato Italiano - 1. 15 



226 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

poco o nulla, e di giustizia distributiva fra un cittadino e l'altro 
della stessa provincia, dello stesso circondario, dello stesso co- 
mune. E che cosa mai ha da temere la Basilicata, a mò di 
esempio, da una stima vera del suo reddito fondiario, essa che è 
tanto misera, e in cui la media della produzione dei cereali non 
supera i cinque ettolitri per ettaro? Che cosa mai abbiamo da 
temere, fatti salvi dalla legge tutti i possibili miglioramenti, di 
fronte al reddito della valle del Po e della Toscana? — Data la ne- 
cessità di questo riordinamento, che a torto, e con danno nostro, 
fu procrastinato finora, unica difficoltà poteva sorgere, e fu quella 
che sorse in fatto, contro il catasto geometrico particellare, quale 
strumento ripartitore della imposta. La utilità di esso per gli effetti 
giuridici, ossia, per l'accertamento e quindi per il credito, non fu 
oppugnata da alcuno, — perché tutti convenivano che il catasto è 
lo stato civile della proprietà fondiaria. Ma non tutti ammettevano 
che fosse il mezzo più adatto alla stima per la determinazione 
della rendita, e riconoscevano bisognasse rifarci daccapo sul 
fondamento stesso della imposta, tramutandolo da reale in per- 
sonale. Certo, assai efficaci furono i loro argomenti in favore 
della sostituzione, alla presente imposta fondiaria, di una imposta 
su la entrata, adagiando questa, come per la ricchezza mobile, 
sul sistema delle denunzie. Ma ignoriamo noi forse anche i vizi 
di cotesto sistema? Anche la imposta sui fabbricati poggiò, in 
origine, su le ri vele; ma occorse poi fondarla, com'è noto, su 
la descrizione grafica del numero degli ambienti, il cui valore 
si riscontra, di cinque in cinque anni, con i fitti. E poi, sarebbe 
mai stato possibile il tentativo, senza por mano a tutte le fitte 
maglie del sistema tributario, pareggiando a una stessa e lieve 
aliquota d' imposta reale la fondiaria e la ricchezza mobile, — 
avente questa a suo fondamento, non più le denunzie, ma il 
valor locativo e le categorie di patenti, — e sovrapponendo 
all'una e all'altra una imposta personale su la entrata, epurata 
de' debiti? Eravamo forse, e siamo preparati a tanto? Più ci 
penso e più mi convinco che il catasto estimativo non è certo 
l'ideale della perfezione, oggi che andiamo incontro a periodi 
faticosi di vicende agrarie, in cui avremo colture variabili e 



i 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 227 

incerte, mercati aperti e oscillanti, prodotti della terra inco- 
stanti e mutevoli; ma ad onta della sua immobilità, quello del 
catasto è il sistema meno disadatto allo scopo. Il quale è un 
gran bene per tutti, poiché, liberandoci da un bivio doloroso, 
ci mena alla soluzione di una questione ormai fumida e già 
troppo ingrata. Alla XV Legislatura basta il vanto, checché 
altri ne dica, di avere riordinata la imposta fondiaria: che non 
già nel solo Mezzogiorno, come leggermente ha affermato qual- 
cuno, ma in tutte le province d'Italia v'è una parte di beni 
non rilevati affatto o rilevati come improduttivi, e da per tutto 
vi sono zone agricole, nelle quali è stridente, perché varia è la 
misura dell'aliquota, la sperequazione fra gli appezzamenti di 
uno stesso terreno. 



Fin qui dell'opera governativa, che io confortai del mio voto, 
a giustificazione del quale ho creduto intrattenermi un po' lun- 
gamente con voi : era una parola di pubblica difesa che dovevo 
a me stesso, — io che non ho l'arte né il costume di volger la 
vela secondo il vento della popolarità, — io che credo sia degno 
di rappresentare il paese non chi meglio lo lusinga, ma solo 
chi meglio disinteressatamente lo serve... 

Mi occorre ora farvi cenno dell'azione parlamentare, di cui 
per le stampe, anche prima delle elezioni, ebbe a dirvi quello 
che io creda. Sarò breve nella espressione del pensiero, ma 
netto e reciso. 

L'ambiente parlamentare, in cui visse la XV Legislatura, fu 
improntato di un nuovo equivoco, non meno strano de' prece- 
denti. Forse per ciò appunto altri affermò che la Camera, 
morendo, non lasciava rimpianti di sorta. Si; ma legava a tutti, 
eletti ed elettori, un grande ammaestramento: ossia, che ormai 
non v'ha problema più urgente della ricomposizione de' partiti 
politici. Fummo in pochi, dieci anni addietro, noi della « Rasse- 
gna settimanale», a richiamare su di esso la pubblica consi- 
derazione, — e per poco allora non ci si gridò la croce addosso. 
Ma oggi, e dentro e fuori la Camera, il caos è troppo manifesto 



I 



228 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

perché ci sia più qualcuno che osi negare la evidenza del fatto. 
Né il problema s'impone solo in Italia: non v' ha Parlamento 
in Europa, non escluso l'inglese, in cui le antiche divisioni stori- 
che non accennino a disfarsi od anche a scomparire. Ma ciò che 
altrove è avvenuto e avviene per moto organico e razionale, in 
Italia è successo nel modo più inesplicabile e improvviso : auspice 
indubbiamente e pronuba quella insigne ipocrisia elettorale e par- 
lamentare, che è lo scrutinio di lista « a sezione ridotta », il quale, 
se io non m'inganno, è già condannato dalla coscienza univer- 
sale. Il fatto è questo: nella passata Legislatura abbiamo avuto 
un Governo e una legislazione di Sinistra, con la base parla- 
mentare in gran parte a Destra; e, di fronte al Governo, una 
Opposizione che parve tutt'una, ma si spezzò in cinque almeno, 
quanti erano i suoi uomini principali, costituiti in comitato di- 
rigente sotto il nome, tanto bene sfruttato, di «pentarchia»: 
ossia, una Maggioranza e una Minoranza che si frantumarono 
in gruppi e sottogruppi, perché piene di scissure interne più 
nascoste che palesi, covandone, una e l'altra, assai più che non 
apparvero al di fuori. 

Vi è noto come ciò avvenne. La Destra, che dal '"j^ air82 
aveva combattuto ad oltranza l'onorevole Depretis, si diede 
a lui, in occasione delle elezioni generali, senza condizioni e 
senza sottintesi, puramente e semplicemente; e l'onorevole 
Depretis, che tante volte si lasciò inerte guidare dagli avve- 
nimenti, accettò di fatto la dedizione degli antichi avversari, 
ma non profferì mai parola né compi mài atto, con i quali 
avesse mostrato di consentire a un connubio di persone e a 
un mutamento d'indirizzo: che anzi dichiarò più volte di volere 
rimaner fermo al vecchio programma, — e dolendosi di essere 
a torto, per mero dispetto, abbandonato da un gran numero 
di amici, non permise mai le lotte parlamentari si definissero 
sopra ordini del giorno, che non avessero la firma di uomini, 
rimastigli fedeli, della Sinistra e del Centro Sinistro. Questa 
la verità nuda e cruda delle cose. 

Or non tocca a me esprimere, dopo la battaglia elettorale, 
a chi spetti, in tutto o in parte, la responsabilità del fatto: 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 229 

sarebbe un fuor d'opera, un mèro lusso di critica. Ma appunto 
perché rieletto da voi, non mi posso esimere dal dire, che è 
impossibile si proceda, a Camera nuova, senza un movimento 
che rimetta a posto, prima o poi, uomini e cose, e ci ridoni 
quella tranquillità di spirito, che è tanto necessaria all'opera no- 
stra. Lo stato presente, che è quello della confusione delle parti 
politiche, non può né deve durare più a lungo. Esso ha già 
cagionato un doppio gran male: la sosta nel lavorio di ricom- 
posizione, cui eravamo già incamminati, de' vecchi partiti par- 
lamentari, — perché, piaccia o non, il trasformismo è nella 
natura delle cose, non nel capriccio di uno o più uomini; e, 
per logica sua conseguenza, l'avviamento fatale alle compagini 
delle rappresentanze regionali, che io altamente condanno. 

Il vero è che quanto casualmente è successo nella Ca- 
mera, trova purtroppo riscontro nel disordine stesso del paese, 
intorno a un cosi difficile problema. Le antiche designazioni di 
Destra e di Sinistra, com'ebbi già occasione di notare altra volta, 
perdettero ogni significato quel giorno, in cui l'unità fu suggellata 
a Porta Pia e il pareggio dei bilanci proclamato in Parlamento. 
Gli umori e le tendenze, che già distinsero e una e l'altra, furon 
varie e diverse da regione a regione; ed oggi, nella stessa re- 
gione, è difficile s'indovini quel che davvero si intenda, o si 
vorrebbe sottintendere, per Destra e per Sinistra: né è raro, 
quaggiù specialmente, che i più puri conservatori si dicano e 
si proclamino tuttora di Sinistra, — tanta è fra noi la confu- 
sione delle idee e delle parole, le une più stranamente op- 
poste delle altre. Insieme con la Destra superstite, che non era 
più se non un organismo virtuale, sorse dalla Sinistra costitu- 
zionale una opposizione varia e molteplice, la cui azione positiva 
fu quella soltanto di sostituir sé al Governo, — quasi che. Go- 
verno per Governo, metteva proprio conto dì mutare il Governo 
che avevamo: una opposizione, la cui arme più valevole fu sempre 
quella di qualificar la maggioranza di tutti gli epiteti appena 
tollerabili dal galateo, descrivendola come un'accolta di « op- 
portunisti » ai servizi di un uomo, intorno a cui fiori spon- 
tanea l'amplificazione, — di lode prima, di biasimo dopo! Or 



230 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

la situazione politica, al punto cui è giunta, non è più possìbile 
non sforzi tutti coloro, i quali portano il peso di una pubblica re- 
sponsabilità, a prendere il lor posto, obbedendo alla coscienza per 
semplice atto di coscienza, che è l'atto morale per eccellenza... 
Chi quindi vagheggia, non in via eccezionale, ma stabilmente, un 
gran partito di Centro, che abbia di contro una Estrema Destra 
e una Estrema Sinistra, vagheggia cosa inattuabile, o, se at- 
tuabile, pericolosissima. E chi si adopera perché la divisione 
avvenga solo fra monarchici e repubblicani, lavora inconscia- 
mente alla dissoluzione dell'unità nazionale. È tempo si ripigli, 
con tutta energia, l'opera già stata iniziata nell'So: l'opera, cioè, 
di avere fuori e dentro la Camera, un vero partito conservatore 
e un vero partito progressista, informati uno e l'altro, nell'orbita 
della Costituzione, dal vario modo d'intendere l'azione gover- 
nativa, principalmente circa i problemi sociali e la questione 
religiosa. Occorre non altro se non un po' di sincerità negli 
uomini più notevoli del Parlamento, ai quali tocca intendere 
quello che essi debbano volere. L'eco di trent'anni addietro, 
la libertà politica, intorno a' cui limiti si disputò allora cosi fiera- 
mente, non risponde più — da sola — al voto delle democrazie 
moderne, sia in quanto ai vincoli e alle relazioni di classi a classi, 
sia in quanto ai rapporti dello Stato con la Chiesa. Si può tuttora 
credere alle decantate armonie economiche, che ogni giorno, 
sotto i nostri occhi, vengon meno a sé stesse? Si può tuttora 
essere indifferenti al conflitto dello Stato con la Chiesa, che 
maledice alla nostra esistenza? Ecco le controversie che agitano 
ormai gli animi dei pensatori e dei pubblicisti. In tutti i paesi 
del mondo, chi non crede ciò possibile, e vuole rimettere ai 
poteri pubblici nuove attribuzioni nell'interesse della colletti- 
vità, poiché presta poca fede al diritto assoluto dell'individuo, 
— è detto progressista; chi ama invece affidarsi, in tutti i rap- 
porti e in tutte le manifestazioni della vita politica, al regime 
più largo della libertà individuale, vedendo in essa la salvaguardia 
di ogni conflitto e di ogni dissidio, — è detto conservatore. 
È questione di giudicare variamente del carattere e dell'attitu- 
dine dello Stato moderno, e di voler quindi indirizzata, per una 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 23 1 

vìa piuttosto che per l'altra, tutta la macchina del Governo: 
di volerla, cioè, più o meno forte, più o meno espansibile, più 
o meno vigorosa e potente. 

Questa, a parer mio, la sola distinzione razionale che anche 
noi in Italia dobbiamo vivamente augurare ai partiti, se vogliamo 
che uomini d'indole diversa non militino più tutti insieme sotto 
la stessa bandiera, né i programmi discutano più tutti a un 
modo intorno a cose, — quali il rispetto alle istituzioni e il 
mantenimento dell'ordine pubblico e la giustizia nell'ammini- 
strazione e la forza delle armi, — che tutti invochiamo a un 
modo per aver l'Italia rispettata, florida, contenta. Se questa 
distinzione si avvererà, voi non potrete aver dubbio di me: che 
più volte, a voce e per iscritto, prima e dopo la mia elezione a 
deputato, ho fatto manifesto i principi che professo, — non mai 
curando di essere scambiato per un « socialista di Stato », 
non mai temendo di apparire non ascritto alla classica scuola 
liberista, che tutta la sua fiducia commette alla iniziativa privata, 
come se questa possa temprarsi e svilupparsi, affinché sia pos- 
sibile il coordinamento dell'azione individuale e dell'associata, 
in un paese come il nostro, nel quale, dove più dove meno, 
mancano ancora i presupposti e i mezzi, che soltanto l'opera 
dello Stato può creare. 

Il Governo, nella passata Legislatura, non inalberò, checché 
si dica in contrario, la bandiera conservatrice, non mostrò mai 
di volere attendere che una evoluzione verso Destra seguisse 
più o meno per mezzo suo: perciò gli fui e gli restai fedele. 
Oggi, a Camera nuova, è necessità imprescindibile che la poli- 
tica riguadagni i suoi diritti, e alla luce del sole il Parlamento 
riabbia quella netta divisione, tanto utile al buon andamento 
degli ordini rappresentativi. Compiuta tanta parte del programma 
legislativo del 1876, ogni altro indugio, resti il Ministero o vada 
su la Opposizione, è assolutamente impossibile. È impossibile, 
presto o tardi, i partiti non sorgano, rinnovellati di novelle 
fonde, dalle stesse loro ceneri, sicuri di sé e dei loro programmi, 
con i quali è bello vincere e più bello anche cadere, quando il 
paese non abbia più dubbio che noi non muova la smania del 



232 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

potere, ma il bene supremo della patria. Né io credo sia lontano 
il giorno tanto sospirato: che, a parer mio, una prima, chiara 
divisione, origine benefica di più nette e durature intese, avverrà 
sul modo, non dico di risolvere, ma di comprendere il pro- 
blema economico, di cui è già cosi alto, cosi imperioso il 
clamore. 

In quanto a me, io torno alla Camera, ove nulla temo e nulla 
spero, libero di me. Certo, non io abbandonerò il mio posto al 
Centro Sinistro, né, all'ora novissima, passerò armi e bagagli 
da una maggioranza all'altra: ho imparato per tempo da mio 
padre a rispettare la causa dei vinti, e, per sentimento, rifuggo 
dalle impetuose correnti del giorno. Ma, avvenga quel che deve 
avvenire, sarò vigile al mio posto, tutto intento perché la Sinistra, 
anche a costo di nuove prove, sia pure per una serie di aggrup- 
pamenti mutevoli e transitori, si ricomponga meglio ordinata e 
meglio distinta, si ricostituisca più omogenea e più compatta 
intorno a quelle idee, che sole potrebbero, sul serio, darle il 
diritto di rappresentare il partito progressista. 



Signori ! — Se ho raggiunto lo scopo mio, quello d'infondere 
nell'animo vostro la persuasione che per lo passato ho fatto 
coscienziosamente il mio dovere, ed ho ferma la volontà di 
compierlo per l'avvenire, andrò via di qui, pago di essere ve- 
nuto in mezzo a voi. La vita politica è ormai troppo dura, eia 
battaglia è troppo acerba, perché possiamo non aver bisogno, 
innanzi tutto e sopra tutto, della benevolenza dei nostri elettori. 
Voi, amici miei, non potete credere quel che sia questa vita, né 
immaginare quel che sia questa battaglia, se in noi si fa strada 
il dubbio angoscioso, che l'opera nostra non sia gradita né 
bene accetta, nonostante le fatiche e i dolori che ci costa, dai 
concittadini. Lontani da voi, in preda al turbine di questa vana 
passione che è la politica, consci del distacco che si fa sempre 
più profondo fra voi e noi, fatti segno, non di rado, alla ca- 
lunnia che ci addenta e ci vitupera, — un soffio, come di 



LA XV LEGISLATURA E I NUOVI PARTITI 233 

Stanchezza suprema, più volte ci passa sul capo, e spesso ci coglie 
il sospetto di esserci male apposti, chiedendo a voi l'onore di 
rappresentarvi in Parlamento. A una situazione cosi fatta anche 
le fibre più forti non resistono a lungo: giorno per giorno 
svaniscono le balde illusioni della giovinezza, e la discussione 
continua, e la guerra quotidiana che combattiamo contro noi 
stessi, debilitano in noi ogni energia di volontà, ogni vi- 
goria di desiderio, ogni lena di azione. Tutto quel mondo ci 
pare d' improvviso non sia più quello che ci eravamo già tanto 
raffigurati, e ci coglie sùbita la dolorosa maraviglia di esservici 
cacciati a cuor leggero. Allora il malcontento di noi stessi, nel 
vuoto che ci siamo creati d'intorno, s' impadronisce dell'animo 
nostro: pensiamo con rammarico, nelle ore di abbandono, se 
valga davvero la pena di affannarci tanto intorno a cose, la cui 
ragione ci sfugge dalla mente; e finiamo per sospirare un avve- 
nire di serenità e di riposo, un angolo tranquillo, la mite aria 
di casa nostra, piuttosto che vederci, via via, male compresi 
dai nostri conterranei. La coscienza di sentirci puri, nel senso 
più rigoroso della parola, è certo una grande consolazione; per 
essa, avvenga quel che deve avvenire, possiamo stoicamente 
ripetere col poeta: 

Ille potens sui, 

cui licet in diem 

Dixisse: vixi! 

Ma il sorriso della vita, ma l'ardore della battaglia vengon 
meno per sempre, se il cuore non ci assicura che c'è pure fra 
voi e noi una corrispondenza di stima e di affetto. Questo affetto 
e questa stima io invoco fervidamente da tutti gli elettori del 
primo collegio di Basilicata, fautori od avversari che siano, 
a' quali io invio dalla cortese città vostra, già sede di tanta 
coltura, un affettuoso caldo saluto! 



XI, 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 

(17 febbraio 1890) 



Camera de' deputati, tornata del 17 febbraio 1890, nella di- 
scussione del disegno di legge per modificazioni alla cir- 
coscrizione giudiziaria. 



Onorevoli colleghi! — Alla vostra cortesia io chiedo, in que- 
sta prima, tranquilla ora della tornata, di poter fare, più che 
un discorso, una dichiarazione del mio voto affatto contrario 
al disegno di legge, del quale or ora ci ha dato lettura l'ono- 
revole Presidente, e a cui, non ignoro, toccherà propizia la sorte 
dell'urna. Che anzi, appunto perché in aperta opposizione al 
maggior numero, e in assoluto dissenso dal parere quasi una- 
nime della Camera, io che parlo qui assai di rado, e non ho 
certo la strana pretensione di scuotere i vostri convincimenti, 
spero oggi di ottenere dalla benevolenza vostra un po' di at- 
tenzione. 

D'altra parte si tratta di una questione, modesta si, per lo 
meno nelle apparenze, che pure all'indirizzo di noi avversari 
può dare, e pur troppo darà, nel corso della discussione, pre- 
testo ad una grave accusa da parte dei tanti valorosi fautori 
del disegno di legge. E l'accusa è questa: che noi non pos- 
siamo, in buona fede, oppugnarne la bontà e la utilità, se 
non sospinti, se non accecati dal dubbio o dal timore di una 
possibile lesione degl'interessi locali. È il più semplice, si dice 
in coro, è il primo dei provvedimenti riguardo alla riforma 
organica dei nostri istituti giudiziari; un provvedimento di ordine 
amministrativo, che da più tempo è patrimonio della pubblica 
coscienza. Come osteggiarlo, indipendentemente dal campani- 
lismo? E ove andremo, se i campanili, i soliti e ormai famosi 



238 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

campanili, i quali, alle volte, pare aduggino dell'ombra loro il 
grande ideale della patria, si sollevano, arditi e minacciosi, 
fìnanco per interessi cosi lievi, cosi minuscoli, cosi microscopici? 
Quale riforma sarà mai possibile con questa Camera (esclamò, 
giorni addietro, l'onorevole presidente del Consiglio dei mini- 
stri), una Camera come questa, ov'è chi ricalcitra finanche ad 
una riforma cosi anodina, quale è quella dell'abolizione di 
alcune poche meschinissime preture? 

Ora, per quanto io sia sicuro di me e delle mie intenzioni, 
per quanto non una parola abbia speso finora, non una spenderò 
domani a favore delle circoscrizioni mandamentali del mio col- 
legio; non avendo (ciò che per fortuna mi libera di far pompa 
di coraggio civile) un solo mandamento, il quale, insieme con 
altri 1060 sul totale di 1819, conti una media annuale di sen- 
tenze civili e penali inferiore alle duecento: nondimeno io so 
di non potere, di non dovere, anche lontanamente, respingere 
per conto mio ogni ombra di censura, se non mostrando di 
avere, in favore del mio voto, buone, od almeno non futili 
ragioni d'indole generale. 

Parlo dunque per un doppio sentimento di dovere personale, 
senz' altra speranza, senz' altra lusinga che di trovare, per ciò 
solo, un argomento di giustificazione presso di voi. 

E per intenderci subito e bene, mi affretto a dire che un 
solo motivo mi costringe, mio malgrado, a negare il voto al 
disegno di legge. Dico: mio malgrado, perché non è certo con 
animo lieto che mi oppongo a una proposta dell'onorevole 
Zanardelli; nessuno, meno di lui, può dubitare delle mie parole. 
E il motivo è la riduzione del numero delle preture, nei limiti 
e nei modi che il disegno prescrive. 

Infatti, onorevoli colleghi, al pari di voi io non disconosco, 
tutt'altro!, la utilità di una migliore circoscrizione giudiziaria; e 
non nego, tanto meno, l'assoluto bisogno di una più equa retri- 
buzione dei nostri magistrati. 

A parlare soltanto dei mandamenti e ón pretori, che formano 
l'argomento principale del disegno di legge, al pari di voi io non 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 239 

ignoro che abbiamo, da un lato, 448 mandamenti, ognuno dei 
quali ha una popolazione non più che da sei agli undici mila 
abitanti, dall'altro, 451 pretori, ciascuno dei quali non proferisce 
in media più di cento sentenze per anno; né che tutti insieme i 
nostri 1819 giudici di mandamento non percepiscono annual- 
mente se non uno stipendio pari a un minimo di 2200, a un 
massimo di 2500 lire. 

Questo il fatto, nella sua nuda e cruda verità. 

Ma giova non esagerarne la importanza, che pure non è 
piccola per sé stessa. 

Fra il numero della popolazione e quello delle sentenze, per 
ogni singola pretura, ci è compenso, generalmente parlando, da 
una all'altra regione d'Italia, perché, escluse le grandi città, da 
una all'altra regione i mandamenti più popolosi non sono i più 
importanti per numero di affari: dei 451 pretori, per esempio, 
che proferiscono non più che cento sentenze, una sessantina 
appena esercitano giurisdizione in tutte le province meridionali, 
là ove la media della popolazione mandamentale oscilla dagli 
11.000 (in Sicilia) ai 13.000 abitanti (nel Napoletano), media, 
che nel Lombardo -Veneto è di 25.000; soltanto il Piemonte, 
la Liguria e la Sardegna hanno mandamenti, che, a un tempo, 
sono ultimi per numero di popolazione e ultimi per quantità di 
affari. La euritmia dunque e la uniformità, delle quali noi siamo 
tanto teneri, tanto più teneri quanto più apparenti e meno so- 
stanziali, non sono poi cosi lese come pare a prima vista. 

E, in quanto agli stipendi, essi sono magri e scarsi, come, 
poco più poco meno, tutti gli stipendi delle prime categorie 
dei nostri funzionari, senza eccezione di sorta. Compensiamo 
male i pretori, come, nella identica misura, compensiamo male 
i professori de' licei e gli ufficiali subalterni dell'esercito, per 
la più semplice, la più dura necessità delle cose: e a nulla serve 
far confronti e paragoni, come fa la relazione ministeriale, con 
gli altri e i maggiori Stati di Europa. Usciamo appena da una 
delle ormai frequenti, dolorose discussioni su la nostra situa- 
zione finanziaria: e ormai è noto a voi tutti che la somma delle 
spese del bilancio si ripartisce in quelle tre cifre spaventevoli, 



240 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

che sono il 44 per cento per il debito pubblico, il 37 per la 
difesa nazionale, il 19, soltanto il 19 per tutti gli altri servizi 
pubblici ; mentre la somma delle entrate rappresenta il massimo 
sforzo della contribuenza, perché, in tutto il mondo civile, noi 
siamo tra i più gravati in quanto alla cifra assoluta dell'imposta 
annua, i più gravati addirittura in quanto al reddito e al capi- 
tale nazionale. Quale maraviglia che dalla nostra povertà, poiché 
davvero ciò altro non vuol dire se non povertà, abbia avuto ed 
abbia origine la modestia (non assoluta, del resto, ne' gradi supe- 
riori) di tutta la costituzione amministrativa dello Stato, modestia, 
che se è il nostro tormento, è pure, od almeno dovrebbe essere, 
il vanto nostro maggiore? A servizio di tutte quante le ammini- 
strazioni non chiamiamo forse a raccolta, dopo prove di larghi 
studi, dietro esami di concorso, il fiore della gioventù, senz' altra 
ricompensa pecuniaria, per i primi e non pochi anni di car- 
riera, se non una media netta di 150, magari di 180 lire mensiU? 

E, d'altra parte, abbiamo idealità imposte dalla grandezza del 
passato, abbiamo bisogni reclamati dalla urgenza dell'avvenire, 
le une e gli altri di molto superiori ai mezzi materiali dell'oggi: 
e però siamo e dobbiamo essere, anche per questo verso, co- 
stretti alla maggiore parsimonia, alla maggiore austerità della 
vita. Cosi fossimo stati, cosi fossimo veramente persuasi di ciò, 
e non avessimo più volte — dal '76 ali '86, il decennio della 
spensieratezza — fatto balenare ai nostri occhi il miraggio di una 
ricchezza falsa e bugiarda ! Forse oggi non saremmo qui intenti, 
e invano!, a racimolare economie nei bilànci dello Stato: eco- 
nomie alle quali io non presto fede, pronto a votare ove occor- 
rano (qualunque sia il Governo che me le chiegga) nuove 
imposte, convinto che la migliore economia sia quella di non 
proporre né di votare nuove spese. Forse oggi non saremmo 
qui indotti, con la fune al collo, e trascinati, per migliorare 
gli stipendi, a lesinare sui pubblici servizi, appigliandoci al 
sistema eroico di accrescere la retribuzione dei magistrati, ridu- 
cendone forzatamente il numero. 

Perché io mi rifiuto assolutamente a ciò, — che noi abbiamo 
l'urgenza di provvedere a una sorte migliore dei pretori e dei 



ì 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 24I 

giudici di tribunale, riducendo forzatamente il numero dei man- 
damenti; anzi, proclamando ai quattro venti, con apposito ar- 
ticolo, il dodicesimo, che le disposizioni della presente legge 
dovranno essere applicate in modo che la spesa complessiva 
per stipendi, aumenti sessennali, indennità, maggiori assegni 
personali, assegni di disponibilità e spese d'ufficio, non superi 
la somma risultante per i detti titoli dallo stato di prima pre- 
visione della spesa del Ministero di grazia e giustizia per l'eser- 
cizio 1889-90. Strano articolo, che fissa e determina una cifra, 
a lire e centesimi, e la consolida, perché sia chiaro, perché sia 
manifesto a tutte le più timorate anime delle vestali del bilancio, 
che è proposito deliberato del Governo di subordinare, irremis- 
sibilmente, la riforma alla economia, — checché ne dica in con- 
trario l'onorevole Cuccia nella sua elegante, sobria relazione. 
Articolo nuovo negli annali della nostra legislazione, che non 
assicura la economia e non provvede alla riforma, che tutto 
guasta e tutto offende, con poco o nessun utile del pubbHco 
servizio. 

E, senz'altro, valga il vero. 

L'articolo secondo, cosi come è stato modificato dalla Com- 
missione, dice nel primo suo comma, che il numero delle pre- 
ture, risultante dalla nuova circoscrizione, non potrà essere 
inferiore ai due terzi di quelle esistenti : ossia, in lingua povera, 
che il numero delle preture da abolire potrà essere il terzo di 
quelle esistenti. 

Ma quel potrà, onorevoli colleghi, è un puro innocentissimo 
inganno della Commissione, cosi che meglio e più conforme al 
vero sarebbe addirittura sostituirlo con un dovrà. 

Se volessi parlare a lungo, se avessi voglia di parlare più 
di quanto ne abbiate voi di sentirmi, a me sarebbe facile di 
mostrarvi con dati e cifre, che a voler migliorare, nella misura 
che il progetto designa, gli stipendi dei magistrati, i quali si 
trovano negli ordini inferiori, ossia, aggiunti giudiziari, pretori, 
sostituti procuratori del Re e giudici di tribunale, occorrano, 
più e non meno, tre milioni di lire. 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 16 



242 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Ora, poiché cotesto miglioramento deve essere affatto rac- 
chiuso nei confini delle economie risultanti, in via principale, 
dalla diminuzione delle preture, e, in via secondaria, dalla ridu- 
zione dei ruoli organici delle preture stesse e delle Corti, è 
chiaro che sia obbligatorio scemare di un terzo almeno il numero 
dei pretori, abolendo 600 almeno dei presenti 18 19 mandamenti. 

E qui appunto è il nodo della questione. È logica, è razio- 
nale una cosi larga, una cosi copiosa falcidia dei nostri pretori e 
dei nostri mandamenti? 

10 non esito un istante a rispondere di n o , con la piena sicu- 
rezza di vedere giustamente, perché la coscienza e la ragione 
mi dicono, che il danno di una cosi grande falcidia è molto 
maggiore dei mali che oggi deploriamo, e ai quali vogliam 
oggi porre rimedio. 

L'onorevole ministro, nella efficacissima sua relazione, pone 
a fondamento della necessità della legge due considerazioni 
principali : la prima, la impossibilità (come vedremo anche meglio 
in seguito) di reclutare, a causa della scarsa retribuzione, tanti 
buoni magistrati quanti occorrono; la seconda, la presente im- 
possibilità finanziaria di accrescere altrimenti i loro stipendi, 
fuori della riduzione del numero dei pretori. 

11 ragionamento, mi perdoni l'onorevole ministro, mi pare 
capovolto;. perché, secondo me, bisognava e bisognerebbe far 
precedere la dimostrazione pura e semplice della superfluità di 
600 su 1800 mandamenti. 

Or io ritengo fermamente che ben più che un eccessivo nu- 
mero di pretori, noi abbiamo una cattiva, una difettosa circo- 
scrizione mandamentale, dovuta a recenti cagioni storiche, delle 
quali discorre egregiamente l'onorevole Cuccia; cattiva e difet- 
tosa, come la circoscrizione territoriale dei comuni, la cui origine 
si perde nel buio de' secoli, e che pure tanta importanza ha 
in rapporto all'assetto delle finanze locali. Riformiamo la cir- 
coscrizione, indipendentemente da ogni presupposto, da ogni 
preconcetto di economia, lieti, se rifacendola con animo pacato, 
potremo, come credo ci possa avvenire (e non per altro se non 
per le migliorate condizioni della viabilità) ridurre di duecento, 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 243 

fin di trecento, al massimo, il numero delle preture; ma rimet- 
tiamo a tempo migliore, rimandiamo pure all'avvenire questa, 
e l'altra non meno importante ma distinta questione dell'au- 
mento degli stipendi dei magistrati inferiori, se le strettezze, 
se le angustie del bilancio ci vietan oggi di fare degnamente 
il nostro dovere. 

Abbiamo tanto atteso finora, facendo inutilmente trascorrere 
gli anni dell'abbondanza e della buona fortuna! Abbiamo tanto 
largheggiato finora con tutti gli altri dicasteri, facendo vergo- 
gnosamente il muso duro al ministro di grazia e giustizia, il 
cui bilancio, solo fra tutti, è rimasto alle cifre modestissime 
di vent'anni addietro! O perché vogliam oggi, che dopo un 
lungo sogno di supposta anticipata prosperità, ci destiamo con 
l'acqua alla gola, provvedere in fretta e in furia all'una e al- 
l'altra questione, quella del numero e quella degli stipendi 
de' pretori, appaiandole violentemente, ponendo una a cieco 
servizio dell'altra, — solo perché al bilancio della grazia e 
giustizia, come per legge storica e fatale, oggi non possiamo 
né dobbiam concedere, buone o tristi che siano le condizioni 
della finanza, un centesimo di più? O perché mai, solo per 
quel bilancio, che tanto ci dovrebb' essere a cuore, essendo la 
giustizia, come ha detto or è poco a Pisa l'onorevole Zanardelli, 
il primo debito de' Governi, il primo bene de' popoli, 
— solo per quel bilancio dobbiam costringere il ministro, che 
voglia, e non a torto, migliorare gli stipendi dei magistrati, a 
forzare ciecamente la mano su le circoscrizioni mandamentali, 
obbligandolo a imitar quel tale, che tagliava i libri, riducendoli 
tutti a uno stesso formato, perché entrassero meglio negli scaffali? 

E se a questo noi siamo, se altra via di salvezza non c'è, 
ebbene: migliorare, accrescere gli stipendi dei magistrati infe- 
riori, a prezzo dell'abolizione di seicento mandamenti, no, 
onorevole ministro, no, onorevole Commissione! Il poco bene 
che voi vi ripromettete, e forse avrete, non è punto compen- 
sato dal molto male che certamente voi fate: perché è un male, 
un gran male ridurre, da un giorno all'altro, non meno di un 
terzo il numero de' pretori. Voi, cosi facendo, oltrepassate il 



244 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

segno, eccedete ne' limiti, esagerate nella misura, con animo, 
se mi permettete, troppo facile e spensierato. Seicento man- 
damenti, cassati a un tratto dalla nostra carta giudiziaria, in 
un paese come il nostro, cosi frastagliato, cosi geograficamente 
mal fatto, come diceva il povero Gabelli, cosi vario da un capo 
all'altro della penisola! Seicento pretori, mandati via d'improv- 
viso, e per sempre, dai nostri comuni, cosi differenti da regione 
a regione, da provincia a provincia; — e non vi sorge il più 
lontano dubbio nell'animo, per un istante solo, che sia eccessivo 
il vostro intento, e possa quindi riuscir dannosa l'opera vostra? 

Non cosi, o signori, han creduto quanti qui volsero l'intel- 
letto intorno all'argomento. Or è poco più di un anno addietro 
l'onorevole Cuccia, oggi fervido, inesorabile relatore del disegno 
di legge, inesorabile come il dio della vendetta... per la Cas- 
sazione unica {Ilarità)', or è poco più di un anno l'onorevole 
Cuccia domandava fossero soppresse soltanto quelle preture, che 
non danno più di cinquanta sentenze per anno: settantatre in 
tutto. Il compianto ministro Mancini, con la sua proposta del 
13 giugno 1877, chiedeva di essere autorizzato a sopprimere 
le meno utili fino al numero di cento. Il ministro De Falco, 
col suo disegno del 30 novembre 1871, limitava questo numero 
a non più che trecento. Il ministro Cortese, in virtù dei pieni 
poteri, accordati al suo predecessore senatore Vacca con la 
legge del 6 aprile 1865 (pieni poteri, di cui il Cortese non si 
valse), aveva pronto il lavoro, come ne può fare testimonianza 
l'onorevole Giolitti, che a quel lavoro collaborò, per la riduzione 
di non più che duecento mandamenti. 

Non cosi ha creduto e crede la Francia, che con una popo- 
lazione di 38 milioni di abitanti, escluse le colonie e l'Algeria; 
con soli 8 milioni più di noi ha 2868 giudici di pace, i quali 
comprendono, si, le competenze dei nostri conciliatori, che la 
Francia non ha, ma, nel tutto insieme, hanno una media di 
attribuzioni molto inferiore a quella dei nostri pretori, perché 
i giudici di pace, in Francia, non vanno oltre le azioni civili 
di 200 lire, non oltre le contravvenzioni di 15 lire di ammenda 
e di 5 giorni di prigione. 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 245 

Non cosi, finalmente, han creduto e credono in Italia tutti 
coloro, pochi per disgrazia, i quali sanno quanto l'Italia sia 
ancora lontana dall'essere, come si augurava il Giusti, 

tutta d'un pezzo e tutta d'un colore, 

perché conoscono sul serio, non una o più, ma tutte le varie 
cosi differenti • regioni del nostro paese, «dall'Alpi al Lilibeo », 
come si cantava una volta: il paese com'è realmente, con le 
sue profonde ignote debolezze morali, non quello già che noi 
slam usi qui dentro, per vecchio abito d'accademia, immaginare 
e vagheggiare come un tutto omogeneo, come un tutto armonico 
ed uniforme. Il principio della tutela pubblica, onorevoli colleghi, 
in ciò che il cittadino ha di più sacro, l'amministrazione della 
giustizia civile e penale, è tutt' altro che largamente applicato, 
tutt'altro che generalmente esercitato nelle nostre campagne, cosi 
difficili, in tanta parte del Mezzogiorno, per condizioni sociali ed 
economiche, le quali rammentano i secoli passati. Non ancora 
l'azione dello Stato, nella pratica delle leggi più delicate, quelle 
intese a garantire i diritti privati, i diritti specialmente dei deboli 
contro i forti, è penetrata larga e generale in tutti gli angoli del 
nostro territorio, li, a preferenza, ove son tuttora migliaia di 
uomini, lasciati, come tanti anni addietro, in balia delle vec- 
chie clientele di classi e di famiglie. Non ancora laggiù, ov'è 
tuttora vivo, per la scarsezza del potere collettivo, il bisogno della 
difesa individuale, lo Stato può dire di aver saldi i cardini della 
sicurezza pubblica, di avere assicurato i beni e le persone: — e 
voi signori, voi fate getto, con tanta certezza del fatto vostro, 
nientemeno che del terzo dei nostri pretori ! Abbiamo tanta sete 
di giustizia, laggiù, in tutti i più minuti ordini della vita quoti- 
diana: e voi, di punto in bianco, allontanate vie più da noi 
quell'umile magistrato di giustizia, che quanto più è vicino tanto 
più efficace spiega la sua azione di civile provvidenza, e solo, 
fra tutti gli altri funzionari, rappresenta per il popolo la prote- 
zione salutare dello Stato! E pare a voi un affare di piccolo 
momento rendere la giustizia, la tutela di tutti i giorni, più 



246 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

costose e meno accessibili alla povera gente, che già le credono, 
e non a torto, patrimonio dei ricchi e dei potenti, privilegio di 
tutti coloro che hanno tempo e mezzi per far valere i loro di- 
ritti? Pare a voi che ogni pericolo cessi a questo riguardo, 
ristabilendo, come fate con l'articolo terzo, l'istituto medioevale 
del giudice girovago, obbligato a trasferirsi periodicamente, e in 
giorni prestabiliti, per tenere udienza, ospite necessario di uno o 
dell'altro dei maggiorenti, in un comune diverso dal capoluogo 
del mandamento? Pare a voi, insomma, che nonostante, e forse 
appunto a causa del pretore errante, nell'interesse della giustizia 
popolare, il cui andamento ci dobbiamo augurare sempre più 
pronto e spedito, 1200 giudici valgano, senz'altro, quanto e 
più che 1800? 

Perché è un errore credere che tutto il lavoro, di cui sono 
gravati i pretori, si possa riassumere nel numero delle sentenze 
civili e penali, che essi emanano. Cosi facendo, si tien conto 
soltanto delle cause definite e risolute, non delle liti composte 
e transatte, dacché il pretore ha l'obbligo, come sapete, espresso 
obbligo che gli viene dal Codice di procedura civile, di tentare, 
prima di emettere sentenza, la conciliazione delle parti. 

D'altra parte, io non ho bisogno di ricordarvi tutte le at- 
tribuzioni che i pretori hanno dalle leggi, fin dove si estenda 
la loro giurisdizione civile e commerciale, quanta sia la loro 
competenza in materia penale, quale (e sarebbe lunga la enu- 
merazione) i loro affari di onoraria giurisdizione, a cominciare, 
per esempio, dalla vigilanza su la tenuta dei registri dello stato 
civile, per finire alla costituzione e alla presidenza dei consigli 
di famiglia o di tutela, intorno a cui l'onorevole Zanardelli 
ha richiamato l'attenzione delle regie Procure con apposita 
circolare del novembre dell'anno scorso. Né devo ricordarvi 
che il pretore è, a un tempo, ufiìciale di pohzia giudiziaria: 
e come magistrato, del resto, riceve querele e denunce, assume 
informazioni, procede senza indugio (dice il Codice di pro- 
cedura penale), anche quando la cognizione non sia di sua com- 
petenza, a tutti gli atti d'istruzione occorrenti all'accertamento 
dei reati e allo scoprimento dei colpevoli; tanto, che a detta di 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 247 

uno dei più illustri procuratori generali della nostra Cassazione, 
« ormai è il fatto di ogni giorno questo, che la più gran parte 
delle istruzioni per delitti, di competenza de' tribunali, vanno per 
delegazione istruite dai pretori ». Ricorderete ancora che in virtù 
del regio decreto del i° dicembre 1889, il quale approvò le di- 
sposizioni per l'attuazione del nuovo Codice penale, la compe- 
tenza de' pretori in materia penale, per quanto si riferisce alle 
contravvenzioni (e son oggi contravvenzioni l'oziosità, il vaga- 
bondaggio e il porto d'armi abusivo) è stata grandemente ac- 
cresciuta, potendo andare fino a due anni di arresto e a due 
mila lire di multa; e prima o poi, e presto come si augura 
giustamente la nostra Commissione, anche la loro competenza 
nel ramo civile e commerciale sarà di gran lunga estesa oltre 
le presenti azioni non eccedenti le 1500 lire: cosi che fin da 
ora (sia detto alla sfuggita) è già lettera morta l'ultimo volume 
di statistica del settennio 1880-86, che oggi abbiam dinnanzi, 
e del quale si è giovato il ministro nel compilare il disegno di 
legge; — addirittura lettera morta: e ciò solo avrebbe dovuto 
bastare al Governo, ciò solo dovrebbe bastare alla Camera, 
perché si soprassedesse ancora, e di qualche anno, dalla riforma 
delle circoscrizioni mandamentali. 

Or bene, è mai possibile ridurre, e con intento esclusivo di 
migliorare il servizio, addirittura di un terzo il numero de' pre- 
tori, nel giorno stesso in cui si accresce la loro competenza pe- 
nale, alla vigilia del giorno in cui sarà estesa la loro competenza 
civile: ridurne di un terzo il numero, senza, a dir poco, sce- 
mare contemporaneamente l'enorme cumulo delle loro attri- 
buzioni minori, accrescendo in cambio (bene o male che sia, 
non è qui il caso di dire) la competenza dei conciliatori, in- 
torno a cui hanno a lungo discorso, a' primi dell'anno, molti 
de' nostri rappresentanti il pubblico Ministero? 

La Commissione, proponendo alla Camera un ordine del 
giorno informato a "cotesto concetto, mostra di essersi accorta 
del pericolo cui andiamo incontro; ed essa, con quella compe- 
tenza che tutti le riconosciamo, avrebbe certo saputo e potuto 
degnamente provvedere, se, quanto e più del ministro, non 



248 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

avesse avuto fretta di giungere in porto: quella fretta, onorevole 
Zanardelli, che al dire del poeta a lei caro, 

... l'onestade ad ogn'atto dismaga, 

e che, or è poco più di un anno, tanto deplorò in cuor suo 
l'onorevole Cuccia, a proposito del disegno di legge su la 
Cassazione unica in materia penale ! 

Oggi l'onorevole Cuccia non ha più, come nel 27 novembre 
deirSS, «rimpicciolita l'anima e urtata la ragione, per questi 
meccanici movimenti di concentrazione, per questi rapidi e bru- 
schi spostamenti di affari, che offendono le abitudini, che turbano 
gl'interessi di una gran parte delle popolazioni»... Oggi, nella 
sua relazione del 17 giugno 1889, l'onorevole Cuccia crede 
vani i nostri timori, ingiustificabili le nostre apprensioni, argo- 
menti a sensazione i nostri presupposti... Me ne duole, e viva- 
mente. Ma né egli né l'onorevole ministro, non uno è fra voi, 
oso dire, che al momento del voto possa davvero aver nel- 
l'animo la certezza morale di far cosa, circa il numero delle 
preture da abolire, interamente saggia e matura; tanto, che ap- 
plicata la legge, non dovremo pentirci di poca ponderazione, e 
ritornando a mano a mano su' passi dati, più e più volte deplorare 
la fretta, l'esagerazione dell'opera nostra. Dio voglia che non 
abbia un giorno a rammentarvi queste mie parole! 

E, del resto, guardate un po' a quale strana ultima conse- 
guenza meni il fatto vostro. 

Noi dell' ItaHa meridionale, prima del 1860, col presente nu- 
mero di mandamenti, perché esso non fu accresciuto come in 
Lombardia nel 1862, non avevamo 1 tribunali di circondario, che 
ci vennero, e fu un gran male, assai più grande di quanto sia 
dato immaginare, dalla unificazione politica. Promulgata la legge 
che ora discutiamo, sarebbe necessario far presto e bene, ossia, 
per lo meno del terzo, una riduzione in tutto il Regno de' pre- 
senti tribunali di circondario: di quelli almeno che, per l'ordi- 
naria anemia loro, sono incapaci finanche a creare un qualsiasi 
inizio di coltura locale, unico beneficio, se pure, de' tribunali 
di circondario; riduzione che io voterò a due mani e con tutta 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 249 

l'anima, perché davvero fra essi è un gran numero di affatto 
inutili. Ma per quanto larga io possa desiderarla, e pure am- 
messo che abbia luogo e presto e bene, avverrà sempre, per 
noi dell'Italia meridionale, questo: che, di fronte al 1860, noi 
avremo un maggior numero di tribunali e un minor numero 
di preture. E in tutto il Regno, del rimanente, accadrà sempre 
che la riduzione dei tribunali e, più ancora, dell'enorme numero 
delle Corti di appello, sarà fatta, se avverrà mai che sia fatta!, 
in proporzioni più miti di quella che oggi voi adoperate, a cuor 
leggero, per le preture. Ed è questo, il frutto di un regime 
democratico, in quanto all'amministrazione della giustizia? In 
verità, ha ragione il Loria. Tutti i sistemi politici, tutte le 
costituzioni di Governo, sotto qualunque forma e con qua- 
lunque nome, sono sempre inspirate, consciamente o inconscia- 
mente che sia, dagl'interessi predominanti delle classi sociali, 
che sono alla direzione suprema dello Stato... 

Secondo me, dunque, la riforma è pericolosa, perché ecces- 
siva; ed è eccessiva, perché subordinata in tutto e per tutto al 
presupposto della economia. 

Lascio da parte una gravissima considerazione, che andrebbe 
pur fatta, quella, cioè, di considerare se e fino a qual punto 
abbia fondamento di ragione la stessa economia che si prevede, 
e su cui poggia tutto il disegno di legge. Infatti, molti credono 
che non si siano tenute realmente nel debito conto tutte le mag- 
giori spese per le trasferte dei giudici e per le indennità ai testi- 
moni; molti sostengono che sia assolutamente necessario, da un 
lato, fare un più largo uso dei vice-pretori di carriera, dall'altro 
(come recentemente si espressero quasi tutti i procuratori del Re, 
a cominciare da quello di Roma), duplicare nelle grandi città i 
pretori urbani, già oppressi di lavoro; e molti infine osservano che 
il più elementare senso di giustizia distributiva obbligherà presto 
Governo e Parlamento a provvedere a una sorte meno triste dei 
funzionari delle cancellerie, i quali dal presente disegno di legge 
sono, e gravemente, offesi nelle più legittime aspettative. Non 
ne parlo, perché ho promesso di esser breve, e vado innanzi. 



250 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Pure ammessa la ipotesi della economìa, è poi vero, io do- 
mando, il beneficio che voi dite di assicurare a' pretori, assicu- 
rando in pari tempo al paese un personale più onesto e capace, 
un servizio più attivo e intelligente? 

La relazione ministeriale è tutta una elegia a riguardo dei 
magistrati inferiori, in genere, e dei pretori, in ispecie. « Ab- 
biamo pretori (essa dice) di scarsa coltura dottrinale, di debole 
vigoria d'ingegno, di poca efficacia di volontà: i più eletti fra i 
giovani, che escono dalle nostre facoltà di legge, si volgono di 
preferenza al fóro o alle carriere superiori amministrative; 
più volte le Commissioni esaminatrici, sebbene abbiano limitate 
le loro esigenze al minimo indispensabile, sono costrette a 
respingere, per manifesta insufficienza, finanche i due terzi 
de' concorrenti ». 

Gravissime parole, alle quali seguono queste altre, che, a 
giudizio del ministro, danno ragione del male: « Le condizioni 
economiche dei nostri magistrati sono cosi sproporzionate agli 
affari che son chiamati ad adempiere, e cosi meschine, che ove 
perdurassero, finirebbero necessariamente per allontanare i mi- 
gliori dall'ordine giudiziario. I giovani più promettenti si addi- 
cono di preferenza all'esercizio dell'avvocatura, donde 
sperano larga copia di lucri e di onori, e rifuggono dal vestir 
la toga del magistrato, perché sconfortati dall'esempio di 
giudici, i quali, non ritraendo di che' mantenere sé e le famiglie, 
vivono miseramente con grave scapito del proprio decoro non 
solo, ma anche con pregiudizio della comune confidenza nella 
giustizia sociale ». 

Si tratta quindi, è chiaro, di una questione esclusivamente 
pecuniaria. E qui la prosa cambia tòno, e s'innalza fino all'inno. 
« L'aumento del soldo (essa conchiude) non è cosa di mero 
interesse personale de' magistrati: lo stipendio raffigura la con- 
dizione gerarchica, la posizione morale di chi ne è investito; 
è un segno della considerazione in cui è tenuto dallo Stato; è 
un mezzo per conciliargli rispetto, deferenza, fiducia, 
per crescergli autorità e deferenza ». 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 25I 

E sia, onorevoli colleghi ! — Io non ho mai condiviso né con- 
divido la persuasione, sussurrata a mezza voce, di non pochi fra 
noi, i quali veggono in nero tutto ciò che si riferisce a' nostri ma- 
gistrati, perché ho sempre creduto e credo, che il livello medio 
di morale e di coltura de' nostri magistrati non sia assoluta- 
mente inferiore a quello del paese, in genere, degH avvocati, 
in ispecie... Ma credete, sul serio, di conciliare ossequio e di 
crescere autorità a' giudici; di richiamare nelle file della magi- 
stratura gl'ingegni più eletti e i giovani più promettenti; di fare, 
insomma, tanti miracoli in una volta, aumentando, in cosi lieve 
misura, quale è quella del disegno di legge, gli stipendi de' ma- 
gistrati inferiori, portando, per i pretori, a 3000 lire annue il 
loro stipendio? 

E limitandomi, come ho fatto finora, a' soli giudici di man- 
damento, — ci sono per essi, è vero, due altri vantaggi nel di- 
segno di legge: ossia, la unicità di categoria, e un più rapido 
avanzamento, o meglio, l'assicurazione di un più rapido avan- 
zamento a' posti di giudici di tribunale. Ma, tutto sommato, ho 
torto a dire che le premesse importavano e importerebbero ben 
altre innovazioni? Ho torto a porre un dilemma semplicissimo: 
o il quadro ha tinte troppo fosche, o la cornice è troppo misera 
cosa? 

E il vero è che la media intellettuale dei nostri pretori non 
è poi tanto giù, come pare si voglia credere, perché il numero 
delle loro sentenze, riformate da' tribunali, non è punto mag- 
giore del numero delle sentenze de' tribunali rigettate dalle Corti 
di appello; e, in ogni caso, dacché il ministro accenna nella 
relazione agli avvocati (ed io, a scanso di equivoci, mi onoro 
di essere inscritto, nominalmente, al loro ordine), il vero è, a 
giudizio mio, che la media de' nostri pretori non è poi tanto 
inferiore, come pare si voglia credere, a quella dei nostri avvo- 
cati di tribunale: una e l'altra, mi si permetta dire, non alta 
abbastanza a causa della istruzione affatto irrazionale, quando 
non è monca, affrettata e superficiale, che viene impartita ai 
giovani nelle facoltà giuridiche di molte e forse delle maggiori 
Università nostre. Io non credo con l'onorevole Ferdinando 



252 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Martini, che le nostre Università siano in decadenza di fronte 
al passato; del passato, almeno noi meridionali, non abbiamo 
assolutamente a rimpianger nulla: ma credo come lui che nelle 
nostre Università regni il disordine e l'abbandono. « Le facoltà 
giuridiche universitarie (scrive il professor Martello in un suo 
recentissimo opuscolo) presentano questo ibrido carattere: vi 
sono in una stessa Università professori che insegnano la loro 
parte del diritto in un modo puramente critico, filosofico, esege- 
tico, largamente scientifico; ed altri che trattano l'altra parte, 
nudamente e crudamente, sotto il punto di vista pratico e posi- 
tivo. Cosi l'avvocato non è mai giureconsulto se non istudia 
da sé fuori dell'Università, e al giureconsulto manca sempre 
qualche cosa per essere avvocato ». 

Il vero è che è un sogno, una illusione la vostra speranza, 
quella di attrarre soltanto i migliori, in tesi astratta e generale, 
nelle fila della magistratura: con un paese come il nostro, for- 
tunatamente libero, ma sfortunatamente povero, non abbastanza 
colto né abbastanza educato alla libertà; con un paese come 
il nostro, ove il ceto degli avvocati, bene o male che sia, ha, 
oggi più che mai, tanta importanza politica e sociale, è primo 
addirittura in molte regioni, e in quelle più specialmente che 
tanti credono sottoposte alla grande proprietà fondiaria, fra 
le classi dirigenti e professionali. Checché si faccia o si desi- 
deri in contrario, l'avvocatura in Italia avrà per i giovani, e 
ancora a lungo, grandi seduzioni, grandi attrattive di lucri e 
di onori; e non è richiamando qui in Roma, con la Cassazione 
unica, cui io non diedi l'anno scorso il voto per il penale, cui 
non lo darò — quando che sia — per il civile, richiamando qui, 
nella capitale del regno, tanti avvocati, che diverranno, e presto, 
semenzaio di deputati e di uomini polìtici: non è cosi, certa- 
mente, che voi avrete scemate le seduzioni e dimezzate le attrat- 
tive. E, del resto, onorevoli colleghi, sentite un po' quali calde 
parole adoperi l'onorevole Zanardelli, a proposito dell'avvoca- 
tura, in un mirabile suo libro di alcuni anni addietro: « Con la 
rivoluzione francese le nuove istituzioni assegnarono al fóro quel- 
l'ampio e pubblico ufficio, che può ormai considerarsi come 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 253 

definitiva conquista della civiltà, come necessaria condizione di un 
libero reggimento; e per tal modo, in questo secolo, l'avvocatura 
riacquistò tutta la sua grandezza, la sua nobiltà, la sua autorità, 
porgendo a' propri cultori le più ambite, invidiabili, preziose 
ricompense, che possa offrire l'esercizio dell'attività umana... 
Nelle società democratiche, perché più fecondo di gloria è l'ar- 
ringo dell'avvocatura e più vasto il cerchio della sua azione, 
anche più generale ed evidente si presenta un tal fatto, che il 
fóro, cioè, sia scala alle maggiori posizioni sociali e politiche... 
Non è quindi a stupire se esso abbia attratto e attragga le più 
elevate intelligenze, ed abbia insieme condotto coloro, che vi si 
resero eminenti, alle più alte dignità dello Stato ». 

Il vero è, infine, che la scarsezza dello stipendio, special- 
mente quando la si confronti, come fa, non senza un certo effetto 
scenico, la relazione ministeriale, con la misura degli stipendi 
delle più umili carriere amministrative, è pure, via!, compen- 
sata dal maggior grado di considerazione in cui è stata e sarà 
sempre, presso tutti i popoli civili, la toga del magistrato; dalla 
maggiore dignità dell'ufficio, da cui sono stati e saranno sempre 
sedotti, non i mediocri, od almeno non i mediocri soltanto, ma 
tutti gli spiriti calmi e tranquilli, tutti coloro, che per indole 
sono alieni dall' affrontar le lotte della vita, l'alterna vicenda 
della fortuna. 

Certo, la scarsezza dello stipendio è un gran male, cui va 
senza dubbio, e presto, provveduto. Ma non essa è l'unica, 
e neanche la principal causa della poca capacità o della poca 
attitudine, secondo voi, e quindi, come al solito, del preteso 
decadimento, in confronto del passato, del personale dei nostri 
pretori. Potete accrescere, come fate, di 500 e di 800 lire i loro 
stipendi, e, se meglio vi aggrada, raddoppiarli finanche: non 
otterrete mai ciò che volete ottenere, se prima d'ogni cosa non 
avrete riformato l'istituto stesso del pretore. 

Il pretore, ossia il funzionario che deve amministrar giustizia 
in primo grado di giurisdizione, rappresenta, secondo la nostra 
legislazione, il gradino più modesto della magistratura. Per so- 
lito è un giovane, che di fresco uscito dall'Università, appena 



254 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

compiuto il breve tirocinio (due anni, secondo il nuovo disegno 
di legge circa l'ammissione e le promozioni della magistratura), 
incomincia a muovere i primi passi nell'esercizio del suo ufficio, 
abbandonato a sé stesso, assistito, tutt'al più, da un uditore 
non meno inesperto di lui, o da un vice -pretore non retribuito 
e distratto da altre cure. Egli è là in un piccolo Comune, 
senza esperienza degli uomini e della vita, senza famiglia il più 
delle volte, costretto al contegno più rigido in pubblico e in 
privato, condannato all'isolamento, affatto segregato dagli altri 
colleghi dell'ordine giudiziario, cui poter attingere forza e con- 
siglio. Eppure a questo giovane, da tutte le nostre leggi, son 
commesse tante e cosi gravi questioni d'ordine pubblico e 
d'ordine privato, che è strano com'egli abbia potuto fra noi 
rispondere alla meglio (fortunatamente, l'indole italiana è fatta 
apposta per adattare alla pratica le incoerenze teoriche), dei suoi 
doveri verso i cittadini e verso lo Stato. Di qui il desiderio, di 
qui l'invocazione, di vecchia data ormai nelle scuole e nelle 
assemblee, che le funzioni del pretore fossero esercitate da un 
giudice di tribunale, cui si potessero anche attribuire, senza 
bisogno di delegazione, tutti i poteri dell'istruttoria: di qui l'ur- 
genza che il pretore fosse, non un novizio a cui sia vano chie- 
dere, bene o male che venga pagato, due cose molto difficili 
a chiedere agli uomini, l'onniscienza e il sacrificio, ma un ma- 
gistrato provetto, il quale, dopo aver compiuto gli studi, e per- 
fezionata la pratica negli ordini superiori, andasse alla sede del 
mandamento, e ne assumesse la direzione con quella maturità 
di criterio, con quella serenità di vita, che costituiscono la mi- 
gliore guarentigia di una buona e retta amministrazione della 
giustizia. 

Questa si, e non il solo aumento di stipendio, e non il solo 
meccanico movimento di concentrazione, era ed è la riforma 
sostanziale che occorreva e occorre al caso nostro. Questa, e 
non altra, avrebbe assicurato e assicurerebbe al paese ciò che 
era ed è ne' voti generali: ossia, una cèrnita migliore, un mi- 
gliore reclutamento dei giovani magistrati, veramente degni 
dell'alta, difficile missione affidata a' pretori. 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 255 

Sin qui del merito, se cosi posso dire, del disegno di legge. 
Ora, e anche più brevemente, del metodo. Pochi minuti, e ho 
finito. 

È una legge in veste umile e dimessa, una legge di pieni 
poteri, questa, cui voi date i vostri suffragi, una di quelle tante, 
a cominciare dalla legge sul numero e le attribuzioni dei di- 
casteri, con le quali noi pare facciamo a gara per accrescere 
la onnipotenza del Governo di fronte alla Camera e di fronte 
al paese {Bene! Bravo!). 

Abbiamo, del resto, gridato tanto ai quattro venti, qui e 
fuori di qui, che proposte di riforme concernenti i nostri ordi- 
namenti locali, non è possibile siano discusse e votate, caso 
per caso, dalla Camera dei deputati, che non è proprio strano 
se oggi, spogliandoci di una attribuzione cosi gelosa, come que- 
sta "che espressamente a noi viene dall'articolo 70 dello Statuto, 
il quale dice « non potersi derogare all'organizzazione giudiziaria 
se non in forza di una legge»; noi rimettiamo al Governo, in 
tutto e per tutto, il potere di rivedere, con un semplice decreto, 
tutta quanta la circoscrizione mandamentale del Regno. Oggi, 
affinché una sola pretura sia creata od abolita, occorre la maestà, 
la solennità di un'apposita legge; domani il ministro guardasi- 
gilli potrà, da solo, mutare il numero, variar le sedi, sconvolgere 
i confini a tutti insieme i nostri 18 19 mandamenti. 

E dico a bella posta: da solo, perché il Consiglio dei mi- 
nistri, a norma del disegno di legge, non interviene altrimenti 
se non per la nomina di quei quattro funzionari del Genio ci- 
vile (decisamente, il Genio civile è vendicato!), di cui è parola 
nell'articolo quarto. 

Già, a me parve strano che il ministro dell'interno non avesse 
apposto la firma, nel 6 maggio dell' 89, al disegno dell'ono- 
revole Zanardelli, secondo cui il ministro guardasigilli avrebbe 
potuto rifar da cima a fondo nientemeno che l'ordinamento 
elettivo dei Consigli provinciali, fondato, per effetto della legge 
comunale e provinciale, su la presente circoscrizione man- 
damentale, senza che il collega dell'interno avesse neppure 
avuto il diritto di esserne informato, senza che il Parlamento, 



256 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

il quale, due anni fa, votò la riforma su la base dell'antica circo- 
scrizione, avesse saputo nulla di quello che sarebbe mai accaduto. 

Fortunatamente la Commissione, a scanso di equivoci, ha 
espressamente dichiarato, con l'articolo tredicesimo, che le mo- 
dificazioni alla circoscrizione giudiziaria, autorizzate dalla pre- 
sente legge, saranno attuate senza pregiudizio delle esistenti 
circoscrizioni amministrative ed elettorali. Savia dichiarazione 
e, più che savia, necessaria, ma che, è bene intenderci, con- 
duce a questo: che, nel fatto, noi avremo una doppia circoscri- 
zione mandamentale: una giudiziaria, viva, effettiva, reale; l'altra 
amministrativa, puramente storica, campata in aria, messa li 
pro-memoria, come per alcuni capitoli dei bilanci dello Stato; 
senza contare che l'equivoco perdurerà, e sovrano, in tutte le 
altre leggi, le finanziarie ad esempio, le quali si riportano alla 
circoscrizione mandamentale cosi come oggi esiste. 

La Commissione, e di ciò va altamente lodata, ha fatto inol- 
tre del suo meglio per limitare i poteri personali del ministro, 
e per meglio definire la sua personale responsabilità. Essa, 
infatti, è riuscita a raccorciare di molti mesi il tempo utile dei 
pieni poteri: ha dato l'ostracismo a quella bruttissima cosa del 
Comitato di salute pubblica dei sette deputati e dei sette sena- 
tori; e ha disciplinato, fin quanto umanamente era possibile, le 
disposizioni degli articoli quarto e quinto, i quali si riferiscono 
ai pareri, che le Corti d'appello e i Consigli provinciali sa- 
ranno chiamati a dare. 

Ma essa, la nostra Commissione, che pure ha inteso quale 
alto significato di civiltà possa avere l'istituto del pretore, avendo 
imposto al ministro di tener conto, nella esecuzione del suo 
mandato, delle condizioni economico-morali delle popo- 
lazioni; essa, con tutta la buona volontà di questo mondo, è 
stata impotente, e non poteva non essere, a variare, non nella 
forma soltanto, come pure ha fatto e bene, ma anche e più nella 
sostanza l'articolo secondo, che è veramente la vexata quaestio 
di tutto il disegno di legge, — come quello che enumera i criteri, 
ai quali si dovrà inspirare il ministro nella pratica del suo in- 
carico: criteri cosi vaghi e generali, cosi vari e molteplici, che 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 257 

assolutamente tutto è possibile con essi e per essi, tanto che as- 
solutamente nulla di maggior potere acquisterebbe il ministro se 
quell'articolo fosse soppresso dalla Camera. Quale mandamento, 
onorevoli colleghi, potrà essere abolito o mantenuto, dimezzato 
od accresciuto, senza che una o l'altra di quelle tante norme non 
possa dare apparenza di ragione all'operato del ministro? 

Rileggetelo, quell'articolo. Con esso noi diamo facoltà al 
ministro di determinare il numero, le sedi e le circoscrizioni 
di tutte quante le preture, purché... purché egli osservi e 
abbia dinnanzi la quantità degli affari, il numero della popola- 
zione, la estensione della superficie, la varietà della topografia, le 
condizioni della climatologia, lo stato della viabilità, il lustro delle 
tradizioni..., e non so che altro. Di grazia, ove si potrà mai ar- 
restare la sua azione, senza che una o l'altra di queste massime 
sacramentali non giovi a dargli piena la sicurezza del fatto suo? 

L'articolo non ha consistenza, perché quella filza, quella 
litania di precetti rappresentano, non una categoria effettiva, ma 
una vana parvenza di limitazioni, se pure non costituiscono, a 
favore del Governo, il mezzo più acconcio per fare prima, per 
giustificare poi ciò che vorrà fare e giustificare. Il campo è 
libero al Governo, perfettamente libero ed aperto: e il ministro 
non avrà, quando creda, altra guida se non i pareri de' rap- 
presentanti le Corti d'appello e gli avvisi dei Consigli provin- 
ciali: quelli, fatti giudici, e inconsapevoli, de' pareri già da tempo 
formulati, dietro invito del ministro, dalle Procure generali ; 
questi, sbalzati di botto nella guerra civile, se non vorranno imi- 
tare, com'è probabile imiteranno, la condotta negativa dei Con- 
sigli provinciali del Veneto, che l'anno scorso furono, e invano, 
chiamati a pronunciarsi su le sedi delle sotto-prefetture [Inter- 
ruzione)... Sono ammenicoli, onorevoli colleghi, che ad altro 
non servono se non a questo: che a furia di proposte, di pa- 
reri, di avvisi e di opinioni, l'onorevole ministro avrà dinnanzi 
a sé un cumulo cosi enorme di lavoro, che sarà davvero un 
miracolo se potrà raccapezzarsi e trovare il bandolo. O io 
m'inganno, e spero d'ingannarmi, o noi finiremo, nonostante 
il molto studio e il grande amore, nonostante la indiscutibile 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 17 



258 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

scrupolosità dell'onorevole Zanardelli, per avere, al chiudere 
dei conti, non altro se non una meccanica riduzione pura e sem- 
plice del presente numero proporzionale delle preture per ogni 
distretto di Corte d'appello; tanto meccanica, che più stridenti 
saranno, in realtà, e più crude le differenze che oggi esistono 
nel campo della nostra circoscrizione giudiziaria mandamentale. 

E di un tanto potere, in argomento di tanta importanza, con 
esito cosi dubbio, voi, quel che è più, vi spogliate fino all'ultimo 
giorno dell'anno! Dieci mesi: pochi, se si considera la mole del 
lavoro, molti, se si pensa all'agitazione che indubbiamente arre- 
cherà in tutto il paese la promulgazione della legge. Non v'illuda 
la quiete apparente dell'oggi: l'agitazione verrà, e improvvisa, e 
più generale e più grave di quanto potete immaginare. Non per 
nulla è ricominciato, come l'anno scorso al primo grido d'allarme, 
da un lato la solita pioggia delle petizioni sul banco della pre- 
sidenza, dall'altro il solito arrivo, qui in Roma, delle pie Com- 
missioni locali. E cosi fossi pur certo che noi per i primi 
sapremo compiere bravamente il nostro dovere, quello di resi- 
stere agli elettori, rifuggendo dal far calca presso il ministro 
con le umili affannose premure di quei tali, che Dante descrive, 
in uno dei canti del mistico inesauribile poema, il VI del 
« Purgatorio », d'attorno al vincitore del giuoco della zara... 
Avrei inteso perciò, e intenderei, che il Governo avesse già 
bello e pronto tutto quanto il lavoro, e altro non chiedesse 
se non la facoltà di pubblicar la riforma immediatamente dopo 
la promulgazione della legge. Ma non intendo che il lavoro, per- 
ché a mala pena iniziato, possa, a piacere del Governo, or che 
il campo è messo a rumore, or che siamo alla vigilia delle ele- 
zioni generali politiche, stentatamente trascinarsi per tutto l'anno. 

E dico: alla vigilia delle elezioni generali politiche; non perché 
dia importanza alla cosa, tutt'altro!, ma solo per rammentare 
alla Camera, a semplice titolo di ricordo storico parlamentare, 
che la Commissione del 1865, incaricata di riferire sul disegno 
di legge per la unificazione legislativa, e composta dei deputati 
Greco, Baldacchini, Basile, Silvani, Pisanelli, CepoUa, De Fi- 
lippo, Mari e Mancini, negò unanime il suo voto alla facoltà 



LA RIDUZIONE DELLE PRETURE 259 

di rivedere la circoscrizione giudiziaria, non già per poca fiducia 
verso il Governo, ma per il dovuto rispetto verso il corpo eletto- 
rale e la Camera futura. Voleva fosse rimandata ad altro tempo, 
sia perché, « essendo prossime le elezioni generali, sarebbe pos- 
sibile si usufruttassero le concessioni fatte al Governo e come 
arma di lotta e come argomento di discredito contro il risultato 
delle elezioni medesime », sia anche perché « le nuove circo- 
scrizioni non potrebbero essere recate in atto se non dopo lo 
spazio di parecchi mesi, e il Governo per ciò verrebbe ad 
usare de' poteri, che ci domanda, quando assai probabilmente 
esso si troverebbe al cospetto di una Camera nuova ». Come 
siam lontani dalle delicate sfumature di una volta! 

Parecchi mesi e Camera nuova: è precisamente il caso nostro, 
con questo dì più, che oggi attraversiamo, dopo non pochi anni 
di dolce improvvido dormiveglia, una gravissima crisi agricola 
e monetaria... Tutto un anno di esitazione, e le elezioni generali 
in vista, da un lato; dall'altro, il paese già tanto invelenito, 
che paventa inevitabile il sacrificio di nuovi dazi e di nuove 
imposte: e noi, onorevoli colleghi, noi creiamo, con tanta sicu- 
rezza del fatto nostro, una nuova causa di soggezione per noi, 
una nuova macchina di tortura per i nostri elettori! È politico, 
è serio, a nome del senso della realtà, il buon senso comune, 
che il mondo afferma dote e retaggio di noi italiani, seminare 
nuovi germi di malcontento, suscitare o risuscitare speranze folli 
e vane, fomentare vecchi rancori e antiche gelosie, aizzare, in- 
somma, gli uni contro gli altri? Oggi, a questi chiari di luna? 

In verità, quando penso ai nuovi affanni, che volontariamente, 
senz' alcuna ragione, diamo a noi stessi e ai nostri elettori, non 
so resistere al dubbio che gravissime ragioni, le quali sfuggono 
al mio intelletto, debbano suffragare il disegno di legge' che ora 
ci sta dinnanzi. Epperò, credetemi, sarò tutto intento ai vostri 
discorsi, col proposito fermo di confessare, ove cosi sia, il 
mio torto. 

Ma se i vostri discorsi, come temo, non mi potranno dimo- 
strare che sia una riforma anodina l'abolizione di seicento 



26o IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

preture, voterò contro il disegno di legge senza esitazione e 
senza rammarico, nonostante il nome, caro a me non meno 
che a voi tutti, dell'onorevole Zanardelli, il quale, e me ne 
spiace, rappresenta questa volta, in quest'aula, l'efficacia più 
forte che si possa immaginare: quella di un nome, che da sé 
solo tolga via dagli animi il coraggio, fino il pensiero della 
opposizione, e imponga alla grande maggioranza prima il silen- 
zio, poi il voto dell'urna. 

Alta e meritata, quant'altra mai, è l'autorità morale dell'ono- 
revole Zanardelli, perché egli rappresenta, per tutti noi, il 
rispetto più rigido alla coscienza dei magistrati; autorità mo- 
rale, dico io, non forza politica, come piacque dire al primo 
magistrato del regno, qui in Roma, or è un mese, nello inau- 
gurare il nuovo anno giudiziario.... 

Ma oggi più che l'uso, mi permetta l'onorevole ministro, è 
l'abuso di autorità morale che assicura qui dentro le sorti del 
disegno di legge. Non mai perciò come oggi, onorevoli colleghi, 
io mi trovo sereno e tranquillo nel rifiutare il voto a questa 
sua proposta di legge {Bravo! Benissimo! — Vive approva- 
zioni — Molti deputati vanno a stringere la mano all'oratore). 



NB. — La LEGGE 30 MARZO 1890 autorizzò il Governo a diminuire il 
numero delle preture, stabilendo che « il numero de' mandamenti risul- 
tanti dalla nuova circoscrizione non potesse essere inferiore a' due terzi 
di quelli esistenti » . Il Governo intendeva sopprimerne 600; ma per le 
difficoltà pratiche, sorte nell'applicazione, si limitò a 273, e con legge 
18 LUGLIO 1904, mentre riduceva di 150 il ruolo organico dei pretori, cosi 
che alle preture rimaste prive di titolari bisognasse poi supplire « me- 
diante pretori di altri mandamenti dello stesso distretto » , assumeva ob- 
bligo di presentare fra sei mesi al Parlamento un disegno di legge per la 
istituzione delle « sezioni di pretura » , là dove « per il numero degli affari 
e per le condizioni de' luoghi fosse riconosciuta la necessità di una magi- 
stratura locale ». Di qui la legge 14 luglio 1907, il cui effetto sarà quello 
di istituir sezioni, e per un numero non inferiore al centinaio, « prefe- 
ribilmente in que' comuni già sedi di mandamento », ne' quali le preture, 
al 1890, vennero soppresse. 



i 



XII. 

IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 

(30 ottobre e 5 dicembre 1890) 



1 



Agli elettori del primo Collegio di Basilicata 



Napoli, 30 ottobre 1890. 

Chiedo — ancora una volta — il vostro suffragio, in un mo- 
mento che mi sembra assai più difficile a definire che a risolvere. 

Io non disdico il mio passato, che non ebbe inni, prima, e con- 
tumelie, poi, per Francesco Crispi, — venuto a capo del Governo. 
Pure approvando il fine generale della politica estera, che a parer 
mio ci ha assicurato la pace, e pure accettando l'indirizzo della 
legislazione, che nel più de' casi s' informò al princìpio, da me 
sempre favorito, di una più larga tutela sociale da parte dello Stato, 
— non mai come negli ultimi quattro anni ho creduto disporre 
più liberamente del voto, nel dar giudizio dell'azione governa- 
tiva e de' singoli disegni di legge. Non avendo mancato a nessun 
appello nominale, voi avete potuto formarvi un esatto concetto 
di me, durante la decimasesta Legislatura. Certo, non avrete di- 
menticato che più volte io fui della Minoranza, dichiarandomi sia 
a favore del voto universale per le elezioni comunali e della 
nomina elettiva de' sindaci, sia contro la gabella sul grano, la 
legge limitatrice della emigrazione, l'istituto dell'ammonizione, 
la Cassazione unica in materia penale e la riduzione delle preture. 
Nella tornata del 9 dicembre 1887 fui tra' pochissimi che invano 
si opposero alla creazione, incostituzionalmente arbitraria, di nuovi 
dicasteri, e in quella del 21 marzo del corrente anno tra' pochi 
che invano contraddissero, su la dimanda a procedere in giudizio 
contro il deputato Andrea Costa, ogni interpretazione politicamente 
restrittiva dell'articolo 45 dello Statuto. 

Dopo un decennio di vero incantesimo ottimista, che distrasse 
tutti. Governo e governati, e, tra questi, anche coloro che al 
pari di me non videro già tutto roseo, e su' quali, per ciò, ricade 



264 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

ora maggiormente l'obbligo di fare ammenda, non solo incul- 
cando l'esercizio, ma dando il più severo esempio della mode- 
razione; dopo un decennio di inconsiderate larghezze da parte 
cosi de' poteri pubblici come delle private attività, eccoci, non 
appena caduto il velo e riapparsa la realtà, a chiedere in coro 
un taumaturgico nuovo ordine di cose, che faccia capo, contem- 
poraneamente, alla immediata riduzione delle imposte 
prediali e delle spese militari... Or questo io non credo 
possibile, perché giudico letteralmente impossibile un improvviso 
radicale mutamento della politica italiana: — mancherei a un do- 
vere di lealtà, se nascondessi a voi il mio pensiero. Io credo che 
nel bivio in cui siamo, i nostri sforzi debbano tendere soltanto ad 
assicurare al paese una più rigida amministrazione e a garantirlo 
da qualunque maggiore spesa non necessaria. La parsimonia e il 
raccoglimento in tutta quanta la vita dello Stato sono in grado, 
a parer mio, di darci tuttora il modo di uscire, con dignità e con 
fermezza, dal presente disagio della finanza e della economia na- 
zionale. Qualunque più lieta e pronta soluzione io facessi sfol- 
gorare agli occhi de' miei comprovinciali, offesi particolarmente e 
danneggiati, in questi ultimi anni, dall'abuso del credito, non 
sarebbe, per parte mia, se non una menzogna, e non servirebbe 
se non a fomentare maggiori e più pericolose illusioni. La verità, 
come a me si mostra, è questa; e, del resto, è bene rammentare, 
oggi più che mai, che non senza una grande austerità potè essere 
innalzato e, — costi quel che vuole costare, — dev'essere raffer- 
mato l'edifizio dell'unità della patria. 

Posso ingannarmi; ma le mie convinzioni, frutto di studio se- 
reno, non so nascondere a voi, anche quando vi riescano poco 
accette. Alla vita politica non sono legato da vanità né da inte- 
ressi. Voi che della mia buona fede non potete dubitare, giudi- 
cate impersonalmente la regola che ho seguita, l'opera che ho 
prestata; e del giudizio vostro puramente obbiettivo, quale che 
possa essere, fin da ora io mi dichiaro sodisfatto. 

Giustino Fortunato. 



I 



Discorso pronunziato a Potenza, il 5 dicembre del 1890. 



Signori! — Mi ascrivo ad onore l'essere nuovamente tra voi 
nella sede del collegio, nella città capoluogo della nostra ca- 
rissima provincia: e di qui, prima di muovere per la Camera, 
poter inviare, come già feci altra volta, a tutti indistintamente 
i comuni della circoscrizione elettorale un saluto che parte 
dal cuore. È un saluto della più schietta riconoscenza da parte 
mia, perchè altro diritto io non ho all'amicizia de' miei elettori 
se non un affetto senza limite al bene pubblico, cui purtroppo 
non corrisponde, nonostante il buon volere, l'efficacia del- 
l'opera. Mi conforta il pensiero che all'opera, qualunque essa 
sia, io ho dato sempre tutto me stesso, ed oggi, dopo un 
decennio, di nulla mi faccia rimprovero la coscienza, sia come 
uomo pubblico, sia come privato cittadino. Né qui sarei il 
giorno dopo la battaglia, se anche una volta non sentissi di 
potere serenamente levare il viso, e a tutti sicuramente poter 
rispondere della mia condotta durante il periodo elettorale. In 
verità, è assai penoso il riuscire a veder chiaro in questo vero 
enigma, che si chiama lo scrutinio di lista, cui io mi ostino ad 
ascrivere non poca parte dei mali della presente vita parla- 
mentare: or che tanti lo dicono condannato dalla pubblica opi- 
nione. Ma in me ogni dubbiezza sparve dall'animo alla prima 
convocazione de' comizi; che non appena venne fuori l'annunzio 
della rinuncia, per motivi di salute, del mio amico Giuseppe 
Plàstino, a cui mi lega tutta una vita di pensiero e di azione, 
io non esitai un istante, come era dover mio, a dichiarare 
a' conterranei il fermo proposito di rimanere estraneo alla 



266 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

lotta: proposito, che so di avere lealmente osservato, anche 
quando, all'ora novissima, sorse inattesa la candidatura di Flo- 
riano Del Zio, il quale non ignora quale e quanta sia la filiale 
mia devozione per lui. Fui dunque, come vi è noto, affatto 
neutrale: ma dalla più stretta neutralità, per l'appunto, io ripeto 
oggi, anche meglio che per lo innanzi, il diritto di rivolgermi 
con tutta serenità, dalla città vostra, a tutti gli elettori del col- 
legio, senza distinzioni di sorta; e tutti a un modo, fautori od 
avversari della vigilia, ringraziare, ospite vostro, della bene- 
volenza loro a mio riguardo. 



E parlando a voi, io colgo assai di buon grado l'occasione 
che mi si offre, per esporre pubblicamente l'animo mio, prima 
che abbia inizio la nuova Legislatura. 

Non vi aspettate un discorso politico, nel vero senso della pa- 
rola. Non ho l'autorità che occorre; e, d'altra parte, dopo quanto 
avete letto od ascoltato in questi ultimi trenta giorni, ricchi di pro- 
grammi e più ricchi di discorsi, io non saprei né potrei ripetere 
a voi cosa, che non fosse mèra accademia di parole. 

Io intendo contenere il mio dire nella nota dominante de' co- 
mizi elettorali, — l'eco di quel disagio economico, che affligge 
da qualche anno il paese: dolorosissima nota, che per tutta la 
penisola, dove più dove meno, si è imposta ad ogni altra nel 
tumulto della battaglia. Non ci è sembrato forse come destarci 
da un lungo sonno, riaprendo gli occhi alla obliata realtà delle 
cose? non sentiamo tutti una vaga inquietudine, presaga di tristi 
eventi, che credevamo scongiurati per sempre? 

Ma ciò facendo, io devo astrarre cosi dalle circostanze come 
dalle recriminazioni della politica parlamentare, non credendo 
sia questa l'ora propizia alle giuste recriminazioni, — né io vo- 
glio spaziare per le generali, non avendone le forze e il tempo: 
preferisco contenere il discorso ne' limiti della nostra provin- 
cia, perché se di tutta l'Italia il Mezzogiorno è quello che 
più soffre, tutte le miserie e tutti i bisogni del Mezzogiorno 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 267 

agricolo raggiungono qui, in Basilicata, il più alto grado di in- 
tensità patologica, ne sono come lo specchio, ed offrono allo 
studioso sia le cause sia gli effetti del generale suo abban- 
dono. Preferisco dunque restringermi alla nostra provincia, e 
delle querele e delle speranze de' conterranei far l'analisi più 
esatta, per quanto laconica, io mi sappia. Quale e quanto è 
il male che ci tormenta? quanta parte di vero, quanta esage- 
razione è nel grido che ci erompe dall'animo? quale la nostra 
responsabilità, quale l'altrui nel danno di cui soffriamo? fino 
a che termine ci è dato attendere salute da un diverso av- 
viamento della politica, e fino a che punto cotesta politica è 
essa stessa fatalmente determinata dal supremo interesse della 
esistenza nazionale? 

Perché, o signori, me non abbatte lo stato difficile in cui 
versa la provincia, già naturalmente tra le meno fortunate della 
penisola: non ho la benda agli occhi, e so pienamente del grave 
periodo che attraversiamo; conosco, cioè, a dir tutto in poche 
parole, che la ragione d'incremento della ricchezza pubblica è 
qui scemata notevolmente, da qualche anno, ben più che in 
molte province contermini. Me abbattono le illusioni che nu- 
triamo su le cause e la essenza stessa del male, non essendovi 
niente di più pericoloso, in questioni cosi fatte, del difetto, an- 
che involontario, di cognizione. E non è da popoli liberi, non 
è da popoli forti mendicare inganni per il passato, e vaneggiare 
per l'avvenire in cerca di una mèta, che non sappiamo noi stessi 
additare né discernere. Guardiamola in faccia, cosi com'è, la 
nuda parte di verità, che si riferisce a noi e alle cose nostre; 
guardiamola in viso, senza paure, la sfinge silenziosa: e cer- 
chiamo, se possibile, di strapparle il segreto, che solo può aprire 
agli animi nostri orizzonti meno foschi e sospetti. 

E il vero è che su parte notevole della nostra proprietà fon- 
diaria incombe la mole di un debito enorme: basti dire che tra 
sole iscrizioni ipotecarie fruttifere e soli titoli di debito cambiario, 
esso è già di circa cento milioni di lire ! Quale maraviglia che 
il bisogno aduggi ormai molti dei nostri possidenti, e il loro 



268 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

malessere si rifletta su tutti noi tanto più generale quanto più 
esclusivamente agricola è la regione? 

Il debito: ecco l'incubo che sovrasta alla vita economica 
locale, di cui è utile brevemente indagare la origine. Cono- 
sciute le cagioni, ci sarà facile, io spero, liberare il campo dai 
preconcetti che turbano il sereno criterio della discussione. 

Giova premettere che noi non abbiamo a deplorare di avere, 
intempestivamente, consumato capitali in una o più trasforma- 
zioni di colture agrarie, com'è avvenuto, e su larga scala, al- 
trove. La nostra agricoltura è stata ed è stazionaria da cento 
anni in qua, essendo in essa prevalsa, e prevalendovi tuttora, 
la coltura dei cereali, alla quale, com'è noto, occorre un mi- 
nimo di spesa, che si compendia nella mano d'opera dei con- 
tadini fittavoli; cosi che gli operai a giornata, quasi non trovando 
da vivere, han ripreso, — fortunatamente secondo me, sfortuna- 
tamente a parer di coloro cui forse non sembra abbastanza ma- 
gro il presente salario di fame, che è cresciuto del due appena 
per cento da trent'anni in qua, — il primitivo moto migratorio 
dell'antica razza sabellica. L'impiego dunque del danaro in in- 
dustrie agrarie più costose non è possibile sia da noi accam- 
pato, come fanno con ragione i pugliesi, a motivo del disagio. 

E neppure ci è dato attribuir tutto o quasi tutto il male al 
deprezzamento, durante l'ultimo settennio, del frumento e degli 
altri cereali, che ha scemato, — senza dubbio crudamente e im- 
provvisamente, — il valor netto del nostro prodotto principale. 
Il debito, in grandissima parte, preesisteva alla crisi, la quale 
rincrudì la piaga che gli anni dell'abbondanza non avevan sa- 
puta guarire, — come, del resto, alla crisi stessa preesisteva, in 
proporzioni di poco meno gravi, la emigrazione dei nostri brac- 
cianti per le Americhe: e non prima né dopo quel rinvilio, 
giova rammentare, avvenne mai riduzione di sorta nei fitti agrari, 
i cui patti io mi auguro, nell'interesse dei lavoratori della terra, 
di vedere un giorno governati da leggi speciali, deroganti alle 
assolute non eque disposizioni del Codice civile. 

Rimangono le imposte, contro cui più acute e generali si 
levano le doglianze de' contribuenti, per alcuni de' quali è 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 269 

dogma che i maggiori pesi colpiscano, fino ad esserne op- 
pressa', la proprietà fondiaria. Or noi italiani siamo certamente 
i più tassati fra tutti i popoli d'Europa, perché l'unità della 
patria, bene supremo e inestimabile, ci è costata più danaro 
che sangue; e, fra tutti gl'italiani, i più gravati senza dubbio 
siamo noi del Mezzogiorno: ma, per ciò appunto, è dovere di 
coscienza non esagerare le tinte del quadro, — oggi che ci è 
forza contener l'animo da alcun moto che lo irriti... In numeri 
tondi, la provincia paga annualmente all'erario nove milioni e 
mezzo di lire, di cui poco men che due per la imposta su' 
fondi rustici, la quale, è giusto avvertire, oggi ancora è pari 
alla cifra di venti anni addietro e, per la recente abolizione de' 
due decimi di guerra, è già di trecento e più mila lire inferiore 
a quella del quinquennio scorso. Un altro milione e mezzo, è 
vero, danno alle casse della provincia e dei comuni i terreni. 
Ma possiamo noi chiedere, senza taccia di voler fare del socialismo 
a rovescio, una seconda falcidia della imposta fondiaria, finché 
la cifra de' versamenti erariali e comunali per le tasse di con- 
sumo, qui in Basilicata, ascende a più di quattro milioni di lire? 
possiamo addirittura gridare allo scandalo, e del debito dar la 
colpa esclusiva alla imposta, se la quota per ogni abitante de' 
contributi erariali, che è del trentuno per tutto il Regno, è del 
diciassette per la nostra provincia; se, quel che è più, le province 
meno fertili di Sicilia e di Sardegna, a pari condizioni, pagano 
certamente non meno della nostra? L'inasprimento del sistema 
fiscale, l'alto saggio, specialmente, delle tasse su gli affari e la ric- 
chezza mobile hanno, senza dubbio, assottigliato il margine delle 
economie private; ma non essi ci hanno condannati alla immobi- 
lità, o, peggio, ingoiato l'incremento delle entrate familiari. 
Chi dicesse che la scala ascendente della imposta abbia fra noi, 
dal '60 ad oggi, superata la misura progressiva della rendita, 
affermerebbe cosa innegabilmente non esatta. 

Lasciamo una volta di andar errando a capriccio, e con franca 
parola diamo causa del male alla schietta realtà delle cose. 

E la realtà è che anche prima del '60 il bisogno premeva 
già su non poca parte della nostra proprietà fondiaria. In 



270 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

quell'epoca la provincia non aveva quasi comunicazioni e con 
l'unico centro di consumo da un lato, che era Napoli, e con 
l'unico centro di esportazione dall'altro, che era Barletta; vivendo 
perciò tutta chiusa in sé stessa, e non potendo esitare i prodotti, 
scarsissima ne era la rendita e vilissimi i prezzi del mercato, 
non sempre bastevoli al pagamento de' canoni di origine feu- 
dale, per via de' quali era sorta fra noi, durante il primo ven- 
tennio del secolo, la presente borghesia territoriale. Co' nuovi 
ordinamenti di libertà politica e commerciale d'un tratto fu 
mutata la sorte della nostra vita economica, e, checché si af- 
fermi in contrario, l'ambiente di casa nostra, per effetto della 
varia attività di questi ultimi trent'anni, oggi è rinnovato, com'è 
senza dubbio progredita, meno nella intensità che nella esten- 
sione, la nostra agricoltura. Ma il rinnovamento e il pro- 
gresso, per cause molteplici, non sempre né ovunque furono 
bastevoli, tra noi, alle condizioni finanziarie di un gran numero 
de' possedenti. 

Il brigantaggio innanzi tutto, succeduto alla Rivoluzione, e 
durante il quale parve sospeso finanche ogni alito di civiltà, si 
tradusse, a conti fatti, in una perdita notevole di rendita fondiaria. 

Seguiva intanto quel periodo singolarissimo, durato fino al 
1882, del movimento ascendente nei prezzi de' cereali, che non 
piacque al fato fosse stato per noi cosi scevro di danni e di pe- 
ricoli come fu per tutta Italia ricco di illusioni e di speranze. 
Dapprima la guerra di secessione degli Stati Uniti di America, 
poi la invasione della Francia da parte degli eserciti della Ger- 
mania, diedero ansa in Italia alla produzione agraria in gene- 
rale, a quella del frumento in particolare; il moto si estese 
rapidamente a tutta la penisola, e nel Mezzogiorno, anche più 
che altrove, presto si die' mano su larga scala al dissodamento 
di terre non tutte atte alla coltura de' cereali, ossia, non rimu- 
nerative se non a patto della durata di que' prezzi elevatissimi, 
de' quali non si era avuto esempio se non nelle annate di care- 
stia. Ma nel Mezzogiorno, purtroppo, i larghi guadagni, già 
non abbastanza larghi per lo scarso traffico della viabilità, non 
condussero a un aumento di risparmi, e quindi di capitale, meno 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 271 

per le cresciute spese di nuove consuetudini di vita, quanto 
per gli avidi acquisti dì beni demaniali ed ecclesiastici, gettati 
d'un tratto sul mercato del Mezzogiorno (della sola provincia, 
per un valor venale di poco inferiore a' venti milioni di lire), 
e a cui spinse d'ogni parte il pericoloso inganno dei pagamenti 
a lunghe rate annuali; che l'interesse del debito contratto, non 
mai inferiore al sei per cento, fu sempre di un saggio normal- 
mente più alto del frutto della terra, né mai il gran numero degli 
acquirenti fu in grado di poter pagare le quote di ammortamento 
col reddito de' precedenti loro patrimoni. Il conto fu saldato a 
disavanzo, e il disavanzo coperto dalle agevolezze, insperate e 
insperabili, del credito. 

Era avvenuto nel frattempo, dietro le angustie della finanza 
dello Stato, il fenomeno necessario di una cattiva circolazione 
monetaria, che aveva indotto gl'Istituti di emissione ad aprir 
sedi e succursali anche in luoghi, ove prima non era scambio 
né funzione di credito. La Banca Nazionale e il Banco di Napoli, 
trapiantandosi qui come da per tutto, perché da per tutto ebbero 
bisogno di mettere in circolazione la carta di cui abbondavano, 
anche qui facilitarono fuor di misura gli sconti, e anche qui 
accarezzarono la funesta illusione della cambiale, non più 
semplice espressione di affari commerciali, ma stru- 
mento di credito per obbligazioni dì carattere immobi- 
liare. Cosi l'intervento degl'Istituti di emissione turbò, fra noi, 
il valor naturale dell'industria agricola, e viziò — mediante l'uf- 
ficio di rappresentanza — sin la indole e il fine delle banche 
popolari, qui sorte ai danni della usura; favori, per conse- 
guenza, ì consumi improduttivi, e riducendo sempre più la 
capacità del risparmio, accrebbe di altrettanto la necessità asso- 
luta del debito per modo, che lo stesso esercizio del credito 
fondiario, utile per la conversione dei mutui ipotecari, non fu 
da ultimo, cosi per noi di Basilicata come per tutte le province 
del Mezzogiorno, se non un elemento perturbatore delle aziende 
domestiche, dappoiché servi alla estinzione d'impegni cambiari, 
i quali, se oculatamente contratti, avrebbero dovuto, a brevi 
scadenze, essere estinti con mezzi ordinari. 



272 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Dopo ciò, perché dolerci che la crisi ci abbia trovati impo- 
tenti e disadatti? Essa non ci riusciva, non doveva riuscirci 
impreveduta; già a lungo erano durate le occasioni propizie 
agli alti prezzi del ventennio! La méssa a coltura di una im- 
mensa fertilissima distesa nel lontano Oriente e nel lontano 
Occidente, insieme con l'uso di nuove macchine molto più atte 
all'economia dei trasporti marittimi, resero via via possibile, 
mediante una gran massa ognora disponibile di cereali, il sogno di 
soli pochi anni addietro: ossìa, la costituzione del mercato unico 
mondiale del frumento. Alle maggiori importazioni, e, quindi, 
alla forte riduzione dei prezzi, noi pure provvedemmo, come 
tutti gli Stati di Europa, con l'accrescere notevolmente il dazio 
doganale, portandolo a cinque lire per ogni quintale; — mi- 
sura, cui nonostante l'opposto volere della maggioranza dei 
conterranei, io negai il voto, — sia perché l'aumento artificiale 
del prezzo del grano può in parte privare le classi lavoratrici 
del benefizio inestimabile della buona alimentazione a buon 
mercato, sia anche perché il dazio, nella misura adottata, non 
può mai produrre tale un aumento di prezzo da rendere vera- 
mente rimunerativa la coltura del frumento in terre scadenti 
come le nostre. Ci siamo appigliati a uno di quei trovati del 
sistema protezionista, i quali, se possono tornare utili al bi- 
lancio dello Stato, nocciono allo sviluppo naturale della pro- 
duzione e del consumo, — essendo matematicamente provato, 
che la protezione non crea i capitali, li sposta. Perché, o si- 
gnori, io sono un vecchio impenitente fautore del libero scam- 
bio: uno di quegli ostinati peccatori, peri quali l'isolamento 
commerciale è la morte, il protezionismo il più vieto, il più 
intollerabile arbitrio nella coesistenza delle classi sociali. Né ho 
il rimorso di aver mai secondato — tra i colleghi della Ca- 
mera — il movimento protezionista delle province industriali 
dell'alta Italia, che trascinò seco, alla lunga, gli animi dei cor- 
regionari del Mezzogiorno. Gli scambi con la Francia, sotto il 
regime dei trattati di commercio, erano disciplinati, riguardo 
all'Italia, su la base della esportazione di prodotti agrari e della 
importazione di merci e di valuta metallica. Or noi meridionali, 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 273 

sedotti dal miraggio del dazio protettore del grano, ci lasciammo 
vincere (lo ha già osservato l'onorevole Giusso) dalle esage- 
rate pretese delle manifatture e delle fabbriche della valle del 
Po, e redigemmo, nel 1887, una tariffa cosi alta, che la Francia, 
non amica a noi, e travolta essa stessa dalla corrente del più 
cieco protezionismo, non consenti mai più a trattare sul fonda- 
mento di essa, — mostrandoci a più riprese, che è addirittura 
ingenuo voler ridurre gli altri ad accettare i patti che a noi con- 
vengano, senza che noi sottostiamo alle condizioni loro. Questa 
la verità vera, per quanto prosaica, intorno alla interruzione e 
alla rottura delle trattative commerciali con la Francia, onde da 
un lato si è arrestata la esportazione dei prodotti agricoli, dall'al- 
tro ci sono stati rimandati d'oltre Alpi i nostri titoli di debito, il 
cui ritorno ha cagionato, per la scarsezza improvvisa del capitale, 
le acerbe restrizioni da parte degl'Istituti di emissione. Costi- 
tuitosi, cosi, uno sbilancio permanente nei rapporti della nazione 
con l'estero, molti dei nostri affari han dovuto essere saldati in 
moneta contante, mediante l'esodo di quell'oro, che or sono dieci 
anni, a caro prezzo, raccogliemmo con la grande opera dell'abo- 
lizione del corso forzoso. 

Non devo rammentare a voi, che ne serbate fresca la me- 
moria, quanto sia stata dolorosa per tutto il Mezzogiorno la 
subitanea contrazione della moneta circolante, ossia, dei biglietti 
di banca, — originata dalla inevitabile riduzione degli sconti, che 
mise a mal partito le banche popolari, e diede la stura in molti 
comuni a clamorosi fallimenti. La nostra economia, già tanto 
indebolita, ebbe quel giorno l'estremo suo colpo, cui per caso 
concorse una serie non interrotta di cattivi ricolti: ma quel 
giorno appunto balenò agli occhi di tutti noi, volenti o no- 
lenti, il baratro in cui ci aveva piombati l'abuso cosi a lungo 
protratto, l'abuso più malsano del credito, — sorgente principale, 
se non unica, del maggior debito, che oggi gravita su tanta parte 
della nostra proprietà fondiaria. Né sembri eccessivo il mio 
giudizio. Per le sole operazioni ordinarie, nell'ultimo quinquen- 
nio, gl'introiti della nostra succursale del Banco di Napoli sono 
stati di molto superiori a quelli di tutte le altre succursali degli 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. i8 



274 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Abruzzi, de' Principati e delle Calabrie; hanno finanche su- 
perati gl'importi della ricca e vasta Terra di Lavoro. E non 
basta. Mentre l'ammontare de' depositi a risparmio, negli anni 
'87 e '88, segnò appena in Basilicata una quota per abitante del 
10,28, in paragone della media del Regno, che fu del 60,78, — 
in quello stesso biennio la quota delle anticipazioni degl'Istitut 
di emissione, per ogni nostro comprovinciale, rappresentò non 
meno del 3,63, di fronte alla media generale, che non andò ma 
oltre il 4,04. Queste cifre non hanno bisogno de' miei comenti.. 
Insomma, o m'inganno o è chiaro che il debito, qui in Ba 
silicata, non ha in sé stesso, come in Puglia, la potenzialità 
di risarcirsi, quando che sia, nella maggiore intensità della pro- 
duzione, per avere, negli anni dell'abbondanza, trasformate 
colture meno valide in colture più proficue. Qui è stato, pu- 
ramente e semplicemente, l'effetto di maggiori spese individuali, 
sostenute sia per estinguere obbligazioni antecedenti, sia per 
sodisfare nuovi bisogni, sia per accrescere i propri possessi: ciò 
che, data l'alta ragione del capitale preso in prestito, e la scarsa 
produttività del suolo, contiene in sé la ragione insuperabile di 
una tramutazione di fortune. Ammessa cotesta condizion di cose, 
il debito non rappresenta, cosi per la nostra provincia come per 
molte province contermini, se non una traslazione di una parte della 
terra, in un avvenire non molto lontano, dalle mani de' debitori in 
quelle dei creditori; onde già si avvera fra noi il fenomeno, essen- 
zialmente patologico, degl'Istituti di credito fondiario, i quali co- 
minciano ad amministrare direttamente le proprietà sequestrate: 
ultima forma della catastrofe, che più volte la storia della economia 
nazionale ha registrata, ed oggi si rinnova sotto veste del capi- 
tale bancario che liquidi, più o meno lentamente, la proprietà 
fondiaria. 

4- 

Di questa lunga vicenda di casi, che ho voluto, senza or- 
pello di parole, rammentare a voi, la nostra provincia, certa- 
mente, non potrà non risentirsi ancora per un pezzo. Provvedere 
al male, per una parte, è vano credere sia mai possibile: ma 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 275 

sarà possibile per la massima parte, — se da ora innanzi vor- 
remo attivamente secondare la virtù medicatrice del tempo e, 
sopra tutto, se dalla esperienza del passato sapremo oculata- 
mente trarre avviso per l'avvenire. Per questo verso, la indagine 
delle cause non è stata una ricerca oziosa e noiosa: è uno studio 
pratico di capitale importanza. 

E l'ammaestramento è, che non dobbiamo più oltre cullare 
la fantasia in disegni mal fondati di provvidenze legislative, del 
tutto speciali e confacentì al caso nostro. 

Ho letto in questi giorni, e ho inteso ripetere da più parti, 
conforme al desiderio già espresso dalle Società Agricole del 
mio Melfese e del Materano, che rimedio sovrano a' nostri danni 
impellenti sarebbe un ulteriore aumento del dazio doganale su 
la introduzione de' cereali esteri, .Ora, sebbene io per il primo 
riconosca, non senza rammarico, che il protezionismo, date in 
tutta Europa le vele al vento, ci obblighi ormai a turarci le 
orecchie agl'idilli della cattedra; sebbene anch'io, ormai, non 
creda né più utile né più valevole che si torni sui passi dati, 
e ammetta la presente necessità delle cose: pure giudico, e con 
la maggiore serenità dell'animo, che cotesto aumento non tor- 
nerebbe mai di vantaggio vero se non a' soli proprietari dei 
grandi poderi vallivi, mediante l'aumento del reddito fittuario 
a tutte spese de' consumatori. È bene avvertire che la misura, 
cui forse potremmo giungere, ossia, la più alta che esista in 
Europa, è quella di sette lire per quintale. Anche ammesso, 
in tal caso, che il dazio non torni assolutamente proibitivo, e 
non faccia quindi scemar di tanto la importazione da menomare 
notevolmente il provento della finanza, — è poi certo, io domando, 
che se pure l'aumento si riverberi tutto sul prezzo del genere, 
esso giovi a rialzare durevolmente le sorti di una coltura, che 
non è, che non può essere, per buona parte del nostro terri- 
torio, rimunerativa? Noi sappiamo che la media della nostra 
produzione granifera, escluse le plaghe del Jonio e dell'Ofanto, 
arriva appena a' cinque ettolitri per ettare, ed è vano credere 
possa mai andare oltre i sette; né ignoriamo che non è possi- 
bile, in tempi ordinari, sperare mai più un prezzo superiore 



276 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

alle ventidue lire per quintale, — e per ciò a nulla vale per- 
sistere nella semina di que' terreni, i quali non offrano, né 
siano in grado di offrire, assolutamente non meno di dodici 
ettolitri per ettare. E ciò, ripeto, nel solo interesse de' posses- 
sori della terra. Ma possiamo in cotesta questione, che si ri- 
ferisce agli alimenti di prima necessità, mettere del tutto in 
oblio l'interesse de' lavoratori, e prescinderne affatto, — noi, i 
cui contadini, tuttora cosi estranei alla vita politica, e cosi rosi 
tuttora dalla miseria, non hanno alcuna partecipanza alla pro- 
duzione, e non di altro si cibano, tutto l'anno, se non di pan 
nero asciutto? 

D'indole meno generale, ma, a parer mio, non meno fallace, 
è il rimedio che a noi, deputati di Basilicata, fu suggerito or 
è un anno, in occasione del disegno di legge per il nuovo Isti- 
tuto di credito fondiario, dalla Lega Agraria Lucana: il rimedio, 
cioè, di potere accordare a 'debitori morosi degli antichi Istituti 
di credito fondiario una dilazione da' tre a' cinque anni, eso- 
nerandoli nel frattempo dal corrispondere le rate pattuite, e 
obbligandoli a pagare su di esse non più che i semplici inte- 
ressi di mora. Com'è noto, io non volli condiscendere a cosi 
fatta domanda, quando venne sostenuta nella Camera: e devo 
soggiungere che sarei tuttora costretto a rifiutare l'adesione del 
mio voto, se essa, per caso, dovesse tornare in campo. Pur 
lasciando da parte ogni dubbio su la legittimità di un provve- 
dimento, che avrebbe senza dubbio carattere di odioso pri- 
vilegio, e pur tacendo del disordine e della disistima, in cui 
necessariamente cadrebbero le operazioni stesse e i titoli di cre- 
dito fondiario, che urge, in cambio, rialzare nella opinione 
pubbhca: quella proposta, all'atto pratico, si tradurrebbe in un 
aggravio sensibilissimo del bilancio dello Stato, perché non altri 
che lo Stato sarebbe in grado di compensare gl'Istituti del 
rinvio delle annualità, mercé le quali è reso il servizio delle 
cartelle in circolazione. Tanto varrebbe che lo Stato, senza met- 
tere i puntelli al fatto altrui, concorresse direttamente, col suo 
credito, a mitigare la gravezza della proprietà ipotecata, — come 
già avvenne in Ungheria ed oggi accade in Irlanda. Or noi 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 277 

abbiamo, si, di comune con la verde isola, che i durissimi rap- 
porti, i quali ivi corrono tra fittavoli e proprietari, siano qui, 
nelle province del Mezzogiorno, tra proprietari e Istituti di 
credito. Ma ogni altra analogia non è a noi lecita se non ce- 
dendo alla vana lusinga che il nostro Erario, al pari del Te- 
soro britannico, possa mai concedere in Italia a quella parte 
di proprietà rustica, la quale sia oberata di debiti, un qualunque 
sgravio diretto, un qualunque benefizio speciale che valga, come 
dicono efficacemente gl'inglesi, a «esonerare la terra». 

A noi, nonché una tanta opera, ci è inibito un ufficio ben 
più equo e più provvido, che pure, a titolo maggiore, è da 
molti ardentemente invocato, come già ardentemente fu espresso 
dal Comizio Agrario della . provincia: ci è inibito, cioè, il più 
modesto e salutare ufficio di alleviare il carico de' tributi, i 
quali si ripercuotono direttamente su la proprietà rustica. Non 
c'illudiamo, o signori. Se fossimo nella felice condizione di 
potere, dopo aver perequato il carico tributario fra una parte 
e l'altra della penisola a seconda della eff'ettiva loro ricchezza, 
alleggerire la soma della entrata, qualsisia riduzione non do- 
vrebbe mai, senza offesa della giustizia sociale, essere, per 
prima, indirizzata alla imposta fondiaria. Abbiamo un bilancio, 
nel quale i dazi d'ogni specie su' consumi, le cui aliquote 
sono tra le più alte del mondo, figurano per circa 650 mi- 
lioni di lire; un bilancio, che pesa duramente, come nessun 
altro in Europa, su' generi alimentari di prima necessità, col- 
piti per ogni verso tanto alle dogane dello Stato quanto alle 
barriere comunali o alla minuta vendita delle campagne; un 
bilancio, cui il sale dà oltre 60 milioni di lire, e il lotto, vergo- 
gna di un Governo civile, porta via poco meno di 80! Certo, 
la proprietà rustica in Italia giace tutt'altro che sopra un letto 
di rose; è gravata in una misura di poco inferiore soltanto a 
quella dell' Austria, e va carica di tasse di trasmissione il cui 
saggio non cede appena se non a quello elevatissimo della 
Francia, e le quali offendono, in modo speciale, la piccola pos- 
sidenza di montagna, tutta quanta la possidenza del Mezzogiorno 
oberata d'ipoteche. Ma è pur certo che a torto essa si rammarica 



278 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

di avere assoluto il primato nella scala della contribuenza, an- 
che non considerando che la imposta fondiaria, poiché poggia 
su la rendita e non sul profitto, torna di minor danno all'in- 
cremento della economia pubblica di tutti quei tributi, i quali 
abbiano più diretta e sicura efficacia su la produzione gene- 
rale. Senza dubbio, sarebbe oggi follia voler chiedere, co- 
munque, nuovi sacrifizi alla terra. Ma non è men vero che 
qualora noi potessimo, con frutto, esaminare il problema della 
incidenza, dovremmo avvederci, non senza rossore, che di fronte 
a noi non vi ha paese ove le classi popolari sopportino mag- 
giori oneri, e ove il sistema di tassazione recida il salario del- 
l'operaio più che il provento del capitalista e del proprietario: 
che il nostro bilancio è costituito in modo, dall'ingranaggio 
dell'amministrazione e dai metodi di accertamento, che i pesi 
maggiori sono a carico dei più piccoli e i maggiori benefizi 
a vantaggio dei più grandi, cosi che i potenti possono sfug- 
gire facilmente a certi aggravi cui difficilmente è dato ai deboli 
di potere sottrarsi. Ora è un decennio noi tentammo, nell' in- 
teresse dei lavoratori, mediante l'abolizione del macinato, una 
grande trasformazione tributaria, che parve dovesse preludere 
all'èra nuova della finanza democratica italiana. Ma dovemmo 
subito arrestarci su quella via, condannati alla immobilità dalla 
rigidezza del bilancio della spesa, che è tuttora il crucio e 
il segreto del nostro avvenire; né altri ci può dire quando e 
come suonerà l'ora di ripigliare il cammino cosi presto inter- 
rotto. Prima o poi che avvenga, è bene convincere noi stessi, 
senza esitazione, che nessuna riduzione o trasformazione d'im- 
poste sarà mai possibile, in un regime libero come il nostro, 
se non avrà per fine principale quello di alleviare le classi più 
numerose e sofferenti, che sono state emancipate nel progresso 
dei tempi, — creando loro un ambiente di giustizia e di benessere, 
che le renda sorde ai nemici delle nostre istituzioni politiche e 
sociali. Solo mantenendo fede ai principi dell'eguaglianza civile, 
noi potremo riaffermare, nell'unanime consenso delle plebi, la 
compagine e la saldezza della vita nazionale. Tutto il resto è vuoto 
artificio di parole, che avvelena l'animo e perturba la mente. 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 279 

E qui, dopo la esposizione cosi arida della realtà, che ci 
lascia pensosi, voi, io credo, vorrete infine io dica se e quanto 
ci sia da sperare nelle sorti avvenire. 

Ebbene, non io ho mai disperato, non io dispero di noi, se, 
come ho detto, sapremo riaverci, con animo virile, nelle energie 
di una volta, e raccoglierci, senza recriminazioni e senza scorag- 
giamenti, nella cura di noi stessi. Dando uno sguardo alla no- 
stra produzione agricola, come ci viene indicata dal Miraglia, 
che onora noi, suoi conterranei, nell'amministrazione dello Stato, 
l'animo mio si ridesta alla fiducia; che, a parer suo, il ricolto 
medio dei cereali e del vino, qui in Basilicata, va calcolato al 
lordo ad annui sessantasette milioni, e a due altri è computato in 
media l'annuo prodotto lordo del bestiame e delle terre boschive. 
Abbiamo cosi, tutt* insieme, sessantanove milioni di lire, di fronte 
ai quali la quota di interessi e di ammortamento di tutto il passivo, 
che preme su la proprietà, e che, nella peggiore delle ipotesi, 
compreso il debito chirografario, non è oltre i centodieci mi- 
lioni, rappresenta, secondo il calcolo più rigido, l'ottavo delle 
entrate lorde generali: grave carico, senza dubbio, e grave 
impedimento ai passi nostri ; ma non tale da abbattere i cuori 
e chiuderli ad ogni sentimento di conforto, — quando anche 
non si pensi che le nostre Casse di risparmio hanno depositi 
per quasi tre milioni e mezzo di lire, la nostra Tesoreria pro- 
vinciale paga al netto ogni anno, per frutti del debito pubblico, 
1.400.000 lire, cui risponde, naturalmente, un capitale di trenta 
milioni. 

Produrre più, consumare meno, risparmiare molto: 
ecco il fine a cui ci spinge la serena conoscenza del problema 
economico del Mezzogiorno, ed ecco l'opera che fortunatamente 
le forze della provincia, pure stremate come sono, ci permettono 
di compiere, solo che a noi non manchi la serietà, la perseve- 
ranza dei propositi. 

Torniamo all'antico, memori della virtù dei nostri avi, i 
quali non usavano confidare se non in sé stessi e nella ga- 
gliardia del loro carattere, perché sapevano, più e meglio che 
noi, di avere purtroppo a che fare con una terra tutt 'altro che 



28o IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

benigna, una terra che non tollera l'ozio e non concede agi 
né riposo ai suoi coltivatori! Siamo, è bene non dimenti- 
carlo, in una zona tra le meno feraci per difficili condizioni 
telluriche e climatologiche, tra le meno propizie per aspre acci- 
dentalità oro-idrografiche, le quali, dopo la Sardegna e la Ma- 
remma, han reso e rendono la Basilicata, fra tutte le province 
italiane, la più scarsa di abitatori : una provincia da' monti brulli 
e dalle campagne deserte, su cui regna inaccessibile la malaria 
— immane sciagura di quasi tutto il Mezzogiorno, ove malaria, 
latifondo, feudo e demanio furono e sono termini correla- 
tivi, — e il cui problema, per ciò, fu ed è quello, principalmente, 
di un flagello, connaturale a terre poco permeabili in climi caldi ; 
un problema scientificamente tuttora oscuro, che invano la mito- 
logia de' progenitori finse di avere sciolto, facendone una delle 
fatiche di Ercole, — ma a cui noi, più felici di loro, potremmo 
intanto empiricamente avvicinarci col rendere di mite prezzo 
l'acquisto del chinino, creato monopolio di Stato... Si, torniamo 
all'antico, e ripigliamo ancora una volta a contrastare l'eccessivo 
uso delle graminacee su tutte le colture arboree più conformi 
alla nostra agronomia, rinverdendo in cambio le domestiche 
tradizioni della pastorizia, e rinnovando i pascoli, i boschi di 
alto fusto, le selve cedue, — quelle 

aspre selve solinghe, orride e meste, 

che due secoli fa Giambattista Vico, dal Cilento, vedeva stendersi 
da un mare all'altro della Lucania, e delle quali, sconsigliata- 
mente, negli ultimi cinquant'anni abbiamo spogliato le mobili 
pendici del nostro Appennino... Torniamo all'antico, ma con 
animo — perché no? — anche moralmente più consapevole, non 
pure degli avi, ma de' padri nostri ! Se non è serio parlare più 
delle « risorse maravigliose » e delle « innumerevoli energie la- 
tenti » della terra meridionale, cosi come il Mantegazza ha poco 
fa scritto della Sardegna, attribuendole nientemeno che « una 
ricchezza senza confine », sarebbe supremamente incivile far 
tuttora mostra d'ignorare, che la terra meridionale, più che 
sterile, è esaurita, dacché per secoli la nostra economia agraria 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 281 

si è fondata su lo sfruttamento, meno del suolo, che del colti- 
vatore, e la produzione fu ed è dovuta più all'opera del lavoro 
che al contributo del capitale: esempio classico, e recentissimo, 
qui, al confine orientale della provincia, i larghi impianti di 
vigneti nelle Puglie, mediante contratti a miglioria con i coloni, 
le cui sudate speranze sono state interamente deluse dalla so- 
pravvenuta crisi del vino. Or non è possibile, no, durare più 
a lungo cosi, senza dar giusto motivo di ragione alla teoria di 
Carlo Marx; non è possibile che la grande maggioranza della 
classe, la quale dispone della coltura del suolo, dimentichi più 
oltre i nuovi doveri che le incombono, quelli, cioè, di con- 
temperare, con anticipazioni di capitali ed una maggiore parte- 
cipazione de' lavoratori a' frutti della terra, il vieto concetto 
della proprietà fondiaria con quello affatto moderno della utilità 
sociale... Certo, non tutti singolarmente potremo sopravvivere 
alle vicende riparatrici della lotta che dovremo sostenere; ma 
la provincia, ho fede, sarà in grado di uscir vittoriosa dal ci- 
mento, e l'agricoltura ripigliare, durabilmente, lena e vigore. 

Perché è tuttora a noi possibile produrre più, sostituendo al 
fitto, su più larga scala, la coltivazione diretta per parte del 
proprietario, — frenando la emigrazione col solo mezzo onesto 
che ci sia concesso, ossia, con l'adozione di patti colonici 
meno disumani, — e supplendo, col più intenso assiduo studio, 
alle tante perdite subite negli anni scorsi. Tuttora è a noi 
dato consumare meno, se lesinando su le maggiori spese, più 
spesso ci ricorderemo delle dure quaresime, nonché degli avi, 
de' padri nostri, che troppo abbiamo dimenticate, e impareremo 
un po' più a vivere la vita libera de' campi, che tanto abbiamo 
trascurata. E tuttora molto sarà a noi lecito risparmiare quel 
giorno, in cui, perduta la memoria de' facili incitamenti delle 
banche e degl'istituti di credito, noi rammenteremo, che sola 
origine del capitale è la sudata economia individuale, sola in- 
stituzione di previdenza, in paesi come i nostri, è la Cassa di 
risparmio. — Questo il compito che ci spetta, questa la salute 
che ci si offre, nel momento difficilissimo in cui siamo: e pure 
consci dell'ardua impresa, benediciamo alle nuove sorti della 



282 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

patria cui dobbiamo, per fortuna, le migliorate condizioni della 
viabilità, cosi necessaria al progresso agricolo del paese; che 
invece delle poche miglia, le quali formavano, al 1860, tutta 
la dote stradale della provincia, oggi abbiamo, oltre a varie 
linee di ferrovie in esercizio o in costruzione per quattrocento 
e più chilometri, tutta una rete di mille e ottocento di strade 
rotabili ordinarie. 

♦ 

Da tutto ciò che ho detto, voi intendete assai facilmente 
come sia profonda in me la convinzione, che già vi espressi 
per le stampe, — non essere a noi dato, per ora, di provocare 
un mutamento cosi radicale nell'indirizzo della politica dello 
Stato, che valga, in prò della economia nazionale, a mitigare 
l'aggravio del sistema tributario. Anche prima delle elezioni io 
espressi a voi molto chiaramente il pensiero, che, per ora al- 
meno, non sia in facoltà nostra di modificare, comunque, le 
imposte, e parlare oggi di riforme tributarie, le quali signi- 
fichino diminuzioni di aliquote, sia una speranza che io, one- 
stamente, non possa a voi dare senza commettere, per conto 
mio, un inganno. È spiacevole dire ciò a meridionali, che tanto 
più diritto avrebbero a un'equa riduzione delle imposte... Ma 
il dovere della presente ora è questo! 

Quando si consideri che la somma totale delle spese intan- 
gibili, fra interessi del debito pubblico e pensioni, raggiunge i 
settecento milioni, e l'annuo compendio delle spese militari ordi- 
narie e straordinarie, fra guerra e marina, si accosta ai quat- 
trocento; quando si pensi, d'altra parte, che noi abbiamo una 
entrata effettiva di non più che mille e cinquecento milioni, con 
l'avanzo de' quali dobbiamo provvedere alla esazione delle im- 
poste e a tutti i servizi pubblici, — e da alcuni anni, per giunta, 
il disavanzo è ricomparso negli stati di competenza: ci è forza 
conchiudere, che oggi, dato il disegno generale della politica 
estera, a noi non resti libertà di azione. 

Or possiamo noi, cotesta necessità delle cose, giustificarla 
col supremo intangibile interesse della patria? 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 283 

Non imprechiamo al bilancio dello Stato, che è l'indice de' sa- 
grifizi cosi a lungo sostenuti da tutto il paese per la indipendenza e 
l'unità della patria! quel bilancio, che è senza dubbio il maggior 
tormento, ma pure a un tempo il vanto migliore, il migliore e 
maggior titolo alla stima di noi stessi e alla considerazione dei 
popoli di Europa... Lo Stato, che aveva sovrano il diritto e 
assoluto il dovere di vivere e di costituirsi ad ogni costo, si 
rifece con esso, e inflessibilmente, su tutte le singole economie 
delle province, de' comuni e delle famiglie; — ma appunto perciò 
esso ha, legittimamente, diritto all'orgoglio e alla fiducia di tutti 
noi, che vediamo in que' numeri, di tanta eloquenza, impressa 
la ragion d'essere del nostro risorgimento. Il debito pubblico, 
specialmente, che ci opprime con la cifra paurosa de' suoi undici 
miliardi e mezzo, noi sappiamo perché risulti di tanto onere 
alla finanza: sappiamo, cioè, che dal '62 ad oggi abbiamo 
speso, per l'esercito e la marina, la somma complessiva di 
otto miliardi, e altri due, nel frattempo, per la costruzione 
di novemila chilometri di strade ferrate. Or ci rattroveremmo 
mai, dopo soli trent'anni di vita, cosi indissolubilmente affra- 
tellati nel sentimento della patria comune, se meno difficili 
a' calcoli del tornaconto, fossimo stati più avari nel dotare 
il Regno di quel nuovo tramite di civiltà, di quella nuova 
forza di coesione, che è la vaporiera? Avremmo noi stanza in 
Roma, forti del diritto nostro su l'antica sede del cattolicesimo, 
se non possedessimo, dopo tanti secoli di servitù e di discordie, 
tutto un ordinamento di armi proprie, da cui speriamo — un 
giorno — di apprender l'arte della vittoria? Saremmo, insomma, 
liberi di noi e padroni in casa nostra, se non avessimo un eser- 
cito, che è il grande instituto educativo del paese, e un'armata 
tra le più giovani del mondo? 

No, non imprechiamo al bilancio dello Stato, e non gli diamo 
colpe che esso non ha, se è colpa che lo Stato abbia una po- 
litica estera, a cui possono aspirare soltanto i governi solidi 
e le nazioni rispettate! « È generosa, ma pericolosa utopia 
(ha detto, pochi giorni fa, l'onorevole Fortis ai suoi elettori 
di Romagna) sognare una Italia senza alleanze e senza carico 



284 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

di spese militari ». È vana utopia, soggiungo io, sognarla neu- 
trale nel mondo, come il Belgio e la Svizzera. L'isolamento 
non ci è possibile se non alla sola condizione di maggiori e 
più formidabili armamenti di terra e di mare, perché non è in 
facoltà nostra di sottrarci al fato della storia, e noi, che di 
tanto già siamo debitori alla fortuna, non potremmo, senza 
grave responsabilità, impunemente lasciarci esporre più oltre alle 
insidie de' vicini. « Nelle condizioni a cui l' Europa oggi è (scrive 
Giosuè Carducci) l'Italia dev'essere armata: l'Italia giovine non 
deve finire come Venezia vecchia, nella neutralità che non salva 
nulla, nel disarmo che invita a tutto ». 

A' primordi del Risorgimento noi non avemmo, non pote- 
vamo avere altra mira se non quella di allearci con chiunque 
valesse a farci riscattare un lembo del territorio: era la politica 
della esistenza, seguita dal conte di Cavour e da' suoi successori. 
Avuta Roma, provammo a mutare indirizzo, seguendo a tentoni 
prima la politica delle « mani nette », poi quella del « senti- 
mento »: — voi sapete a quale mal punto fummo quel giorno, in 
cui la triste eco di Tunisi ci destò dal letargo ! « Se il Governo 
(gridò allora Giuseppe Garibaldi) commettesse la bassezza di 
riconoscere i fatti compiuti, sarebbe bene spregevole la nazione 
che anche per poco lo tollerasse in pace». E il Governo non 
piegò umile il capo, e non indugiò a pigliare accordi con l'In- 
ghilterra e a stringere alleanza con gì' imperi centrali, — dei 
quali uno rappresenta, come noi, il principio di nazionalità, 
l'altro l'elemento, che a noi torna utile, dell'equilibrio europeo. 
Certo, non possiamo senza dolore pensare al destino che ci 
tien lontani e scissi dalla Francia, a cui ci legano tanti e cosi 
cari vincoli di sangue, di simpatie, di riconoscenza. Ma, pur 
troppo, due gravissime questioni politiche ci dividono e, temo, 
ci divideranno a lungo da essa, — il Papato e il Mediterraneo. 
La Francia, primogenita della Chiesa cattolica, la maggiore 
tra le potenze marittime del Mediterraneo, male si è piegata 
finora, e forse male si piegherà mai del tutto, da un lato ad 
ammettere come un affare esclusivamente interno, per noi ita- 
liani, il dissidio, che nessuna conciliazione potrà mai spianare. 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 285 

col Vaticano, — e a reggere dall'altro, or che il Mediterraneo 
riacquista il movimento di una volta, la nostra concorrenza 
ne' traffici con l'Oriente, ov'è ancora tanto ricordo di noi, e 
il nostro intervento nelle colonie dell'Affrica, al cui avvenire 
non noi possiamo restare estranei. — Verrà giorno in cui le 
sorti potranno cambiare? Me lo auguro, e ardentemente, anche 
perché non io, certo, intendo sconfessare né l'irredentismo na- 
zionale, che è un sentimento superiore a tutti i partiti, né 
la cara memoria di Magenta e di Solferino, ove nel sangue 
francese fu saldata la nostra Rivoluzione e nacque la nuova 
Italia. Ma insieme io mi auguro che il nostro paese, cosi 
bisognoso e cosi desideroso di pace, sappia intanto serbare 
asciutte le polveri e stare in su l'armi, affinché oggi, né provo- 
catore né timido, perduri a vivere tranquillo, e domani, qualora 
giudichi diversamente, possa, con tutta libertà e buon diritto, 
disporre di sé stesso. Questo soltanto io mi credo in debito, 
ancora una volta, di ripetere a voi: che, a parer mio, noi siamo 
stati dalla politica estera del compianto Mancini garantiti ne' no- 
stri interessi nazionali col minore aggravio possibile per l'eco- 
nomia pubblica e la finanza dello Stato, e la neutralità, od ogni 
altro sistema di amicizie, ci avrebbero trascinati, inevitabilmente, 
alla guerra. Il presidente del Consiglio de' ministri, l'onorevole 
Crispi, narrò or è poco alla Camera de' deputati, che quando 
il Depretis lo invitò, nel marzo del 1887, a entrare nel Gabi- 
netto, egli chiese gli si facesse leggere prima il trattato di 
alleanza del 1882, allora rinnovato. «Lo trovai (egli disse) 
trattato di difesa, e non di offesa, la qual cosa mi appagò piena- 
mente, e mi decise ad accettare il portafoglio. E non è il trattato 
di alleanza (egli soggiunse) che ci abbia spinto agli armamenti. 
I dodici corpi di armata e le fortificazioni son tutte cose con- 
seguenti al nostro proprio ordinamento militare, decretato dal 
Parlamento prima delle alleanze, solo all'oggetto di difendere i 
nostri diritti e le nostre frontiere ». 

La difesa dei nostri diritti e delle nostre frontiere: questo il 
fine della politica estera, questa la necessità delle spese militari, 
— di contro a cui, nella tornata dell' 11 luglio, l'ultima della 



286 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

scorsa Legislatura, invano la Camera italiana oppose unanime, 
dietro proposta di Ruggero Bonghi, la pia e facile invocazione 
dell'arbitrato internazionale! 



Ma se non possiamo per nulla sperare in una riduzione del 
bilancio dello Stato, molto ancora, fortunatamente, ci resta a 
desiderare da alcuni importantissimi provvedimenti d' indole eco- 
nomica e finanziaria, atti a rinvigorire lo spirito della nazione. 
Sarò brevissimo, perché non voglio pili a lungo abusare della 
vostra cortesia. 

Nella passata Legislatura il Parlamento ha avuto il merito di 
menare a buon porto gran parte del programma legislativo, 
formulato nel 1876 dalla Sinistra costituzionale. Senza dire del 
nuovo Codice penale, che ha finalmente unificato il nostro di- 
ritto punitivo, abolendo, nelle memorabili tornate dell' 8 e 9 
giugno 1888, cui mi onoro di aver partecipato, il patibolo, 
— perché il patibolo, nelle società moderne, è una « mo- 
struosità » che la ragione e il sentimento condannano, — 
alcune riforme radicali delle leggi più rilevanti debbono, com'è 
noto, la loro attuazione alla XVI Legislatura: la riforma, cioè, 
delle amministrazioni locali, che ha aperto l'adito del potere 
elettivo a molte altre classi sociali; quella delle istituzioni di 
beneficenza, a cui si è chiesta una maggiore efficacia a favore 
degl'indigenti; il novello Codice di sanità pubblica, che prov- 
vede, con ordinamenti più valevoli, alla tutela della igiene po- 
polare; e, infine, il supremo tribunale amministrativo presso il 
Consiglio di Stato, al quale oggi è affidata la missione, già 
tanto invocata da Silvio Spaventa, di conciliare la politica con 
la giustizia o, meglio, la espansione degli uffici dello Stato 
moderno col rispetto più geloso alle libertà e agl'interessi 
de' cittadini. 

L'opera, certamente, è tutt'altro che compiuta, — che quasi 
tutto ancora ci resta a fare rispetto al Codice sociale, cui 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 287 

appartiene, secondo la ragione dei tempi, convertire il dovere etico 
in sanzioni di legge. Ma, al punto in cui siamo, è dovere impre- 
scindibile del Parlamento di anteporre ad ogni altra cosa l'esame 
e la soluzione di quei problemi, i quali si riferiscono, princi- 
palmente, alla finanza alla circolazione monetaria e 
al regime doganale. — Colmare il disavanzo del bilancio, 
correggere il vizioso ordinamento del credito, e provvedere ai 
rapporti commerciali: ecco ciò che dev'essere nell'animo e nel 
pensiero di tutti; che l'indugio non è più possibile se realmente 
vogliamo, per quanto è in poter nostro, sorreggere e raffor- 
zare la nostra produzione. 

Innanzi tutto, occorre ad ogni costo raggiungere l'equilibrio 
del bilancio, e riparare, per questa via, al dissesto finanziario, 
il quale è certo fra le cause principali del disagio del paese, 
— non altrimenti che con la maggiore, la più ostinata parsimonia 
in tutti quanti i rami della pubblica Amministrazione: perché il 
paese non comporta, non può assolutamente comportare nuovi 
aggravi. Il disavanzo, d'altra parte, se grave e minaccioso, non 
è cosi invincibile che noi dobbiamo disperare della riuscita: 
e io ho fede nella parola del Governo, — che sia, cioè, possi- 
bile ottenere il pareggio, — poiché due fatti sono accaduti, i quali 
mai più per lo innanzi pareva si potessero avverare: ossia, 
che un ministro del Tesoro italiano abbia potuto, nell'ultimo 
bienno, far punto con l'incremento delle spese, e scemare a 
un tempo, di più diecine di milioni, gli stati della competenza 
di una volta. Giungere in porto, senz'altro carico: è questa 
la sola speranza che io possa dare a voi; perché, dopo l'eco 
dei comizi, non è più dubbia la mèta se ricordando il coraggio 
delle Camere precedenti, noi penseremo che è incompatibile 
ormai con l'onore e la fortuna d'Italia la permanenza di un 
disavanzo, il quale ci vieta di convergere gli sforzi alla siste- 
mazione del debito pubblico. 

E oltre all'assetto della finanza, dobbiamo fortemente e con- 
cordemente volere, dopo tante incertezze di propositi, un più 
sano e normale funzionamento delle Banche di emissione. 
Gli uffici della circolazione fiduciaria sono ancora, si può dire. 



288 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

in balia del caso, non avendo noi saputo vivere se non di 
espedienti. Or sarà bene intenderci a questo fine. O siamo 
rassegnati a rientrar di diritto nel corso forzoso, e ritornare 
senz'altro alla circolazione coattiva dei biglietti, confessando al 
mondo la nostra impotenza; oppure, se vogliamo mantenere 
il beneficio della circolazione metallica, dobbiamo, con mano 
severa, ricondurre i nostri Istituti a' loro doveri più semplici e 
rigorosi. Soltanto una rigida politica bancaria, giova ripetere, 
potrà rassicurarci della stabilità dell'oro, e darci lena a proce- 
dere di pari passo con i popoli, che l'oro impiegano negli 
scambi. La via non è agevole né lieta; ma è la sola, pur- 
troppo, che meni diritta allo scopo. 

L'ultimo ufficio che a noi tocca, — un ufficio non meno utile, 
ma non meno arduo de' precedenti, — è quello di volgere lo 
studio alla legislazione doganale, e dare un qualche ordine 
a' nostri commerci, promovendo, in particolar modo, la espor- 
tazione dei prodotti del suolo. È bene però, anche a questo 
proposito, non pascere la fantasia di larghe promesse. Al 
primo febbraio del 1892 la Francia dovrà applicare il nuovo 
suo regime daziario. Or poiché la Repubblica, certamente, man- 
terrà fermo il divorzio da ogni patto convenzionale, noi, espor- 
tatori di derrate agrarie, dovremo, senza esitazione, esser paghi 
dell'opera nostra, qualora cessato il trattamento differenziale, 
sarà a noi dato, come a tutti gli altri popoli, di essere final- 
mente sottoposti alla legge comune della tariffa generale. La Ca- 
mera di commercio italiana in Parigi ha luminosamente provato 
che la Francia, introducendo e, nonostante la nostra cedevo- 
lezza, mantenendo con l'Italia un regime cosi aspro quale è 
quello del 1888, non abbia agito e non agisca in buona fede. 
Lasciamo dunque di chiederci l'un l'altro a chi si debbano im- 
putare le colpe del passato: e, senz'altro, cerchiamo da ora in 
poi, non più lagrimevoli né più rimessi, di far cessare, con la 
evidenza del buon diritto, una guerra che è iniqua. Carezzare 
il sogno di un nuovo trattato con la Repubblica, pari a quello 
del 1881, il quale, del resto, non ebbe lode se non quel giorno 
in cui il Governo lo denunziò; e, quel che è più, carezzarlo 



IL PROBLEMA ECONOMICO E LA XVI LEGISLATURA 289 

anche a scapito, possibilmente, della dignità nazionale: non 
è cosa, secondo me, che abbia fondamento di serietà, o risponda 
al decoro del paese... 



Signori, mi affretto a conchiudere. 

L'augurio più ardente che noi tutti, elettori ed eletti, dob- 
biamo rivolgere alla imminente Legislatura, è, — che Governo 
e Parlamento, in questa ora solenne della nostra vita politica, 
siano compresi da uno spirito di elevato raccoglimento. Come 
per gì' individui, cosi anche per lo Stato non vi ha salute se 
non in un alto ambiente di calma e di lavoro. E se è vero, 
come io credo, che la presente politica ci assicuri la pace, sap- 
piamone profittare, finché non ci arridano giorni più lieti. 
Troppo a lungo ci siamo affidati alle rosee previsioni della 
giovinezza, troppo presto ci siamo creduti più ricchi di quello 
che siamo, troppe cambiali abbiamo tratte sul nostro domani! 
Facciamone ammenda. Governo e Parlamento, — raccogliendoci, 
senza enfasi e senza pompe, nel pensiero confortatore della re- 
surrezione. Certo, non ignoro la grande difficoltà di un compito 
come il nostro, che vuole indissolubili i due elementi della 
potenza e della ricchezza: la potenza e la ricchezza di questa 
nostra Madre antica. 

Terra antiqua, potens armis atque ubere glebae. 

Ma non ignoro che tutta la storia del Risorgimento è una sfida 
al dio ignoto, e dalle pagine di essa viene a noi una voce che 
ci costringe, quali che siano gli ostacoli del momento, a con- 
ciliare le supreme contraddizioni de' nostri destini. Facciamoci 
cuore, — e confidiamo nell'avvenire. Verrà il giorno in cui 
potremo rammentare, non senza orgoglio, le angustie presenti. 
Me felice se quel giorno mi sarà dato di dire, che nessun male 
ho nascosto, nessuna parola di adulazione mi è sfuggita dalle 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 19 



290 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

labbra, non mai l'ira di parte mi ha velata la mente od oscu- 
rato il giudizio! Tornando allora tra voi, — per chiedere anch'io 
tra voi il riposo del corpo e la quiete dell'anima, — me felice 
se non avendo mai inspirato il dubbio nella mente dei miei 
comprovinciali, rivedrò sui vostri volti diffusa la gioia della 
vittoria eia letizia dell'opera compiuta! L'affetto vostro, unica 
ambizione della mia vita, sarà quel giorno, per me, la più larga 
generosa ricompensa. 



XIII. 

NELLA INAUGURAZIONE DEL TRONCO W FERROVIA 
DA ROCCHETTA A RIONERO 

(9 agosto 1892) 



Durante il banchetto offerto al Ministro dell'agricoltura e 
a' sindaci del Circondario, in Melfi, il 9 agosto del 1892. 



Ringrazio l' onorevole Ministro dell'agricoltura e il sindaco 
della città, con sentimento che non può tradursi in parole, di 
quanto hanno detto a mio riguardo. Ma la riconoscenza non 
mi offusca l'intelletto e non mi nasconde, che è dover mio 
molto condonare alla loro cortesia, molto sottrarre alle loro 
espressioni troppo benevole per me. In questo gran fatto delle 
ferrovie Ofantine, tutto veramente, cosi la iniziativa come il 
procedimento e il fine, tutto fu fenomeno generale, che ebbe 
causa da una ragione superiore ad ogni elemento umano di lode 
o di biasimo, di merito o di demerito personale. Ed io non potrei, 
e oggi e sempre, fare astrazione da questa che per me è la ve- 
rità delle cose, senza soffocare il grido della coscienza. È quindi 
mio debito d'onore ripetere a voi, che io non ho fatto niente più 
e niente meno di quello che ero perfettamente in grado di 
fare, e tutti avrebbero fatto al posto mio: io non ho compiuto 
se non la mia parte di dovere, non ho mantenuto se non la 
parola data a me stesso, diem absolvi et fidem servavi, come la 
fatica han sostenuta e la promessa han mantenuta tutti i colleghi 
della deputazione basilicatese, — dal maestro e duce nostro, Flo- 
riano Del Zio, che io so di quale affetto onori me, suo discepolo 
devoto, all'amico carissimo e già compagno di lavoro, Giuseppe 
Plàstino, la cui grande anima dolente io invoco tra noi, testimone 
di tutta la mia condotta e pubblica e privata ! La vita non è un 
concorso di virtù, né la politica una fiera di vanità; e, d'altro 
lato, l'opera di un uomo, nelle società nostre, non potrebbe 



294 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

comunque valer mai l'azione collettiva dei poteri locali e dello 
Stato, né comunque surrogarsi ad essa in tutto od in parte. 
Ben altro dunque, e molto più che un mutuo attestato di sim- 
patia personale, ben altro e più grande e più nobile è il signi- 
ficato civile della festa di quest'oggi. 

Bevo innanzi tutto alla città di Melfi, che giustamente po- 
trebbe far sue le parole, scolpite da' palermitani su la tomba 
del grande imperatore, il quale tanto amò Melfi: 

prima sedes, corona regis et regni caput; 

bevo a Melfi, 

A cosi riposato, 

dirò col poeta, 

a cosi bello 
Viver dì cittadini, . . . 
... a cosi dolce ostello, 

cui noi tutti del Circondario siamo debitori di un fatto già 
troppo obliato, dal quale ebbe inizio, vero e saldo, la ferrovia da 
Foggia a Potenza: di non aver disperato, essa sola, della patria 
comune quel giorno, in cui a noi, abitatori dell'uno e dell'altro 
versante dell' Ofanto, venne inflitta la più grave, la più acerba 
offesa che gli annali ferroviari registrino, l'abolizione della linea 
di Gonza, — caso, per fortuna, rimasto unico nella storia della 
legislazione italiana. Melfi, quel triste giorno, non disperò del- 
l'Italia. Insieme con Atella, Rapolla e Ripacandida, che oggi 
è bello rammentare, mossa dalla fede di Luigi Rubino, cui 
i fati non concessero fosse sopravvissuto all'opera, senza esi- 
tazioni e senza paure osò venire a patti con la provincia di 
Capitanata; e a prezzo di un annuo non lieve contributo, che 
la città paga tuttora, chiese al Governo e, negandosi il Governo, 
chiese e ottenne dalla Camera, grazie ad Achille Argentino e a 
Ruggero Bonghi, il mantenimento di quel tronco nel deserto 
da Cervaro a Candela, allora del tutto inutile a noi, ma da 
quel giorno testimonianza del nostro buon diritto leso e violato. 



NELLA INAUGURAZIONE DELLA ROCCHETTA-RIONERO 295 

Cosi Melfi, nel 1865, assicurò il nostro avvenire. Che dopo una 
lotta senza pari, durata da Floriano Del Zio per quindici lun- 
ghissimi anni, nuove leggi del Parlamento, riparatrici di quella 
offesa, bandirono, insieme con i prolungamenti laterali per 
Avellino e per Gioia del Colle, questa mirabile via di congiunzione 
da Candela a Potenza, secondo il progetto di massima di Mi- 
chelangelo Mancini, che Melfi, sindaco Federigo Severini, fece 
suo neirs settembre, e il Consiglio provinciale, auspice Ascanio 
Branca, raccomandò nel 29 ottobre del 1881. 

L'opera, che è tutta un lavoro d'arte, è oggi a mezzo com- 
piuta: la vaporiera viene quassù dall' Ofanto, e di qui sale a 
Rionero, traversando la regione più varia di bellezza, di letizia 
e di fertilità, che abbia la provincia. — Sono scorsi ventotto anni 
dacché il general Menabrea parlò, per il primo nella Camera, 
di una strada ferrata da Foggia a Potenza! 

Or non voi, onorevole Del Zio, non voi, ingegnere Mancini, 
ne' cui cuori è tanta parte del sentimento della vostra città, avete 
bisogno dei miei congratulamenti ; se avessi aspettato oggi a 
farveli, o se oggi ve li rifacessi qui, voi forse mi stimereste e mi 
amereste meno. Dell'opera vostra io ho scritto già, commosso, 
otto anni addietro (^); e poiché mi conoscete, e io so la vostra 
virtù, voi stessi vorrete che evochi i nomi di quelli, piuttosto, 
che diedero sanzione di leggi aHa vostra parola, onorevole 
Del Zio, al disegno vostro, ingegnere Mancini. 

Si, da questa Melfi nobilissima diamo un saluto devoto alla 
cara memoria di Alfredo Baccarini e di Agostino Depretis, autori 
della legge del 29 luglio 1879, provvida legge di perequazione, 
che appagando i più ardenti voti nostri, e coronando l'opera 
difficilissima del Comitato parlamentare per le nostre ferrovie, 
stabili in massima, che nel gruppo delle Ofantine una linea di 
congiunzione, mediante il contributo del venti per cento, dovesse 
essere costruita dal Tavoliere di Puglia al Basento. E un caro 
saluto mandiamo a Francesco Cenala, cui personalmente io devo 



(i) G. Fortunato, La strada ferrata da Fogg^ia a Potenza, Roma, Tip. eredi 
Botta, 1884. 



296 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

la miglior parte di me: a Francesco Cenala, garibaldino a Capua 
e fratel nostro a Casamicciola, il quale, con la legge delle Conven- 
zioni del 27 aprile 1885, tanto calunniata perché tanto ignorata, il 
consenso delle province rese obbligatorio, il contributo degli 
enti locali scemò al cinque per cento, e questa nostra linea 
defini, secondo il progetto esecutivo degl'ingegneri Ferrucci e 
Fabris, per il versante orientale del Vulture. E un saluto di 
riconoscenza inviamo a Ciuseppe Saracco, il quale con l'ul- 
tima legge del 20 luglio 1888, della cui Commissione parla- 
mentare fu relatore il Cenala stesso, assicurò a noi, nonostante 
un momento cosi critico della finanza dello Stato, la immediata 
esecuzione di questa nostra ferrovia; a Ciuseppe Saracco, che 
la costruzione e l'esercizio di essa affidò alla Società per le 
strade ferrate Meridionali, il cui direttore, commendator Bor- 
gnini, mi fa l'onore d'indirizzarmi, or ora, un telegramma, del 
quale mi piace dar lettura: « Lieto che in questo giorno si 
compia la inaugurazione del secondo tronco della primogenita 
fra le linee Ofantine, ho dato incarico di rappresentare la So- 
cietà al mio vecchio amico Pessione, che indefesso alla fatica, 
ben merita di essere testimone del trionfo dell'opera sua, so- 
prattutto se questa, come spero, incontrerà il gradimento della 
patriottica provincia di Basilicata». 

E qui permettete mi renda interprete dell'animo vostro presso 
il presidente e i componenti la Deputazione provinciale, ed 
esprima loro, a nome del Circondario, i sensi della più sincera 
riconoscenza nostra. 

La legge del 1879 correva rischio, tanto per le linee Ofan- 
tine — cosi chiamate fin dal 1865, nella prima Camera italiana 
sedente a Torino — quanto per gli altri gruppi di ferrovie me- 
ridionali, di restare, lungamente, un magnifico castello in aria: 
che l'assenso preventivo, richiesto per le linee di terza categoria, 
pareva impossibile, e l'onere del contributo superiore alle nostre 
forze contributive. Or bene, anche prima che l'accordo fosse 
stato reso non più necessario, e il contributo stesso ridotto a 
più equa misura, la provincia, solo per giovare a noi, non 



NELLA INAUGURAZIONE DELLA ROCCHETTA-RIONERO 297 

esitò ad aprir trattative, a stringere patti con Terra di Bari e 
Capitanata.., 

Obbligarsi duramente, anche prima del 1885, per linee co- 
stose come le nostre, anzi per soli centocinquanta chilometri, 
quanti ne lambiscono questo estremo angolo nord-est della 
regione vulturina dalla stazione di Pescopagano lungo l' Avel- 
lino-Rocchetta a quella di Palazzo San Gervasio lungo la 
Rocchetta-Gioia; pensare, oggi ancora, in condizioni assai 
migliori, che tanto le valli che si adimano al Jonio quanto l'al- 
pestre nodo del Lagonegrese dovranno pagare due milioni so- 
nanti per queste ferrovie esclusivamente nostre: in verità non è 
possibile non avere, quanti qui siamo, un palpito di profonda 
gratitudine per la buona, l'antica, la materna nostra Basilicata. 
Certo non noi, a differenza del poeta nostro immortale, 

. . . Lucanus an Appulus anceps, 

non noi possiamo aver dubbio dell'esser nostro e della nostra 
qualità di cittadini lucani ! 

L'onorevole Buano, tornando a Potenza, dica pure a' suoi 
colleghi del Consiglio provinciale, che Melfi, già capitale della 
provincia quando Federico II la provincia istituiva qui dal vec- 
chio nido de' normanni, Melfi e il suo Circondario sanno di 
dover essere debitori delle loro ferrovie allo spirito di alta 
solidarietà, da cui fu sempre animata la rappresentanza elettiva 
dell ' Amministrazione provinciale . 

E dopo la provincia, io inneggio alla patria comune, l'Ita- 
lia, che noi dovremmo sempre benedire in solennità grandi come 
questa: « l'amatissima Italia », esclamava stamane Abele Man- 
cini, dinnanzi alla lapide commemorativa di Angelo Antonio 
Della Monica, «che forma il nostro orgoglio inconsumabile, 
la nostra gioia incorruttibile ». 

Se è vero che questo nostro malinconico paese di Lucania, i 
cui primi abitatori ci sono rappresentati come il ramo più forte 
e bellicoso della famiglia sannitica, abbia per il primo, nel 
Mezzogiorno della penisola, raccolto nascente il nome d' Italia, 



298 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

che era destinato a spiegare ne' secoli cosi largo volo; se ciò 
è vero, — ebbene, nel santo nome d' Italia noi dobbiamo com- 
porre, dinnanzi all'opera nazionale di queste ferrovie, tutto ciò 
che l'anima ha di più puro e di più ideale. 

Si, o signori: quella grande smentita alla storia e alla geo- 
grafia, che è l'unità d'Italia, non era mai possibile se non nel- 
l'epoca delle strade ferrate; e una cosi ingente spesa ferroviaria 
come quella che abbiamo sostenuta, non sarebbe mai stata 
possibile se l'Italia, dopo tanti secoli di affanni e di vergogne, 
non avesse ricomposte a unità le sparse sue membra. Perché 
non v'ha in tutta Europa un paese come l'Italia meridionale 
dagli Abruzzi alle Calabrie, in cui la questione ferroviaria altro 
non sia, per difficili condizioni di clima e di suolo, se non una 
questione, pura e semplice, di civiltà. Qui da noi la vaporiera è 
tramite di progresso ben più efficace dell'alfabeto obbligatorio; qui 
le ferrovie rappresentano, come disse il come di Cavour, quella 
cura di ferro, che sola ci potrà redimere da una lunga ere- 
dità di sofferenze ineffabili; qui le strade ferrate, più che un 
fatto economico, non sono né possono essere se non un pub- 
blico servizio di Stato, cagioni supreme di coesistenza in ragioni 
cosi duramente colpite dal doppio fato della natura e della sto- 
ria. Ecco perché né l' Italia autorizzò le ferrovie per mettere 
a frutto o a cambio il suo danaro, né la soluzione del problema 
ferroviario ci permise, nel 1888, un più lungo indugio. Furono 
intendimenti di civiltà, anche più che di giustizia, quelli che 
spinsero il legislatore itahano, nel 1861 e nel 1879, a decretare 
e l'una e l'altra rete ferroviaria. Or con le questioni di giustizia 
la ragione di Stato può, in certi casi, imporre che si transiga; 
ma con le questioni di civiltà, in un paese come il nostro, im- 
bastito di recente, non sono possibili transazioni di sorta. 

E oggi l'Italia assolve il debito con una sollecitudine, con 
una munificenza che non hanno pari, aprendo all'esercizio que- 
sta seconda parte della nostra ferrovia da Foggia a Potenza, 
miracolo della mente e della mano dell'uomo. Presto la vapo- 
riera valicherà l'Appennino di Avigliano, il quale, lungo le sue 
cime da Acerenza a Conza, — cosi come stamane vi si sono 



NELLA INAUGURAZIONE DELLA ROCCHETTA-RIONERO 299 

spiegate allo sguardo dalla stazione di Rionero, — ha tuttora 
impresso, ne' fortilizi di Lagopèsole, San Cataldo, San Fede e 
Pescopagano, il confine che già a lungo divise Melfi da Potenza, 
l'Apulia dal Principato, il dominio bizantino dal dominio longo- 
bardo. Oggi il confine dell' Italia nuova bisogna, volendo, andarlo 
a cercare su le Alpi lontane, oltre le quali si riattacca ormai 
a tutta quanta la fitta rete stradale dell'Europa civile il tronco 
di ferrovia, da noi felicemente inaugurato. Il triste retaggio del 
passato è sparito per sempre. Anche per noi, grazie alla patria 
concorde, è sorta l'alba novella! Raccogliamoci, come per un 
pensiero, per un sentimento di cosa sacra. Che il lavoro e il 
risparmio, virtù cardi naU de' popoli seri, a' quali sorride l'av- 
venire, non l'aspettazione delle grazie celesti, dote funesta delle 
genti cattoliche, — che il lavoro e il risparmio ci facciano de- 
gni di tanta fortuna: ecco l'augurio, con cui invito voi tutti a 
levare in alto i calici, e a ripetere insieme con me il grido, che 
mi rompe dal petto, di «viva l'Italia»! 



XIV. 

U XVII LEGISUTDRA E U FINANZA DELLO STATO 

(13 e 25 ottobre 1892) 



Agli elettori del Collegio di Melfi 



Napoli, 13 ottobre 1892. 

Venendo per la quinta volta dinnanzi a voi, or che risorge 
l'antico nostro collegio uninominale, cui fui debitore della prima 
elezione, io non ho bisogno di ripetervi una professione di fede 
politica, che so di non aver tradita in questi dodici anni, durante 
i quali ho avuto l'onore di rappresentarvi — con l'affetto e la de- 
vozione che potevo maggiori — in Parlamento. Non vinto da per- 
sonali preconcetti né da personale orgoglio, io ho seguito con 
franca disciplina le sorti di quella parte politica, il Centro Sinistro, 
cui fin da prima mi spinsero gli studi, le aspirazioni, il tempe- 
ramento. Poco quindi ho da dirvi, poche cose che servano a 
rendervi più chiara la recente mia opera, più manifesti i miei 
intendimenti. La gravità della situazione rende necessario, in un 
periodo cosi agitato di conflitti parlamentari, che vi rendiate esatto 
conto del verdetto che siete chiamati a dare ne' prossimi comizi. 

Due questioni principali hanno agitato nell'ultimo decennio, 
ed agitano tuttora, la nostra vita politica: l'ordinamento de' partiti 
e l'assetto della finanza. 

Come più volte ebbi occasione di dirvi, fin dal 1880 — du- 
rante il Ministero preseduto da Benedetto Cairoli — ì vecchi partiti 
non erano più se non due nomi, i quali non significavano se non 
gruppi, che nessuna idea divideva e nessuna tendenza allontanava. 
Con la quattordicesima Legislatura, che aboli il macinato e allargò 
il suffragio popolare, la Sinistra ebbe compiuta la maggiore sua 
opera legislativa. Occorreva ormai tener conto delle trasformazioni 
sociali, cui inevitabilmente tendiamo, e dare novella vita agli anti- 
chi organismi politici. Ma ciò non avvenne; e in tal guisa quello. 



304 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

che con parola poco felice fu detto «trasformismo», apparve e fu 
davvero, checché il volgo abbia sostenuto e sostenga, una neces- 
sità del momento. 

Se non che gli organismi parlamentari, per natura loro, male 
si prestano alla mancanza de' partiti : la vita politica è più sana 
là ove questi, serbando una logica tradizione, hanno più salda base 
nel paese, più netta distinzione nelle assemblee. Certo, è stato un 
bene che il grande equivoco del passato sia sparito per sempre; 
ma ormai sarebbe anche un gran male se dai vecchi non doves- 
sero sorgere nuovi e più razionali partiti. Le delimitazioni troppo 
recise possono avere ed hanno i loro pericoli, che la scienza pre- 
vede e vuole scongiurati; ma l'assenza delle parti politiche, per 
la confusione che genera nelle menti, e il perturbamento che arreca 
nelle coscienze, smorza ogni lotta feconda, crea divisioni artificiali, 
dà pretesto alle gare di persone e dì regioni, nelle quali è la mag- 
giore, la grande minaccia d'ogni prestigio, d'ogni efficacia degli 
ordini rappresentativi. Or io credo fermamente che la crisi parla- 
mentare, che uccise la decimasettima Legislatura, sia stata — e 
sia — una occasione propizia al rinnovamento dei partiti, e son 
d'avviso che vinte le prime difficoltà, la divisione avverrà, non 
più su la base di parole senza significato o, peggio, per effetto di 
antichi odi e di antichi amori; ma sul fondamento delle nuove 
idee e de' nuovi bisogni, che con tanta e cosi pronta energia si 
vanno manifestando nella vita nazionale. 

A meglio delimitare cotesta opera potrà non poco giovare il 
vario modo, con cui ci sarà forza tender l'animo e la mente alla 
soluzione di uno de' maggiori fra' problemi, quello dell'assetto 
della finanza, che ci si presenta assai difficile e scabroso. Nel 
corso di soli trent'anni abbiamo dovuto rifar tutto l'organamento 
civile e militare, affiettando, per la necessità stessa delle cose, il 
passo, esagerando alle volte, per naturale imprevidenza, la mi- 
sura. Costretti per ciò a ricorrere su larga scala al credito, il 
debito pubblico, che è salito a una somma enorme, ci obbliga 
ad astenercene il più che possibile. Il persistente disavanzo con- 
tabile fra le entrate e le spese per gli stati di previsione del- 
l'esercizio in corso e dell'esercizio futuro, un disavanzo che ci 
riapparve minaccioso quando meno credevamo di essere tornati 
alle angustie di una volta, ci deve soprattutto impensierire, e con 
ragione, perché le maggiori fonti della capacità contributiva del 
paese, vicine a raggiungere il limite massimo della pressione 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 305 

tributaria, son quasi esaurite. Certo, nessun altro indizio è stato ed 
è più grave di quello secondo il quale, com'è avvenuto in Italia 
durante gli ultimi anni, a imposte maggiori han corrisposto entrate 
minori. Le alte tariffe della dogana, che a detta de' protezionisti 
avrebbero dovuto arricchire l'erario, han servito e servono a sce- 
mare notevolmente gli scambi e a contrarre dolorosamente i 
consumi. 

Non è quindi a maravigliare che lo squilibrio della finanza si 
ripercuota su tutta la nostra vita economica, ed esso sia di tanto 
ostacolo al benessere di tutte le classi sociali. I dazi doganali di 
natura fiscale, i quali colpiscono principalmente i cereali e il co- 
tone, merci di prima necessità, e le imposte, cui soltanto la grande 
proprietà e il grande capitale sfuggono in parte, rendono assai 
debole, assai stentato il progresso generale. Bisogna perciò, prima 
di ricorrere a qualsiasi provvedimento, il quale importi nuovo 
sacrifizio al contribuente italiano, aver tutto tentato, con una mag- 
gioranza di partito, la quale sia conscia della grave sua respon- 
sabilità verso il paese, tutto tentato nel campo delle riforme orga- 
niche in tutti i rami della pubblica amministrazione. 

A voi, conterranei ed amici, io promisi, nel 5 dicembre del 
1890, piena indipendenza del mio voto, e alla nuova Camera ri- 
volsi, quel giorno stesso, l'augurio di un grande raccoglimento 
nello studio della questione finanziaria, di una grande since- 
rità nell'opera della ricomposizione dei partiti. Oggi, nel ripre- 
sentarmi a voi, ho la coscienza di non essere venuto meno a 
me stesso. 

La crisi del 31 gennaio 1891, frutto di un voto puramente ne- 
gativo contro un uomo, il Crispi, diede vita a un Ministero di 
coalizione, che promise il pareggio con le sole economie nei capitoli 
della spesa. La crisi del 5 maggio dell'anno corrente, cagionata 
dal Ministero stesso per incompatibilità di voleri e inattuabilità 
d'intenti, pose fine a uno stato di cose, che poggiava sul doppio 
equivoco di una base parlamentare non omogenea e di un pro- 
gramma finanziario deficiente. 

Tra i vinti del 31 gennaio, quantunque del Crispi né ero stato 
caldo ammiratore né seguace, io non credei al miraggio, tanto dif- 
fuso allora e nella Camera e nel paese, di una cosi facile soluzione 
del problema finanziario, e non ritenni che lo spostamento della 
base parlamentare da Sinistra a Destra non avrebbe potuto accre- 
scere la preponderanza del nuovo partito conservatore, animato, 

G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 20 



3o6 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

cosi nel campo politico come nell'economico, dal principio dell'in- 
dividualismo. Non condivisi le illusioni dei più, e, quindi, non 
fui tra gli amici del Ministero preseduto dall'onorevole Di Rudini, 
cui, del resto, perché non mai compreso dello spirito di fazione, 
diedi voto favorevole, come glielo diedero i colleghi del Centro 
Sinistro, ne' due appelli nominali del 7 e del 20 dicembre 1891, 
— in due solenni occasioni, a proposito delle quali ci parve do- 
vesse sparire ogni considerazione di partito: una, il mantenimento 
della legge delle guarentigie pontificie, rispetto a cui nulla ci 
sembrò da opporre alle dichiarazioni del Governo, che facevan 
salvi i diritti dello Stato di fronte alla Santa Sede; l'altra, l'appro- 
vazione della legge di catenaccio per l'aumento del dazio sul caffé 
e per l'accertamento della riscossione del dazio su lo zucchero. 
Perciò anche nella tornata del 5 maggio, su la questione inciden- 
tale dei pieni poteri per la riduzione degli organici, mi ritrovai in- 
sieme con quella maggioranza di Sinistra e di Centro Sinistro, 
donde sorse il presente gabinetto, cui gli oppositori, tentando, fin 
dalla prima ora, di negare pur il diritto che gì' inglesi dicono del 
«leale esperimento», diedero equo motivo di chiedere al Parla- 
mento l'esercizio provvisorio del bilancio, e di appellarsi al ver- 
detto sovrano delle urne. 

L'ora del verdetto è giunta. 

Il gabinetto preseduto dall'onorevole Giolitti vinse la dura 
prova dell'ir giugno, e da quel giorno ebbe autorità di fronte al 
paese per due fatti essenziali : il ritorno al governo parlamentare 
mediante la divisione delle parti politiche, e il riordinamento 
dell'amministrazione dello Stato a beneficio della finanza, mercé 
le riforme organiche dei pubblici servizi. Le elezioni, dunque, do- 
vranno o approvare o condannare, nelle sue linee generali, cotesto 
programma, cui mi auguro vogliano aderire quanti sapranno vedere 
in causa assai meno gli uomini che il paese. 

Si tentò dapprima, qui nel Mezzogiorno, di frapporre impedi- 
mento alla ricostituzione de' partiti, tirando dall'arsenale di un 
tempo, fortunatamente scomparso, lo spettro e la minaccia del re- 
gionalismo; ma il tentativo restò inutile, perché anche per noi non 
invano è trascorso tutto un trentennio di vita nazionale, né ormai 
è più possibile che i partiti siano sorretti da viete gelosie di re- 
gioni o da vecchie egemonie di persone: essi devono ormai e 
ovunque corrispondere a' bisogni de' tempi nuovi, devono, cioè, 
esser determinati dalla maggiore o minore idea della estensione 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 307 

dei poteri dello Stato, dalla maggiore o minor larghezza di cri- 
teri di fronte alla questione sociale. Si è poi tentato, dove più 
dove meno, d' ingenerare il dubbio che non si abbia fermo il pro- 
posito di comprendere, prima fra tutte le riforme, l'assestamento 
delle spese militari; ma a nulla, io spero, vorrà giovare l'artificio 
se per poco si consideri, che la prima e più assidua tra le affer- 
mazioni fu questa, per l'appunto: che sopra tutto, cioè, occorra 
consolidare il bilancio della guerra, proporzionando le spese 
militari al doppio intento della necessità difensiva e della capa- 
cità economica del paese, affinché esse non sorpassino i nostri 
obblighi e non istremino la nostra vitalità. 

Fino alla prova, fino allo accertamento di questo che è lo stato 
di fatto, è dovere di tutti coloro, i quali hanno fede negli ordini 
parlamentari, di non dissentire da una opinione che risponde al 
bisogno imperioso del momento. È un lavoro che può logorare 
cosi il Ministero che ha fatto appello agli elettori, come la Camera 
che del Ministero dovrà portare giudizio. Ma è un lavoro che 
bisogna decisamente incominciare una volta, se vogliamo vincere 
le due maggiori difficoltà che intralciano la nostra vita presente. 

Quando io, amici e conterranei, mi presentai a voi candidato 
per la prima volta nel 1880, le condizioni della finanza erano 
molto migliori di adesso, che non ancora avevamo provveduto alle 
deficienze della difesa marittima e terrestre, non ancora avevamo 
dato assestamento al problema ferroviario, — due fra le maggiori 
cause dello squilibrio del bilancio dello Stato; ma, per una strana 
coincidenza di uomini e di cose, la situazione parlamentare pre- 
sentava molte analogie con la presente. La Sinistra era al potere; 
pure una dissidenza di Sinistra, insieme con la Destra, formava 
opposizione al Governo. Il caso, a dodici anni di distanza, è presso 
a poco identico, ed io, perciò, sarei in una violenta contraddi- 
zione con me stesso se oggi disertassi il campo. Rimango al 
posto ove fui allora, con la sicurezza di avere, durante cotesti 
dodici anni, tenuto onestamente il mio ufficio. 

Rimango al posto, per due ragioni, una d'indole generale, 
l'altra personale: il desiderio, da una parte, di non sottrarmi, in 
momenti cosi difficili, al vostro giudizio; l'obbligo, dall'altra, di 
non sfuggire, nell'ora in cui il collegio uninominale rivive, alla 
lotta che mi si annunzia da più tempo. 

Aspetto il giudizio e affionto la lotta con animo tranquillo, 
senz'altro ausilio che non sia quello della mia coscienza. Vincitore 



308 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

o vinto, a me basterà il sentimento sereno del dovere compiuto, 
che non ha bisogno del compenso. Poiché io sono giustamente 
pago quando considero che altri avrebbe potuto rappresentarvi in 
Parlamento con maggiore ingegno e con maggiore coltura di me; 
nessuno con più vivo amore e con più grande disinteresse, nessuno 
con quel rispetto che ho sempre portato al nostro Collegio. 

Giustino Fortunato. 



Discorso pronunziato a Melfi, il 25 ottobre del 1892. 



Signori ! — Incomincio dal rendere le più vive grazie a voi, 
cittadini di Melfi, al Comitato elettorale e alla Società operaia, 
perché io devo a voi tutti se di qui mi è dato accomiatarmi 
dagli amici nostri di Potenza e di Muro, con i quali, durante 
il decennio, avemmo comune il vincolo dello scrutinio pluri- 
nominale, e, in pari tempo, a tutti indistintamente gli elettori 
del nuovo collegio esporre col vivo della voce, più e meglio 
di quanto non abbia potuto per le stampe, il mio pensiero 
intorno alla situazione politica del paese. È quindi un doppio 
dovere che io compio dalla città vostra, premuroso e grato, 
or che torna in vita l'antico metodo uninominale di votazione: 
l'addio ai comprovinciali d'oltre Appennino, i quali nell'Sa, 
nell'Só e nel 90 mi dimostraron sempre tanto buon animo, 
e il saluto, il fraterno saluto ai conterranei, il cui suffragio, 
per la quinta volta, chiedo fidente e sereno. Cosi accade che 
al contrario di quanto è stato il mio solito, io sia tra voi 
prima dei comizi popolari, qui ove vedo, e con gioia, non 
pochi rappresentanti tutti i comuni del Collegio; perché se il 
ritorno al voto singolare dà a tutti intera la libertà dei giu- 
dizi, rende, cosi per i candidati come per gli elettori, più forte 
la responsabilità delle coscienze. Non ci deve dunque recar 
maraviglia che appunto dal giorno in cui lo scrutinio di lista 
venne abolito, una guerra sia stata mossa, incessante, a voi 
ed a me: una guerra senza nome, che per ciò solo non offende 
me né voi, e che invano vorrebbe tuttora trascinarci sopra 
un terreno, cui certamente non potremmo accedere senza venir 



3IO IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

meno a noi stessi. Che la lotta degeneri in gara personale, 
e la gara oltrepassi ogni lìmite di equità e di convenienza, 
sono questi, indubbiamente, i due maggiori pericoli del collegio 
uninominale. Ma il campo è circoscritto, ma piena è la cono- 
scenza di uomini e di cose nell'ambito della comune terra na- 
tale, ove tutto può. avvenire fuor che l'inganno in quanti sono 
uomini di buona fede, in quanti sono elettori intelligenti e 
indipendenti. Ora a questi, che pure formano la grande mag- 
gioranza dei concittadini, io mi rivolgo con animo sicuro, 
perché delle accuse degli avversari non mi dolgo né mi sor- 
prendo: — guai a colui, ammonisce il poeta, che il vento della 
censura non viene a scuotere mai ! Alla maggioranza dei con- 
cittadini io chiedo onesta testimonianza di me, dell'opera mia, 
di tutta la mia condotta politica e privata, sopra tutto privata; 
e da essi io bramo l'unico premio che sia degno delle fatiche 
durate in servizio della patria, l'affetto loro e il loro consenso, 
senza dei quali non è possibile dare a lungo, freddamente, il 
nome e l'anima al demone della pubblicità... Un'giudizio sincero, 
che sia libera espressione della vostra coscienza: ecco tutto 
quello che ancora una volta spero ottenere dall'antica vostra 
benevolenza; ecco il fine che nuovamente mi auguro conseguire, 
se andando via dalla vostra città saprò di aver meco tuttora, 
intimo, supremo conforto mio, la stima vostra, cui sempre de- 
voto, al dire di Dante, 

La mente e gli occhi, ov'ella volle, diedi. 



Chi desideri compendiare in poche parole la vita della pas- 
sata Legislatura, e darne il carattere, può dire che essa ebbe 
una missione, il problema della finanza, e venne consunta da 
una questione, quella dei partiti. 

Grave era il compito assegnato alla XVII Legislatura; ma 
un compito strettamente definito, quasi un mandato imperativo, 
che si traduceva nell'aspirazione di veder fermato il giudizio 
sopra alcuni argomenti di prima importanza, la cui ambiguità 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 3 II 

agitava e deprimeva, insieme, il paese. La mèta del pareggio, 
sopra tutto, che si voleva ad ogni costo fosse raggiunta solo 
per mezzo delle economie, inspirò il programma politico nel 
cui motto si fecero, al 1890, le elezioni generali, e il cui grido 
accompagnò d'ogni parte d' Italia i deputati, che novellamente 
si recavano a Roma. Il Governo, conscio della voce pubblica, 
aveva già promesso di escogitare con ogni cura tutti quei modi 
che meglio valessero, possibilmente senza aggravi maggiori, a 
rimettere in equilibrio il bilancio dello Stato, come un primo 
passo a ristabilire in buon assetto il bilancio della nazione, — 
uno e l'altro indissolubilmente connessi nelle sorti loro. 

Certo, quel motto e quel grido avevano fondamento di ra- 
gione: eravamo nel momento più difficile della crisi economica 
del paese. Chi di essa muove tuttora acre censura agli uomini 
che furono al Governo nell'ultimo decennio, dice, o, meglio, 
ripete cosa non vera; quegli uomini ebbero solo il torto di non 
divinarne abbastanza la estensione. La crisi, per quanti impar- 
zialmente e consapevolmente si fanno a studiarne i motivi, non 
ha se non due spiegazioni : una tecnica e particolare, la immo- 
bilitazione del capitale, l'altra morale e generica, la idealità. 
Larga parte delle risorse e dei risparmi noi fissammo, turbando 
il circolo della vita monetaria, in costose rapide trasformazioni 
di colture, in industrie nuove e molteplici, in imprese edilizie 
davvero inescusabili ; e, d'altra parte, troppo abusammo, né 
altri forse ebbe mai ragione d'abusarne più, di quella idealità 
da cui sono affetti e come ammalati quasi tutti i popoli moderni. 
Avevamo grandi tradizioni, eravamo di alcuni secoli addietro 
alle nazioni più civili di Europa: volemmo, dovemmo rifare in 
fretta e in furia gran parte del cammino che ci separava da esse, 
tanto più valide, tanto più ricche per lunga costituzione unitaria. 
Lo sforzo fu enorme, e quello fu il tempo in cui tutti perdemmo 
il sentimento della proporzione tra i mezzi e i bisogni, in cui 
troppo invertimmo fra loro questi due fini correlativi. Non giova 
dunque affaticare l'intelletto nella indagine delle cause che hanno 
determinato il presente stato di cose, se la causa è di tanta 
evidenza, se essa risiede nella illusione, cosi a lungo, cosi 



312 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO ) 

generalmente condivisa, di una potenzialità superiore a quella 
che realmente noi abbiamo. 

Era al Governo, nell'ora in cui scoppiò più veemente la crisi, 
una delle più indomite nature del nostro riscatto, un uomo, cui 
nessuno può togliere la gloria di essere stato l'iniziatore della 
spedizione de' Mille, e il quale aveva mossa una ondata di 
passione viva per tutta Italia, — il cui nome, è forza riconoscere, 
non ebbe mai presso i Governi esteri una più alta considera- 
zione come quella che Francesco Crispi le seppe assicurare. 
Or contro di lui, in quell'ora novissima, si volse il malcontento 
generale, non tanto perché egli avesse reso, per vizio di metodo, 
più onerosa la politica generale dello Stato, quanto perché a 
molti parve non egli sapesse valutare tutta la graviià del peri- 
colo. Né ancora si era adunato il Parlamento che la diffidenza 
fu padrona della stessa Camera, già logora della lotta elettorale, 
già sospettosa dei primi atti, delle prime dichiarazioni del gabi- 
netto. Volle il Crispi, nella tornata del 31 gennaio 1891, dopo 
soli due mesi dalle elezioni, in un momento davvero tragico 
come i nostri annali non registrano l'eguale, affrettare la cata- 
strofe, che forse gli sembrava inevitabile, e anticipare gì' idi di 
marzo, che già non tutti gli presagivano lieti? 

Il vero è che la Destra, non più risoluta a consentir tacita 
nell'indirizzo del partito dominante, era tornata più numerosa 
e consciente alla Camera: una semplice evocazione del passato 
che pareva morto per sempre, una evocazione che nulla aveva 
a che fare con l'argomento di cui era allora parola, bastò a 
indurre tutta la Destra, la quale da sola rappresentò quel giorno 
due terzi de' voti di opposizione, all'abbandono e alla condanna 
di Francesco Crispi. Cosi, per un mèro incidente parlamen- 
tare, all'inizio appena della Legislatura, fu creata una situazione 
politica perfettamente contraria a quella prevalsa fino allora. 
Per quindici anni la direzione del governo era stata nelle mani 
de' capi della Sinistra, più o meno desiderosi di allargare, per 
necessità delle cose, la base loro a Destra: da quel giorno il po- 
tere passava francamente alla Destra, — coadiuvata dal Nicotera 
e da' suoi, costantemente dissidenti, di Sinistra. I termini, quel 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 313 

giorno, s'invertivano; e col gabinetto preseduto dall'onorevole 
Di Rudini riappariva e si riaffermava un partito, che da un 
decennio aveva liberamente rinunziato a vivere di vita propria. 
Ma, quel che è più, la Destra che tornava al governo non era 
più quella di una volta, un partito non nato conservatore, che 
pure atteggiandosi alla moderazione per timore che la poca 
prudenza potesse sfasciare la favolosa opera della Rivoluzione, 
aveva, con ardimento senza pari, a costo della impopolarità più 
dura, potuto compiere l'edifizio mirabile della unità della patria. 
Si può dubitare se durante il decennio parte della Sinistra abbia 
saputo intendere tutte le necessità de' tempi che devono costrin- 
gerla, fatalmente, a rifare sé stessa e il suo programma. Ma non 
si può in nessuna guisa dubitare che una Destra nuova sia 
sorta nel frattempo, diversa da quella del passato, ma ugual- 
mente conscia della sua omogeneità, de' suoi uomini, de' suoi 
ideali: una riunione di giovani forze, credenti in quella libertà 
individualista, che oggi i conservatori di tutti i paesi del mondo 
stimano sia la maggiore, forse la sola difesa contro l'azione pre- 
ponderante dello Stato, giudicata pericolosa dall'onorevole Di Ru- 
dini nel suo discorso di Termini Imerese del 6 dicembre 1890, 
dall'onorevole Colombo a Milano il 7 del mese corrente. 

Or questo non era, questo non è il partito che, dati i miei 
studi e il mio temperamento, io possa desiderare a capo della 
nostra Italia, cui ho sempre augurato di essere il paese, per dirla 
con le parole di Giuseppe Plàstino, un « po' meno del diritto 
privato, un po' più e meglio del diritto pubblico ». Oggi è dot- 
trina conservatrice quella, che tuttora consideri lo Stato non più 
che un ente anomalo, semplice custode dell'ordine politico, ed 
è invece dottrina progressista questa, che l' intervento giuridico 
dello Stato richieda in tutte le questioni sociali, — non compor- 
tando più i tempi che lo Stato sia inerte spettatore della lotta 
per la vita, o che la forza sua riveli soltanto sotto la veste del 
carabiniere e dell'agente delle imposte. Entrambe le teorie spe- 
rano di assicurare alla collettività umana il maggiore benessere: 
la prima però si appaga del puro svolgimento delle forze na- 
turali, la seconda crede necessario la ingerenza de' poteri 



314 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

pubblici; quella risponde al concetto del mondo antico, secondo 
cui la libertà significava, nel fatto, dominazione e privilegio, 
questa al costume dell'età moderna, che la libertà, nel comun 
diritto di eguaglianza, vuole garantita dall'arbitrio e dall'abuso. 
La decadenza de' vecchi partiti è appunto in queste recenti evo- 
luzioni della scienza e della sociologia; ma, per fortuna, in esse 
è altresì la causa e il motivo del prossimo rifacimento de' nuovi, 
che ancora una volta agiterà potente la fiamma della passione 
civile. Il movimento quasi vorticoso delle idee di questi ultimi 
anni ha tolto via gran parte di vitalità a' criteri del passato: 
altri sentimenti trasformano, anche tra noi, i partiti politici, e 
loro imprimono due tendenze affatto contrarie a quelle di un 
tempo, — due tendenze, che si faranno sempre più accentuate cosi 
nell'arte politica come nel campo economico. E bene quindi si 
esprimeva, ora è un anno, uno de' giovani deputati della nuova 
Destra, il Prinetti, quando diceva alla Camera « esser vano 
pretendere, a dieci anni di distanza, dopo una cosi lunga solu- 
zione di continuità, che i partiti, sempre di destra e di sinistra 
per le condizioni topografiche del Parlamento, siano tuttora e 
sempre l'antica Destra e l'antica Sinistra. Le nuove divisioni 
avranno luogo sul modo diverso d'intendere, direi quasi di 
sentire le funzioni e gli attributi dello Stato, ossia, su due me- 
todi di governo affatto opposti, che han servito con alterne 
vicende, secondo le mutevoli condizioni delle umane società, 
talora a' conservatori, talora a' progressisti. Ed oggi sono i 
conservatori che combattono le dottrine autoritarie, perché ad 
essi pare che con l'estendere il campo di attività dello Stato 
si prepari lo strumento più atto ad oppugnare que' principi, 
che essi vogliono restino ciò che sono ». 



Il nuovo gabinetto veniva dinnanzi alla Camera con la palma 
della vittoria: il pareggio sembrava assicurato, a breve scadenza, 
per sola forza di volontà. Il paese parve liberarsi da un in- 
cubo, e respirò forte; credette sinceramente di aver trovato i 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 315 

redentori della finanza a buon mercato, e presto circondò i nuovi 
ministri di tanto favore come non altri mai per lo passato. Se 
ricordate, io fui tra' pochi a non condividere il comune sen- 
timento, né, in ogni caso, ad aver fede nella compagine stessa 
del gabinetto. Quando l'onorevole Zanardelli, nel primo giorno, 
espresse il concetto che i governi di coalizione sono fatalmente 
condannati alla impotenza, non pochi si mostrarono pudicamente 
offesi per quella che dissero la triste libidine del potere perduto. 
E, nel fatto, occorse più tempo perché l'idillio fosse sparito. Si 
trattava di un interesse superiore, che tutti i partiti hanno a 
cuore; nessun ministero, anche il più solido, potrebbe mai 
agire liberamente nella Camera, senza aver definito il problema 
della finanza, — alla cui soluzione, questa volta, l'Opposizione 
non mosse mai ostacolo deliberato; che anzi una parte di essa, 
il Centro Sinistro, soccorse del suo voto, in argomenti finan- 
ziari, il gabinetto dell'onorevole Di Rudini. Ma allora che dal- 
l'indirizzo, indubbiamente onesto, dato allo studio della que- 
stione, si speravano solleciti i frutti, e la Camera copriva i 
ministri di voti di fiducia anche il giorno dopo della coraggiosa 
proposta per la riduzione a soli trenta milioni degli assegni 
ferroviari: sia per la difficoltà della impresa, sia, io credo, per 
il difetto di buon accordo degli animi in seno al Governo, la 
crisi, dopo soli quattordici mesi, scoppiò come fulmine durante 
la pace di una proroga parlamentare; né qualunque accomoda- 
mento fu possibile fino al giorno in cui, riapertasi la Camera, 
la presenza di un gabinetto superstite a sé stesso non ridestò 
nel pensiero de' deputati, che tornavano dalle province, la im- 
pressione recente di stupore universale. A questo modo la si- 
tuazione politica, nata di sorpresa il 31 gennaio del 1891, fu 
cancellata dal voto del 5 maggio di quest'anno, che diede luogo 
di nuovo a un ministero di Sinistra, capace, perché composto 
di uomini non compromessi, e perché sorretto da una maggio- 
ranza omogenea, di resistere all'urto, che era facile prevedere 
imminente e impetuoso. 

L'urto fu tale che sorpassò ogni previsione. I vinti della vi- 
gilia, nella quasi certezza di riguadagnare il potere, cercarono 



3l6 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

di negare al nuovo gabinetto non solo la fiducia, ma una sem- 
plice aspettazione, un semplice rinvio del giudizio della Ca- 
mera, pure non ignorando che, nel biasimo, sarebbero state 
travolte le facoltà sovrane della Corona. Ma la maggioranza 
tenne fermo, e la votazione, che pose fine cosi al dibattito 
su la domanda dell'esercizio provvisorio come alla breve vita 
della XVII Legislatura, troncò sul nascere un tentativo di con- 
flitto costituzionale, che sarebbe stato il primo dacché il Regno 
d'Italia è costituito. Un'assemblea, nella quale avvengono due 
risoluzioni come quelle del 31 gennaio e del 5 maggio, e in 
cui i partiti risorgono d'un tratto più acerbi che mai, assai più 
che il dovere ha il diritto di ritemprarsi alle origini popolari. Se 
altra e più legittima ragione non vi fosse, questa basterebbe a 
giustificare l'appello che ora è fatto ai comizi generali, cagio- 
nati dal fenomeno di una Camera suicida. 

Una idea ha trionfato: il governo di uomini di partito, e di 
un solo partito. Perché, o signori, oggi non v'ha niente di più 
importante per la causa del regime libero quanto la riforma 
de' partiti parlamentari. L'annosa questione è sorta nuovamente 
quel giorno in cui dagli oppositi settori della Camera, di mezzo 
a uno dei maggiori tumulti che siano mai successi nel Parla- 
mento, abbiamo riparlato, e con passione ardente, del passato, 
togliendo da esso augurio di anni meno incerti per tutti: che 
tutti punge intenso il desiderio di rimettere la disciplina de' par- 
titi in luogo del giudizio puramente personale su gli avversari 
o su gli amici del momento, contro i quali o con i quaU non 
si sa mai bene perché si sia, quando non sìa per le fugaci, 
misere contingenze dell'appello nominale. E cotesta questione 
rianimerà ormai tutto il nostro ambiente, se la Sinistra, non 
più intenta nella cieca adorazione del vecchio decalogo, saprà 
infine concepire le tante mutazioni di pensiero e di sentimento, 
che sono accadute e accadono nel mondo moderno. In questa 
intuizione è certo la sola via di scampo del partito progressista. 
Le parti estreme hanno in sé stesse, nello spirito di resistenza 
che ha forza di unione, un organamento spontaneo e dure- 
vole. Ma a' partiti responsabili del governo presto vien meno 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 317 

Ogni energia se in essi non è saldo il fondamento di un prin- 
cipio direttivo, se in essi non è viva l'eco de' nuovi bisogni 
e delle nuove tendenze del paese. La Sinistra storica ha esau- 
rito l'antico programma. Oggi, per ciò, o piegheremo noi stessi, 
con un alto concetto dello Stato, allo esame de' problemi d'in- 
dole sociale ed economica, o non avremo più il diritto a chie- 
dere, e meno a sperare, l'assentimento della nazione. Solo un 
Governo di partito sano e vigoroso, ridando dignità al Parla- 
mento, può oggi ricorrere alla coscienza pubblica, e invocare 
fidente le sorti dell'avvenire. 



Certo, v'ha tuttora una minaccia al buono assetto de' nostri 
aggruppamenti parlamentari: non pochi credono tuttora, che 
meglio sarebbe stato se il moto fosse giunto quando non aves- 
simo più avuta davanti, ancora paurosa, la questione della finanza. 

Si ha un bel dire che uno Stato di trenta milioni di abitanti 
non debba commuoversi per un disavanzo di un centinaio di 
milioni di lire. Il fatto è che il disavanzo, per un paese come 
il nostro, ove sono cosi malagevoli le condizioni della economia 
pubblica, all'estero ci aliena il credito e all'interno ci distrae 
da cure maggiori. È quindi suprema necessità, nel momento 
in cui siamo, di porre la questione finanziaria in cima a tutte 
le altre, non potendo sconoscere l'anemia che debilita la na- 
zione, né sperare un qualsiasi miglioramento se prima non si 
sia data solidità all'azienda dello Stato. L'Italia che ha saputa 
ottenere, a prezzo di virtù, l'autonomia politica, deve volgere 
or.mai tutta sé stessa a conquistare la indipendenza econo- 
mica, senza la quale non sarà mai padrona de' suoi destini; 
e, per la indipendenza economica, è condizione indispensabile il 
restauramento della finanza, che solo può spirare un primo 
soffio di vita nuova in tutto l'organismo nazionale. « Tra' po- 
poli liberi di Europa », disse, ora è poco, alla Camera il deputato 
Panizza, « l'Italia si distingue per una condizione aff"atto spe- 
ciale, di cui non troviamo l'analoga che nella Grecia. Le altre 



3l8 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

nazioni han conquistata la loro unità quando avevan raggiunta 
la prosperità; l'Italia, come la Grecia, ha conquistata l'unità 
prima di avere la prosperità. Ciò muta completamente il debito 
de' suoi rappresentanti ». 

Per la Sinistra parlamentare, cotesto è realmente un debito 
d'onore. Ricordate le parole che Marco Minghetti, nel i8 marzo 
del 1876, profferiva alla Camera prima di abbandonare — insieme 
con la Destra — il governo del paese? « Andiamo via », egli 
disse in quell'ora veramente storica, « felici di lasciare col bi- 
lancio pareggiato la finanza assestata, e sempre pregheremo Dio 
che voi possiate un tale beneficio conservare alla patria »... Che 
speranze e che sogni per tutto un decennio, e quale acerbo gridio 
al primo fallo, alla prima minaccia ! Voi non ignorate le molte 
recriminazioni che tuttora, a rimpianto della prosperità di una 
volta, si muovono contro l'uomo che a lungo, durante il go- 
verno di Sinistra, fu a capo della finanza italiana. Certo, accuse 
a quell'uomo se ne posson fare; questa, sopra tutto,' che, da 
ultimo, egli abbia fin troppo, perché troppo fiducioso di sé, 
nascosto il pericolo e velate le difficoltà della situazione. Ma 
io ho il debito di ripetere a voi che, a parer mio, senza l'opera 
di lui, senza il suo ingegno veramente straordinario, o non era 
possibile tentare ciò che pure si è fatto, o noi avremmo a que- 
st'ora poco da invidiare a' paesi come il Portogallo e la Spagna, 
non più assistiti dalla considerazione politica e finanziaria del 
mondo civile. La prosperità del bilancio degli anni scorsi ! « Ma 
non si è mai udito, non si è mai letto, non si è mai imparato », 
diceva appunto il Magliani, dinnanzi al Senato, nella tornata del 
IO luglio del 1888, « che un paese sia davvero in pareggio col 
corso forzoso, con tutti i servizi in sofferenza, con la flotta 
disfatta, con l'esercito scomposto, coi lavori pubblici mancanti, 
col difetto di tutti gli strumenti principali della civiltà moderna, 
di cui non può non essere assetato un paese giovane come il 
nostro, pieno di vita e di avvenire. Se un altro decennio ha 
sopportato le spese del pareggio aritmetico dell'ultimo anno del 
decennio precedente, è questo un fatto perfettamente naturale 
e quasi necessario; e per quanto si sia critici austeri ed anche 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 319 

sistematici, il paese può non essere scontento dell'amministra- 
zione di questi ultimi dieci anni, ne' quali il credito si è solle- 
vato a nuova altezza, e l'Europa ha avuto molto più fiducia 
in noi di quello che aveva per lo innanzi ». 

Senza dubbio, il merito della Destra che seppe vincere, fin 
da prima, lo spettro del fallimento, e fare la educazione tribu- 
taria del paese, è grande; e grande sarà la lode che avrà quel 
giorno, in cui l'oblio coprirà i molti pregiudizi e le molte ire 
de' contemporanei. Ma sarebbe cosa non vera soggiungere che 
la Sinistra, e soltanto essa, e solo a furia di prodigalità, abbia 
rovinato ogni cosa. Perché se per poco si considerino le mu- 
tazioni avvenute nel bilancio dello Stato per il corso di venti 
anni, dal '72 al '92, e gli elementi costitutivi della differenza in 
più — di 308 milioni — dell'annua somma nelle spese ordinarie e 
straordinarie: sarà facile vedere che tolti 40 milioni per la cate- 
goria de' debiti (de' quali 30 per il corso forzoso), e 177 per 
l'esercito e la marina, provocati dalla ingiuria di Tunisi, non 
avanzano che soli 91 per tutti insieme i servizi civili, di cui 
24 ne' capitoli della pubblica istruzione e 47 in quelli de' lavori 
pubblici. E se inoltre si rammenti che di fronte al patrimonio, 
andato in liquidazione, dell'antico demanio e dell'asse ecclesia- 
stico, abbiamo oggi un demanio di ben altra e più importante 
natura, del quale fanno parte le strade ferrate, la cui rete chilo- 
metrica è stata nel ventennio ben più che raddoppiata: se si 
pensi, insomma, che le rendite patrimoniali si veggono, a que- 
st'ora, poco meno che triplicate, dà 30 a 85 milioni; giustizia 
vuole che non si gridi più la croce, come altri fa, alla memoria 
di Agostino Magliani, — vittima, se mai, e non autore di tutto 
un programma di governo, che oggi soltanto è detto, con acerba 
ironia, della finanza allegra. Tutta la Sinistra, e meno delle 
altre la parte di cui fu capo il Depretis, soggiacque all'errore 
che di solito accade nei periodi di prosperità: che è quello di 
credere alla lunga durata della buona fortuna; e però essa volle, 
contemporaneamente, affrontare e risolvere i più ardui problemi, 
commisurando i bisogni di tutti i servizi alla stregua dell'oggi, 
non alle possibili meno liete condizioni del domani. Questo il 



320 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

peccato, di cui deve fare ammenda, confessandosi in colpa, e 
attuando il programma, lasciato a mezzo, dalla passata Legi- 
slatura. 

Quel programma, se rammentate, si compendiava nella revi- 
sione del sistema doganale, nel riordinamento della circolazione 
e nel pareggio del bilancio. 

Circa la riforma doganale, ogni lode, e sincerissima, va data 
all'onorevole Luzzatti per avere conferito al problema una so- 
luzione, che due anni addietro non era facile sperare. È questo 
il maggior titolo di vanto del passato Ministero. Dalla Francia, 
la quale ancora, e verso tutti, tien fermo il diniego ad ogni patto 
convenzionale, a noi basti avere ottenuto che anche per noi 
abbia fine, una volta, il trattamento de' dazi differenziali, seb- 
bene a noi soltanto essa creda tuttavia dover applicare i diritti 
massimi della sua tariffa generale. Il miglioramento è quindi 
leggero, ma è sempre qualche cosa; né tanto perché diminui- 
scono i dazi, quanto perché scema il loro carattere differenziale: 
ossia, perché il divario fra il dazio generale fissato per noi e 
il minimo concesso agli altri è sempre inferiore a quello che 
era già fra il dazio di guerra imposto a noi e il convenzionale 
adoperato con gli altri. Senza dubbio, la chiusura del mercato 
francese fu ed è di grave danno a noi, perché oltre il valico 
del Cenisio si avviava già da tempo la terza parte dei nostri 
traffici. Ma oggi è provato che né gli accordi furon mai più 
voluti, sul serio, dalla Francia, né, per noi, il danno vero e 
reale supera ormai i cento milioni l'anno. Grazie, infatti, ai 
trattati di commercio e di navigazione, stipulati con la Germania, 
r Austria-Ungheria e la Svizzera, abbiamo avuto, in cambio di 
non gravi concessioni su alcune industrie, eque riduzioni su 
quasi tutti i prodotti agrari, de' quali il vino e la seta rappre- 
sentano, da soli, i due rami più fecondi delle esportazioni ita- 
liane. Certo, né tutto né molto va chiesto alle nuove convenzioni, 
che han posto argine alle correnti protezioniste di Europa, cosi 
aggressive in questi ultimi anni. Le due maggiori difficoltà contro 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 32 1 

le quali si dibatte l'Italia economica, le scarse correnti monetarie 
e il grosso debito che abbiamo con l'estero, non si possono 
veramente superare se non rendendo più notevoli i nostri traf- 
fici. Ma la floridezza degli scambi non è riposta nell'unico pre- 
sidio dei dazi di confine. Essa, come soleva dire il povero 
Ellena, si raccomanda sopra tutto alla virtù e alla costanza 
de' nostri produttori. 

Non cosi .per la legge di proroga della facoltà di emissione 
de' biglietti di banca, della quale ho creduto e credo che a torto 
parve alla maggioranza della Camera aver carattere di semplice 
sanzione delle cose esistenti, ed essere, a un tempo, apparecchio 
e guida al riordinamento della nostra circolazione. Si voleva, 
a buon diritto, porre termine all'abuso, per il quale i nostri Isti- 
tuti, facendo a gara nell' eccitare artificialmente gli affari, han 
data cosi larga occasione alla crisi della nazione. E, invece, 
la nuova legge ha manifestamente derogato alla costituzione 
bancaria del 1874, perché non solo ha sanzionato lo stato pre- 
sente di cose, secondo cui la circolazione da 750 milioni si è 
estesa a oltre il miliardo, ma ne ha accresciuto l'ammontare 
di altri 150 milioni di lire. Abbiamo avuto, in sostanza, un 
aumento di carta, senz'aumento di numerario. Or quanti sono an- 
cora fra noi che persistono a non confondere i valori con i segni 
che li rappresentano, debbono vivamente deplorare che Governo 
e Parlamento abbiano esitato ancora una volta, per vana pietà 
d'interessi malsani, a liberare il paese da una situazione vera- 
mente patologica. È inutile illuderci. Senza una politica ban- 
caria molto severa, che liquidi i portafogli degli effetti in soffe- 
renza ed accresca le riserve metalliche, nessuna legge di questo 
mondo ci potrà rendere mai più, insieme con la fiducia de' mer- 
cati stranieri, l'ufficio normale delle correnti monetarie. Iddio ci 
salvi, per l'avvenire della patria, dall'avere nuovamente bisogno 
del corso forzoso, che oggi, in condizioni tanto più difficili, sa- 
rebbe addirittura la rovina del credito nazionale ! Se quella fiducia, 
il più presto possibile, noi o non vorremo o non sapremo 
riacquistare per intera, sarà meglio ripetere a noi stessi, che al 
primo grido di guerra che si levi in Europa, l' Italia è rassegnata 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 21 



322 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

a subire il ritorno de' suoi titoli, e, quindi, il rialzo non più 
tollerabile né più capace di rimedio del cambio con l'estero. 

Mi rimane ora a dire dell'assestamento del bilancio, cui sono 
legate, per tanta parte, le sorti della finanza italiana. 

La preoccupazione del pareggio, la maggiore di quante pos- 
siamo e dobbiamo avere in questo momento, non è una fisima 
di dottrinari. Certo, ha torto chi consideri il pareggio come la 
panacea de' nostri mali ; ma non v' ha dubbio che essendo il 
disavanzo la causa prima delle angustie nelle quali si dibatte 
il paese, solo il consolidamento del bilancio può dare assicu- 
razione cosi alla nostra fortuna economica come alla saldezza 
politica della patria. Più è chiaro il disagio da cui siamo turbati, 
e più' è manifesto il bisogno di liberarci da questa oppres- 
sione che ci domina, e tante diffidenze muove contro il credito 
della nazione. L'Italia, che già nelle iatture del corso forzoso 
superò crisi assai più gravi, anche questa volta vincerà la prova; 
ma la fede nel buon esito non basta; occorre che alla fede 
corrispondano le opere, e queste, perché opportune, partano 
dalla piena conoscenza del problema. 

Dalla chiusura dell'esercizio dell' 88, in cui il disavanzo con- 
tabile, riapparso tre anni prima dopo un decennio di sosta, 
raggiunse nuovamente la grossa cifra di 250 milioni di lire, 
ebbe inizio il presente periodo di raccoglimento, assiduo e 
sollecito, dal quale ci è dato trarre buoni auspici per l'avve- 
nire. Qualunque sia il giudizio intorno alla politica finanziaria 
del passato gabinetto, in su le prime troppo baldanzosa, più 
tardi troppo dubbia e remissiva, è debito affermare che schietto 
e libero ne fu l'indirizzo. Ma è dovere in pari tempo soggiun- 
gere, che il passato gabinetto non iniziò, ma prosegui l'opera 
dei precedenti ministri delle finanze, succeduti, durante il go- 
verno di Francesco Crispi, al Magliani. Per opera loro abbiamo 
in soli tre anni, nonostante la crisi generale che ci obbligò via 
via a scemare di 60 milioni la previsione delle entrate; anche 
reintegrando, nella parte ordinaria delle spese, tutto il cumulo 
delle pensioni; senza nuove imposte, anzi ad onta di una forte 
riduzione della tassa su gli spiriti: in soli tre anni abbiamo 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 323^ 

rifatta la scala discendente del disavanzo, il quale, esclusi gli as- 
segni ferroviari, oggi oscilla intorno a' 60 milioni per l'esercizio 
in corso. E la mèta fu raggiunta solo per due vie: togliendo ogni 
causa di nuove spese, e introducendo in tutti i capitoli un cosi largo 
contributo di risparmi da raggiungere la somma di 200 milioni, 
de' quali oltre la metà in modo permanente. Per tal guisa ci siamo 
arrestati, ora, a un miliardo e cinquecento milioni, rifuggendo 
dal miliardo e ottocento, cui parve volessimo spingerci nel 1888. 

Ma il porto non è ancora vicino, ed è bene a questo fine 
non avere illusioni. Possiamo e dobbiamo abbandonare nuova- 
mente al Tesoro le costruzioni ferroviarie per conto dello Stato, 
astenendoci dal registrarle, come voleva il precedente gabinetto, 
nella parte ordinaria della uscita. Ma non possiamo né dob- 
biamo dar pace a noi stessi finché non avremo, durevolmente, 
raggiunto il pareggio effettivo nelle due prime categorie del bi- 
lancio, in quella, cioè, delle entrate e delle spese effettive, e 
nell'altra del movimento de' capitali. Non è col nascondere le 
difficoltà nostre che io compirei, dinnanzi a voi, l'obbligo mio 
di cittadino e di candidato... 

E le difficoltà provengono da due ordini di fatti, che è bene 
richiamare alla memoria. 

Il primo si riferisce alla gravezza del nostro sistema tribu- 
tario, non tanto assoluta in sé stessa, quanto di fronte al pre- 
sente periodo di sosta nel progresso della ricchezza nazionale. 
Che il carico sia pesante, non c'è bisogno di dimostrarlo: 
l'Italia riscuote un miliardo e cinquecento milioni per lo Stato, 
quattrocento per le province e i comuni ; in tutto un miliardo e 
novecento milioni di lire. Durante l'ultimo ventennio quasi 
tutte le imposte erariali furono rimaneggiate e accresciute, 
fornendo esse, in più, 460 milioni alle odierne entrate dello 
Stato: una sola fu abolita, il macinato, due sole ridotte, la fon- 
diaria su' terreni e il dazio sul sale. Ma l'aumento non è frutto, 
come dovrebbe essere, della naturale progressione dell'agia- 
tezza privata. Questa, invece, ne' due ultimi suoi accrescimenti 
quinquennali, è stata, come il Bodio ha provato, in un ordine 
medio decrescente, cosi che la crisi generale, se altre prove 



324 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

mancassero, si fa palese in questo rallentamento di sviluppo del 
capitale nazionale, che viene ora calcolato a cinquantaquattro mi- 
liardi appena. Oggi l'aumento medio della ricchezza sarebbe 
della metà circa di quanto era dal '75 all' 80, cioè, di non più 
che cinquecento milioni l'anno: grossa somma in apparenza, 
magra in realtà, quando si pensi che corrisponde appena all'uno 
per cento. Si tratta di un quoziente, che supera di poco quello 
dell'aumento di popolazione, il quale, tenuto conto della emi- 
grazione, è di 0,7 per cento. 

Il secondo fatto, che rende ardua la soluzione del problema, 
riguarda la essenza stessa del bilancio, in cui le spese intangi- 
bili si sono andate sempre più allargando, mentre si è reso sem- 
pre più esiguo il margine delle spese facoltative. 

Gl'interessi annui, innanzi tutto, dell'enorme cumulo dei de- 
biti consolidati, redimibili e vitalizi, oscillano, come si sa, in- 
torno agli 800 milioni, perché le passività dello Stato già som- 
mano, da sole, a oltre tredici miliardi di lire. Senza dubbio, i 
nostri debiti significano il prezzo della nostra costituzione 
unitaria, e, per ciò, sono pienamente giustificati di fronte alle 
generazioni future. Ma è certo che, relativamente, noi vin- 
ciamo, — oneroso primato, — ogni altro paese di Europa: che per 
il solo Gran Libro preleviamo più che il terzo della entrata 
netta del bilancio, sorpassando quel punto di guardia, che gli 
scrittori più autorevoli dicono distinguere, nel governo della 
finanza, la salute dalla infermità. È quindi evidente che noi 
dobbiamo ormai rifuggire dal credito, e limitare al necessario 
i prestiti, che annualmente contragghiamo per le spese del bi- 
lancio. Le stesse casse patrimoniali delle ferrovie silenziosa- 
mente già vanno svolgendo debiti, ai quali bisognerà pure 
provvedere. Lo stesso debito fluttante del Tesoro, che rappre- 
senta il disavanzo non consolidato degli ultimi anni, è già del 
doppio superiore al limite massimo di 250 milioni di lire, oltre 
a cui, in Italia, si è sempre creduto fosse bene non farlo arri- 
vare. Altri, non noi, possono gestire, — distinta dai bilanci, — la 
tesoreria dello Stato, perché essi, non noi, possono attingere 
senza rischio, ogni anno, al patrimonio del risparmio nazionale. 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 325 

Dopo gl'interessi del debito pubblico, la cifra più grossa del 
bilancio è quella della guerra e della marina, 350 milioni all' in- 
circa, intorno a cui, per ciò, sarà vivo il contrasto nella XVIII 
Legislatura, chiamata, io mi auguro, a dare assetto al problema 
delle spese militari, — la cui misura coinvolge il più delicato in- 
teresse nazionale. Non è questa la occasione di parlare di sif- 
fatto argomento: ma è questo, per me, il momento di una leale 
dichiarazione. A differenza de' non pochi i quali pare accennino 
ad associarsi con i radicali, costanti avversari di ogni politica 
di armamenti e di alleanze, io presto tuttora fede all'indirizzo 
della politica estera, come venne, or è un decennio, dato al 
paese dal compianto Mancini. In nessun caso avrei l'animo di 
assumere, nelle presenti condizioni, la responsabilità di un ac- 
cenno a un indirizzo diverso, ossia, ad una neutralità, la quale, 
data la storia e la geografia d'Italia, significherebbe, secondo 
me, sagrificio di interessi e rinunzia di diritti, non soppressione 
di spese né tanto meno allontanamento di pericoli; non mai, 
del resto, dovremmo essere armati come quando noi fossimo 
decisi ad infrangere i patti che ora ci legano alle potenze cen- 
trali, — dacché, sebbene per estensione non siamo che l'ottavo 
Stato d'Europa, per popolazione siamo il quinto. Per me, 
quindi, il problema si riduce a ciò: che si abbia un vero e saldo 
ordinamento difensivo, atto a tener fronte cosi alla missione poli- 
tica come alla capacità economica del paese. Or in questi confini 
il dissidio è già aperto fra coloro, i quali credono o non credono 
alla stabilità della presente organizzazione dei dodici corpi di 
esercito in corrispondenza con i 245 milioni del presente bilancio 
della guerra. Ebbene, io che non giudico possibile una pronta 
riduzione delle spese militari, sono in obbligo di esprimervi 
l'intimo convincimento mio. L'Italia, al punto in cui è, non 
può accrescere di un soldo i suoi oneri di guerra, anche se 
fosse tecnicamente provato che quella somma non basti, con la 
efficacia che si richiede, se non a soli dieci corpi, e sia necessario 
per ciò portare, non più a 480, ma, come pure ci fu assicurato 
dieci anni addietro, a soli 430 mila uomini la prima linea com- 
battente dell'esercito. Il dilemma è questo, ed io non esito, dopo 



326 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

lungo coscienzioso esame, a pigliare il mio partito. È follia 
sognare l'isolamento, a buon mercato, del nostro paese; ma è 
poco meno della follia volere a un tempo che 1* Italia sia in grado 
di gareggiare con la Francia nelle forze marittime, di eguagliare 
r Austria-Ungheria nella potenza terrestre. 

E come non ancora possiamo avere una riduzione nella 
maggiore fra le spese facoltative, che è il premio e il miraggio 
del domani, cosi, dopo gli sforzi compiuti, non e' è dato far grande 
assegnamento su tutte le altre categorie. Molta, in questi tre 
anni, è stata la compressione del bilancio; e quando si pensi 
che detratto il costo di riscossione delle imposte in i6o milioni, 
a noi non avanza, per tutti gli altri uffici dello Stato, se non 
appena un margine di 290 milioni di lire, ci è forza convenire 
che è vano sperare da ulteriori strettoie delle spese facoltative, 
senza por mano a riforme organiche, le quali semplifichino e 
discentrino i pubblici servizi, ma dalle quali non è da attendere 
notevole beneficio immediato. Il ministero dei lavori pubblici ha 
già fornito, da solo, più economie che con tutti gli altri presi 
insieme. I due ministeri dell'interno e della giustizia, che nel 
ventennio ebbero aumenti insignificanti, han dato pur essi il loro 
contributo a sollievo del bilancio, né altro potranno dare senza 
una larga riduzione delle alte circoscrizioni amministrative e 
giudiziarie, che il paese, torto o ragione che abbia, non vuole. 
Del resto, in Italia si crede generalmente che le amministra- 
zioni pubbliche siano troppo costose; e s'ignora che dopo l'in- 
glese noi siamo il popolo il quale meno spenda — oggi — per la 
burocrazia, cui diamo non più che il 6,62 per cento delle entrate 
generali dello Stato. Cosi potessimo durarla sempre cosi; che 
gì' indizi! d'un ben altro avviamento non mancano! 



Ed ora che avete dinnanzi tutta quanta la questione, cosi 
terribile divoratrice di Ministeri e di Parlamenti, è naturale io 
mi aspetti da voi la dimanda: 

Che fare? 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 327 

Signori, nonostante la verità che ho cercato di esporvi in- 
tera, io ho ferma la convinzione che la nostra infermità non 
sia incurabile né tanto meno disperata. La situazione è grave, 
anche perché pi'esto verranno a galla prima le scadenze de' 
debiti, contratti con le Società ferroviarie per le linee comple- 
mentari, poi gli ammortamenti dei « boni settennali » del Tesoro, 
affidati, ora è poco, ai nostri maggiori istituti di risparmio. Ma 
tutto c'induce a credere che se proprio la maledizione di Dio 
non ci persegue, noi abbiamo scontato gli anni peggiori della 
crisi economica e finanziaria. Il movimento commerciale ripiglia 
vigore nelle sue due espressioni più sane, ossia, nella riduzione 
delle importazioni dei prodotti manufatti, da un lato, nell'aumento 
delle esportazioni dei prodotti naturali, dall'altro; e con esso 
concorda un fatto di grande importanza, quale è quello de' tanti 
capitali liberi d'Inghilterra e di Germania, i quali, resi diffi- 
denti degl'impieghi fuori dell'Europa, nuovamente ricercano, 
come negli anni migliori, la nostra rendita consolidata, — i 
quattro quinti della quale sono già, per fortuna, assorbiti in Italia. 
Vi fu tempo in cui l'accertamento de' tributi, che eccedeva le 
più rosee previsioni della Camera, smentiva ogni presagio di men 
prospero avvenire: da cinque anni in qua siamo stati costretti a 
registrare, tutti i mesi, una costante depressione, che ha reso 
inutile ogni più modesta aspettativa. Oggi, finalmente, i redditi 
delle imposte han cominciato a risalire la scala ascendente di 
una volta, facendoci sperare che il moto, lento, ma progres- 
sivo delle entrate non si arresterà cosi presto sul nascere. Io 
non temo l'esaurimento delle virtù riparatrici della economia 
nazionale: vi possono essere fenomeni passaggeri nella storia 
de' popoli; ma questi non costituiscono la vita normale, la quale 
è regolata da leggi che nessun evento può elidere. Non è pos- 
sibile una lunga, indefinita sosta nello sviluppo naturale della 
produzione e del consumo di un grande paese come il nostro... 

È dunque viva la fiducia di avere, ne' prossimi esercizi, 
maggiori proventi dalle entrate di cui si alimenta il bilancio. 
Ma a conseguire senza indugio, com'è dover nostro, il pareg- 
gio, ad assicurarcene almeno per l'esercizio in corso 92-93, 



328 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

occorrono provvidenze immediate e sollecite. Ora, escluso, com'è 
forza escludere, ogni pensiero di nuove imposte o di nuove 
emissioni di titoli, non toccando le spese militari né almanac- 
cando su le riforme di là da venire, è ragionevole, io credo, 
dare assenso al programma, modesto ma pratico, del ministro 
Grimaldi: un programma che si compendia, da un lato, nel 
proposito di condurre, con ogni più rigida cautela, l'ammini- 
strazione dello Stato, dall'altro, nel disegno di scompartire, in 
una serie più lunga di annualità, uno degli oneri più gravi, 
quello del debito vitalizio, mediante anticipazioni da parte della 
Cassa de* depositi e prestiti, le quali allevierebbero di 35 mi- 
lioni annui il bilancio. Questa veramente, e l'avocazione della 
importazione e della vendita del petrolio, sono le maggiori fra 
le proposte del Governo, per le quali, con i soli mezzi onde 
può disporre lo Stato, il paese sarebbe tolto, prontamente, dal 
bivio angoscioso in cui invano ci siamo agitati per tutto un 
anno. È questione di ripigliar lena per il cammino, che tuttora 
ci si apre lontano alla vista. Siamo il popolo più travagliato 
dagli oblighi tributari, ma non siamo tra quelli che nella regola 
de' tributi abbiano serbato, e serbino, più severa la legge della 
giustizia sociale. Ciò, venuta l'ora, non sarà più a lungo tol- 
lerabile. Affrettiamo il passo, se non vogliamo che la bufera 
c'incolga alle spalle! Il pericolo che minaccia le democrazie 
moderne, è l'uguaglianza de' diritti politici accanto alla grande 
disuguaglianza delle condizioni sociali: e la prima, la più odiosa 
di tali disuguaglianze è, senza dubbio, la cattiva distribuzione 
de' carichi dello Stato. Ora, per concepire sul serio la riforma 
tributaria, senza la quale è puerile in Italia gridare a' quattro 
venti in prò della questione sociale, non basta, no, aver rag- 
giunto, fiacco e stentato, l'equilibrio meccanico e puramente 
nominale del bilancio. Occorre, prima o poi, prevedere e prov- 
vedere alla sua sistemazione organica, perché la finanza, la quale, 
presso noi, è semibarbara, dia all'erario quella eccedenza, che 
gli Stati Uniti possono bensì applicare alla estinzione de' loro 
debiti, ma noi, ultimi venuti tra' popoli liberi, dobbiamo rivol- 
gere, per dovere di umanità, a sollievo delle classi lavoratrici. 



LA XVH LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 329 



Si, è semibarbara la finanza italiana, venuta su, Iddio sa 
come, nelle contingenze più affannose del Risorgimento nazio- 
nale; e però avrebbe torto, raggiunto il pareggio, chi volesse 
non altro che saldare il presente sistema, il quale, a detta dello 
stesso onorevole Colombo, è l'inverso della proporzionalità 
razionale, perché grava molto più su la piccola che su la 
grande ricchezza del paese, di cui una parte — e non è quella che 
più abbondi nel Mezzogiorno ! — si esime financo da ogni contri- 
buto. Or è poco Achille Argentino, che fu primo deputato del 
nostro collegio, ha luminosamente provato che le cosi dette 
« cambiali di commodo », le quali rappresentano non meno de* 
quattro quinti di tutto il collocamento cambiario dell'alta e della 
media Italia, e altro non sono se non allogazioni di capitali 
sotto mentite spoglie, eludono impudentemente le leggi, sfug- 
gendo ad ogni peso d'imposta... 

Una riforma è dunque necessaria, urgente; e non altri può 
desiderarla più e meglio di noi se è vero, come per me non 
è dubbio, che noi meridionali, proporzionalmente al reddito, 
paghiamo più di quello che ci toccherebbe pagare. Ma noi 
per i primi dobbiamo esser convinti di ciò, — che una riforma, 
degna veramente di paese onesto e civile, non debba né possa 
mai consistere se non in una progressiva diminuzione del carico 
tributario a favore delle classi più povere. Sfogliando qualche 
volta il bilancio dello Stato, chiedeva un giorno il deputato 
Ferraris, ci siamo noi domandato quali siano le classi che più 
concorrano ad alimentare le entrate, e quali quelle che meglio 
gareggino a determinare le spese dello Stato? Se il ministro delle 
finanze, egli rispondeva, si facesse, com'è avvenuto altrove, a 
porre davanti alla Camera tre bilanci, uno di famiglia operaia, 
sia della città sia delle campagne, uno di famiglia borghese, e 
uno infine di famiglia agiata, ci avvedremmo assai facilmente, 
che in nessun altro paese come in Italia, senza distinzione di 
regioni, sussista un divario tanto sensibile fra' beni e i tributi, 



330 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

e maggiore è senza dubbio la quota di quelle imposte, le quali, 
o direttamente o per incidenza o per via di traslazioni, col- 
piscano chi non possieda e viva del lavoro quotidiano. 

E il vero è che quasi la metà di tutto l'onere complessivo dello 
Stato oggi proviene da coloro i quali o posseggono scarsi mezzi 
di fortuna, o non avendo nulla, contribuiscano largamente alle 
tasse su' consumi. Che anzi è strano il fatto che più siamo an- 
dati innanzi nella vita nazionale, e più abbiamo retroceduto nel 
criterio generale della tassazione. Ne' primi anni cercammo di 
colpire a preferenza la proprietà: più tardi, invece, aggravammo 
i consumi con alte tariffe doganali; l'abolizione del macinato e 
la riduzione del dazio sul sale sono già state compensate ad 
usura dal diritto di cinque lire, che è inferiore solo a quello 
della Germania, su la introduzione de' grani esteri. Oggi i pro- 
venti dell'amministrazione delle gabelle, 690 milioni circa, rappre- 
sentano oltre i due quinti (il 44 per cento) delle entrate ordinarie 
dello Stato: e, tra essi, i soli dazi doganali, che venti anni ad- 
dietro fruttavano appena 80 milioni, han dato in questi ultimi 
esercizi fino a 275 milioni annui; il petrolio paga presso a poco 
il trecento per cento del suo valore effettivo, e i filati di cotone 
un diritto medio di confine, che in un solo decennio è salito 
da 22 a 52 lire il quintale. « In Italia », osservò alla Camera, 
alcuni mesi addietro, l'onorevole Giolitti, che oggi è a capo 
del Governo, « abbiamo due ordini d'imposte: le une su' redditi, 
proporzionate allo avere di ciascuno, le altre su' consumi, le 
quali cadono, come una specie di testatico, su tutti, ma più 
ancora sui poveri. Sommandole insieme, e guardando l'insieme 
del nostro sistema, è evidente il fenomeno che le ultime classi 
paghino una percentuale superiore a quella delle grandi fortune. 
Una moderata progressione, in qualcuna delle imposte attuali, 
altro quindi non farebbe se non assicurare l'osservanza dello 
Statuto, il quale vuole che ogni cittadino paghi in proporzione 
delle sue sostanze ». 

Ed io soggiungo che in Italia, come da per tutto, è tempo si 
risolvano a qualche cosa di concreto le classi che sono alla dire- 
zione dello Stato: è tempo che lo Stato rappresenti un criterio, 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 33 1 

determinato e distinto, in azione. Ora, o si è il governo de' 
pochi o si è il governo de' molti; e in questo secondo caso, 
che deve essere il nostro, è bene rammentare che la finanza non 
è la vita del popolo: essa non è se non un mezzo con cui lo 
Stato guida il popolo verso gl'ideali della civiltà moderna. Non 
è dunque possibile che duri a lungo la contraddizione fra un 
governo rappresentativo, il quale ha fondamento sul voto delle 
classi popolari, e un sistema d'imposte, il quale aspramente 
le colpisce. È intorno allo spirito informatore della riforma tri- 
butaria che certamente riavremo una divisione, vera e propria, 
de' partiti parlamentari. Perché, dopo tutto, è inutile confon- 
dersi: non è l'antica Sinistra che sorgerà dalle ceneri, e non è la 
nuova che vedrà la luce se non a patto, direbbe il nostro Flo- 
riano Del Zio, di conformarsi alle visioni luminose del futuro. 
Ed ho finito. 



Signori ! Può avere l'animo mio traversato le più dure battaglie 
della vita interiore, e dubitato della virtù umana; posso, e più 
volte, aver provato il supremo abbandono di me stesso, che è 
il dolore nella forma più acuta e intensa: questo ed altro, in 
verità, è come un nulla di fronte alla coscienza, che in me è viva 
e profonda, di avere, nella grande maggioranza de' miei concitta- 
dini, un'eco amichevole e fraterna. Per voi e la nostra terra 
natale io non ho fatto niente più del mio dovere, e all'ufficio 
mio altro non ho potuto dare se non un cuor diritto e una buona 
volontà; quel poco che feci, mi fu già tanto di conforto e di pia- 
cere, che il premio è stato ed è nella cosa stessa. Io quindi non 
desidero se non una sola ricompensa: che voi prestiate fede alla 
sincerità, al disinteresse — pieno e sicuro — delle mie parole. 
Che ragione avrei io di ingannarvi? 

Or bene, quanti sono coloro che al pari di me hanno varcato 
il quarantesimo anno, tutti noi sentiamo già di appartenere a 
un'epoca che volge al tramonto, impossibile a fermare nella 
fugace ora del tempo; — passato che sii d'accanto a una rosa, 



332 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

dice il proverbio greco, non tornare indietro a cercarla ! Senza 
dubbio, la santa poesia della patria non è morta, non ha esau- 
rita l'ultima sua strofa. Ma un'aspirazione di ambienti anche 
più larghi ed elevati alita, certo, negli animi della gioventù che 
ci segue. Noi siamo a' primi albori di un periodo che avrà fra 
mano il gran segreto dell'avvenire, 

magnum nunc saecula nostra 
Venturi discrimen habent; 

ed assistiamo a uno spettacolo tra i più grandiosi e misteriosi 
della storia contemporanea. Il secolo, dopo la vivida aurora delle 
nazionalità, si chiude fosco ed acceso tra le nebbie e l'ideale del 
socialismo. È un nuovo ideale che si spande, come da per tutto, 
anche in Italia, perché anche in Italia si propaga e fruttifica, 
per tutte le classi, il sentimento del benessere economico e della 
solidarietà umana. È la coscienza stessa che muta intorno a noi, 
perché nonostante gli errori scientifici e la concezione eccessiva- 
mente ottimista della vita, su cui si fonda non poca parte della 
dottrina, il socialismo ha dentro di sé un concetto morale di gran 
lunga superiore a quello dell'individualismo; un concetto che in- 
dubbiamente varrà, se l'utopia non s'impadronisce delle menti, 
a riformare la compagine delle nazioni moderne. E checché affer- 
mino in contrario i socialisti per i primi, è bello, singolarmente 
bello il pensiero pacificatore, da cui è animata già buona parte 
della borghesia governante, la quale, invece di assaporare egoi- 
sticamente la gioia della vittoria, incomincia, premurosa e grave, 
a studiare il modo come togliere al dominio ogni carattere di mo- 
nopolio. Cosi avviene che molti, e io con essi, molti cerchino, 
nella idea e nella forza dello Stato, quella irradiazione di virtù, 
mediante la quale sia resa possibile una migliore più doverosa 
distribuzione de' gravami pubblici: cosi avviene che io mi auguri, 
e voi con me, che mova da Roma capitale, ove risiede l'an- 
titesi più epica del mondo, un soffio di vita nuova, una parola 
di nuova fede e di giustizia a tutti i contribuenti di buona vo- 
lontà. Grazie a' quali, se un giorno il bilancio dello Stato non 
avrà più incognite per noi, l'Italia, io spero, saprà trovare. 



LA XVII LEGISLATURA E LA FINANZA DELLO STATO 333 

ancora una volta, giovanilmente sé stessa: e come nelle ultime 
feste di Genova, essa vorrà, io spero, prima di procedere per 
i nuovi destini, levare alto, ancora una volta, il verde ramo 
dell'olivo. 

Tutto, fuorché scendere a pari dell' Egitto e della Turchia, 
fuorché il danno e la vergogna della rovina finanziaria, che 
macchierebbero per sempre il nostro buon nome e minaccereb- 
bero la nostra libertà. Di una seconda resurrezione neanche le 
leggende de' miracoli fanno parola! 



XV. 
MARINA DA GUERRA 

(4 maggio 1893) 



Camera de' deputati, tornata del 4 maggio 1893. 



Presidente. L'ordine del giorno reca: « discussione dello 
stato di previsione della spesa del Ministero della Marina per 
l'esercizio 1893-94 ». 

Su questo bilancio è stata presentata una proposta pregiudi- 
ziale dall'onorevole Levi, che ha facoltà di parlare. 

Levi 

Presidente. Essendo ritirata la questione pregiudiziale, ver- 
remo alla discussione generale. 

Ha facoltà di parlare l'onorevole Fortunato, che è il primo 
iscritto. 

Fortunato [Segni di attenzione). Irregolarità per irregola- 
rità, come diceva, or ora, l'onorevole Carmine, non vi faccia 
maraviglia, onorevoli colleghi, il mio intervento nella discus- 
sione generale su lo stato di previsione della spesa del ministero 
della Marina per il prossimo esercizio finanziario. Si tratta, è 
vero, di uno degli stati più tecnici del nostro bilancio, a pro- 
posito dei quali l'uso costante, troppo costante, ha voluto e 
vuole che la parola sia data, esclusivamente o quasi, a quanti, 
e non più, sono uomini competenti e pratici. Ma accade que- 
sta volta il caso singolare di una relazione, suffragata dalla 
molta autorità dello scrittore, cosi lucida e comprensiva, e, 
d'altra parte, sono cosi gravi e imperiose le ragioni d'ordine 
generale, a cui essa induce i lettori più profani, che ognuno 
fra noi, io credo, può ormai avere il diritto, forse il dovere, 
di fermare la mente sopra e l'uno e l'altro fattore della difesa 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 22 



338 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

nazionale. Non parlo dunque dì questioni tecniche per una com- 
petenza o una pratica qualsiasi, che io abbia. Parlo soltanto, 
e breve, per esprimere nettamente un dubbio che so pure con- 
diviso da molti colleghi; un dubbio, sul quale non è lecito, 
checché si dica in contrario, un più lungo silenzio da parte 
nostra. 

E non è male che in argomento di tanta importanza si levi 
primo, eco spassionata del gran numero, uno come me, a cui 
né opposizione di principi né inimicizia di persone possono 
fare velo all'intelletto. Gli onorevoli Brin e Pelloux, ai quali 
dobbiamo tanta parte della presente organizzazione militare, 
mi ebbero, durante il decennio, tra i più sinceri amici loro; 
e, d'altra parte, io sono stato, fin qui, tra i fautori aperti del 
nostro indirizzo di politica estera, convinto che la logica della 
storia contrasti a tutti gl'ideali della neutralità inerme e casalinga 
di quei non pochi, i quali hanno a interpreti, qui dentro, su 
gli estremi opposti settori, gli onorevoli Colombo e Napoleone 
Colajanni. Non è male, per ciò, che uno come me, ora che nuo- 
vamente si discorre di spese militari, da questi settori del Centro 
ove si è, come dice l'amico Torraca, meno per partito che per 
temperamento, manifesti alla Camera un senso d'inquietudine, e 
provochi dal Governo una parola di assicurazione per l'avvenire. 

Certo, fu vera espressione di spirito patriottico e la fiducia 
che il Parlamento ebbe sempre nelle Amministrazioni della guerra 
e della marina, e il consenso di cui sempre fu largo nelle pro- 
poste di maggiori assegni, cosi ordinari che straordinari, a ri- 
guardo di esse. La direzione di quei dicasteri restò immutata 
nelle mani di uomini tecnici, personalmente più o meno estranei 
alle passioni politiche, e davvero enorme fu la somma dei sa- 
crifici, che la grande opera della costituzione militare importò al 
paese: quegli uomini furono degni della nostra fiducia, e bene 
compensò quei sacrifici il sorgere, come dal nulla, dell'esercito 
e dell'armata, —le due istituzioni dell'Italia nuova, in cui più 
vivo e più intenso batte il cuore della patria. 

Pure, è vano dissimularlo, molti fra noi, da qualche anno, 
più non assiste la sicura serena coscienza di una volta. Da che 



MARINA DA GUERRA 339 

« la virtù educatrice del disavanzo », come a ragione disse un 
giorno l'onorevole Luzzatti, ci ebbe richiamati a una più esatta 
conoscenza di noi stessi, imponendoci uno studio più equo e 
razionale dei rapporti che corrono fra le esigenze della difesa 
e i bisogni della finanza; da quel giorno, e anche dopo le 
solenni promesse, fatte dal Governo alla vigilia delle elezioni 
generali, circa il « consolidamento » della spesa totale in 350 
milioni di lire, promesse, che l'augusta parola del Re avvalorava 
nella tornata d'inaugurazione della presente Legislatura: nel- 
l'animo di molti, è insistente, tormentosa la domanda intorno 
alla efficace stabilità dei nostri ordinamenti di terra e di mare. 
Tratti dalla spensieratezza del passato a un lavoro duro,, ma 
necessario, ma benefico, di raccoglimento e di economia, anche 
su le spese militari noi abbiamo, per non poche decine di mi- 
lioni, menato inesorabile la falce; ma non abbiamo, in pari 
tempo mutato nulla dei « quadri », che anzi abbiamo accre- 
sciuto da 82 a 100 mila uomini il contingente della leva terrestre: 
e ad onta di un enigma, di un indovinello cosiffatto, che riesce 
tuttora oscuro a tanti fra noi, noi vorremmo, noi anzi dovremmo 
non avere, come nei felici anni trascorsi, né preoccupazioni né 
prevenzioni di sorta! È ciò possibile, alla lunga? Anche possi- 
bile, sarebbe doveroso, onesto, da parte nostra? 

Ed ecco qui, nella splendida relazione dell'onorevole Bettòlo, 
che vorrei fosse letta da tutti voi, una prova luminosa, inaspet- 
tata, del caso mio. 

« Nessuna Marina più della nostra », egli scrive, « può glo- 
riarsi di una costituzione compiuta in minor tempo. Molto si 
è fatto, né con poco giovamento; ma molto rimane da fare per 
vincere le difficoltà che tuttora si oppongono a una più solida 
e omogenea organizzazione » . 

Or di coteste difficoltà è appunto parola, minuta, diligentissima 
parola, nel documento che abbiamo dinnanzi. 

Lo stato di previsione, primieramente, che determina la 
somma assegnata al prossimo esercizio in cento milioni di lire, 
rappresenta, secondo la Giunta generale del bilancio, di fronte 
agli stanziamenti degli ultimi due stati di previsione, « una 



340 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

riduzione quasi tutta a danno dello sviluppo delle nostre costru- 
zioni navali, che non è punto scusata da ragioni di ritardo nella 
consegna di alcune navi e nell'impianto di altre da parte dei 
nostri cantieri privati e governativi, anche perché non vi è na- 
zione che impieghi maggior tempo dell'Italia, in media da' sette 
a' nove anni, per allestire una nave di prima classe ». 

Una riduzione, — quasi tutta a danno delle costruzioni navali! 
Grave affermazione, che acquista maggior peso quando si esa- 
mini la capacità stessa della nostra armata, la quale non può 
essere altrimenti valutata, come è naturale, se non subordina- 
tamente a un fine politico e per via di comparazione. A petto 
della Francia, che « per la sua posizione geografica e per le 
sue aspirazioni », dice l'onorevole Bettòlo, « potrebbe con mag- 
giore probabilità dar motivo alla suprema sciagura di una guerra, 
e minacciare la sicurezza e la integrità del nostro paese, qua- 
lora venissero meno quelle relazioni amichevoli che noi tutti 
desideriamo di mantener salde »: se è vero che dal 1876 in 
poi abbiamo raggiunto, nello sviluppo delle corazzate e degli 
incrociatori, il doppio dell'incremento percentuale medio realiz- 
zato in ciascun anno dalla nostra vicina, è vero in pari tempo 
che «ogni superiorità sparisce di fronte al quantitativo delle 
navi, e per effetto di leggi recenti la marina francese potrà, 
nei prossimi bilanci, disporre di somme ragguardevoli per l'in- 
cremento del suo materiale, e aumentare, per ciò, rapidamente 
la distanza che ancora ci separa da tutta quanta la sua potenza 
navale ». 

A questo noi siamo, noi che pure abbiam difetto di altri 
fattori, i quali, quantunque non siano se non ausiliari della ma- 
rina militare, tuttavia ne rendono possibile la più facile espli- 
cazione ! 

Manchiamo assolutamente, nei quadri della marina mercantile 
disseccata dal privilegio e da una cattiva legislazione fiscale, di 
navi onerarie velocissime, capaci di rifornire al largo le divisioni 
navali, ovvero atte a un vigile officio di esplorazione: « l'in- 
fausta battaglia di Lissa, in cui non la perdita di due navi, ma 
l'abbandono delle acque e il darci per vinti », (un'« onta », dice 



MARINA DA GUERRA 34I 

l'onorevole Randaccio in quella sua mirabile « Storia della ma- 
rina italiana », che il ministro dovrebbe far leggere e meditare 
agli alunni dell'Accademia navale di Livorno); la battaglia di 
Lissa, in cui l'abbandono delle acque « costituì il peggio della 
giornata, può solo trovare un'attenuante nell'assenza di navi 
onerarie per il servizio di rifornimento col porto di Ancona ». 

Manchiamo inoltre, come dotazione minima dei nostri depo- 
siti, di ben quattordici mila tonnellate di carbone, della cui de- 
ficienza la Giunta generale del bilancio lascia giudici e la Camera 
e il Governo, ma affermando che « sarebbe cosa poco prudente 
il far correre molto tempo senza provvedere a questo bisogno 
della più grande importanza». 

E niente dico di quanto il relatore crede urgente riguardo 
a una riforma dei metodi istruttivi e dell'ambiente educativo dei 
nostri ufficiali: una riforma, tra l'altro, che conduca a una pra- 
tica meno avara nell'uso delle torpediniere e nella frequenza 
delle grandi manovre navali. Mi basti soggiungere, che, a parer 
suo, « non sarà certo dovuto a virtù di organizzazione se la 
nuova nave di battaglia troverà, al momento supremo, il co- 
mandante, che ne sappia risvegliare ed esplicare la formidabile 
vitalità con quella stessa sicurezza, con cui il comandante di 
altri tempi seppe, sul suo classico vascello, fare miracoli di sa- 
piente valore ». 

Insomma, è tutta una intonazione malinconiosa dalla prima 
all'ultima pagina, una intonazione che si converte, nel pensiero 
del lettore, in un consiglio, se non proprio in un ammonimento, 
per una cura più sollecita, più amorevole, più seria della nostra 
Marina. 

Lo stato di previsione, nella misura di non più che cento 
milioni annui, è dunque in disagio, e quindi, come tale, non 
può essere considerato definitivo: ecco la conclusione cui arriva, 
a nome della Giunta generale del bilancio, l'onorevole Bettòlo, 
che pure ha viva la coscienza delle strettezze in cui si dibatte 
la finanza italiana. « Dall'esercizio 1888-89 »» egli osserva, « la 
curva dei bilanci si trova nel suo ramo discendente; né noi 
sapremmo biasimare questa discesa, compresi come siamo della 



342 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

necessità di mettere le spese militari in relazione con la capa- 
cità economica del paese. Ma la vostra Commissione non ha 
potuto non soffermarsi su le riduzioni di spesa introdotte negli 
ultimi due stati di previsione, e quelle trovare non giustificabili. 
Essa, per ciò, nutre speranza che le riduzioni di cui si tratta 
abbiano ad essere di carattere transitorio ». 

Altro che il « consolidamento », di cui abbiamo già fatto 
tanto scalpore! 

Cosi al primo limitare del bilancio, la forza delle cose, che 
è la forza stessa della verità, rimette in campo la questione 
delle spese militari, la quale o io mi inganno o sarà dav- 
vero, e bisogna dire pur troppo, la questione predominante della 
XVIII Legislatura. 

Ora quello che addolora me, e credo e spero addolori molti 
qui dentro, è di vedere una situazione parlamentare, la quale 
(sia l'uno e l'altro il Gabinetto, poco monta) par creata ap- 
posta per impedire, nonché una soluzione, una qualunque di- 
scussione intorno a un problema cosi difficile e vitale. Tutto è 
rinvio, tutto è proroga, esclamava due mesi addietro, con un 
senso di scoramento, l'onorevole Sonnino. È rinvio, è pro- 
roga, io dico, di quella principalmente fra le nostre questioni 
capitali, che bisognerebbe ad ogni costo riprendere in esame e 
risolvere senza ambagi, quasi vorrei dire senza ipocrisie, — dac- 
ché essa si connette con la politica estera, e tutti e due ser- 
vono a determinare la politica generale dello Stato ne' supremi 
suoi intenti finanziari ed economici. C'è o no fondamento di 
ragione nelle conclusioni della Giunta generale del bilancio, cosi 
come sono formulate dall'onorevole Bettòlo? Occorre o no con- 
solidare, prima o poi, in una somma non inferiore ai centocin- 
que milioni annui, la spesa effettiva del bilancio della Marina? 

Signori, io non avrei il diritto di parlare in questa discus- 
sione se non dicessi apertamente tutto quello che è nell'animo mio. 

Le Amministrazioni della guerra e della marina, io temo, 
credono in cuor loro che le angustie economiche, le quali gravano 
il paese, e le difficoltà finanziarie, le quali premono su lo Stato, 
siano, a dir poco, momentanee; e che presto, per ciò, possa 



MARINA DA GUERRA 343 

venir meno il pungolo dell'oggi, e quindi riavere, in occasioni 
più benigne, parte dei maggiori assegni di tre o quattro anni 
addietro, più consentanei, in verità, e meglio rispondenti agli 
organici rimasti immutati. 

Ebbene, niente io avrei più a caro in questa discussione quanto 
una parola del capo del Governo, che valesse efficacemente a 
sgombrare dall'animo mio un dubbio cosi fatto. 

È mia convinzione che alleati o neutrali, con o senza la mi- 
naccia di una guerra, noi non potremo per lungo tempo ridurre 
le spese militari a molto meno di 350 milioni annui: non si 
compie in un trentennio l'educazione militare di un paese cosi 
scisso, cosi disabituato alle armi come il nostro, né io credo 
nei futuri improvvisi miracoli del tiro a segno mandamentale; e, 
d'altra parte, abbiamo ancora scoperto, indifeso, il « rotto mal 
onesto » confine, direbbe l'onorevole Solimbergo, dell'Isonzo, e 
dobbiamo ancora creare di sana pianta l'arsenale di Taranto. 
È mia convinzione, quindi, essere opera di profonda corruzione 
politica sussurrare, ogni giorno, al popolo italiano, che i suoi 
guai derivino dagli ordini militari, e di questi ordini, con 
l'uno piuttosto che con l'altro indirizzo di politica estera, po- 
trebbe, in tutto o in parte, fare a meno {Bene! Bravo!). Dovrei 
pensare diversamente di ciò che penso della storia dolorosa del 
nostro paese, durante i molti secoli di abbandono o di malo 
uso delle armi nazionali; dovrei, quel che è più, ignorare e 
sconoscere, che la costituzione dell'Italia nuova contraddice a 
tutto il diritto internazionale della vecchia Europa, e intorno 
al nome di Roma combattono ancora, e combatteranno a lungo, gli 
odi più tenaci e gli amori più fervidi del cuore umano {Bravo!). 

Ma appunto perché non sono tra coloro che prestano fede 
alla probabilità, più o meno vicina, di una riduzione delle spese 
militari ; appunto perché non voglio sia fomentato il malcontento, 
che pure serpeggia qua e là, contro tali spese, e data facile 
esca ai predicatori del disarmo e agli apostoli della cosi detta 
« nazione armata »: io desidero ardentemente che le Amministra- 
zioni della guerra e della marina sappiano bene, essere addirittura 
un'aberrazione un qualsiasi disegno, una qualunque speranza 



344 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

di maggiori stanziamenti in un avvenire più o meno propizio. 
Tutti, diceva un giorno Vittorio Ellena, tutti, dal più al meno, 
ministri, deputati, pubblicisti, abbiamo preso l'abitudine di chia- 
mare crisi le sofferenze presenti. È giunto il tempo di ammonire 
il paese che non si tratta di crisi, cioè, di un male acuto 
violento, il quale si manifesta d'ordinario dopo che fu scosso 
l'equilibrio tra produzione e consumo. Le crisi infieriscono per 
breve periodo, ma svaniscono poco dopo: e il paese che ne è 
stato afflitto, ritorna facilmente alla primitiva prosperità. Ora in 
Italia avviene un fenomeno del tutto contrario, perché in Italia 
non è punto la produzione che ecceda il bisogno del consumo. 
Non è crisi, ma anemia, qualche cosa di più profondo e 
di più grave, un malanno organico, che tradisce uno stato vera- 
mente patologico. 

Si, o signori, un'aberrazione, — quando si pensi che noi, 
i più tassati e i più indebitati tra i popoli civili, spendiamo certa- 
mente, per la difesa nazionale, più di qualunque altro paese 
d'Europa, — se si guarda, non all'erroneo criterio del numero 
degli abitanti, ma alla proporzione reciproca della ricchezza: non 
espongo cifre, perché note a voi tutti, e solo rammento che di 
fronte a 350 milioni per le spese militari, noi non ne abbiamo se 
non 270 per tutti quanti i servizi civili dello Stato. Un'aberra- 
zione, — quando si consideri che oltre l'espediente da noi votato 
della operazione finanziaria su la Cassa dei depositi e prestiti, oc- 
corrono ancora una cinquantina di milioni di maggiori entrate 
annue, le quali il Governo spera ottenere dal monopolio sul pe- 
trolio, che io voterò, e da riforme organiche, le quali sono 
ancora nel mistero celato di Dio; occorrono ancora una cin- 
quantina di milioni annui in più se vogliamo provvedere in 
tempo ai settecento milioni di maggiori impegni che già pe- 
sano, secondo la confessione stessa del ministro del Tesoro, 
sul decennio avvenire: un decennio, è bene persuadercene, 
che sarà la fortuna o la sciagura d' Italia, a seconda che 
l'Italia saprà o non smettere il mal vezzo di stendere la mano 
al magro risparmio nazionale, o, peggio ancora, di pitoccar 
credito a ragione usurarla a' banchieri di oltre Alpi... 



MARINA DA GUERRA 345 

Non riduzioni, dunque, ma neanche aumenti, né oggi né do- 
mani, cosi nella parte ordinaria come nella parte straordinaria, per 
tutte insieme le presenti spese militari di terra e di mare: questo 
dev'essere il nostro proposito deliberato, perché questo è l'as- 
soluto volere di quanti sono cittadini devoti alle libere istituzioni 
e ossequenti al senso comune. La grande incognita delle spese 
militari è tempo abbia fine! 

La Marina, certamente, ha diritto a ciò che chiede; ed essa 
l'otterrà, presto e facilmente, se memori di quanto qui disse, 
con alto accento dell'animo, il generale Agostino Ricci nella 
tornata del 26 maggio 1887, sapremo, una buona e santa volta, 
costringere noi stessi a un coordinamento più logico delle 
spese per la Marina con quelle per la Guerra. L' Italia (compen- 
dio in poche parole il suo pensiero) non può essere a un tempo, 
per condizioni finanziarie ed economiche, una grande potenza 
terrestre e una grande potenza marittima. Data la natura stessa 
della configurazione geografica, il suo debito maggiore sarebbe 
stato quello di essere cosi forte per mare da rendere improbabile, 
col solo fatto della esistenza di una flotta potente, gli attacchi 
contro le coste indifese e vulnerabili. Era presagio di Napo- 
leone I che forse l'ItaHa non avrebbe potuto mai diventare 
una nazione unita, ma quando ciò si fosse avverato, essa o 
avrebbe dovuto diventare una grande potenza marittima, o non 
sarebbe stata mai nulla nel mondo moderno. Ora, invece, noi 
prendemmo a paragone nazioni essenzialmente continentali, nelle 
quali la difesa delle frontiere terrestri è naturalmente preponde- 
rante, e però non solo non avemmo uno sviluppo parallelo del- 
l'armata e dell'esercito, ma troppo pensammo, ne' dati del tempo 
e della misura, a uno soltanto de' due fattori della difesa, prov- 
vedendo più sollecitamente e più abbondantemente alla frontiera 
di terra che a quella di mare. Le Alpi, con i trecento o quat- 
trocento mila soldati che possono difenderle, sono insuperabili. 
Ma dove siamo deboli è sul mare. Il nostro tallone di Achille 
è ancora e sempre il mare. 

Oggi il general Ricci è comandante il II Corpo d'esercito 
in Alessandria. Molti lo rammenteranno ancora, come io lo 



346 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

rammento, li, ritto a mezzo del secondo settore di destra, escla- 
mare: « desidero che queste parole restino; chi sa che un giorno 
non saranno ricordate!» Il ministro della Guerra d'allora, il 
compianto generale Bertolè- Viale, gli rispose cosi corrucciato, 
e mostrò tanto di essergli gerarchicamente superiore, che egli, 
il giorno dopo, mandò al presidente Biancheri un laconico bi- 
glietto cosi concepito: « prego di fare accettare dalla Camera le 
mie dimissioni ». La Camera, dietro proposta degli onore- 
voli Chiaves e Miceli, non le accettò. Ma egli non pose mai 
più piede in questa aula, e nel 1890 non volle a nessun costo 
ripresentarsi ai suoi elettori di Belluno, — né ancora egli è sena- 
tore del Regno, dopo che se ne son fatti e se ne son visti tanti, 
dei senatori, nel '90 e nel '92! [Ilarità). 

Or io non credo si possa giungere fino al punto, cui pure 
avrebbe voluto si fosse giunti il general Ricci, di limitare, cioè, il 
bilancio della Guerra a soli 220 milioni, e dare il resto alia Ma- 
rina. Spendiamo per l'esercito già meno della Spagna, come 
notò, ora è poco, l'onorevole Prinetti, il quale, per altro, dimen- 
ticò di soggiungere che la Spagna non ha marina militare; e, del 
resto, quando si tolgano dal bilancio della Guerra gli assegni 
straordinari per gli approvvigionamenti, gli opifici e le fortifica- 
zioni in 15 milioni, gli stanziamenti per l'Arma dei carabinieri in 
29 e per la Colonia eritrea in io, tutta la spesa ordinaria ed effet- 
tiva, per l'esercito, è già di soli 192 milioni. Non illusioni, dun- 
que, neanche per questo verso. Ma qualche cosa il bilancio della 
Guerra darà, qualche cosa certamente potrà dare alla Marina, se 
dopo la esperienza fatta noi vorremo finalmente riconoscere, piac- 
cia o dispiaccia al nostro amor proprio, che fu un errore l'aver 
creato due nuovi corpi di esercito nel 1882, e un errore più 
grave è il persistere a volerne dodici senza un bilancio adeguato. 

Perché, dopo tutto, onorevoli colleghi, è inutile perdersi in 
parole: si tratti della Marina o della Guerra, il nodo, il cardine 
della questione è li; ed è vano sperare, più vano assai credere 
in una azione che tolga via, per sempre, una cosi lunga incer- 
tezza, una cosi dannosa instabilità ai nostri ordinamenti militari, 
finché non avremo confessato di esserci arrischiati a un problema 



MARINA DA GUERRA 347 

insolubile, quale è quello dell'aumento di due grandi unità tattiche 
senza l'aumento di spesa corrispondente. 

Guardiamo la questione di fronte, e prendiamo una risolu- 
zione virile. 

È vero o no che il bilancio della Guerra non basti, in realtà, 
se non a dieci corpi di esercito, e a farlo bastare a dodici 
occorrano espedienti, come quelli delle leve postergate e dei con- 
gedi anticipati, che ne rendono sempre più debole la organizza- 
zione, la quale rischierebbe di farci trovare, nel momento del 
pericolo, esercito più numeroso ma meno forte? È vero o no che 
dal ritorno all'antico ordinamento la potenza virtuale della difesa 
terrestre non sarebbe menomata, perché varrà meglio avere dieci 
corpi di esercito più solidi, bene equipaggiati e fortemente 
istruiti, che averne dodici più o meno deboli, più o meno man- 
chevoli e imperfettamente addestrati? 

Se tutto ciò è una favola, oh diteci, di grazia, come farete 
a tener su dodici corpi di esercito, durevolmente, validamente, 
con soli 192 milioni, i6 per ognuno, quando l'Austria tacca- 
gna ne spende 19, la Germania 24 e la Francia 29, — a meno 
nel cuor vostro non pensiate di adottare, in tutta la sua inte- 
rezza, il sistema del reclutamento territoriale, il mezzo più adatto, 
lasciate lo dica io, meridionale, per dissolvere l'unità d'Italia 
[Benissimo/)', le guarnigioni dell'alta Italia e dell'Italia centrale, 
nelle file dell'esercito nazionale, sono per i contadini della mia 
Basilicata una scuola di civiltà e di italianità ben più efficace del- 
l'alfabeto obbligatorio {Bravo!)\ e noi non ancora abbiamo vendi- 
cata la memoria di Custoza e di Dogali, le due sole battaglie, 
combattute ma non vinte, dopo tredici secoli di divisioni regio- 
nali, da tutti insieme indistintamente gl'italiani di tutte quante 
le province. {Interruzioni). 

Socci. E Garibaldi? 

Fortunato. Garibaldi, sento dire! Parlo dell'esercito, frutto 
della legge di coscrizione, non de' volontari militi della rivoluzione. 
E, d'altra parte, anche nelle battaglie combattute da Garibaldi, 
non in esse, naturalmente, poteva esservi, e non vi fu, proporzione 
fra tutte le province d' Italia. Ma ne appello all'elenco nominativo 



348 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

dei mille di Marsala, che io volli, come l'onorevole Del vecchio 
ricorderà, fosse pubblicato in appendice al disegno di legge per 
le pensioni alle vedove e a' figli di quella prima sacra falange... 

CoLAjANNi Napoleone. La proporzione non poteva essere 
uguale... 

Fortunato... che pure si trovò di contro, laggiù, a Calata- 
fimi e al Volturno, ad altri italiani! {Interruzioni). 

Se all'onorevole Fortis, che m'interrompe, ma la cui parola 
non giunge fino a me, pare l'argomento non sia valido... 

CoLAjANNi Napoleone. È pericoloso! 

Fortunato... io smetto subito. Mi premeva soltanto e mi 
preme dichiarare che, a parer mio, se già abbiamo adottato il 
sistema misto della mobilitazione territoriale in caso di guerra, 
sarebbe pericoloso... [Interruzioni), pericolosissimo, adottare in 
tempo di pace il sistema vero e proprio del reclutamento territo- 
riale {Interruzioni — Denegazioni). 

Mi sarebbe grato raccogliere le interruzioni... 

Voci. Avanti! Avanti! 

Fortunato. E allora, avanti! 

Se, in quella vece, le mie domande, come fermamente io credo, 
sono conformi al vero, non esitiamo, o signori, a compiere il 
nostro dovere, che troppo abbiamo indugiato, e a proporzio- 
nare il fine a' mezzi, impiegando i milioni, che di certo si ri- 
sparmieranno da una oculata prudentissima riduzione dei quadri 
e del contingente, non solo a rinvigorire l'esercito di prima linea 
e a dar consistenza a quella mitica istituzione che è la Milizia mo- 
bile, ma anche, e sollecitamente, nel venire in aiuto della Marina. 

L'onorevole Giolitti, presidente del Consiglio, il giorno in 
cui andò al banco dei ministri insieme con i suoi colleghi del 
nuovo Gabinetto, disse, su per giù, qui, a noi, che la questione 
militare doveva essere considerata come risoluta sotto l'aspetto 
della finanza; fissata la spesa in 350 milioni circa, questa non 
occorreva più aumentare né diminuire, lasciando ai tecnici la 
ricerca del modo migliore con cui bisognasse ripartirla. 

Ora, dopo le conclusioni della Giunta generale del bilancio 
su lo stato di previsione per la spesa del ministero della Marina, 



MARINA DA GUERRA 349 

io chiedo al capo del Governo la conferma e l'adempimento 
delle sue parole. 

Alla difesa nazionale (l'onorevole Bettòlo non lo dice, ma lo 
lascia intravedere) è mancato fin qui un criterio direttivo unico, 
del quale i due ministri della Guerra e della Marina fossero, 
semplicemente, gli organi esecutivi: e, del resto, a tutta insieme 
la politica dello Stato è fin qui mancato, purtroppo, nonché il 
concetto, il presentimento di una equa razionale proporzione 
fra le varie molteplici spese pubbliche... Io non oso volere che 
l'onorevole Giolitti traduca in atto l'idea di Giuseppe Garibaldi, 
patrocinata da Francesco Crispi, quella, cioè, dell'apposita costi- 
tuzione di un Ministero della difesa nazionale, cui spet- 
terebbe coordinare tutto il lavoro preparatorio, affidando ai mi- 
nistri della Guerra e della Marina lo studio dei particolari. Ma 
voglio, fervidamente io voglio che egli assicuri la Camera e me 
intorno alla sua ferma intenzione di adoperare tutto sé stesso, 
perché il Parlamento, fin qui incerto dell'oggi e più incerto del 
domani, non abbia alla lunga, in questione di tanta importanza, 
a vagare nel vuoto. 

La Giunta generale del bilancio esprime alla Camera il de- 
siderio di vedere attuata presso il Ministero della Marina una 
istituzione come il Consiglio dell'ammiragliato d'Inghilterra, la 
cui missione fosse di conservare, a traverso le vicissitudini poli- 
tiche, la uniformità di andamento in tutti i servizi della marineria. 

Se l'ora fosse meno ingrata, io vorrei proporre alla Camera un 
ordine del giorno, secondo il quale fosse fatto invito al Governo 
di studiare il modo con cui dare origine, in Italia, a una isti- 
tuzione che, tra le varie e alle volte opposte correnti tecniche, 
valesse a imprimere unità di concetto e continuità d'indirizzo 
in tutta quanta la difesa nazionale. 

Ma, con o senza cotest' ordine del giorno, non dimentichi 
il Governo quel molto che, a detta della Giunta generale del 
bilancio, rimane ancora da fare per la nostra Marina, — ormai 
libera, se Dio vuole, d'ogni spirito malaugurato di rivalità 
regionali: la nostra Marina, questa sfinge dei futuri destini del 
Regno, questa unica genuina affermazione originale del genio 



350 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

moderno italiano, a cui pure rivolgono gli occhi della mente i 
poveri nostri emigrati dell'America del Sud. Ricordiamoci, ono- 
revoli colleghi, delle espressioni senza sottintesi dell'ammiraglio 
Aube, più volte citato dall'onorevole Dettolo, il quale alla vigilia 
di essere ministro di Francia, scriveva, « dover la flotta della Re- 
pubblica volgere la sua potenza di distruzione, in caso di guerra, 
contro tutte le città littoranee nemiche, siano fortificate o non, 
siano pacifiche o guerriere, e incendiarle, rovinarle, e, se non 
altro, metterle a contribuzione senza misericordia»: o, se tanta 
brutalità, che conferma il detto dello storico imperiale del se- 
colo IV, che « non vi sono belve cosi feroci contro gli uomini 
come i cristiani fra loro », se tanta brutalità ci offende, — delle 
espressioni meno crude, ma non meno sincere, del suo succes- 
sore, l'ammiraglio Kranz, il quale francamente sentenziava, « non 
poter coesistere, nel bacino del Mediterraneo, due grandi marine, 
la francese e l'italiana ». Ricordiamoci del grido di allarme, tanto 
autorevolmente qui dato tre mesi addietro dall'onorevole Dal 
Verme, circa la sicurezza stessa della Sicilia, cosi gravemente 
minacciata dalla trasformazione di Diserta in piazza militare ma- 
rittima; e, se non basta, delle recenti amiche dichiarazioni del 
conte Caprivi alla Commissione militare del Reichstag, secondo 
le quali, « finché la flotta francese terrà potentissima il mare, 
all'Italia sarà sempre indispensabile (altro che mani libere, io 
penso!) l'aiuto e il concorso della flotta inglese per difendere 
le sue coste da ogni tentativo di sbarco nemico ». 

Cola JANNI Napoleone. E per ciò è sbagliata la politica estera. 

Fortunato. E soprattutto, onorevoli colleghi, ricordiamoci 
bene che a nulla vale, a nulla giova nascondere a noi stessi la ve- 
rità vera delle cose, e le preoccupazioni e le prevenzioni dell'oggi 
potrebbero, se l'equivoco permane, condurre domani il popolo 
italiano, Iddio non voglia, al pregiudizio contro le spese militari! 

I ministri hanno le loro responsabilità, molte e gravi. Ma an- 
che noi abbiamo le nostre, e delle nostre responsabilità noi pure 
dovremo un giorno severamente rispondere dinnanzi al paese ! 
{Bravo! Bene! — Vive approvazioni — Moltissimi deputati vanno 
a stringere la mano all'oratore). 



XVI. 

ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FDUCIARIA 

(25 giugno 1893) 



Camera de' deputati, tornata del 25 giugno 1893, nella discus- 
sione generale del disegno di legge per il riordinamento 
degl'Istituti di emissione. 



Onorevoli colleghi! — Fui tra i pochi a negare il voto ai 
disegni di legge, che furon leggi dello Stato al 28 giugno del 
1885 e al 30 giugno del 1891 ; sarò questa volta tra i non pochi, 
io spero, a negare il voto al disegno, che il Governo vorrebbe 
fosse legge dello Stato prima che il Parlamento si aggiorni 
per le vacanze estive. 

Dinnanzi ai miei elettori, parlando loro intorno al program- 
ma del Governo, apertamente mi serbai piena libertà di giu- 
dizio sopra due punti: le spese militari per la difesa terrestre, 
che non voglio menomamente accresciute quando anche mi fosse 
tecnicamente provato, che 246 milioni importino, prima o poi, 
una riduzione della forza bilanciata di prima linea; e la circo- 
lazione fiduciaria, che desidero sia avviata ad un pronto quanto 
energico assestamento, sotto la guida di una politica bancaria 
molto rigida e razionale. 

Or di questa libertà io mi valgo oggi nel dirvi brevemente, 
che il tempo stringe, i motivi per i quali non acconsento nel 
disegno, di cui oggi, dopo tanta cosi rapida vicenda di casi 
inaspettati e tristi, è qui finalmente parola. E ciò non senza 
rincrescimento dell'animo. È un voto, forse decisivo, che il 
Ministero mi chiede nell'ora novissima di questa prima agitata 
sessione della nuova Legislatura; ed io il voto non gli posso 
dare favorevole. È una legge, certo di capitale importanza, che 
a noi viene più specialmente con i nomi di due ministri miei 
corregionari ; ed io questa legge non posso approvare. Since- 
ramente, me ne dispiace. 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 23 



354 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

E, davvero, se non avessi intimo, profondo il convincimento 
del pericolo grande cui andiamo incontro, non mai come oggi 
anche io, al pari di molti colleghi, mi rassegnerei forse un'altra 
volta a questo eterno divenire, a questa proroga indefinita della 
riforma della legislazione bancaria. 

Ma come non potei cedere negli anni '85 e 91, quando, a cuor 
leggero, prima demmo nuove armi ai nostri Istituti per com- 
battersi tra loro, poi sancimmo tutto l'aumento di circolazione, 
che fu l'effetto dell'anarchia bancaria del decennio: cosi non 
posso cedere questa volta dinnanzi ad una proposta, la quale 
non solo non risolve il problema dello stato di fatto, il cui 
dissesto non è dubbio, ma ne aggrava per l'avvenire i dati, 
perché inverte addirittura i termini della questione: uno stato, 
assolutamente contrario ad ogni più retta, più elementare fun- 
zione del credito, che si traduce, in ultima analisi, checché si 
dica, nell'aggravio di un tributo di nuovo genere, pagato giorno 
per giorno, ora per ora, dal pubblico creditore agl'Istituti de- 
bitori, ossia, a coloro che furono e sono causa principale della 
decadenza economica del paese {Bravo!). 

Taccio cosi a lungo che voi vorrete, io mi auguro, perdo- 
narmi la breve ora che tolgo ai vostri lavori. 

Voi sapete quale sia il dissesto della nostra circolazione fidu- 
ciaria. Gl'Istituti cui lo Stato concesse già, nel 1874, il maggiore 
dei suoi diritti, quello di emettere biglietti, non cambiano più, 
o cambiano in modo affatto irrisorio, al portatore e in valuta 
metallica; il corso legale, perciò, si converte di fatto in un corso 
forzoso mal dissimulato, se un fatto è la sentenza del magistrato 
di Torino di un anno addietro in materia di cambio dei biglietti, 
se un fatto è quanto ieri ha qui dichiarato l'onorevole presidente 
del Consiglio, le cui gravissime parole devo credere abbiano, 
nella concitazione del momento, tradito il suo pensiero. Abbiamo 
il cambio al cinque per cento, abbiamo penuria di moneta divi- 
sionaria: due indici, nei quali l'Italia non è vinta se non dai 
paesi meno felici del mondo, le repubbliche dell'America me- 
ridionale, la Grecia, il Portogallo, la Spagna; due indici, che 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 355 

se incrudiscono ancora, e non possono non incrudire, deb- 
bono a forza costringere Governo e Parlamento, qualora so- 
pravvenga un'altra crisi o un panico di guerra o due tre 
anni di cattivi ricolti, alla dichiarazione ufficiale, solenne del 
corso forzoso. Non è più un segreto per nessuno che l'ammon- 
tare delle riserve metalliche del Tesoro, delle Banche e dei 
privati non arriva, secondo le più accurate indagini, a sette- 
cento cinquanta milioni; il fondo metallico del paese è quindi 
scemato di trecento milioni almeno dal 12 aprile del 1881, ossia, 
dal giorno dell'apertura al cambio dei pubblici sportelli. 

Or di fronte a una tanta minaccia, quale è quella del ritorno 
puro e semplice al regime del corso forzoso, è dovere di noi 
tutti, in quest'ora suprema, aver chiara la coscienza della re- 
sponsabilità che c'incombe; è dovere di quanti hanno l'animo 
dubbioso e timoroso come il mio, levare una voce di protesta 
contro l'ultimo passo che noi facciamo su la china di un passato 
che pareva morto per sempre. 

So che qui e fuori di qui alcuni credono, sinceramente, che il 
corso forzoso non sia quella sciagura che altri afferma: essi lo 
considerano quale una protezione alle nostre industrie. Ma, come 
bene accennava ieri l'onorevole Maggiorino Ferraris, non sarà 
mai detto abbastanza che il corso forzoso è la peggiore, la più 
odiosa fra tutte le forme della protezione, perché i primi, gl'im- 
mediati effetti suoi sono quelli appunto di spengere il credito 
nazionale, di deprimere sempre più la media, già cosi scarsa, 
dei salari dei nostri lavoratori. Si poteva spiegare, se non giu- 
stificare, r affermazione legale del corso forzoso nel 1866: era- 
vamo in armi sul Mincio, i francesi qui a Roma, un disavanzo 
nei bilanci dello Stato di seicento milioni. Eppure (l'osservazione 
è del compianto Ellena) il paese non perdonò a un uomo come 
Antonio Scialoia; e quell'uomo, uno dei più vigorosi intelletti, 
uno dei cuori più nobili che abbia mai avuto il paese, ne ebbe 
per sempre amareggiata la vita {Approvazioni). 

Ma non del solo male, anche delle cause di esso avete omai 
sicurissima notizia: delle cause, che ci hanno via via indotti al 
presente stato di cose. L'aggio è il frutto del rinvilio della carta. 



356 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Ora il rinvilio può essere certamente, ed è, l'efifetto di molte 
cagioni, come la finanza dissestata, la produzione inferiore al 
consumo, lo squilibrio costante della bilancia commerciale; ma 
non v'ha dubbio che sopra tutto è la conseguenza di un pes- 
simo ordinamento bancario, quale appunto è il nostro. È pessimo 
il nostro ordinamento bancario, perché i nostri Istituti non hanno 
più le qualità essenziali, le qualità necessarie alle loro funzioni : 
il meccanismo loro non vive più, e da tempo, una vita nor- 
male, e il mercato non dirige più automaticamente, come pure 
dovrebbe, il doppio uffizio della emissione e della circolazione. 
E a tanto noi siamo, perché a lungo abbiamo tollerato che i 
nostri Istituti, premuti, sospinti dalla ferrea legge di una con- 
correnza cieca e sfrenata, avessero a mano a mano immobilizzato 
grandissima parte dei loro capitali, e queste immobilizzazioni 
avessero rappresentato o una sottrazione di sussidi al commercio 
vero o una perdita effettiva di danaro, che pure continua ad 
essere computato in guarentigia dei biglietti emessi. L'abolizione 
del corso forzoso, che tenne dietro a quella primavera d'illu- 
sioni, di cui andò lieto il nostro paese quando ebbe raggiunto 
il pareggio nella competenza dei bilanci, ci trovò imbevuti della 
erronea opinione, cosi facile a sussistere presso le nazioni povere, 
che il biglietto potesse essere sostituito, senza pericolo, alla di- 
sponibilità del capitale e del risparmio, e il credito venir distri- 
buito, senza rischio, a condizioni anche non determinate dallo 
ambiente naturale del mercato. Di li quel diritto cambiario tutto 
nostro, che si discosta dalla pratica di tutto il mondo civile, 
di ammettere la cambiale agli uffici immobiliari {Bene!)\ di li 
quella grande confusione, che è stata ed è in Italia, fra Istituti 
di emissione e Istituti di credito ordinario; di li, infine, quella 
caccia a' clienti di ogni genere, quella ressa agli sconti di ogni 
natura, quella brama, quella sete di lucri eccezionali, che han 
fatto dilagare, per centinaia di milioni, la nostra circolazione. 
Affoghiamo nella carta: ecco il guaio che c'incalza. I portafogli 
dei nostri Istituti sono carichi di effetti per la stessa natura loro, 
o per la qualità dei loro sottoscrittori, più o meno inesigibili. 
Perciò manca il correspettivo del cambio, e il mercato devaluta 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 357 

il biglietto che fa aggio su l'oro emigrato, cui segue l'argento, 
esso stesso già cosi poco valutato nel commercio internazionale. 
Perciò i nostri Istituti non corrispondono più al vero loro com- 
pito, che è quello di mantener sempre la parità fra il biglietto 
e la moneta, regolando il corso dei cambi con l'estero in guisa 
che la moneta esca solo quando sia sovrabbondante in paese, 
e ne rientri quando il paese ne abbia difetto. 

Dopo l'inchiesta testé compiuta, nessuno può tacciare di 
esagerazione le mie parole. Non è possibile, onorevoli colleghi, 
aver dinnanzi quel documento senza essere compresi di dolore 
e di vergogna per l'enorme danno cagionato al nostro paese 
dall'esercizio abusivo di quel delicato strumento del progresso 
economico, che è il credito, fatto segno, qui in Italia, a tante 
ingiurie di uomini e di cose. Durante tutto un decennio la emis- 
sione e la circolazione non furon mai conformi alla realtà vera 
delle cose, perché durante tutto un decennio l'amministrazione 
degl'Istituti non fu, propriamente, un'amministrazione; divenne 
furto nella Banca Romana, oggi in via di liquidazione; fu disor- 
dine in quasi tutte le altre, trascinate fatalmente dalla lotta 
per l'esistenza (e il funesto esempio fu dato, nel 1885, dalla 
Banca Nazionale) a crear biglietti anche oltre i limiti della legge 
positiva. Dovremmo solo maravigliarci che la impressione di 
quel documento non sia stata, come pure avrebbe dovuto essere, 
generale e profonda, se non sapessimo quale e quanta sia stata 
e sia in Italia l'ambiguità delle menti intorno al problema della 
circolazione fiduciaria. Quale maraviglia se già una Commissione 
della Camera sentenziò non esservi relazione fra quantità di 
biglietti e aggio, fra aggio e saggio dello sconto; se il Banco 
di Napoli, nei mesi scorsi, ha scritto lungamente a noi del suo, 
del « suo » diritto storico alla emissione; se alcune settimane ad- 
dietro l'Associazione agricola e commerciale di Roma, di cui 
sono membri e senatori e deputati, ha fatto addirittura della 
emissione un privilegio di province e di regioni ? 

Triste privilegio, o signori, quando ricorro col pensiero, e 
ci ricorro spesso non senza amarezza dell'animo, alle vicende 
della mia provincia nell'ultimo decennio! 



358 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

È la più povera d'Italia, la mia provincia: undici mila chi- 
lometri quadrati, con soli cinquecento mila abitanti, — senza 
neppur l'ombra di quelle ricchezze del sottosuolo, che hanno 
Girgenti e Caltanisetta in Sicilia, Cagliari e Sassari in Sardegna. 

La sua stessa povertà, la sua indole esclusivamente agricola 
e pastorale avrebbero dovuto metterla al sicuro dagli abusi del 
credito per opera principale degl'Istituti di emissione. Eppure 
non fu cosi; tutt' altro! Anche laggiù, fin dal 1873, era pene- 
trata la pura propaganda della mutualità popolare, che ha dato 
cosi bei frutti in tutte le province dell'alta e della media Italia; 
anche laggiù, grazie alla parola dell'onorevole Luzzatti, sorge- 
vano a mano a mano contro l'usura, dietro spontanee iniziative 
locali, le piccole modestissime cooperative di credito. Ma già 
in armi, anche nella mia Basilicata, come in tutto il Mezzo- 
giorno, erano di fronte, per loro e nostra sciagura, la Banca 
Nazionale e il Banco di Napoli. Ed ecco la legge del 28 giugno 
1885 dar facoltà agl'Istituti di emissione di scontare a un saggio 
inferiore gli effetti delle banche popolari, create corrispondenti 
per il baratto dei loro biglietti. Contrario a quella legge, invano 
cercai, anche a costo delle mie dimissioni dal Consiglio generale 
delle Banche popolari italiane, come può attestare l'onorevole 
Vacchelli, di far respingere dai miei conterranei un dono cosi 
arrischiato: non occorreva aver la mente di Aristotile per mi- 
surarne tutto il pericolo. Vinse in quella vece, cosi in Basilicata 
come da un capo all'altro del Mezzogiorno, il miraggio degli af- 
fari, e il dono fu chiesto od accettato con entusiasmo : mercé la 
rappresentanza, i due maggiori nostri Istituti di emissione non 
tardarono, pare impossibile!, a disputarsi, a contendersi fin 
l'anima economica di una regione come la mia, gareggiando af- 
fannosamente nel far correre in essa i loro biglietti {Bravo!). Cosi 
le banche popolari della mia provincia si trovarono, di un tratto, 
ad avere mezzi troppo abbondanti : subirono le facili, fallaci illu- 
sioni del credito, un mero credito di consumo: disviarono, tra- 
viarono anche, concentrando la loro fiducia su pochi individui o, 
peggio, su gli ultimi avanzi di clientele insicure. Il Banco di 
Napoli (e nessuno più di me ha il dovere di riconoscere la 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 359 

buona fede da parte sua, anzi la sincerità delle sue intenzioni), 
il Banco di Napoli, più sollecito, si die attorno, esso stesso, 
per la diffusione di nuovi sodalizi cooperativi. La Banca Nazio- 
nale, a sua volta, idealizzò e favoleggiò le ricchezze inesplorate 
dell' antica Lucania, e a fine di sottrarre al Banco di Napoli e 
alle banche popolari gli affari... che non vi erano [si rìde), fondò 
la Banca agricola industriale di Potenza, col programma di 
elidere l'azione del potente nemico e de' suoi corrispondenti. 
Quelle popolazioni s'inebriarono; use ad essere argomento di 
pietà, divennero segno d'invidia; finalmente gli umili erano 
riconosciuti, e i poveri, vedendosi ricercati dai potenti, si cre- 
dettero ricchi! Quando l'ora suonò, e prima la Banca Nazio- 
nale, poi il Banco di Napoli restrinsero crudamente, per neces- 
sità di cose, il credito già diffuso a larghe mani, maturarono i 
fallimenti e le liquidazioni, gli arresti e i processi penali. L'edi- 
fizio crollò, — non senza ingenerare in molti l'atroce dubbio, 
che, nel Mezzogiorno, ogni opera collettiva non possa ancora 
vivere se non per il male: crollò, andò in conquasso: ma, contra- 
riamente a quel ch^ pare non debba essere per i signori della 
Banca Romana {Bravo/), senza ammutinamenti cosi da parte 
degli azionisti e dei depositanti, i quali non invocarono largi- 
zioni o donativi a spese pubbliche {Bravo/), come da parte dei 
debitori, terrorizzati, ma non ribelli alla dura pretesa che i debiti 
sono fatti per esser pagati. Certo, nessuna provincia più della 
mia può oggi dar ragione di due grandi leggi del credito pub- 
plico: una, che esso sia potenza intellettuale e morale prima 
che azione economica; l'altra, che sia inutile accrescere di nuovi 
canali la circolazione se non si aumenta la forza, la potenzia- 
lità della produzione {Bravo/). Ma è certo in pari tempo che 
la rovina di tanta parte della mia regione fu cagionata quasi in- 
teramente dalla rivalità degl'Istituti d'emissione, e quindi parlare 
tuttora a me dei benefici della libera concorrenza, nel campo 
della circolazione, è lo stesso che rivolgere, più che un'amara 
ironia, una offesa crudele alla sorte dei miei conterranei. 

Si, de' miei conterranei, vittime più o meno responsabili 
(non li giustifico né li difendo) di una ubbia del tutto contraria 



360 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO | 

alla scienza e alla pratica del mondo civile: una ubbia, che 
testimonierà in mezzo ai miei fin che io viva, per quanto a 
lungo io possa vivere, che non ha fondamento di moralità una 
circolazione data in preda alle contestazioni inevitabili, neces- 
sarie, di più Istituti di emissione {Bravo!). E non crediate, no, 
che io vi abbia narrata una favola. Guardate un poco quello che 
ne dicono gl'ispettori governativi. L'Orsini, misurato e laconico, 
scrive cosi a pagina 405 della sua relazione su la Banca Nazionale: 
« La Banca Nazionale ha verso la Banca Agrìcola Industriale di 
Potenza una esposizione di lire 7.281.000. In questo suo avere 
essa è garentita con un pegno di crediti per lire 4.360.000 in parte 
appoggiati ad ipoteche convenzionali e giudiziarie contro i debitori. 
In vista delle eventuali perdite, che avrebbe dovuto subire nella 
liquidazione, anziché passar l'importo degl'interessi percepiti in 
conto degli utili, la Banca lo ha trattenuto come riserva da 
contrapporre alla probabile perdita di capitali. Oltre l'importo 
di questa riserva, esso ritiene di dover subire una ulteriore per- 
dita di circa lire 2.000.000 ». E il Regaldi, più aperto, cosi scrive 
a pagina 594 della sua relazione sul Banco di Napoli: « La istitu- 
zione dei rappresentanti ebbe origine dalla necessità di espan- 
dere l'azione del Banco e dal bisogno di estendere la circola- 
zione dei titoli per la difficoltà della riscontrata e per la lotta 
di concorrenza con gli altri istituti. Il Banco allargò effettiva- 
mente per loro mezzo la cerchia delle sue operazioni, consentendo 
facilitazioni di ogni genere rispetto al risconto, al saggio del- 
l'interesse e alla garanzia, e accordando premi e rimborsi di 
spese; ma non sempre e ovunque lo sviluppo fu reale e pro- 
ficuo, che in parte fu movimento fittizio e dannoso. Il capitale 
delle banche corrispondenti aumentava, e l'aumento dava luogo 
ad un aumento del risconto, e questo ad altro aumento del 
capitale, e cosi via via; aggravandosi poi la posizione col fatto, 
che gli effetti alla scadenza erano rimessi per l'incasso agli 
stessi corrispondenti, i quali non versavano l'importo, ma se 
ne davano debito in conto corrente, salvo a mandare nuovi 
effetti al risconto. Oggi i rappresentanti, i quali hanno tuttora 
partite da liquidare, costituiscono, nelle sole province di Potenza 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 361 

e di Bari, un debito di lire 370.000 per conto cambio, un de- 
bito di lire 8.619.000 per conto incassi, e di lire 460.000 per 
conto assegni. Dei debiti per il cambio e gli assegni non par 
dubbio il ricupero; non cosi del debito per gl'incassi, di cui 
poco più del cinquanta per cento è da ritenersi realizzabile ». — 
Un vero «carnevale», come io stesso ebbi a dire pubblica- 
mente, tra' miei, in occasione e in tempo non sospetti! 

Non è dunque, onorevoli colleghi, una piuttosto che l'altra 
disposizione, dalle più gravi, come il modo di liquidazione della 
Banca Romana, alle più inutili, come la sanzione delle incom- 
patibilità parlamentari che si vorrebbero stabilire col nuovo 
articolo 17; ma è lo stesso principio informatore, è il concetto 
fondamentale che mi fanno essere decisamente contrario al di- 
segno di legge. 

Antico, ostinato partigiano della Banca unica in fatto di emis- 
sione, io ho creduto e credo vano qualunque tentativo di restau- 
rare davvero la nostra circolazione su la base immutata e im- 
mutabile della pluralità degl'Istituti: pluralità, fatta qui in Italia 
anche più anormale e ibrida dalle costituzioni degl'Istituti stessi, 
non pari né identiche fra loro. 

Ha un bel dire l'onorevole Cocco-Ortu di non volersi impe- 
lagare nel mare magno delle generalità, mentre, tra una riga 
e l'altra della sua accurata ed abilissima relazione, è tutto un 
coro sommesso contro la Banca unica: la Banca unica!, uno 
di quei tanti paroloni, uno di quei tanti spauracchi che alcuni 
designano, con sacro orrore, alle moltitudini ignare. Tutta l'arte 
dell'onorevole Cocco-Ortu non è valsa né varrà a distruggere 
il fatto; e il fatto è che non è ammissibile, cosi nel campo 
scientifico come sul terreno positivo, una discussione intorno 
alla superiorità tecnica della Banca unica, se è vero che un 
Istituto di emissione, perché possa dirigere sul serio le correnti 
della circolazione, deve rigorosamente limitare il suo ufficio, 
senza il pungolo del sospetto e della gara, agli sconti e alle 
anticipazioni del vero e proprio commercio. La concorrenza, 
onorevole Cocco-Ortu, è utile certamente per il credito, ma è 
affatto perniciosa per il mercato monetario, il cui interesse 



362 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

esclusivo è di avere inalterata la misura del valore, cosi che 
la valuta circolante mista operi, ogni giorno, come se fosse 
interamente metallica. 

Ora il disegno di legge, col suo vantato duopolio, ossia, 
con una Banca per azioni da un lato e i due Banchi meridio- 
nali autonomi dall'altro, non solo persiste nel vieto uso della 
pluralità, contraddicendo ad ogni ragione, ad ogni esperienza 
del fatto; ma scuote, e violentemente, il debole equilibrio del- 
l'oggi, creando per l'avvenire antagonismi anche più feroci: 
antagonismi, che la Commissione vede e prevede al pari di 
me, ma dinnanzi ai quali confessa, cosi, alla buona, di non 
volersi, di non potersi arrestare un momento. Le condizioni 
della lotta, come ha luminosamente provato l'onorevole Maggio- 
rino Ferraris nella «Nuova Antologia», peggioreranno gran- 
demente, e, secondo lui, a solo carico dei Banchi meridionali, 
delle cui sorti è fatta arbitra la nuova Banca d'Italia, nata dalla 
fusione della Banca Nazionale con le presenti due Banche to- 
scane: sarà questione di tempo, a parer suo, di solo tempo, 
perché gli ottocento milioni di circolazione della nuova Banca 
d'Italia soppiantino via via e mandino alla malora (mediante 
la riscontrata, che torna in campo, minacciosa e dubbia, come 
la sfinge) i duecento quarantadue milioni del Banco di Napoli 
e i quarantotto del Banco di Sicilia. Altri poi dimostrerà, aven- 
domene qualcuno già dato avviso, che dopo le ultime con- 
cessioni avute circa i conti correnti fruttiferi e lo sconto delle 
pòlizze, non dovendo il Banco di Napoli dar dividendi, con una 
buona e rigida amministrazione potrà forse toccare al Banco di 
Napoli, se esso vorrà, di sopraffare la nuova Banca d'Italia. 
Cosi, in un modo o nell'altro, su l'orlo del baratro cui siamo, 
occorrerebbe innanzi tutto sopprimere assolutamente ogni malau- 
gurata ostilità; e, invece, noi riaccendiamo più terribili le ire, ap- 
prestiamo legna al fuoco, ricominciamo una guerra a coltelli, non 
fra un sistema e l'altro, ciò che importerebbe poco, ma fra una 
parte e l'altra d'Italia, ciò che deve molto importare a quanti 
qui siamo {Interruzione del deputato Fortis) desiderosi della pace 
del nostro paese. O non ha Ella letto, onorevole Fortis, tutta 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 363 

quella farragine di stampati che è stata a noi inviata, in questi 
ultimi mesi, dai Consigli generali dei nostri Istituti di emissione? 
Sono già fieramente alle prese fra di loro per la divisione delle 
spoglie... La Banca Nazionale si dà le arie del Cireneo, il Banco 
di Napoli si atteggia a vittima della sua emula, e il Banco di 
Sicilia accusa il confratello di pretese esagerate. Ognuno chiede, 
singolarmente, privilegi e favori, geloso di sé e invidioso degli 
altri. Non uno, letteralmente non uno si occupa e si preoccupa 
dei detentori dei biglietti [Benissimo/)... Che importa loro del 
pubblico se dall'aggio, che il pubblico paga, cosi i più ricchi 
come i più poveri, cosi le città come le campagne, le misere 
campagne di tanta parte d'Italia, essi, per i primi, traggono in 
più modi lauto guadagno? [Bravo/). 

Egli è, o signori, che tutta la nostra politica bancaria è 
stata informata sin qui al concetto che gl'Istituti di emissione 
costituiscano, per sé stessi, un grande interesse di Stato; che 
l'interesse loro sia tutt'uno con quello del pubblico; e che la 
moneta di carta, per il triplo, magari per il quadruplo de' loro 
capitali, sfa un lor diritto speciale, quasi una loro graziosa lar- 
gizione. È un falso concetto cui fa capo tutta una serie di 
pregiudizi, dai quali non è strano derivi, in conclusione, una 
legislazione fatta per le Banche meglio che per il paese; una 
legislazione, anzi, non fatta veramente dallo Stato, ma, in un 
modo più o meno indiretto, dalle Banche stesse: il disegno di 
legge, per esempio, che ora abbiamo sott'occhio, non è, in 
fondo, se non un doppio atto di semplice riconoscimento da 
parte de' poteri pubblici, — uno, dello statu quo per i Banchi 
meridionali, l'altro, della convenzione interceduta il i8 gennaio 
fra le Banche per azioni. Provvedere, puramente e semplice- 
mente, agl'Istituti come enti, come organismi bancari: questo, 
e non altro, pare debba essere tutto il nostro dovere. Il nostro 
proposito (fu già detto dal Governo nella sua relazione del 
22 marzo) per giungere a una soluzione del problema delle Ban- 
che di circolazione è, che essa risponde alla presente situazione 
delle cose. La soluzione proposta (soggiunge oggi la Commissione 
parlamentare) non sodisfa all'attuazione dell'ideale nella logica 



364 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

delle sue finalità, ma è conforme allo stato presente e riconosce 
i fatti compiuti, non compromette interessi e non la rompe di 
un tratto con Istituti, i quali hanno per sé la consacrazione del 
tempo. Cosi solo si intende come e perché non sia viva tra 
noi la coscienza di una verità elementarissìma, cui pure do- 
vremmo principalmente tendere l'intelletto e inspirare la con- 
dotta: ossia, che la massa de' biglietti in circolazione rappresenti 
un capitale dato in prestito dai privati cittadini agli scontisti delle 
Banche, e quindi i portatori de' biglietti, non le Banche, abbiano 
il diritto di essere esclusivamente garantiti da una legge d'in- 
teresse generale, come questa che ci è dinnanzi. Se avessimo 
una coscienza cosi fatta, oh non sarebbe intorno a noi tanta 
atonia, in questo che pure è il momento economico più critico 
del nostro paese; e facilmente ci avvedremmo che le soluzioni 
medie e gli accomodamenti, i quali parevano accettabili ieri, 
non sono più possibili oggi: che oggi, come sarebbe imperdo- 
nabile follia affidarci, in finanza, alla vana teoria degli incre- 
menti medi delle entrate, cosi sarebbe inescusabile leggerezza 
commetterci, in fatto di circolazione, ad una specie di fata- 
lismo rassegnato, qual' è quello del disegno di legge, vólto 
egoisticamente a benefizio di una classe, anzi del mondo degli 
affari, e indirizzato a sola tutela e a solo profitto degl'Istituti 
di emissione {Bravo!). 

Perché dopo tutto, onorevole Cocco- Ortu, è vano parlare 
del ritorno a una circolazione vera e sana finché non si muove 
dal principio, che il capitale proprio degl'Istituti di emissione 
sia effettivo e reale; ed anche più inutile è parlare del ritorno 
al cambio in metallo finché non si parte dal fatto, che i porta- 
fogli degl' Istituti di emissione constino di effetti commerciali a 
breve scadenza, liquidi e sicuri. Ora, non è più un segreto per 
nessuno che le immobilizzazioni, le sofferenze e le perdite dei 
nostri Istituti non trovino riscontro in nessun 'altra Banca bene 
amministrata d'Europa; l'Iside arcana non ha più veli per 
noi, e la situazione, ormai, possiamo tutti calcolarla esattamente: 
mi asterrò quindi dal parlarne, anche perché a lungo, e più 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 365 

autorevolmente di me, ne faranno parola gli onorevoli Napoleone 
Colajanni e Sonnino. Gl'Istituti risorgono cosi come oggi si rat- 
trovano, non solo incagliati in quasi tutte le attività loro, e il Banco 
di Napoli con il sessanta, la Banca Nazionale con oltre il settanta 
per cento dei loro capitali irremissibilmente perduti; ma, che è più, 
tuttora immobili nell'antica loro costituzione d'istituti omnibus, 
veri bazar del credito, in cui, oltre lo sconto e le anticipazioni, 
si fanno non so più quali e quante operazioni, che nulla vera- 
mente hanno di comune con una Banca di emissione propriamente 
detta. La Banca d'Italia, specialmente, che dovrebbe essere, ed è 
purtroppo, la grande singolarità del disegno di legge, checché 
si sia detto, checché si dica in contrario, non solo è la somma 
di tutte le debolezze, di tutti i malanni, di tutte le macerie dei 
presenti Istituti per azioni; ma, peggio, è la erede senza bene- 
fìzio d'inventario della famosa Banca Romana, con i famosi 
suoi cinquanta milioni andati irrevocabilmente in fumo [Bravo!). 
E voi volete, con questi meccanismi cosi avariati, restaurare 
la circolazione fiduciaria secondo il buon diritto dello Stato e 
della economia pubblica? 

Oh non farete a voi stessi, onorevoli colleghi della Commis- 
sione, e non riuscirete, io spero, di fare a noi illusioni di sorta a 
questo proposito! Una circolazione non si mantiene o non ri- 
torna alla pari se non quando la parte non coperta realmente 
da metallo sia rappresentata da buone operazioni commerciali. 
Or la grande rivelazione della ispezione governativa, la cui 
opera onora l'Amministrazione dello Stato, è questa appunto: 
che la circolazione bancaria di mille cento milioni sia in aperta 
contraddizione con l'organismo economico del paese, perché il 
movimento commerciale effettivo del paese non può assoluta- 
mente assorbire una circolazione superiore ai settecento milioni 
{Approvazioni). Non c'è popolo che abbia abolito il corso for- 
zoso senza ridurre la circolazione, e non e' è popolo che non 
sia tornato al corso forzoso, mantenendo una circolazione ec- 
cessiva e morbosa. È tempo di smettere, una volta per tutte, 
il vecchio abito di fantasticare castelli in aria su l'incremento 
naturale de' futuri bisogni del mercato, scontando anticipatamente 



366 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

le speranze dell'avvenire; ed è ormai più che tempo di smettere 
dal fare ossequio a quella dottrina, cara ai banchieri, secondo 
cui la molta carta faciliti il credito a buon mercato, e la ripresa 
dei pagamenti metallici sia addirittura una utopia da visionari. 

Occorrerebbe dunque, sia una o siano più le Banche di emis- 
sione, occorrerebbe una sollecita, una vigorosa riduzione della 
nostra circolazione. E noi questo po' po' di compito affidiamo 
ad Istituti, i quali non possono fare a meno, se non vogliono 
fallire, di lucrare sopra una circolazione immane e fittizia! O non 
avete voi visto il Banco di Napoli chiedere nei mesi scorsi, 
insistentemente, un aumento di circolazione per ventotto milioni, 
perché, come disse con molta franchezza un membro di quel 
Consiglio direttivo, « nulla innovare rispetto al limite della cir- 
colazione presentemente consentita, significa deliberare la liqui- 
dazione del Banco, dal momento che se ne compromette la 
esistenza, privandolo delle risorse dei mezzi disponibili? » È una 
risorsa, un mezzo disponibile l'aumento della circolazione! Igno- 
rate voi forse che il Banco di Sicilia chiede a mani giunte, or 
ora, non meno di altri sedici milioni? E non ha provato l'ono- 
revole Sonnino alla Commissione parlamentare, con la sua 
splendida vivisezione della nuova Banca d' Italia, che questa, se 
vorrà appena vivere, dovrà spingere la circolazione all'estremo 
limite, col pericolo, ad ogni stormir di foglie, di dover eccedere 
questo limite, non potendo mai fare a meno del corso legale? 

È una mèra lustra del disegno di legge quella, secondo cui 
alle smobilizzazioni, e quindi alla riduzione percentuale della 
circolazione, si possa riuscire, sia mediante un nuovo Istituto 
di là da venire sia per opera stessa delle Banche, in un periodo 
di dieci anni diviso in cinque sotto-periodi di un biennio ognuno. 

Il nuovo Istituto, con un capitale non inferiore ai quaranta 
milioni, non verrà, per la semplicissima ragione che non verrà: 
e parlarne qui all'ultima ora, come ha fatto la Commissione 
col secondo comma dell'articolo 20, è un dare a intendere, mi 
si perdoni, cose finte cui non abbocca più nessuno, è un mo- 
strare la mandragola, direbbe il giocondo poeta del « Morgante 
Maggiore ». E in quanto alle Banche, queste non possono 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 367 

liquidare, e non liquideranno, secondo le vostre armonie pre- 
stabilite, e nonostante le vostre tante facilitazioni tributarie, che 
sono una deroga bella e buona al diritto comune; ma solo, se 
mai, secondo la misura del loro tornaconto. Esse già sanno 
da tutto il passato quel che valgano le pene comminate dalle 
nostre leggi; e se lo hanno dimenticato, la ispezione governa- 
tiva è li a ricordarglielo! Del resto, lo spettro del fallimento 
sarà sempre, come è oggi, la loro egida migliore di fronte a 
quei Governi, i quali volessero, allo spirare del primo termine, 
richiamarle alla dura osservanza della legge. Scorso il primo 
biennio, i nostri successori faranno quello che abbiamo fatto 
noi fin qui per il corso legale: andranno di proroga in proroga, 
nel disagio e nella fretta delle ultime tornate estive. Già, per 
questo verso, che altro mai è il disegno di legge se non una pro- 
roga di cinque anni, la nona dal 1883 ad oggi, del corso legale? 
Una proroga pura e semplice, perché l'obbligo del cambio 
a vista e illimitato, come vuole l'articolo 3 del disegno di legge, 
è, ne' limiti e nelle condizioni del disegno stesso, una solenne 
canzonatura: meglio sarebbe valso e meglio varrebbe, dopo le 
parole qui pronunziate ieri dall'onorevole presidente del Con- 
siglio, il pudore del silenzio. Quell'articolo rimane una canzona- 
tura, anche dopo la nuova dizione formulata dalla Commissione. 
Il Governo diceva: « gì' Istituti debbono cambiare i loro biglietti»; 
la Commissione dice: « i possessori dei biglietti hanno diritto 
a chiedere il cambio agl'Istituti» {Si ride). No, non c'è da 
ridere. La modificazione sarebbe sostanziale, perché creando 
essa un diritto soggettivo, per effetto della legge 20 marzo 1865 
(allegato E) non cadrebbe più dubbio intorno alla competenza 
dei tribunali, contrariamente a quanto ebbe a ritenere, or è un 
anno, il magistrato di Torino; sarebbe, dunque, sostanzialissima, 
e farebbe onore all'acume giuridico della Commissione, se non 
ci fosse di mezzo una condizione che distrugge il benefizio. Il se- 
condo comma di quell'articolo soggiunge: « con Decreto Reale, 
da emanarsi sopra proposta dei ministri del Tesoro e dell'Agri- 
coltura, si stabiliranno le norme per il cambio dei biglietti fino 
alla scadenza del corso legale » {ILaritd). Ora, che significa 



368 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

questo se non che il decreto renderà vana la legge? E, del 
resto, come potrebbe essere altrimenti se, costretti al cambio da 
una sentenza, gl'Istituti dovessero necessariamente chiudere 
gli sportelli e dichiarare fallimento? Il relatore è lealissimo, a 
questo proposito. Egli, senza false pudicizie, scrive testualmente 
cosi: « saixzionato puramente e semplicemente l'obbligatorietà 
d'un baratto che per il momento riesce difficile e pericoloso, 
o la legge stabilirebbe un precetto vano o si andrebbe incontro 
a conseguenze facili e prevedute. E quindi si è creduto non 
inutile di dare facoltà al Governo di regolare le modalità del 
baratto con Decreto Reale da emanarsi per il periodo in cui 
permane il corso legale. È un temperamento modesto, o, per 
essere più esatti, un temperamento consigliato dalla necessità, 
che ci toglie dal bivio di una menzogna legale, poiché niuno 
disconosce che, nelle condizioni presenti, se dovesse avere in- 
tera efficacia l'obbligo del baratto, correrebbero rischio di spa- 
rire le riserve metalliche, o non stabilendo la disposizione 
dell'obbligo del baratto, quasi si verrebbe ad una tacita con- 
sacrazione del corso forzoso ». 

La impossibilità del cambio, quindi, permane, e con essa 
l'assenza di ogni forza regolatrice delle banche di emissione, 
perché tanto la natura degl'impieghi quanto la proporzione delle 
riserve metalliche non sono né possono essere se non in rap- 
porto del cambio, in cui è davvero la bilancia della circolazione 
fiduciaria. E per ciò, con o senza il disegno di legge, perdu- 
reremo nell'andazzo degl'Istituti di emissione degenerati in 
Istituti di credito ordinario del genere più arrischiato: non po- 
tendo essi impiegare in sconti commerciali se non una parte sola 
della loro circolazione, dovranno continuare a fare, per avere 
frutto dall'altra, o operazioni immobiliari o riporti di borsa, che 
alzeranno sempre più il corso de' titoli all'interno in confronto 
dell'estero, e aggraveranno il cambio. Magari non avremo più, 
come abbiamo avuto finora, sei zecche di carta, perché, for- 
tunatamente, lo Stato avoca a sé, questa volta, il supremo di- 
ritto di vigilanza sul torchio dei biglietti ; ma continueremo ad 
avere nientemeno che per un quarto di secolo, ossia, fino all'anno 
di nostra salute 19 18, tre spacci privilegiati di carta-moneta... 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 369 

Questa della durata del privilegio è addirittura la disposizione 
più intollerabile del disegno di legge, ed io ho sicura fiducia 
che l'onorevole presidente del Consiglio cederà almeno su que- 
sto punto. Venticinque anni! Con un regime che è, o dovrebbe 
essere, democratico, dar la moneta, per venticinque anni, in mano 
a Compagnie private, rappresentino queste o pur no Società di 
azionisti ! « Non voglio, non debbo fare il profeta », diceva qui il 
povero Seismit-Doda nella tornata del 14 giugno 1885; « ma il 
buon senso, la logica e l'esempio di altri paesi mi avvertono che 
se noi perduriamo su questa via, nella quale ci si domanda di 
continuare, noi rischiamo di ritornare a quella inconvertibilità as- 
soluta dei biglietti, dalla quale abbiamo voluto uscire, caricando 
di trenta milioni di rendita annua il nostro debito consolidato ! » 

Insomma, la sola via di salvezza per la nostra circolazione 
fiduciaria è, a parer mio, la Banca unica di Stato, perché essa 
risponderebbe alla verità: lo Stato, come conia la moneta, cosi 
stamperebbe la carta, traendo a sé tutto il benefizio della cir- 
colazione. O se la Banca di Stato è impresa troppo ardua per 
noi, troppo imbevuti di liberalismo scolastico; se la divisa, l'an- 
tica divisa radicale esumata dall'onorevole Cocco-Ortu — de- 
struam ut resurgat — pare alla Camera, come è parsa alla 
Commissione, « troppo avventata, troppo pericolosa e non 
amica dell'indole pratica (benedetta pratica!) del popolo ita- 
liano »: ebbene, perché non adottare l'espediente di una Banca 
unica di emissione col libero concorso di tutti i presenti Istituti, 
per la sola parte de' loro capitali davvero liquida e disponibile? 
Cosi almeno, se non si raggiunge la mèta, ci si metterebbe su 
la buona strada: che da un lato avremmo qualche cosa di ve- 
ramente nuovo e di solido, « una forza dello Stato (dice elo- 
quentemente la minoranza della Commissione), una regola per 
la circolazione, un simbolo economico e finanziario per l'unità 
della nazione »; dall'altro tutti i presenti Istituti continuerebbero a 
vivere non più nemici fra loro, ed essi stessi farebbero le liquida- 
zioni delle proprie immobilizzazioni, questa volta in modo certo e 
sicuro, nel solo modo che sia possibile, lasciando, come dice il 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Staio Italiano. 24 



370 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

vangelo, i morti seppellire i morti, mettendo di fronte al debitore, 
riottoso a pagare, il creditore, che ve lo spinge e costringe. 

Si dice: ma, e il pericolo della coesistenza temporanea di 
una doppia circolazione, la nuova e l'antica, una buona e l'altra 
cattiva? Più ancora, e le catastrofi (è la parola di moda) di 
tante e sùbite liquidazioni forzate? 

In quanto al pericolo, certo non immaginario né lieve, di 
una doppia circolazione, non posso né devo credere sia impos- 
sibile superare in Italia, quando, or sono tanti anni, fu pure 
scongiurato, e vittoriosamente, nel Belgio, che oggi, come bene 
avverte l'onorevole Cocco-Ortu, ha una delle organizzazioni 
bancarie tra le migliori che si conoscano: il caso, checché si 
dica o si dirà in contrario, è perfettamente identico. 

E in quanto alle catastrofi, certo sarebbe doloroso provocare 
e vincere una crisi, che dovesse necessariamente spezzare uomini 
e cose. Ma il danno, come già altri notò, non si evita per ciò 
solo che le Banche, rimandando alle calende greche le loro 
liquidazioni, ne facciano intanto pagar lo scotto a tutto il paese 
— « dalle Alpi nevose all'Etna fumante », come dice la canzone 
patriottica — sotto la forma di una circolazione malata e di 
biglietti raffiguranti un credito a vista, che il pubblico non deve 
respingere, e gl'Istituti non possono cambiare. 

Tutto, a parer mio, fuor che il corso forzoso; e meno che 
tutto, rifare alle Banche (in che davvero si compendia il 
disegno di legge) i capitali perduti a prezzo del corso 
forzoso. Or solo con la Banca unica di sana pianta si può 
sperare sul serio di riprendere i pagamenti in metallo, perché 
solo con essa si può utilmente tentare, come già propose la 
nostra Commissione parlamentare del 1890, il sistema della 
legge inglese del 181 9, secondo il quale, mediante un premio 
decrescente su l'oro, il corso legale resterebbe immediatamente 
abolito agli sportelli della Banca, mantenendosi, per ora, soltanto 
nei rapporti tra' privati. 

Molti, senza dubbio, sarebbero i guai delle sùbite liquida- 
zioni. Maggiori però, nell'interesse generale, saranno i guai del 
corso forzoso, — quella grossa cappa di piombo, quel faticoso 



ISTITUTI DI EMISSIONE E CIRCOLAZIONE FIDUCIARIA 371 

manto degl' ipocriti di Dante, che rende incerti i prezzi e alea- 
tori i contratti, e obbliga tutti a ricevere, in cambio dei loro 
crediti, un pezzo di carta, il quale, in un dato momento, potrà 
non valere più di un vecchio, logoro straccio di giornale. 

Nessuno, onorevoli colleghi, è più disposto di me, per tem- 
peramento e per educazione, a fare larga parte alle conside- 
razioni, che hanno fino ad ora indotto Governo e Parlamento 
alla incertezza, alla timidezza anche, nella risoluzione di un 
problema cosi fatto. Ma nessuno più di me, dopo lo scandalo 
senza esempio di tutta una macchina di Stato cosi costosa come 
la nostra, la quale non fu capace di salvaguardarci, per tanti 
anni di séguito, qui, nella capitale del Regno {Bravo!), da una 
frode di tanta mole com'è quella della Banca Romana; dopo 
la piena luce che a noi è venuta dalla ispezione governativa 
sui Banchi meridionali e la Banca Nazionale, nessuno più di 
me, ormai, si crede in debito di respingere una di quelle tante 
leggi che hanno tradito l'equivoco, uno di quei tanti mezzi 
termini che hanno inasprita la piaga, una di quelle tante dila- 
zioni che si sono risolute nella inerzia, e potrebbero domani 
condurci alla perdizione. 

Nella migliore, nella più ottimista delle ipotesi, data questa 
legge, occorreranno ancora (perché il decennio delle smobiliz- 
zazioni comincerà da qui a quattro anni) quattordici anni di 
saviezza, di prosperità, di pace e di fortuna, di fortuna veramente 
folle, per giungere in porto a salvamento... E non vi pare che 
abbiamo già troppo a lungo confidato nella buona stella d' Italia? 

Allo stringere dei conti, anche senza veder nero, anche 
senza credere al danno, non più riparabile, del domani: questa 
non è se non una legge di eccezione e di favore, perché inspi- 
rata dalla misericordia e dalla paura; una legge che non garan- 
tisce il biglietto, e consolida il corso forzoso. 

Or di una legge cosi fatta dirò quello che la figlia di Gu- 
stavo Adolfo diceva della corona regia: che non mi bisogna e 
non mi basta. Dirò di più: che essa mi dà, a un tempo, un 
non so quale sentimento di uggia e di tristezza. Tutti abbiamo 



372 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

la preoccupazione dell'aggio, tutti sappiamo che il credito dei 
nostri Istituti di emissione ci ha isolati e ci isola dal mondo 
economico, privandoci del credito e della moneta metallica. 
D'altra parte, non uno è fra noi il quale ignori, che il rior- 
dinamento della circolazione darebbe, per sé solo, impulso alle 
deboli forze della nostra produzione, perché il primo suo ef- 
fetto sarebbe la rinata fiducia dei mercati stranieri, che l'aggio 
ci rende avversi, e il graduale ritorno dell'oro, che pare abbia 
la nostalgia di oltre Alpi. Eppure nessuna energia è in noi, 
nessuna nei Governi, i quali si succedono da qualche anno al 
banco dei ministri, per attingere, dopo le dure, terribili prove 
sofferte, una tanta mèta! È dunque esaurita la nostra fibra di 
liberi cittadini e di uomini politici? 

Signori, sono tredici anni che son qui, ultimo, ma tra i più 
devoti gregari del partito, che durante questi tredici anni, con 
i governi di Benedetto Cairoli, di Agostino Depretis e di Fran- 
cesco Crispi, ha avuto l'onore e l'onere di essere alla di- 
rezione dello Stato. A me non sono ignote le non poche né 
piccole accuse che sono fatte alla Sinistra parlamentare; ed io 
so, pienamente io so delle responsabilità sue, di quella parte di 
responsabilità, che individualmente a me spetta. La Sinistra ha 
molto peccato, perché, come la donna di Màgdala, ha molto 
amato {si ride)... Ma di un solo peccato, che non fu frutto 
dell'amore, difficilmente, se i fati non sperdono il vaticinio, 
difficilmente essa troverà il Cristo indulgente che l'assolva: 
la tolleranza prima, poi il condono del presente disordine 
della circolazione fiduciaria. Or di questo torto non ho voluto 
ieri, non voglio oggi, nella calma di un passato senza rimorsi, 
nella sicurezza di un avvenire senza timori, gravarmi la co- 
scienza. Per ciò solo ho parlato, per ciò solo a me preme dichia- 
rare, che nonostante la fiducia nel Governo, nonostante l'alta 
stima personale che ho dell'onorevole Giolitti, io voterò contro il 
disegno di legge: ingegnoso, onorevole Cocco-Ortu, fin che Ella 
vuole, e pratico e bonario; ma custode, troppo custode e amico 
di un ordine ingiusto {Bravo. ^ Bene! — Vivissime approvazioni 
— Moltissimi deputati vanno a congratularsi con l'oratore). 



XVII. 
U CRISI BANCARIA E LA XVHI LEGISLATURA 

(io e i6 maggio 1895) 



Agli elettori del Collegio di Melfi 



Napoli, IO maggio 1895. 

Il decreto di scioglimento della decima ottava Legislatura pone 
termine a una dolorosa condizione di cose, di cui non è l'eguale 
nella storia del nostro Parlamento, e obbliga me, che a voi chiedo 
la riconferma del mandato politico, di dire pubblicamente l'animo 
mio con sincerità di pensiero e di parola. Non mai come nell'ora 
che corre ho avuto cosi vivo e preciso nella mente il mio giudìzio, 
il quale può essere bensì traviato da errore d' intelletto, non cer- 
tamente da alcuna passione. 

La triste situazione presente è stata determinata da un caso, 
che a me pare deplorabile e per il fatto, da cui ebbe origine, e 
per il ripiego, cui ricorse il Governo. Dal passo, al quale l'ii di- 
cembre ultimo si lasciò trascinare, dal suo stallo di deputato, 
l'onorevole Giolitti, egli avrebbe ad ogni costo dovuto rifuggire: 
la provocazione, che a lui veniva e dalla inchiesta fuori legge su 
la istruttoria processuale della Banca Romana e dalla pubblicità 
data alla non equa relazione di quella, può offrire la spiegazione, 
non la giustificazione dell'atto da lui compiuto, il quale tendeva a 
rimettere in esame quel verdetto del Comitato de' Sette, vero 
giuri di onore, che le responsabilità politiche e morali aveva, un 
anno prima, accertate e definite. Già a lungo il Parlamento era 
stato conturbato dalla catastrofe bancaria; e carità di patria impor- 
tava che non più si riaprissero né più si eccitassero scandali nuovi. 
Il giudizio di appello competeva di diritto, come oggi compete 
di fatto, unicamente al paese. 

Or la Camera, senza dubbio, quasi unanime s' indusse a inscri- 
vere all'ordine del giorno una discussione assurda. Ma è un chieder 
molto a un'assemblea elettiva di respingere ogni accusa, ogni 



376 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

sospetto, che leda o solo minacci di ledere la sua riputazione. 
Occorreva l'intervento savio ed efficace del Governo; e tale inter- 
vento mancò. Se a tempo il Governo avesse avuto chiara visione 
de* suoi doveri; se, in quella vece, non si fosse ostinatamente 
chiuso in una neutralità, che lasciava libero il campo a' timori, alle 
incertezze degli animi : l' incidente non sarebbe finito, come pure 
fini, mediante il decreto di proroga, che non per sé stesso, ma 
per la sua motivazione ogni uomo imparziale deve disapprovare. 

Non per sé stesso, io dico: che prorogare il Parlamento è certo 
tra le facoltà del potere esecutivo; e, in quella occasione, la pru- 
denza ne avrebbe consigliato utilmente l'esercizio. Ma nessuna 
prudenza, nessuna ragione di verità e di giustizia era nelle parole 
della relazione, che del decreto faceva un vero atto di accusa con- 
tro la Camera, designata da Francesco Crispi alla maestà del Re e 
del paese come faziosa e non degna degli ordini costituzionali. La 
taccia immeritata provocò la reazione; e ciò solo, checché altri abbia 
detto per comodità di polemica, diede luogo all'adunanza fortuita di 
uomini politicamente divisi, rappresentanti le varie tradizioni e le 
diverse tendenze del Parlamento: un'adunanza, in cui non si con- 
trassero patti né si crearono compromessi, e altro significato non 
ebbe fuor che quello di un doveroso presidio del proprio decoro. 

A risolvere, intanto, il conflitto, eccoci alle elezioni generali. 
Non vi era, secondo me, mighor via di uscita. Qualunque altra 
soluzione avrebbe accresciute le difficoltà dell'oggi e i pericoli del 
domani, perpetuando la confusione e creando nuovi equivoci. 
Solo il gran lavacro de' comizi popolari può ridar calma alle parti 
contendenti, purgando gli uni e gli altri degli errori, delle esage- 
razioni, delle colpe, di cui noi tutti dobbiamo sinceramente confes- 
sarci gravati. 

E primo dovere, secondo me, è quello appunto di riconoscere 
lealmente, che una questione di moralità non possa sussistere, e la 
lotta elettorale debba muovere assolutamente da una questione 
politica. Non è, non può essere in campo la dignità dell'uomo, 
unico superstite della nostra Rivoluzione, che tanti, e in momenti 
tanto difficili, vollero nuovamente, nel dicembre del 1893, alla dire- 
zione dello Stato: dell'uomo, verso del quale io ero stato disinte- 
ressatamente fedele, quattro anni addietro, nell'ora improvvisa del- 
l'abbandono. Sono e devono essere in discussione le sue idee e le 
sue regole di governo, in quanto specialmente si riferiscono all' in- 
dirizzo della politica interna, di fronte cosi all'applicazione 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 377 

delle leggi come al rispetto delle prerogative parlamentari. Il ri- 
cordo di tante giornate di angoscia ci deve ammaestrare non es- 
servi niente di peggio che guardarsi indietro, poi che ogni conte- 
stazione d'indole personale si piega fatalmente agli odi, alle ire 
di parte. Usciamo, con vantaggio di noi tutti, da una cosi fosca, 
cosi ambigua situazione, racchiudendo nel puro ambiente politico 
quella che bene ha il diritto, nonché il dovere, di essere e di pro- 
clamarsi l'Opposizione costituzionale. 

Or è mio debito di onore dichiararvi apertamente, che in tale 
indirizzo io non acconsento. Non vi acconsento, perché, alieno da 
ogni sorta di eccessi, e ossequente al culto della libertà, ho visto 
il Governo, nella seconda metà dell'anno scorso, poco rispettoso 
delle rigide osservanze legali, incurante delle buone consuetudini 
del sistema rappresentativo. 

La Camera non si era mostrata nemica dell'onorevole Crispi, 
durante lo scorcio della prima sessione della passata Legislatura: 
tutte le frazioni, meno la Estrema Sinistra, perché tutte concordi 
nel voler crescere forza alla tutela dell'ordine pubblico, avevano, 
il 3 marzo del 1894, riconosciuta la necessità dello stato di as- 
sedio in Sicilia e, l'ii luglio, votata la legge eccezionale contro 
gli anarchici; né, questa volta, era stato impossibile l'accordo delle 
volontà ne' fini più urgenti, se non in tutti i mezzi più adatti 
per conseguire il pareggio finanziario, assestare la circolazione 
monetaria, rinvigorire il credito nazionale. La tregua invocata, 
nonostante la Camera fosse stata già tanto sconvolta dalle violenze 
dell'anno precedente, fu intesa di buona fede e praticata a lungo, 
come non suole facilmente accadere nelle assemblee, di cui la 
suprema autorità sia riposta nel popolo. 

Vi è noto come la tregua fu rotta: sapete ove giunse, a Camera 
chiusa, l'arbitrio del potere esecutivo. Siamo in momenti ne' quali 
s' invertono le responsabilità, e giova quindi rammentare, che non 
dalla Sala Rossa, a un tratto, sbucò armata l'Opposizione; essa 
c'era già alla riapertura della Camera, spontaneamente prodotta 
dai metodi adoperati dal Governo. 

E quei metodi nessuno può negare non abbiano infranto lo 
spirito e la lettera del diritto statutario, leso in più modi da viziose 
interpretazioni e da non dubbie violazioni di leggi, tra le maggiori, 
le più gelose che abbiamo: leggi che determinano le guarantigie 
individuali, la capacità elettorale, gli ordinamenti militari, il regime 
tributario. Cosi avvenne, qualunque cosa si affermi in contrario. 



378 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO , 

che il Ministero, alla riconvocazione del Parlamento, fosse già 
fuori de' limiti del patto fondamentale del Regno. 

Non ignoro che la pubblica opinione, specialmente nelle pro- 
vince del Mezzogiorno, rimase quasi affatto insensibile a cotesto 
perturbamento delle funzioni legislative e del sindacato parlamen- 
tare, come già fu muta spettatrice di tutta una serie di provve- 
dimenti e di procedimenti, la cui gravità nessuno sconosce, e che 
altra volta avrebbero certamente commosso la coscienza della na- 
zione: ciò solo, nell'ora presente, m'inspira un senso profondo di 
rammarico. Ma non ignoro parimente che la sfiducia nelle istitu- 
zioni, a guisa di tutti gli sconforti sùbiti e sommari, è transitoria, 
e, in ogni caso, le classi dirigenti, cui spetta l'ufficio di tutela su la 
pubblica opinione, hanno l'obbligo di correggerne i traviamenti 
e le esagerazioni: perché non altro che una esagerazione è l'eco 
di terrore, non altro che un traviamento è l'aura di abdicazione, 
che ci si vanno susurrando all'intorno. Il sacro patrimonio delle 
nostre istituzioni non andrà perduto né scemato, solo perché in 
un giorno di stanchezza e di sgomento ci parve troppo incerto, 
troppo faticoso il cammino della libertà! 

Potrò dunque ingannarmi, ma, finché l' inganno non mi si farà 
chiaro, nutro ferma nel cuore la fede di servire onestamente il 
paese, rimanendo al posto ove sono, e, in questa ora del pericolo, 
non seguitando la corrente. È l'ideale della legalità più severa 
e scrupolosa, che in mezzo a tanta condiscendenza, di cui mi 
auguro non abbia a inebbriarsi il Governo, mi preme affermare col 
mio voto: la legalità, l'unica sicura àncora della comune libertà 
civile. — A voi tocca decidere del valore e della correttezza del 
mio criterio politico. 

La vostra decisione aspetterò con mente serena, perché non 
mai come oggi ho creduto alla forza consolatrice e protettrice di 
una idea. Come per ogni grande commozione pubblica, anche il 
recente agitato periodo della nostra vita parlamentare lascia dietro 
di sé qualche cosa di buio e di malinconico, che dà luogo, nel 
pensiero di tutti, al sospetto di avere sperato, forse di avere lavo- 
rato indarno... Ma voi ed io, ne sono certo, presto attingeremo 
una più alta, più vera inspirazione della realità, se nuovamente ci 
varremo della pura fonte del nostro giudizio, opponendo, ancora 
una volta, una tenace resistenza alle suggestioni occulte e fallaci. 
A noi non è difficile provare a intenderci, senza perdere la stima 
di noi stessi e la pace interiore. 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 379 

Poc'altro, perciò, mi resta a dire. 

Durante gli ultimi due anni ho seguito, come sempre, non il 
suggerimento del tornaconto, n a la voce della coscienza. Fui 
dunque della Maggioranza ministeriale nel 1893, fino a tanto che 
apertamente non me ne staccai — col voto e con la parola — in 
occasione del disegno di legge per il riordinamento degl'Istituti 
di emissione. Da allora, nel grande rovinio delle parti parlamentari, 
che precedette e segui il secondo avvento di Francesco Crispi al 
potere, mi tenni costantemente racchiuso in me stesso, per trarre 
da me solo le norme direttive della condotta. E di questa non ho 
a pentirmi, come spero non abbiate a dolervene voi. 

Pure, affinché io possa essere sicuro del vostro intendimento, 
a quanti tra voi hanno schietta la volontà, a quanti non sono 
asserviti al giogo di una guerra personale, quale è quella che da 
più anni mi si move contro, io chiedo, non una dimostrazione di 
affetto né un conferimento di un titolo di onore, bensì un man- 
dato politico. Siate liberi, nel giudicare la mia condotta. E se 
questa non vi piace, cercate altri e date a lui i vostri suffi-agi; 
ma il vostro eletto sia tale, che meglio di me sappia e possa degna- 
mente rappresentare il nostro Collegio dinnanzi al paese. Perché, 
.assenzienti o dissenzienti da me, deve esser base del vostro giu- 
dizio questo, — che la onestà privata è la difesa più stabile della 
onestà politica, e a mantener saldo nella stima pubblica il Parla- 
mento, a renderne utile, salutare e necessaria l'azione, occorrano 
deputati veramente integri e verso sé stessi e verso i loro elettori : 
integri a tutta prova e di virtù intera, tutti i giorni abituati a com- 
piere, con fermezza, nel segreto degli animi, il dovere della vita. 

Giustino Fortunato. 



Discorso pronunziato a Melfi, il 16 maggio del 1895. 



Signori ! — Di gran cuore mi dichiaro debitore alla Società 
Operaia dell'affettuosa ospitalità, che tanto prontamente mi ha 
voluto concedere, dacché, per essa, anche oggi io posso discor- 
rere agli elettori del Collegio, e quello che è più, nuovamente 
discorrere dalla città vostra, che al Collegio presiede meno con 
la nobiltà del nome che con l'esempio di una vita amministra- 
tiva pura e benefica. Melfi è comun patria di quanti siamo 
abitatori e nativi del Vulture. E non mai come nell'arida, muta 
ora che corre mi son tanto compiaciuto di essere qui, perché non 
altrove che qui io ho il diritto, e, insieme, l'obbligo di parlare 
ai conterranei della condizione, non lieta né agevole, della cosa 
pubblica. Non ancora mi vince la nausea, non ancora mi 
abbatte il vuoto dello scetticismo; e alla sana discussione io 
credo, alla guerra onesta delle idee io non sfuggo. Qui dun- 
que compirò l'ufficio mio, non so se più onorevole o più one- 
roso, di esporre con la voce, più chiaramente di quanto non 
abbia fatto per le stampe, il mio pensiero: e di esporvelo, 
anche una volta, senza secondi fini e senza preconcetti, con 
quel sentimento calmo del vero, sensu veritatis^ che fu il motto 
e il sospiro di un celebre nostro giureconsulto del buon tempo 
andato. Sono tra amici d'ogni parte del Collegio, politici e non 
politici, ma tutti spregiatori di opere bieche; e il poeta m'in- 
segna, che la confidenza negli amici conforta ad aprir loro il 
cuore, lenisce e divide le pene dell'animo. Posso per ciò, in 
mezzo a voi, dire oggi con piena familiarità; e 

Se troppa sicurtà m'allarga il freno, 

sperare, nonpertanto, tutta intera la vostra benevolenza. 



382 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 



Perché, o signori, cadrò in errore, ma non devo nascondervi 
che delle cose nostre, durante la XVIII Legislatura, fo un giu- 
dizio non sempre né in tutto conforme alla opinione generale. 

Presso l'ateneo di Bologna, alcuni mesi addietro, il profes- 
sore incaricato di leggere la conclone inaugurale dell'anno acca- 
demico, accusò di sconcia demoralizzazione tutta quanta la vita 
politica del nostro paese. E i giornali, se rammentate, ne furono 
scandalezzati. Ma io allora mi chiesi: son essi per lo appunto, 
i giornali italiani, quelli che più alte devono levare le mara- 
viglie se il dubbio è diffuso negli animi, se la ingiuria è salita 
dalla bettola alla cattedra? 

Pur troppo, è cosi. Spento, sotto un cumulo di obbrobri e 
d'interessi offesi, l'ultimo recente tentativo di un assetto più 
logico dei partiti parlamentari, fu addirittura soffocato tra noi 
ogni spirito, ogni tradizione di lotta impersonale; e dalla stampa, 
principalmente, da gran parte di essa venne sparso, in quella 
vece, un cieco assiduo alito di demolizione, da cui pare sia 
stata prostrata la energia e confuso il criterio delle classi diri- 
genti. Che reo volume si potrebbe mai fare di quanto si scrisse, 
or sono due anni, in tutto quel 1893, che non fu meno triste 
dell'altro che lo precedette di un secolo, — quasi su certi numeri 
pesasse malaugurata la fatalità della storia! 

Triste, davvero, quell'anno; né tanto per gli avvenimenti che 
vi si svolsero, quanto per la impressione che ne scaturì di una 
grande, di una estrema sfiducia nell'opera dei governanti, come 
non degna o non atta a scongiurare la minaccia di una dissolu- 
zione, che sembrava si avanzasse ineluttabile. Eppure il Ministero 
Giolitti era composto di uomini nuovi, tanto più desiderosi di far 
bene quanto meno ignoravano di non poter contare su la efficacia 
del nome; eppure la nuova Camera, qualunque cosa fu detta in 
contrario, portava con sé vivo il sentimento delle giovani genera- 
zioni, quello, cioè, di lavorare serenamente alla confermazione 
della moderna coscienza nazionale. Ma un destino premeva 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 383 

terribile su la XVIII Legislatura: ad essa era assegnato il com- 
pito, odioso e tragico insieme, di liquidare una situazione sciagu- 
rata, da lungo tempo andata creandosi di nascosto; un compito, 
che necessariamente doveva intralciarne il cammino di agitazioni, 
di accuse, di sospetti, suscitando, dentro e fuori Montecitorio, 
rancori inestinguibili. Un problema, che si era a mano a mano in- 
gigantito e complicato durante il ventennio, veniva di un tratto 
in chiaro alla dimane, quasi, del discorso della Corona: il pro- 
blema della vita stessa e dell'onore degl'istituti bancari, cui la 
legge aveva affidato il carico di regolare la circolazione mo- 
netaria. Non era certo un mistero per alcuno il cattivo stato 
di quei nostri istituti: io stesso, se ricordate, ve ne tenni parola. 
Ma nessuno fra noi poteva mai credere, nessuno mai temere 
che il marcio fosse già cosi profondo, e già cosi imminente il 
danno. Ci eran noti i mali, non le colpe delle banche di emis- 
sione né la ruina del credito italiano... 

La tempesta si addensò non appena fu in campo il disegno 
per la proroga del corso legale; e decretata una ispezione simul- 
tanea su tutti e cinque i nostri istituti, improvvisa scoppiò la ca- 
tastrofe: la Banca Romana non era stata e non era se non tutta 
una ladronaia; circolazione clandestina, fabbricazione occulta di 
biglietti, sottrazione di decine e decine di milioni... Un processo 
fu istituito. Ma presto dagli spiragli della istruttoria vennero 
lampi di luce tanto sinistra, che il Ministero, già prima renitente, 
fu costretto a capitolare davanti la Camera, accettando la pro- 
posta di una inchiesta parlamentare. La Camera non voleva, non 
poteva più oltre diffidare di sé stessa: è indescrivibile il senso 
di dolore e quasi di terrore, da cui fu colpita quando le venne 
comunicata la domanda del procuratore del Re per l'autorizza- 
zione a procedere contro uno de' suoi membri, che pure tanto 
fulgore d'ingegno, tanto splendore di parola aveva mostrato! 

Un Ministero, cui era toccata la disgrazia di vedere, a cosi 
breve intervallo, le sue maggiori affermazioni solennemente 
smentite da' fatti, doveva quel giorno intuire quale travagliata 
angosciosa esistenza, da allora in poi, sarebbe stata la sua: 
esso doveva facilmente intendere, che da allora in poi sarebbe 



384 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Stato servo, non padrone degli eventi, e quindi affrettarsi, non 
senza decoro né, certo, senza suo vantaggio, a cedere ad altri 
il posto. Solo una grande autorità morale, superiore a' partiti, 
avrebbe forse potuto, in quel primo scoppio degli animi, con- 
tenere le ire e vincere le insidie, dando al paese affidamento 
di pace e di equanimità. 

Ma nulla accadde di ciò, e le passioni dilagarono furibonde. 
Tutti i mezzi parvero buoni, tutte le violenze furon lecite, purché 
mirassero, traverso una sciagura pubblica, a raggiungere fini 
esclusivamente politici. Non mai la iperbole fu adoperata con 
prodigalità più folle, né mai il senso della moderazione venne 
maggiormente offeso da quanti hanno vie più l'obbligo di essere 
e di parere temperanti ; il vocabolario delle invettive fu presto 
esaurito: la frenesia dello scandalo rinnovellò, in molti, il fe- 
nomeno medioevale degli indemoniati... Era il contagio del 
male, un soffio di rappresaglie, di calunnie, di agguati, che dava 
luogo via via, da una parte all'altra, a una guerra senza ordine 
e senza misura, — una guerra che non ancora pare abbia placato 
gli spiriti dell'astio e della vendetta. Chi visse in que' giorni 
sa bene che cosa sia lo sconforto del cuore umano ! 

E il vero è che intorno a tutto quanto si riferi a quel pro- 
cesso, ebbe vita misteriosa un elemento strano, mal noto, non 
mai definito, che giunse a turbare le impressioni, a modificare 
i fatti, ad avviarli a conclusioni non prevedibili: che il guaio 
maggiore, cui esso soggiacque, fu quello appunto di essere stato 
troppo a lungo, troppo illegittimamente discusso dalla stampa. 
La voce di una sottrazione di documenti per mandato del Go- 
verno, sorta vagamente nel periodo istruttorio, divenne più tardi 
un'accusa formale e specifica, su la quale, nel corso del pubblico 
dibattimento, si concentrò in ultimo tutto l'apparato della difesa, 
la cui arme per eccellenza fu la ricerca interessata, artificiale, 
delle responsabilità politiche: e come un deputato, già Ministro 
della giustizia, non ebbe ritegno, in un'adunanza elettorale, di 
rimpiangere « la manomessione » — è la parola — della Banca 
Romana, cosi pure un senatore del Regno, anch' egli già Mini- 
stro della giustizia, non si peritò, davanti alle Assise, d' invocare 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 385 

addirittura i fulmini di Dio contro «gl'ignoti offensori, gl'ignoti 
violatori del diritto »... Solo in tal maniera fu possibile una sen- 
tenza vergognosa, che mandò assoluti i concussionari confessi, 
e ci ha fatto purtroppo decadere nella opinione del mondo 
civile. È una macchia che niente varrà a cancellare dalla no- 
stra storia. I giurati di Roma, fu scritto, accordaron libertà 
agl'imputati, perché i maggiori colpevoli eran fuori. Questa 
illazione è falsa, e un uomo onesto ha il dovere di dirlo. La 
inchiesta parlamentare, ponendo argine alla piena delle insinua- 
zioni e delle diffamazioni, aveva già luminosamente provato, che 
lo Stato italiano, a fronte de' suoi Istituti di emissione, può essere 
chiamato a rispondere di tolleranze e di negligenze, non di cor- 
ruzione alcuna. E di addebiti politici, non personali, aveva già 
risposto alla Camera nel 23 novembre del 1893, la sera stessa 
di quella tornata indimenticabile, in cui fu letta la relazione del 
Comitato dei Sette, — il Governo dell'onorevole Giolitti. 



Ne aveva risposto, dando le dimissioni in un momento dolo- 
rosissimo per il credito e la finanza del paese. 

Durava ancor vivo il delirio degli odi partigiani, quando 
l'onorevole Giolitti, spinto dalla necessità stessa delle cose, af- 
frontava il problema del riordinamento delle banche, del cui 
indugio va data imputazione a tutti gli uomini, a tutti i Mini- 
steri, che si sono avvicendati, nel ventennio, alla direzione 
dello Statò. L'ora era solenne. La ispezione governativa aveva 
messo in luce che tutto il nostro organismo monetario era in- 
franto, e i due maggiori istituti, in particolar modo, già tanto 
compromessi da costituire, non una forza, ma una suprema 
debolezza per il credito nazionale. Troppi errori di dottrina, 
troppe violazioni di leggi positive avevamo commesse dal 1885 
al 1890, confondendo gl'interessi del pubblico con quelli della 
speculazione; ed era quindi naturale che, fra tanto, fossimo taci- 
tamente ripiombati in un regime di corso forzoso, da cui ripe- 
tevamo già il discredito all'estero, la emigrazione delle specie 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - r. 25 



386 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

metalliche, la restrizione degli sconti e il maggior costo del da- 
naro all'interno. Ogni illusione svaniva di fronte alla realtà delle 
cifre: il legittimo deprezzamento dei biglietti, e la conseguente esa- 
cerbazione dell'aggio, che rendeva sempre più nominali i salari, 
avrebbero dovuto imporre, ormai, a uno Stato democratico come 
il nostro una soluzione radicale, direi quasi rivoluzionaria. Sa- 
rebbe occorsa un'opera di demolizione e di ricostruzione a un 
tempo, che ci avesse data, sopra tutto, la possibilità di ridurre 
prontamente, vigorosamente la circolazione fiduciaria: un'opera 
che fosse stata di pieno, assoluto sagrifizio de' mille interessi 
particolari, de' mille pregiudizi delle classi dirigenti. 

Ma era un dimandar troppo a una Camera che di quelle 
classi, per tanta parte, è la emanazione diretta, e de' loro 
sentimenti la espressione fedele. Non fummo dieci, in tutto, a 
chiedere a viso aperto che si tornasse a risalire, puramente e 
semplicemente, l'erta faticosissima della verità. Chiunque dei 
maggiorenti si fosse trovato al posto dell'onorevole Giolitti, non 
uno avrebbe agito in modo sostanzialmente diverso dal suo: 
tutti, su per giù, si sarebbero accontentati, come egli si accon- 
tentò, di cambiar titolo alla fabbrica e di ampliarne la facciata; 
tutti, più o meno, si sarebbero appagati, come egli si appagò, 
di salvare dal fallimento la Banca Nazionale e il Banco di Na- 
poli, e di assicurar loro la esistenza, non favorendo la ripresa 
dei pagamenti in metallo, ma consolidando il regno della carta. 

Certo, fu buona cosa procedere alla ispezione governativa; 
miglior cosa, anche, discutere apertamente, come noi discu- 
temmo, di tutti i nostri malanni. Ma è pur certo che, dopo, 
sarebbe stato necessario risolverci a provvedimenti ben più ef- 
ficaci e concludenti. L'approvazione del disegno di legge era 
creduta indispensabile per evitare un disastro: alcuni, anzi, si 
ripromettevano un miglioramento immediato del credito. I fatti 
ebbero cura di smentire queste previsioni. Il pubblico era giunto 
finalmente a conoscere i segreti penetrali delle banche, e, per 
ciò, dinnanzi a una legge, che nulla mutava dello stato presente, 
doveva necessariamente far getto dell'ultima sua fiducia. La 
legge fu quindi accolta da un ribasso repentino del corso della 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 387 

rendita e da una insolita asprezza de' cambi; nello spazio di 
pochi mesi tornammo, in fatto di moneta e di credito, a un 
decennio, circa, indietro: non mai una media dei cambi cosi 
alta, non mai cosi basso il corso medio della rendita in oro 
a Parigi. Lo Stato aveva proclamato che il capitale degl'Istituti 
di emissione era perduto, che la garanzia metallica dei biglietti 
era scemata da un terzo a un quarto, che alla nuova Banca 
d'Italia era addossato l'onere della hquidazione della defunta 
Banca Romana: or quale maraviglia, che sanzionata la legge, i 
titoli rinvilissero e tanto crescesse il panico da determinare, alla 
ora novissima, fin la moratoria dei maggiori istituti di deposito? 
Tutto crollava, non appena veniva in chiaro 1* insuccesso del 
tentativo, felicemente iniziato nel 1881. La nostra situazione era 
quella, ormai, di un corso forzoso di fatto, che prima o poi 
bisognava trasformare in uno di diritto; e non più che al vero, 
dunque, si appose, alcuni mesi più tardi, l'onorevole Sonnino, 
quando, per la moralità stessa delle cose, volle promulgata con 
legge la inconvertibilità dei biglietti di Stato... 



E in condizioni anche più dure, sul cadere dell'anno, si tro- 
vava il bilancio, dacché era pur fallita la politica finanziaria 
del Governo, essendo stata — dal Senato — ridotta a un mero 
espediente transitorio quella riforma organica delle pensioni, la 
quale, secondo il concetto del Grimaldi, avrebbe dovuta essere 
la chiave di vòlta del nuovo edifizio. Il sogno del pareggio 
senza imposte spariva anch'esso di fronte alle persistenti, ine- 
sorabili contrazioni delle entrate ne* due cespiti principali delle 
dogane e degli affari; il disavanzo della sola parte ordinaria, già 
previsto in sessanta milioni, era nientemeno che raddoppiato: 
e, peggio ancora, non pareva ormai possibile pitoccare nuova- 
mente al credito le spese della gestione ferroviaria... Il problema, 
dopo tanta ostinazione di virtù e di studio, atterriva. 

Letteralmente atterriva, — perché era manifesto non ancora 
aver noi raggiunto l'estremo limite di quella crisi, contro cui 



388 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

avevamo combattuto, con tanto ardore, per cinque lunghi anni. 
Io non ho mai partecipato alle querimonie di coloro, che han 
creduto e credono a una decadenza occasionale della fortuna 
del paese: per me non è stata e non è questione se non di 
un ritorno benefico allo stato normale, povero e lento, di tutta 
quanta la vita economica italiana; veramente benefico, se è valso 
e varrà a distogliere le menti dalla immagine di una ricchezza 
che non abbiamo, o, meglio, di una progressione di ricchezza 
che non raggiungeremo mai. Cosi avessimo saputo resistere al 
miraggio di una prosperità breve e fallace! Troppo avevamo 
attinto al credito, troppo ci eravamo fondati su gli aumenti e i 
maggiori proventi delle imposte indirette. Si spendeva a man 
salva, facendo debiti su larga scala; la spesa incitava i consumi, 
elevando artificialmente la misura e il costo del lavoro: e i 
consumi davano copiosamente all'erario, fomentando vani pro- 
nostici su la potenzialità contributiva della nazione. Or tutto ciò, 
per fortuna, era cessato da un pezzo. Quel fenomeno di espan- 
sione fittizia, che tanti amari frutti ci aveva cagionato, ci si era, 
certo, dileguato dagli occhi: a ragione potevamo in fine lusin- 
gare noi stessi di avere, durevolmente, toccato il fondo della 
realtà... No! Il pericolo, dopo una sosta del momento, sopra- 
stava ancora, difficilissimo e oscuro, alla finanza dello Stato. 

Ma, questa volta, la energia della Camera fu pari al pericolo, 
non appena, sorto il nuovo anno, andò a capo dell'Ammini- 
strazione finanziaria un giovane, col quale, anche dissentendo 
in alcuni punti dopo i primi nostri anni di vita parlamentare, 
io ho sempre avuto molta simpatia, perché sempre l'ho creduto 
rappresentante una elevata concezione della vita politica, — e 
la cui singolare opera è certo meritevole di tutta quella specie 
di riconoscenza che è dovuta, come in solido, per quanti han 
reso e rendono alti servigi alla patria. Egli, senza dubbio, ebbe 
il torto di non cedere alla Commissione de' Quindici in- 
torno al provvedimento di « singolarizzare » l'aliquota della tassa 
di ricchezza mobile su' titoli dello Stato: un provvedimento vero 
e proprio di riduzion della rendita, contro del quale votai anche 
io, lieto in cuor mio di partecipare a una delle battaglie di 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 389 

maggiore idealità, che abbia mai onorata un'assemblea elettiva. 
Pure il torto scemò e quasi sparve dinnanzi al merito, piuttosto 
unico che raro, di aver messo a nudo tutta intera la verità, di 
averla rotta per sempre con tutti i prestigi contabili, di aver 
saputo, finalmente, ridestare nella Camera il desiderio di porre 
termine ad ogni mezza misura, ad ogni palliativo. Grazie a 
ciò, questa volta su tutti i settori resse vivo il sentimento che 
la finanza, finché il pareggio non abbia raggiunto solidissime 
basi, sia e debba essere superiore ad ogni contestazione, ad 
ogni spirito di parte; tanto che non una delle proposte venne 
oppugnata, senza che in cambio non fosse stata suggerita altra, 
meno rigida forse, ma egualmente consona al fine stesso di 
lui, Sidney Sennino: quello che il denaro degli altri sia 
un'acerba servitù, e, quindi, i capisaldi del comune pro- 
gramma dover essere il pareggio pieno e sicuro, la cessazione 
da ogni emissione di debiti. Non pochi, certamente, né lievi fu- 
rono gli umori in mezzo a' quali si svolse, or è un anno, la 
discussione. Ma poiché era facile, dopo le avarie del credito, 
convenire su la necessità di coprire, ormai, tanto il bilancio di 
competenza quanto quello di cassa con entrate ordinarie: tornò 
agevole consentire, quasi unanimi, intorno alla cifra di un « fab- 
bisogno » nientemeno che per centottanta milioni di lire, — a cui 
si è provvisto, l'anno scorso, con 73 di imposte (45 di sola 
rendita) e 27 di economie, e, quest'anno, con 27 di nuove im- 
poste su consumi largamente favoriti e su industrie più larga- 
mente protette, con altri 42 di economie già comprese negli 
stati di previsione e con 11, infine, di alcune riforme organiche 
ancora di là da venire. 

Certo, su la efficacia di queste ultime, io, per il primo, serbo 
qualche dubbio: tre milioni circa, a mo' d'esempio, di benefizio 
finanziario dal solo aumento di competenza de' pretori e conci- 
liatori, e dalla sola abolizione degli appelli correzionali, a me 
paiono o eccessivi o molto pericolosi; né, del resto, credo pos- 
sibile od anche utile il proposito di maggiori economie su* ma- 
gri duecento cinquanta milioni, che tuttora avanzano in prò di 
quanti sono i servizi civili dello Stato, — sia perché in cinque anni 



390 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

ne abbiamo già fatte per centinaia di milioni, sia perché a un 
paese in disagio come il nostro le soverchie economie, se non 
più nocive, tornano più antipatiche e ingiuste delle stesse im- 
poste. Più certo ancora, nessuna previsione è stata fatta de' mag- 
giori impegni che si vanno maturando nella impresa d'Affrica, 
e quindi i provvedimenti adottati potrebbero, da soli, non essere 
sufficienti a tappare i buchi dell'intonaco, a coprire il tetto del- 
l'edifizio. Ma non v'ha dubbio che se non siamo precisamente 
alla mèta sospirata, se, come dice il nostro amatissimo senatore 
Floriano Del Zio, « non ancora abbiamo girato il capo delle tem- 
peste », poco altro cammino ci resti da fare. È bastato assodare 
fortemente il bilancio, non più aggravare di un centesimo il de- 
bito del Tesoro, e facilitare, in qualche modo, la liquidazione 
del patrimonio immobiliare degl'Istituti di emissione: è bastato, 
insomma, agire con prontezza, con precisione, con virilità, agire 
soprattutto nella fede e nella concordia degli animi, per riacqui- 
stare il credito all'estero e la fiducia all'interno. In pochi mesi 
la rendita è risalita e il cambio è ridisceso fino alle medie, ove 
l'una e l'altro erano a' primi del 1893. 

L'incubo è cessato: l'Italia non è più su l'orlo del fallimento, 
non è più una bolgia di contribuenti atterriti e feroci; essa non 
merita più la taccia crudele di Frederiksen, secondo cui una 
finanza rigida e sincera è prerogativa de' popoli settentrionali... 
Solo che non ci dimenticheremo del rischio scampato e, toccata 
la sponda, ci volgeremo spesso a guardare l'acqua perigliosa 
che ci minacciava travolgere; solo che non cercheremo di ricac- 
ciarci a capofitto nella via lubrica delle speculazioni, degl'inde- 
bitamenti, delle immobilizzazioni de' capitali e degli abusi del 
credito, che ci condussero già a cosi terribili angustie, a noi, 
fra le squarciate nuvole, appariranno in breve i segni di una 
più limpida giornata. Non si aspetti, no, la proprietà capitali- 
stica una riduzione di imposte; non è crisi di imposte — la 
sua — ma di prezzi, perché essa va dovuta a un processo qualifi- 
cativo mondiale, secondo cui i salari tendono al massimo, i pro- 
fitti e la rendita al minimo, cosi che il collettivismo non ha 
fondamento di verità né di giustizia. Ma bene quel giorno dovrà 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 39I 

sperare, piaccia o dispiaccia a noi, una riduzione di contributo 
quell'infinito numero di proletari senza nome e senza privilegi, 
ognuno de' quali, qui in Italia, per gli alimenti di prima ne- 
cessità, paga una quota di lire 6,15, — quota che in Francia 
è di 5,63, in Austria di 3,41, in Russia di 2,59, in Germania 
di 2,27, in Inghilterra di 0,41. Perché, o signori, sarà ben misera 
e poca cosa la nostra politica finanziaria, se in un decennio al- 
meno non riuscirà, mediante la sostituzione di una imposta unica 
progressiva su la entrata netta ad alcune tra le imposte dirette 
dell'oggi, la quale, oltre tutto, muterebbe di sana pianta il non 
equo vigente rapporto contributivo fra il nord e il sud della 
penisola; se non riuscirà a preparare, sul serio, queste tre grandi 
riforme: l'avocazione allo Stato della istruzione elementare, la 
riduzione graduale della tassa sul sale e la trasformazione ab 
imis fundamentis del dazio di consumo. Questa sarebbe vera e 
propria legislazione sociale, — non que' modesti provvedimenti 
che da tanti anni si trascinano paurosi dinnanzi alla Camera. 
Questa, per dirla col nostro cantore immortale, sarebbe l'opera, 
questo lo studio cui tutti, e piccoli e grandi, dovremmo con 
pronto animo attendere, se alla patria e a noi stessi vorremo 
essere utili e cari: 

Hoc opus, hoc studium parvi properemus et ampli. 



Or se per poco ci rifacciamo indietro con la memoria a 
que' giorni, durante i quali più intensa e lugubre era l'aspet- 
tazione generale, non ci maraviglieremo che dopo una tanta 
crisi, la quale somigliava piuttosto a una convulsione politica, 
tornasse non aspettato al Governo, come obbedendo a una 
invocazione fantastica, Francesco Crispi: né altri non si fosse 
allora chiesto per quale strano rivolgimento di animi coloro 
che più lo volevano ricondotto al potere, erano gli stessi che 
ne lo avevan tolto, con tanta brutalità, tre anni addietro. Un 
Ministero si era dileguato, e un altro, quello dell'onorevole 



392 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Zanardelli, non fu potuto neppur comporre per una difficoltà di 
carattere internazionale, improvvisamente scoppiata a riguardo 
del nome del nuovo titolare del portafoglio degli affari esteri. 
Quando l'onorevole Crispi, per ciò, venne alla Camera con un 
Gabinetto di transazione per invocare « la tregua di Dio », tutti i 
partiti, letteralmente, gli tennero conto del coraggio avuto nel 
cacciarsi in quella situazione, ed anche i più fieri avversari del 
1890, quelli che più allora lo avevano accusato della rovina 
economica e finanziaria, si adoperarono a rifargli l'aureola degli 
anni migliori. L'uomo, come vigoria di temperamento, non 
poteva essere discusso; e nell'ansia di quelle ore, nel comune 
desiderio di una volontà che sopraggiungesse forte e decisiva, 
quell'uomo doveva riapparire alle immaginazioni eccitate, come 
di fatto riapparve, in tutta la gloria della sua leggenda. 

E, del resto, egli meritava davvero maggiore ammirazione 
che invidia: ci volle, senza dubbio, dell'abnegazione ad assu- 
mere in que' momenti la responsabilità del Governo. Il nuovo 
Ministero nasceva al bagliore degl'incendi di Sicilia, all'appa- 
rizione di bande armate in Lunigiana, allo scoppio di bombe 
anarchiche per le vie di Roma, a tutta una romba sorda di 
malumori popolari, che faceva temere di consentimenti istantanei 
in più parti del Regno. Nell'isola, specialmente, che alla unità 
della patria aveva preluso, il pericolo era imminente, che già 
le donne e i fanciulli imprecavano ai soldati e gli affrontavano 
in piazza; era imminente la guerra civile, non, come allora 
piacque dire e adesso piace ripetere, perché maggiore fosse ivi 
la miseria, né perché ivi più settaria fosse stata la propaganda 
del socialismo. La miseria è grande in molte province siciliane, 
come nelle più squallide infelici province del Mezzogiorno, 
perché laggiù, come da noi, è stata sciaguratamente dispersa 
in vane quotizzazioni la proprietà civica del demanio, di cui 
erano già tanto doviziosi i nostri comuni: e, certo, una propa- 
ganda di pura idealità, quella del socialismo, compiuta tra operai 
agricoli come i nostri, deve condurre alla ribellione quando 
alla lunga sia fatta segnacolo in vessillo agli odi di parte. Non 
lo stimolo della fame, dunque, e non il lievito delle dottrine, 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 393 

da soli, determinarono i moti di Sicilia. Questi ebbero effetto 
principale dal governo incivile, che tanta parte della borghesia 
fa in tanto numero di amministrazioni comunali ; essi non furono 
se non la esplosione di tutto un cumulo di ingiustizie, che la 
legge non riesce ad impedire quando al sindacato mancante 
della pubblica opinione non supplisca il controllo vigile delle 
autorità governative, e ai lavoratori della terra sia negato il 
voto. Erano popolazioni che da più tempo soffrivano la mano 
ferrea delle consorterie locali, il dominio di clientele infeudate 
a* municipi, l'impero di famiglie anelanti al potere assoluto: 
erano le vittime di quelle indomite oligarchie che si levano un 
po' dapertutto, più o meno inconsciamente, a' danni di coloro 
i quali, per la contribuzione della mano d'opera, rappresen- 
tano l'elemento davvero produttore delle campagne. Ben più 
che altrove, in Sicilia si era abusato del dazio di consumo. 
«Abbasso il dazio! », fu la parola d'ordine e il grido di 
allarme in tutti i comuni, ne' quali scoppiò la rivolta. Ovunque 
in Italia il dazio comunale di consumo è andato via via aumen- 
tando cosi da dare, dopo venti anni, un prodotto esattamente 
doppio. Ma in Sicilia l'aggravio è stato addirittura scandaloso. 
Con una popolazione pari a quella del Veneto, nell'isola si 
paga di dazio circa tre volte tanto; e la Lombardia, sebbene 
abbia una popolazione più fìtta e tanto più ricca, ne paga dieci 
milioni di meno. A che nasconderlo? Tra noi meridionali è più 
debole il sentimento di rispetto al diritto del nostro simile, più 
scarso il consenso morale all' imperativo categorico: « sii una per- 
sona e considera gli altri come persone », più sorda e più ignota 
la voce intima della solidarietà umana: « il male è il dolore 
altrui». Cosi è stato da secoli in questa parte d'Italia, su cui 
tanto ha premuto il fato della storia e della geografia, in tutto 
il Mezzogiorno, « una delle regioni più tragiche del mondo », 
come dice il Gebhart; tuttora è cosi, nonostante la maggiore 
coltura, la maggiore educazione degli anni succeduti alla Rivo- 
luzione del 1860. Il carattere dei moti siciliani fu manifesta- 
mente quello di una lotta di classe, non diverso, checché si 
affermi in contrario, dal carattere stesso del brigantaggio di 



394 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

trent'anni addietro nelle nostre province. « Il nemico è in 
casa », scrivevo, or sono venti anni, alla « Rassegna Set- 
timanale »: « il nemico è in casa, pronto a stringere ad 
ogni ora i cordoni de* calzari; se non vogliamo una lotta di 
classe, dobbiamo non fare, ne' comuni, nelle province e nello 
Stato, un governo di classe». Questa la verità, che non giova 
tacere. Le repressioni possono essere inevitabili, ed anche alle 
volte lodevoli; ma non sono mai bastate, non basteranno mai 
a sanare le piaghe della società. 

E inevitabile, certamente, era quella volta la repressione, e 
il Governo, come era dover suo, agi con prontezza e vigore. 
La Camera, se ricordate, diede al Governo largo e benevolo 
appoggio, non perché tutta la sua condotta rispondesse agl'in- 
timi convincimenti suoi, avendo chiesto, e invano, che lo stato 
di assedio fosse sanzionato con legge, e invano avendo tacciato 
d'illegalità la giurisdizione straordinaria de' tribunali militari; 
ma solo perché convinta della buona fede, se non interamente 
della moderazione del Governo. Oggi è provato che non tutti 
i mezzi furono adatti a pacificare gli animi, a cancellare la 
memoria de' disordini. La immanità, specialmente, de' processi 
e delle condanne delle corti marziali, che non trovano riscontro 
in tutta la storia del nostro Risorgimento, ha lasciato dietro di 
sé uno strascico doloroso, che io prego Iddio non debba mai 
esser fomite di reazioni e di vendette... 

Né meno largo e benevolo appoggio diede la Camera al 
Governo quando, visto attentare alla vita del primo ministro, 
e il pugnale di un italiano assassinare il presidente della Repub- 
blica francese, fu chiamata a discutere, durante gli ultimi giorni 
della sessione, intorno a' provvedimenti eccezionali di pubblica 
sicurezza. Parve allora, e fu davvero, un'aura di prudenza poli- 
tica quella che inspirò alcuni deputati di Sinistra a presentare 
non pochi emendamenti al disegno del Ministero, inducendo il 
Ministero stesso ad accettarli e i rappresentanti più autorevoli 
della estrema Sinistra a desistere dalla ostruzione. Que' prov- 
vedimenti vennero fuori con due scopi nettamente definiti: esten- 
dere il domicilio coatto agli anarchici, sopprimere le associazioni 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 395 

tendenti a sovvertire, per vie di fatto, gli attuali ordinamenti 
sociali. Camera e paese non si maravigliavano già che il conta- 
gio della degenerazione si potesse compiere, bensì che de' delitti 
compiuti quasi non si riuscisse mai a rintracciare e a punire i 
colpevoli. Che poi quelle nuove armi senza controllo dovessero, 
per un verso, bastare al fine, e, per l'altro, non mai consentire 
l'arbitrio, l'onorevole Crispi pubblicamente affermò; e fino a 
prova in contrario. Camera e paese potevano, in que' giorni, 
crederlo. Una legge come questa, fatta in un momento di com- 
mozione per un senso naturale di difesa, riposava esclusivamente 
su la esperienza e la coscienza del Governo. 

Tutto faceva dunque sperare che coteste felici disposizioni 
degli animi si potessero vie più rinsaldare durante le vacanze, — 
quando il Governo, lasciatosi vincere da' troppi applausi, non 
tardò a dare all'opera sua un indirizzo illegale, saltuario, ecces- 
sivo. L'uomo parve mutarsi a un tratto nel più duro, nel più 
inflessibile sostegno dello spirito di conservazione, esagerando 
i difetti e obbedendo alla istintiva propensione di imprimere 
all'azione governativa la forma e la essenza della potestà per- 
sonale. Cosi da prima si acuirono opposizioni, che occorreva 
mitigare, e si aguzzarono contrasti, che bisognava raddolcire: 
a mano a mano, poi, si trascese a misure tali contro le libertà 
individuali e le prerogative personali, che assolutamente non sono 
paragonabili con precedenti di sorta. Sembrava che su tutta la 
penisola passasse una ondata, non definita né definibile, di auto- 
crazia: accanto alla costituzione sorgeva una dittatura ministe- 
riale; il patto era infranto... 

Io non devo ripetere a voi cose che tanti hanno già detto 
prima di me, che primo fra tutti ha cosi eloquentemente af- 
fermato a Brescia, il 13 gennaio, Giuseppe Zanardelli, al cui 
nome, che è simbolo di virtù, io invio di qui il saluto del cuore. 
A me bastano pochi accenni. La revisione delle liste elettorali, 
innanzi tutto, imposta da una legge straordinaria, venne inqui- 
nata con semplici articoli di regolamento da errori gravissimi 
di interpretazione, che ne falsarono addirittura la parola: la legge 
voleva spogliate le liste degli elementi intrusi, non decimate né 



396 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

infrante col sottoporre le iscrizioni, vecchie e nuove, a vincoli 
assurdi; non voleva certo si giungesse, mediante la falcidia di 
ben oltre, il cinquanta per cento, a una specie di nuova ser- 
rata del Gran Consiglio del terzo stato italiano. L'applicazione, 
inoltre, dei provvedimenti eccezionali di pubblica sicurezza fu, 
come vi è noto, lasciata in piena balia delle questure e, quello 
che è peggio, estesa, contro ogni senso di legalità e di logica, 
ai socialisti e a centinaia di associazioni operaie, non senza 
poi confondere, nell'applicazione della pena, il domicilio coatto 
con la reclusione: quasi che socialisti e associazioni operaie 
tendessero, « per vie di fatto », come la legge prescrive, a 
sovvertire l'ordine pubblico; quasi che un briciolo di serietà 
fosse nel tentativo di spengere, con la violenza, una cosi viva 
manifestazione dello spirito moderno, il socialismo, che può e 
deve essere combattuto nei suoi postulati, i quali non sciolgono 
l'enigma né danno la felicità, ma tanta saldezza di analisi ha 
nella sua critica fondamentale, cui dobbiamo, in questo ultimo 
terzo del secolo, il soffio rinnovatore di tutte le scienze morali ed 
economiche: — quel socialismo, che potrà mutare, come spero, 
veste e carattere, ma resterà sempre mònito provvidenziale delle 
società agitate da fraterne contese, eco incessante di protesta 
contro le umane ingiustizie. E nulla aggiungo, in fine, dell'eser- 
cizio addirittura strano, mirifico, di una serie non interrotta di 
decreti-leggi, incostituzionalmente cosi lato (e ne è prova il lungo 
elenco delle registrazioni con riserva fatte dalla Corte dei Conti) 
come non mai dacché ha vita il Regno d'Italia. L'anno scorso 
parve già non abbastanza giustificabile l'uso che de' decreti- leggi, 
in materia di circolazione e di moneta, fece l'onorevole Sonnino, 
alla vigilia della sua prima esposizione finanziaria. Questa volta, 
alla vigilia stessa della riapertura della Camera, l'abuso del po- 
tere esecutivo non ebbe limiti né ritegno: tutto fu possibile ban- 
dire, con semplici decreti, di quello che non può altrimenti esser 
fatto se non per legge; tutto: la imposizione di nuove tasse, la 
esacerbazione delle antiche, l'assetto dell'ordinamento bancario, 
il passaggio delle tesorerie di Stato a un istituto privato, il mu- 
tamento degli organici finanziari, e, da ultimo, come non ancora 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 397 

è Stato osservato da altri, nientemeno che la soluzione stessa 
del problema militare. Proprio cosi; l'annoso problema è stato 
risoluto, di punto in bianco, dall'unica potestà del ministro della 
guerra, e in quel modo che a non pochi, e a me fra tutti, parve 
già estremamente pericoloso: ossia, lasciando a' distretti militari 
le funzioni relative al reclutamento e alle requisizioni, e affidando 
ai corpi attivi le funzioni relative alla mobilitazione della fanteria 
sia dell'esercito permanente sia della milizia mobile. Ancora un 
passo, che è inevitabile, e, se i giornali dicono il vero, è stato 
già fatto con una semplice circolare, e noi siamo, senza volerlo e 
senza saperlo, al sistema territoriale. Cosi il miracolo è 
compiuto. Il Governo, or è un anno, mostrò condiscendere al 
desiderio della Camera, non insistendo sul disegno di legge per 
i pieni poteri: già nella tornata del 20 dicembre 1893 l'onorevole 
Crispi avea detto a' deputati: « da soli, e senza di voi, io e i miei 
colleghi nulla faremo ». Ma chiusa appena la Camera, que' pieni 
poteri il Governo se gli assunse, senza tanti scrupoli e tanti 
complimenti, di sua volontà. « Giacché è ridicolo dire », scrive 
Ruggero Bonghi, « che col decreto presentato alla Camera affin- 
ché lo converta in legge, tutto è aggiustato. Non è aggiustato 
niente. La Camera è coartata dalla esecuzione già fatta del de- 
creto, e dall'evidente danno che produrrebbe il revocarlo, assai 
maggiore di quello derivato dall' eseguirlo. Se è vero che il 
potere esecutivo* da sé solo faccia meglio, cominciamo dal con- 
vertire il sistema parlamentare in assoluto; e sarà almeno cosa 
intelligibile e chiara». 

Il paese, a fronte di un tanto sovvertimento di ogni norma 
del regime rappresentativo, restò, mi affretto a riconoscerlo, af- 
fatto indifferente; anzi, più che indifferente, quaggiù nel Mez- 
zogiorno parve consentire, forse anche incoraggiare cotesta nuova 
tendenza di governo, secondo cui la competenza del potere ese- 
cutivo acquisterebbe come un maggiore uso di forza, una mag- 
giore affermazione di autorità. Egli è, o signori, che il gran fondo 
schietto delle classi dominanti, in queste nostre province, è so- 
stanzialmente conservatore: conservatore per indole, per lungo 
abito di consuetudini, di organismi, di ambienti intellettuale 



398 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

e morale, — quando il Mezzogiorno, meno d'ogni altra regione, 
avrebbe, in realtà, da conservar cosa che ne valga proprio la 
pena... Di ciò sono stato sempre convinto; e la mia poca opera 
politica, come pubblicista prima come deputato poi, io l'ho sem- 
pre rivolta, anche quando non era accettata né piacevole, a 
battere in breccia, a smentire l'equivoco di un nome, la Sini- 
stra storica, che, tra noi, voleva significare tutt'altra cosa di 
quanto mai possa e debba significare, di fatto, alla suprema 
direzione dello Stato un partito di Sinistra. È più facile fare 
una rivoluzione politica che una riforma sociale; è più valevole 
cambiar di regime che di coscienza. E la rivoluzione italiana 
fu essenzialmente, esclusivamente politica, conseguenza inte- 
grale di un avvenimento storico, non effetto di una trasfor- 
mazione delle energie morali del diritto pubblico e privato, delle 
credenze, delle norme stesse della vita quotidiana. Di qui la 
ragion prima di tutte le nostre incertezze, forse anche di tutti 
i nostri traviamenti, non appena l'esercizio della libertà, nel 
pensiero e nell'azione, è venuto e viene alle prese col vecchio 
concetto e con la vecchia pratica dell'autorità. Noi siamo auto- 
ritari nelle ossa; e per eredità, per educazione, per costumi, 
siamo indotti o a troppo comandare o a troppo obbedire. Ad 
essere sinceramente con la libertà, a volerla intera e sempre per 
tutti come per sé stessi, devota e ossequente alle leggi, riguar- 
dosa, gelosa financo: a volerla educatrice e moralizzatrice, premio 
non gastigo di Dio, a noi insegna soltanto, quando insegna, la 
scuola, il libro, magari la imitazione straniera; non mai, asso- 
lutamente non mai l'intimo, profondo convincimento dell'animo. 
Ma badino, assai badino coloro che oggi esultano e gridano 
l'osanna, se realmente, contro quell'equivoco, giovino poi a 
qualche cosa la origine, i precedenti, la formazione, la confusione 
stessa della presente Maggioranza; se, comunque, non vi siano 
usi di forza ed affermazioni di autorità che non finiscano, a 
breve andare, meno per conservare che per distruggere; se i 
rigori estremi e le decisioni aspre che vogliono stupefare col 
parere subitanee, si confacciano davvero col senso della mode- 
razione e della saggezza; se alla educazione del nostro popolo 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 399 

valgano tuttora gli antichi sistemi delle intimidazioni e delle pre- 
potenze; se, da ultimo, non sia rischioso, e molto, che un 
indirizzo qualsisia -si faccia unicamente dipendere dalla qualità 
ed anche da' difetti di certi uomini, anzi dalla circostanza acci- 
dentale, che certi uomini, e non altri, siano al governo. Badino 
un po' e poi mi dicano se tutto ciò, più che conservazione, 
non sia reazione, e se anch'essi, ormai, non provino come 
una necessità e un desiderio di rientrare nello stato normale 
delle cose, nella retta funzione di quegli ordini politici, che la 
esperienza e i compromessi hanno creato a salvaguardia co- 
mune. Passata la tristezza, che dico?, la paura del momento, 
oh, ne sono certo, essi per i primi, i conservatori veramente 
degni del nome e dell'ufficio, torneranno alla fede vivida nella 
legge, poi che lo Stato italiano non può avere fondamento più 
saldo della libertà, di cui è certo cosi nobile, cosi insigne fat- 
tura. Non per nulla, entro l'aula di Montecitorio, sono tuttora 
affisse le tavole de' nostri plebisciti! 



Perché, dopo tutto, non è che un momento di vera diffusione 
della paura quello che attraversiamo, un'ora di scetticismo 
nella efficacia delle istituzioni, di una non so quale cedevolezza 
all'apatia, cinica e demoUtrice, del volgo. Il caso è senza dub- 
bio pericoloso, poiché gli ordini liberi, non circondati né rav- 
vivati dall'affetto e dalla considerazione del popolo, mancano 
della più valida fra le loro guarentigie e, alla lunga, non pos- 
sono non finire monopolio degli arruffoni, dei ciarlatani, degli 
affaristi, di tutti coloro cui giova, nelle anticamere de' ministeri, 
volgere la politica a* fini personali di carriera o di professione. 
Ma io voglio e devo sperare, che presto rinascerà in noi la se- 
rena visione della realtà, l'equa fiducia di noi stessi, del nostro 
presente e, meglio ancora, del nostro avvenire. In tanto turba- 
mento da cui tutti ci sentiamo ugualmente percossi, è naturale ed 
è umano che, in su le prime, la colpa del disinganno si dia al 
regime parlamentare, dacché esso pareva già tanto gagliardo e. 



400 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

in vece, minaccia di riuscire tanto sterile e uggioso. Pure, se il 
regime parlamentare fra noi decade, non è, no, per corruzione di 
uomini politici, non per un fenomeno di psicologia collettiva, 
ma per debolezza, per ambiguità della pubblica opinione: la vita 
pubblica, fra noi, scade per difetto di correnti spontanee e sin- 
cere, non per mancanza di uomini politici, che quelle correnti 
sappiano rappresentare con intelletto di amore, con nobilita di 
carattere, con autorità, con perseveranza. Il male è nella pochezza 
di quella somma di ideali, di credenze e di sentimenti, che si 
chiama ed è la coscienza nazionale. Con una opinione più 
veracemente educata, il giuoco delle esagerazioni che si com- 
pie, giorno per giorno, a' danni del nostro organismo politico, 
cosi povero di forze e quindi cosi eccitabile, cosi volubile, non 
sarebbe letteralmente possibile né potrebbe, volta per volta, con- 
traffare, come accade fra noi, ogni criterio, ogni misura di giusti- 
zia. La Camera italiana, credete a un uomo d'onore, vai meglio 
della fama che altri le vuol dare: — una Camera, a cui per cin- 
que lunghi anni si è levato di faccia, spaventoso e buio, lo spet- 
tro di uno sbilancio finanziario, che sembrava fosse l'indice di 
un vero dissolvimento economico, contro del quale ha combattuto 
cosi da costringere quattro Ministeri a cedere davanti a un pro- 
gramma di parsimonia, non di imposte. E basti anche un fatto, il 
più recente. Sino alla riconvocazione del Parlamento, nessuno pa- 
reva dubitare del consenso unanime intorno a tutta quanta l'azione 
del Governo, durante le vacanze: il favore insolito della stampa 
dava l'eco d'ogni parte dell'approvazione, quasi dell'ammirazione 
generale per un potere senza confini e senza controllo. Ebbene 
la Camera si assunse l'incarico di rammentare al Governo i suoi 
doveri, poi che dalle prime sedute mostrò chiaramente di non es- 
sere punto disposta a seguirlo in tutto un insieme di metodi, che 
erano di aperta violazione allo Statuto. Cosi non si fosse, poco 
dopo, inconsapevolmente lasciata trascinare da un miserevole 
accidente, di cui vi ho già tenuto parola per le stampe! 

La Camera, si, vai meglio, della fama che le si vuol dare, ed 
io son certo, che non voi vi rallegrerete della insana opera di 
coloro, i quali cercano di scalzare, tra noi, ogni fede nel sistema 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 40I 

rappresentativo: quasi, del resto, fosse possibile, venute meno le 
istituzioni parlamentari, altro dilemma 'fuor che quello dell'anar- 
chia o dell'assolutismo. Non voi vi rallegrerete di questa 
nuova malattia dello spirito pubblico, la quale va curata, non 
incuorata, perché, come ha detto or è poco Ferdinando Mar- 
tini, « chi in qualunque modo e con qualunque atto la ina- 
sprisse e la facesse diventar cronica, assumerebbe una respon- 
sabilità non invidiabile dirimpetto alla patria e alla storia ». E, 
meglio ancora, non voi ve ne rallegrerete sol che rammenterete 
le bellissime parole che lo stesso Francesco Crispi, pochi anni 
addietro, scriveva sui doveri dei gabinetti costituzionali : «edu- 
chiamo i cittadini al rispetto delle istituzioni, ricordando che la 
violenza ingenera la reazione. Si prepara il popolo alle apostasie 
e alla schiavitù, suscitando in lui il dubbio su la costituzione 
politica dello Stato, il disprezzo di sé stesso, il disgusto delle 
leggi. Un paese il quale non sente la dignità dei suoi diritti, è 
debole e può facilmente perdere la libertà ». 

Cessiamo, dunque, dal vezzo di farci noi stessi gli autori e 
gh apostoli del nostro discredito, non gonfiamo, non travisiamo 
i casi recenti, che sono ancora gli ultimi effetti degli errori com- 
messi nel decennio della comune cecità, durato dal ''jd all' 86. 
Per amor di patria, non gridiamo a uno sfacelo che non esi- 
ste, e rifacciamoci dalla nebbia dell'oggi alla luce benefica di 
nuove idealità, di più veri entusiasmi, di più durature promesse. 
L'Italia non tornerà, e io mi auguro ciò sia, non tornerà mai 
più il paese ubriaco di speranze, che era pochi anni addietro; 
non essa, io spero, vorrà mai più crearsi una felicità fatta di 
illusioni, come nel primo avvento della Sinistra al potere: ma 
l'Italia, certamente, abbandonerà presto e per sempre ogni 
acrimonia, ogni avvilimento, che non hanno fondo di ragione. 
Se molto ha peccato, anche troppo severamente è stata punita, 
e della redenzione è fatta meritevole. Andiamo quindi adagio, 
prima di giungere a condanne sommarie. Negli ultimi venti anni 
i risparmi della nazione, depositati nelle casse pubbliche, sono 
andati da due terzi di miliardo a due miliardi e mezzo; nello 
stesso periodo il patrimonio delle istituzioni di beneficenza si è 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 26 



402 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

quasi raddoppiato, e più che raddoppiata è anche la rete delle 
strade ferrate ordinarie; gli analfabeti sono scemati di un quarto, 
e la popolazione, pure avendo dato tre milioni di emigranti al- 
l'estero, è aumentata di un sesto. Nuovamente, intanto, ci accen- 
tua il moto ascendente della produzione nazionale, assecondato 
dalle migliori condizioni del commercio internazionale, che segna 
un progresso nelle esportazioni, un regresso nelle importazioni, 
e, insieme con ciò, il movimento discendente delle entrate do- 
ganali è quasi cessato, e i prodotti ferroviari ridanno aumento. 
Sono indizi che ci devono confortare a bene sperare dell'av- 
venire. E l'avvenire sarà nostro solo che vorremo, inflessibil- 
mente e sempre, rifuggire dal vieto pregiudizio che si possa, 
con operazioni più o meno ingegnose, con imprese più o meno 
grandiose, crear la ricchezza dal nulla. Solo allora, affatto liberi 
della questione finanziaria, che tanto ha assiderata tutta quanta 
la vita parlamentare, la Camera, io confido, sarà degna de' grandi 
problemi sociali ed economici, nei quali è la gloria e il tormento di 
questa fine agitatìssima di secolo, degna de' suoi nuovi doveri 
verso il popolo italiano, cosi diverso da una parte all'altra della 
penisola, — belle ciascuna in sé, ma assai diverse, e non ancora 
unite da un legame organico ed essenziale... Il carattere, non la 
intelligenza, ha sempre determinato nella storia le evoluzioni 
dei popoli civili. 

E, dopo ciò, ho poco da dire di me, non dovendo rifare a 
voi una larga professione di fede. 

Credo, o signori, alla possibilità, alla necessità dei partiti po- 
litici, e spero che il partito progressista, cui ho dato il mio 
nome, voglia inspirare la sua condotta, più e meglio che per 
lo passato, a due fini essenziali e supremi, — l'ossequio alla 
legalità e la pratica del massimo raccoglimento: l'Italia, oggi 
specialmente che le navi francesi viaggiano amiche verso il ca- 
nale del Baltico, l' Italia ha troppo bisogno di pace e di giustizia, 
niente altro che di pace e di giustizia, perché ci sia dato con- 
siderare senza inquietudine un indirizzo di Governo, che non 



LA CRISI BANCARIA E LA XVIII LEGISLATURA 403 

avrà di mira la violenza, ma ne mantiene il pericolo, o, se 
si vuole, la impressione che pericolo c'è. E, nell'ordine civile, 
credo fermamente che all'azione riparatrice dello Stato debba 
competere una maggiore ampiezza; che l'individualismo econo- 
mico non possa valere ad assicurare automaticamente l'armonia 
sociale; che della forza del grande albero della vita nessuna 
parte — nessuna — si debba disperdere, ma molta ancora diffon- 
dere e rinvigorire: cosi come credo che, nell'ordine religioso, 
non la confusione dei due reggimenti, non la Chiesa nutrice 
dello Stato o strumento, non alleanze né conciliazioni impossi- 
bili per entrambi, ma alla Chiesa, in egual modo che a tutti, la 
libertà lealmente professata e austeramente mantenuta. Questo, 
dacché sono al Parlamento, è stato il mio programma; questo, 
qualora di nuovo vorrete onorarmi del vostro suffragio, sarà 
nella XIX Legislatura. 

Io so di potermi a voi rivolgere con fiducia, avendo servito 
il paese con sincero proposito del bene. Avrò potuto qualche 
volta politicamente sbagliare, che non sono infallibile, ma sem- 
pre in buona fede, sempre disinteressatamente; e in quanto alle 
mie relazioni personali con gli elettori, la coscienza mi assicura 
di avere pertinacemente aborrito dai soprusi e dalle ingerenze, 
di non aver mai aizzato inimicizie né odi, non mai fatto male, 
non mai transatto con gente non degna: di essermi, cioè, sfor- 
zato a riuscire perfettamente opposto al tipo volgare dell'uomo 
pubblico, che ho sempre profondamente disprezzato. In verità, 
la testimonianza della coscienza mi basta. Soprattutto mi basta 
in questi giorni di primavera, in cui parla al cuore la soave 
poesia della natura, e l'anima umana, oltre che all'orgoglio, alla 
incredulità, all'egoismo, si apre, come nell'azzurro de' cieli e nel 
verde de' campi, all'amore, alla equanimità, alla tolleranza, al- 
l'oblio, a quanti sono mai i più candidi, i più dolci sentimenti 
dello spirito. Se riavrò il vostro favore, continuerò più sicuro la 
via, perché novellamente soccorso da voi, novellamente chia- 
mato, come le scolte per la notte di ora in ora, a tener fermo 
tuttavia il posto; e al pari dell'antico romano, anche io eleverò 
preci di grazie alla dea insolitamente costante, darò lauri e 



404 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

corone all'ara benigna, su cui è incisa la epigrafe: fortunae ma- 
nenti. Continuerò più sereno il cammino, qualunque possa 
essere l'avversione degli uomini, perché la vostra costanza mi 
rafforza e mi educa nel convincimento, che il fato della vita sia 
quello di combattere, non di vincere; e come nei momenti più 
difficili e nelle battaglie più ingrate di questa ultima Legislatura, 
ancora e sempre io chiederò alla memoria degli anni passati, 
alla generosità degli amici, alla stima dei buoni, a tutto quanto 
ho goduto, operando per voi, miei conterranei, il conforto di 
un mondo senza invidie e senza gelosie, di un mondo senza 
servi e senza padroni. È un conforto ineffabile, quello della 
memoria. Vi ricordate della bellissima alcàica, la ventino vesima 
del terzo libro delle odi oraziane, che lo Scaligero diceva non 
fosse ancora stata superata da nessun poeta? Ebbene, prima di 
congedarmi da voi, miei elettori, prima di muovere nuovamente 
per Napoli, io ripeterò a me stesso quelle magnifiche strofe 
sonanti, e dalla calma sublime di quelle immagini verrà tran- 
quilla al mio cuore l'aspettazione del vostro giudizio. — Accada 
quello che deve accadere, io ho avuto la mia parte di bene, 
ho vissuto, ho lavorato, ho sofferto, ho amato; domani, sia 
minaccioso il cielo o splenda il sole, domani neppur Giove 
potrà far vóto quello che fu, neppure egli potrà togliere o mutar 
ciò che, una volta, a me diede il fuggitivo istante: 

Quod fugiens semel bora vexit. 



XVIII. 
L'ORA PRESENTE 

(19 maggio 1895) 



Discorso pronunziato a Venosa, il 19 maggio del 1895 



Signori ! — Non ho parole per esprimere a voi e ai compo- 
nenti la Società Operaia, dì cui ho voluto essere, come a Melfi, 
l'ospite di un giorno, tutto il dovere, tutto l'amore dell'animo 
mio; quel dovere e quell'amore che mi rendono caro il vostro 
affetto, cara la occasione e il modo di ricambiar velo come solo 
mi è possibile: riconfermandovi l'impegno d'onore, che non avrò 
altra ambizione se non quella di servire, fin dove posso, meglio 
che posso e so, il paese. Bisogna aver sentito intorno a sé, 
come io tante volte ho sentito, il dubbio mortifero della lotta 
quotidiana per intendere di quale consolazione alle amarezze 
politiche sia la coscienza della stima immutabile de' conterranei, 
di coloro che ovunque e sempre ci ricordano la mite, carezze- 
vole aura di casa nostra. Il periodo elettorale è certo la stura 
delle passioni meno confessabili, ma è pure il risorgere dei 
sensi più alti, delle più nobili aspirazioni dello spirito umano. 
E all'antichissima città vostra, che io imparai, fanciullo, ad 
amare da mia madre, nata fra voi; a Venosa, il cui nome 
di gloria non v'ha uomo colto che ignori e non ami, io devo, 
quest'oggi, il battito più forte del cuore. Perdonate, dunque, 
alla povertà delle parole, ma sinceramente credete alla ricono- 
scenza del favore, alla gratitudine del benefizio, che mi vengono 
da voi: quella sarebbe ipocrita, se tutta si spandesse in vane 
dimostrazioni, falsa questa, se ignorassi che vivrà perenne in 
me, non potendo mai bastare a sé stessa. 



4o8 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 



E qui, poiché sono tra voi, lasciate io vi ragioni per poco del- 
l'ora presente, — triste senza dubbio, come ho detto a Melfi, 
nondimeno sicura promettitrice di ogni bene se, a nostro am- 
maestramento, noi sapremo, secondo verità e giustizia, meglio 
definire quel sentimento di riprovazione, che oggi impera troppo 
vago per tutto ciò che fu, negli ultimi dieci anni, la poli- 
tica economica" dell'Italia. In un cosi lungo periodo di febbrile 
agitazione, succeduto alla inconscia età delle prime illusioni, io 
mi sforzai, come niun altro forse, secondo il dovere imponeva, 
di temperare le mie e le vostre passioni, i miei e i vostri atti, 
rifuggendo con pacato animo da ogni eccesso, da ogni lusinga. 
Cosi farò oggi, perché oggi, finalmente, mette conto di darci 
reciproca sodisfazione, accomodando fra noi le partite, ossia, 
ridandoci, nonché piena libertà, intera mutua responsabilità di 
parola e di azione per l'avvenire. 

Ancora non manca fra noi chi si dolga e deplori che lo 
scandalo bancario non sia stato impedito fin da prima, quasi, 
per altro, si fosse potato onestamente coprire quella enorme 
vergogna. È mia ferma convinzione, invece, che il terribile 
dramma porterà effetti benefici di salutari insegnamenti su tutta 
la vita pubblica del nostro paese. Certo, è doloroso sia mise- 
ramente rovinata una situazione parlamentare come quella di 
tre anni addietro, la quale difficilmente tornerà mai più cosi 
netta e propizia. Ma il sacrifizio non andrà perduto se, come 
credo, la reintegrazione dell'ordine morale avrà resa più chiara 
e più viva la coscienza del dovere in quanti saranno chiamati a 
capo del governo. Solo è da rimpiangere che l'ultima parola di 
questa fosca storia non sia stata ancor detta, e non ancora, quel 
che è peggio, sia cessato, fuori e dentro Montecitorio, il recente 
anniversario secolare delle violenze terroriste. Facciamo dunque 
ardenti voti, che presto ritorni nei cuori la calma del giudizio. 

È l'augurio vero, solenne, che tutti, e di ogni parte, dobbiamo 
fare su l'altare della patria. Perché è vano sperare la calma 



l'ora presente 409 

finché dura l'uragano; ed è appunto la piena facoltà del giu- 
dizio, che a noi occorre nell'ora in cui siamo. Guardiamolo, il 
passato prossimo, senza odi e senza amori, con libera decisione 
dell'animo. Quali sono le cause del presente malessere? Da quali 
errori hanno origine i nostri guai, da quali vie è necessario 
rimuovere il passo? E, infine, quale è la realtà dell'oggi, ove 
dobbiamo tendere, ove rimettere le speranze del domani? 

Ecco il téma del mio discorso che nulla, fortunatamente, ha 
di comune con gli argomenti della odierna battaglia elettorale. 



Il fine supremo cui mirava, or sono dieci anni, la politica eco- 
nomica dello Stato italiano, fu l'abolizione del corso forzoso. Non 
era possibile, insediata a Roma la capitale del Regno, pensare 
con efficacia alla ricostituzione della fortuna nazionale, senza rom- 
pere quella barriera, che ci teneva isolati dalle grandi correnti del 
capitale estero e da tutto il movimento commerciale de' popoli 
civih di Europa. L'intento, senza dubbio, era difficilissimo, 
ma non impari alle forze del paese, non incerto, non fantastico 
nella pratica attuazione, solo che all'ardimento, con cui venne 
ideato, fosse seguito, sul serio, il proposito di menarlo a com- 
pimento. Il ritorno alla circolazione metallica importava, per un 
verso, saldezza del credito, per l'altro, austerità nella finanza, — 
ambedue tanto più necessarie al caso nostro quanto maggiori 
erano gl'impegni, precedentemente assunti, per i lavori pubblici 
e per la difesa militare: importava la cura più assidua del pa- 
reggio, la premura più gelosa per l'ufficio della emissione. Vole- 
vamo, a ragione, tornare al regno della verità; e non è detto o, 
meglio, è stato già detto abbastanza, che la verità, cosi nel 
mondo materiale come nel mondo morale, non è punto il regno 
del piacere, della spensieratezza, della felicità. 

Cosi avrebbe dovuto essere; ma cosi non fu. 

Cominciava appena a ricomparir l'oro tra noi che una vera 
mania prendeva tutti, — Stato, comuni, banche e privati: la mania 
delle costruzioni, il male della pietra, come avverti allora, e 



410 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

invano, uno spirito bizzarro. Abolito il corso forzoso e conseguita 
la stabilità del cambio, il capitale estero, sedotto dall'alto saggio 
dell'interesse, passò abbondantissimo le Alpi: e noi, sciagurata- 
mente, quell'enorme quantità di danaro impiegammo in opere 
affatto improduttive. Di sùbito, al primo allarme, al primo dubbio 
della nostra consistenza finanziaria, tutto il capitale ci venne 
ridomandato: e noi, più sciaguratamente ancora, consentimmo 
che i nostri Istituti di emissione, i quali già corrispondevano 
con le piazze straniere, rimborsassero essi que' debiti, rimpin- 
zando di valori immobiliari i loro portafogli. In tal modo, met- 
tendo a carico del pubblico, per via di un fenomeno di espansione, 
ciò che non era se non il danno de' pochi, fu dato alle banche, 
con semplici atti di Governo, l'arbitrio di emettere carta allo 
scoperto per centinaia di miUoni. La rovina del credito ebbe 
dunque a causa, in parte, l'equivoco tanto radicato ne' paesi 
poveri, che la grande espansione del biglietto costituisse la for- 
tuna delle industrie e de' commerci, e, in parte, il gergo cosi 
frequente nella bocca degli speculatori, che la produzione e il 
lavoro imponessero que' salvataggi, di cui il paese, il vero paese 
che suda e risparmia, paga oggi, duramente, il fio. A quel gergo 
e a quel pregiudizio quasi tutti, allora, piegammo il capo, im- 
pressionati dalla crisi edilizia, più violenta che profonda: e a 
furia di sotterfugi illegali, cui avevamo il potere, non il diritto 
di ricorrere, in breve lasciammo estendere quella crisi a tutta 
la economia del paese. La legge del io agosto 1893 elevò a 
un miliardo e seicento milioni il limite della nostra circolazione. 
E il Parlamento ha deplorato alcuni uomini, non il sistema che 
ci ha condotti, l'anno scorso, a proclamare per la seconda volta, 
in via ufficiale, il dominio della carta! 

Né meglio accadde alla finanza, per due cause principali. 
Una, che troppo affidandoci a ciò che allora chiamavamo in- 
cremento naturale delle entrate, eccedemmo inconsideratamente 
nelle spese, movendo, quello che è peggio, da calcoli presun- 
tivi ipotetici: le sole spese straordinarie per l'esercito e la ma- 
rina, durante il decennio, ammontarono ad un miliardo circa, 
e due leggi, soltanto, quella delle ferrovie complementari del 



l'ora presente 411 

1879, che contrasse obblighi per un miliardo e duecento milioni 
di lire, e l'altra de' lavori stradali e portuah del 1881, che ne 
assunse per duecento cinquanta, importarono, com'è noto, una 
somma nientemeno che tre volte superiore a quella presunta. 
L'incremento era illusorio, perché derivava appunto da quel 
giro enorme di capitali e di spese, cui dovevamo gli aumenti 
delle gabelle, della ricchezza mobile e degli affari; e a noi, invece, 
quel moto ingannevole parve l'effetto di una progressione della 
cresciuta ricchezza nazionale. Questo errore divenne più grave 
per la seconda causa, che ebbe conseguenze non meno perni- 
ciose: la trasformazione, cioè, della politica doganale e del sistema 
tributario, — perché, a un tempo, da un lato elevammo le ta- 
riffe de' dazi di confine, volendo proteggere le industrie, dal- 
l'altro spostammo dalle imposte dirette alle indirette la base 
del bilancio, sia con l'abolire il macinato, ridurre la fondiaria 
e il sale, sia con l'accrescere il prezzo de' tabacchi e le sopra- 
tasse degli spiriti e dello zucchero. Or finché durò quella espan- 
sione simulata di attività, i consumi corrisposero maravigliosa- 
mente alle previsioni; ma non appena la crisi spazzò via, insieme 
col credito, tutta quella falsa rifioritura di sogni dorati, le en- 
trate scemarono cosi, che il disavanzo ricomparve minaccioso 
ne' conti dello Stato. De' due termini su cui ci eravamo fondati, 
svanivano i maggiori proventi, perduravano i maggiori oneri e 
i maggiori impegni del passato. Il baratro, se rammentate, con- 
fondeva l'occhio e il pensiero: io non ancora so riandare con 
la mente a que' giorni senza rabbrividire. Oggi siamo a buon 
porto, ma col dubbio nell'animo di avere, alle ultime strette, 
commesso cosa che non avremmo mai dovuto commettere a' 
danni de' creditori dello Stato... 



Il tentativo è dunque fallito, e qualunque idea di rinnovarne 
la prova sarebbe inutile. Anche l'esempio recente dell 'Austria- 
Ungheria ci deve ammaestrare, che il ritorno durevole alla 
circolazione metallica non è possibile finché non avvenga un 



412 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

rinnovamento organico della economia generale del paese. Quando 

10 Stato avrà cessato di stendere la mano e, grazie al lavoro 
e al risparmio, noi avremo riscattato i nostri debiti all'estero, 
l'aggio, questa lebbra dei popoli economicamente inferiori, tor- 
nerà a sparire, da sé, senza bisogno di leggi. 

Perché è vano illuderci. L'ora del pericolo è scorsa, ma 
l'opera della restaurazione è appena incominciata: risuona an- 
cora al mio orecchio il canto funebre che Sidney Sonnino, nel 
21 marzo del 1894, intuonò alla Camera, annunziando un fab- 
bisogno di poco meno che duecento milioni di lire. Siamo 
fuori, è vero, del pelago, ma il fantasima non è sparito; occorre 
tuttora quella virtù, che ne' paesi latini è più difficile, più sin- 
golare del sagrifizio: la perseveranza. 

Certo, è evidente la volontà di risorgere a galla, il proposito 
di trarre dalla riduzione forzata degl'interessi un obbligo di onore 
per l'avvenire; e, in questo, l'azione riparatrice dell'Italia non 
è paragonabile, senza offesa, alla condotta della Grecia e del 
Portogallo: tanto, che da ciò solo prende origine la corrente di 
simpatia, di cui l'estero ha nuovamente circondato ì nostri titoli 
di Stato, e la rapida insperata discesa dell'aggio. Ma non biso- 
gna troppo invanire di cotesti due indizi, precursori della buona 
fortuna. In tutta Europa i fondi pubblici attraggono a sé i 
frutti del risparmio, sia perché ovunque le intraprese private 
han fatto cattiva prova, sia perché è enorme l'abbondanza del 
danaro come non mai a memoria di uomo: il consolidato in- 
glese è al due e mezzo, quello di Francia e di Prussia al tre. 

11 fenomeno, in Italia, ha poi la sua ragione speciale in un fatto 
semplicissimo: questo, cioè, che il rialzo de' titoli de' paesi debi- 
tori, ossia dei paesi colpiti dall'alto premio dell'oro, è procu- 
rato dagli stessi Stati creditori, i quali, ricomprando que' titoli 
e importando, per ciò, rimesse metalliche, contribuiscono, invo- 
lontariamente, a ribassare il cambio. Ben altro occorre a noi 
per assicurarci da queste scosse violenti, le più dannose, le più 
funeste alla economia nazionale, perché le forti oscillazioni della 
moneta mutano in giuochi aleatori gli accorgimenti più solidi 
e le previsioni più sagaci. Affinché un paese come il nostro si 



l'ora presente 413 

creda e sìa realmente libero delle vicende dell'aggio e, in con- 
seguenza, della rendita, è necessario un assestamento cosi valido 
del bilancio e della circolazione, da potere, volendo, sfidare ogni 
insidia, ogni capriccio delle borse straniere. Finché non sia ciò, 
il cambio potrà salire e la rendita calare, bruscamente e sem- 
pre, da un istante all'altro. 



Risorgimento del bilancio e risanamento della cir- 
colazione sono quindi, per noi, termini correlativi, indisso- 
lubilmente legati fra loro. Fugato il rischio del momento, se 
noi, fra tanto, non cercheremo di consolidare il pareggio e di 
restringere il giro della carta, noi, nonostante lo sforzo compiuto, 
riavremo, insieme con l'avvilimento cronico, insuperabile, dei 
corsi della rendita, una continua altalena dell'aggio in tempo 
di pace e una ultima emissione di biglietti in tempo di guerra, 
che ci condannerebbero, senza misericordia, all'impoverimento 
per oltre mezzo secolo ancora. Al rimpatrio delle specie me- 
talliche e a una conversione del consolidato, che sono il premio 
delle finanze oneste, neanche i nostri nipoti potrebbero più lon- 
tanamente pensare... Dipende da noi salvare il paese da tali 
iatture. Abbiamo, per fortuna, ritrovata la via. Battiamola, senza 
prevenzioni e senza paure. 

Battiamola, che è davvero la via maestra. Emilio Zola, con- 
gedandosi, ora è poco, dagli amici d'Italia, disse loro che il 
male di cui soffriamo proviene esclusivamente dalla fretta avuta 
nel ricomporci ad unità. E disse il vero. L'aumento delle spese 
fu certo un errore, tra' molti che ha commesso la Sinistra; ma 
fu pure un errore che assai difficilmente avremmo in parte potuto 
sfuggire, anche se a tempo ci fossimo accorti de' pericoli, a' quali 
fatalmente andavamo incontro. Questa la verità, non partigiana, 
delle cose. Eccesso di spese e, naturalmente, di debiti: 
ecco il male, onde rinacque il disavanzo e incagliò la circolazione. 
Che cosa dunque, al punto ove ci troviamo, occorre fare? 
Ritemprare agl'istinti di parsimonia e di lavoro dell'antica nostra 



414 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

razza le fibre della nazione, — seguendo il pensiero fermo, riso- 
luto, di cessare da ogni nuova spesa e di astenerci, per con- 
seguenza, da ogni nuovo debito, unificando i vecchi titoli, redi- 
mibili e non redimibili, e chiudendo, per davvero e non da burla, 
il Gran Libro e le « edizioni diamante » di esso; un pensiero 
che è stato, l'anno scorso, solennemente espresso e sanzionato 
dal Parlamento: alienum aes, acerba servitus. 

È stato espresso in una serie di provvedimenti, riguardanti il 
bilancio e la circolazione, che ogni uomo imparziale, io credo, 
non può, tutt' insieme, non giudicare per buoni. Ad onta di 
essi, il bilancio nemmen oggi, forse, è tanto sicuro come si 
afferma, che non tutte le entrate ridanno ancora a seconda 
delle ultime previsioni: il pareggio non ancora, forse, si può 
dire un fatto letteralmente acquisito. Ma raggiungerne la mèta, 
dopo quanto abbiamo ottenuto, non è opera che debba più 
oltre sembrare impossibile: basterà sopra tutto mantener ferma 
la somma totale di quattrocento milioni, tra spese militari e 
lavori pubblici. E rispetto alla circolazione, nulla certamente è 
mutato di quello che non è più in poter nostro di mutare; ma 
l'argomento delle smobilizzazioni è stato ripreso in esame, fa- 
cilitando la vendita del patrimonio immobiliare, e ordinando 
l'accumulamento di parte degli utili e il versamento di capitale 
nuovo. La circolazione andrà a mano a mano migliorando, a 
misura che gl'Istituti di emissione riusciranno a liquidare il 
triste retaggio del passato. 

Senza dubbio, un grosso debito è tuttavia quello del Tesoro, 
che pure dovrà avere un assetto, quando — nel bilancio — torni 
l'èra degli avanzi: ciò che è assai bello, perché si possa sperare 
cosi presto. A noi basti per il momento che il debito non sia 
in alcun modo accresciuto, com'era da paventare due anni 
addietro; che se nulla ancora avverrà di sinistro, a noi, io spero, 
non mancherà la occasione di ridurlo, prima o poi, ne' limiti 
consentiti da una sana pratica finanziaria. 

E non volendo, in questo mezzo, temere di un maggior 
carico, urge almeno risolvere due problemi, che non ammettono 
indugio: i tributi locali, e le casse ferroviarie. Tra' Comuni 



L ORA PRESENTE 415 

e lo Stato si è, fin qui, troppo combattuto quella terribile lotta, 
che la disperazione fa combattere fra due naufraghi: lo Stato, fin 
qui, ha troppo caricato di spese i bilanci de' Comuni, ed avocato 
a sé non poche delle maggiori entrate locali. È tempo che le 
spese obbligatorie degli enti amministrativi vengano limitate, e 
le loro entrate rese di più agevole riscossione; è tempo che 
anche per essi viga il principio della massima corrispondenza 
tra' fini e i mezzi, perché — teniamolo bene a mente — ogni ri- 
forma del sistema de' tributi locali, se vogliamo far cosa seria, va 
condizionata con una diminuzione delle spese obbligatorie. La 
questione è certo complessa, come quella delle casse ferroviarie, 
la cui deficienza esige, non una rattoppatura, ma una revisione 
de' patti contrattuali del 1885, fondati anch'essi su la illusione 
di un aumento progressivo del prodotto iniziale: complessa, ma 
non grave, — se presto vorremo procedere a nuovi accordi con 
le Società concessionarie su la base di un esercizio più economico 
per tutta la rete secondaria. Ne è tempo, perché il costo di 
costruzione delle nostre ferrovie implica una rata annua d' inte- 
ressi, la quale, com'è noto, rappresenta il diciotto per cento 
della contribuenza italiana; e perché anche nel campo dell'eser- 
cizio ferroviario, come in tutto, riappare la grande differenza 
fra le due Italie: da Roma-Castellammare Adriatico in su, 
l'introito medio del treno-chilometro è di lire 5,22; di là in 
giù il servizio è in perdita, essendo l'introito medio di sole lire 
3,31 di fronte a lire 3,60 di spese. Or un esercizio economico 
di quelle tra le ferrovie del Mezzogiorno che sono più passive, 
darebbe sicuramente allo Stato un benefizio netto di alcuni mi- 
lioni. E il bilancio d'Italia è in troppe difficoltà perché si possa, 
tuttora, mandare in lungo una risoluzione come questa. 



Ma perché la mente abbia chiara, piena cognizione del passo 
cui siamo, importa sgombrare l'animo dei pregiudizi che ci 
vengono dalla opinione, beli 'e formata, dì coloro che ci stanno 
intorno. 



4l6 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Il primo, fortunatamente condiviso da pochi solitari della 
scuola, muove dal concetto erroneo di una maggiore capacità 
tributaria del paese: un concetto tanto più erroneo quanto meno 
innegabile è ormai il continuo decrescimento delle tasse sui 
consumi, — l'indice principale del movimento progressivo della 
economia nazionale. Non occorrono molte parole per dimo- 
strare la gravezza de' nostri pesi fiscali, posti a confronto con 
quelli de' popoli più civili e ricchi di Europa. La parte del 
nostro bilancio, che riposa su la imposta, sale a un miliardo 
e cinquecento milioni di lire. Or la fortuna pubblica del no- 
stro paese, che il Bodio calcola a cinquantaquattro miliardi, è 
fatta ascendere dal Miilhall, secondo più recenti statistiche, a 
sessantasette, il cui reddito complessivo (comprese, cioè, le 
spese di produzione) è valutato non oltre i sette miliardi e 
mezzo. Il bilancio del Tesoro assorbe quindi in Italia, come in 
Russia, il 20 per cento del reddito lordo della nazione: una 
percentuale, che è del 15 in Ispagna, del 13 in Francia, del 
12 in Austria, di meno del io in Prussia, di poco più del 7 
in Inghilterra. Sarebbe dunque follia fare assegnamento, tuttora, 
sul getto abbondante di nuove entrate; è già molto, se, come 
persisto a credere, qualche cosa ci posson dare la inefficacia 
giuridica degli atti non registrati, il monopolio degli spiriti e 
quello, forse anche, delle assicurazioni, anche perché le assicura- 
zioni rappresentano, non una industria, ma una speculazione. 
Una riforma tributaria è certo tra le cose più necessarie, che par- 
ticolarmente a noi meridionali occorrano. Ma essa dovrà muo- 
vere, non da un intento di fiscalità, bensì dal concetto di una 
migliore distribuzione, secondo equità e giustizia, delle gravezze 
dello Stato. Il guaio vero, lo scandalo del nostro sistema è que- 
sto: che non tutti gl'italiani, d'ogni classe e d'ogni regione, pa- 
ghino in conformità delle sostanze; che quelli, anzi, paghino di 
più i quali meno posseggano e meno godano della vita sociale. 
Non occorre che altri me lo dica: io, per il primo, so di pagare 
di quota mia, proporzionalmente, meno di chi fra voi ha meno 
di me. È questione di moralità, non di finanza, la riforma dei 
tributi nel Regno d'Italia... 



L ORA PRESENTE 417 

Ben altro è del pregiudizio, dominante per tutto il paese, 
della possibilità di maggiori economie nel bilancio passivo dello 
Stato. Eravamo con le spese, or sono sette anni, a oltre mille 
ottocento milioni di lire, a' quali, per l'avvenire, soprastavano 
altri cento, a dir poco, d'impegni precedentemente assunti: a 
furia di economie, quasi di sole economie, oggi siamo a mille 
seicento; eppure unanime è tuttavia il coro dei credenti in una 
maggiore contrazione delle spese civili. — Se il parlamentari- 
smo, si dice, non fosse degenerato in una preoccupazione di 
interessi locali, si potrebbero fare, e senza sforzo, non meno 
di altri cinquanta milioni di economie. Con i Parlamenti, si 
soggiunge, le grandi economie non si fanno, perché le Camere 
sono inette alle grandi riforme. E senza i pieni poteri, si con- 
clude, senza una « singolare fiducia » in uno che abbia la facoltà 
di mutare di sana pianta la macchina del governo, è inutile 
sperare una migliore, più semplice organizzazione dello Stato. — 
Ecco alcune di quelle frasi, cui in Italia sacrifichiamo ogni 
giorno. L'onorevole Crispi, commemorando, or sono otto anni, 
Marco Minghetti, ebbe queste felici parole che, fra tutte, mi 
rimasero impresse: « solevano i nostri antichi, con quel loro 
linguaggio scultorio, dire che la più forte cosa del mondo è la 
misura ». Amiamola dunque e seguiamola, cotesta misura, anche 
per le economie. La organizzazione dello Stato moderno non 
costituisce se non una vasta organizzazione di lavoro. Credere, 
quindi, che si possa cambiarla da un momento all'altro, è tanto 
più facile quanto meno serio di fronte alla logica inesorabile 
della realtà. Tutte le economie, organiche o non organiche, 
si traducono in contributi; anzi si può dire che esse rappre- 
sentino la forma più odiosa del contributo, perché, al pari della 
gragnuola, colpiscono solo alcuni luoghi e danneggiano solo 
alcune persone. L'anno passato Ruggero Bonghi, da pochi giorni 
tornato alla Camera, pronunziando uno de' suoi soliti bellissimi 
discorsi, a un punto si domandava: « Che cosa sono le eco- 
nomie? » «Imposte su pochi! », rispondeva, prima che rispon- 
desse lui stesso, uno de' suoi più attenti ascoltatori. Imposte su 
pochi, tra le peggiori che sia dato concepire, perché ridurre e 

G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 27 



4l8 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

sopprimere empiricamente, tenendo conto, soltanto, di numeri, 
non è riformare: è offendere, deformare, sconvolgere, — senza 
pubblico benefìzio. La grande riforma amministrativa deve essere 
inspirata a concetti, non finanziari e fiscali, bensì giuridici e 
morali. Il decentramento, che io vorrei attuato, non su la base 
di quella pericolosa superfetazione spendereccia che sarebbe la 
Regione, ma sul fondamento vero e proprio della provincia, 
come noi meridionali abbiamo da sette secoli : il decentramento 
deve significare, a parer mio, semplificazione di servizi e salva- 
guardia di interessi legittimi, non distruzione di organismi, né 
offesa di consuetudini, di tradizioni, di autonomie. Diffidiamo di 
riforme, dirette esclusivamente da calcoli aritmetici, le quali solle- 
verebbero malumori irrefrenabili e potrebbero mandar tutto in 
rovina. Spinti dal bisogno delle economie, e non volendo, a torto, 
adottare negli ordinamenti militari la riduzione degli organici 
o la riduzione della ferma, siamo già prossimi, pur troppo, ad 
attuare il sistema del reclutamento territoriale. Cerchiamo 
almeno di non farci sedurre, in grazia delle economie, anche 
da quel falso miraggio della costituzione regionale, or ora 
esumata, in una sua lettera elettorale, dall'onorevole Di Rudini, 
poi che essa, secondo me, sarebbe una inevitabile minaccia alla 
integrità unitaria della patria. Già cara, nel passato, ci è co- 
stata la megalomania. Non facciamo che più cara, nell'avvenire, 
ci costi la micromania! 

Di quanto le economie, anche le meno dubbie e le meglio 
intese, possano deludere, se concepite isolatamente e fuori delle 
contingenze, ogni più facile speranza degli uomini, è provato 
dal danno finanziario che ci venne, or sono quattro anni, dalla 
riduzione, pura e semplice, del fondo annuo delle costruzioni 
ferroviarie da ottanta a soli trenta milioni di lire. Quel fondo 
attingevamo al credito: e, se rammentate, ci parve sollevare 
il bilancio, scemando di tre milioni il carico degl'interessi. 
Ma tardi ci avvedemmo, che era un fare il conto senza l'oste, 
un determinar da per sé quello cui doveva pur concorrere la 
volontà di altri, il restringere a un tratto le spese, senza acco- 
gliere in pari tempo provvedimenti che ne avessero prevenuto e 



l'ora presente 419 

scongiurato i pericoli. Lo Stato voleva cessare, e a buon diritto, dal 
contrarre debiti oltre le Alpi; ma, ciò facendo, occorreva ricor- 
dare che mediante que' debiti, per l'appunto, eravamo in grado 
di ottenere le divise necessarie a sodisfare i nostri impegni 
internazionali, e che il Tesoro, non più emettendo obbligazioni 
ferroviarie, sarebbe subitamente restato privo di quella valuta 
metanica, di cui si serviva per pagare in oro all'estero i cuponi 
della rendita. Costretto invece a procacciarsela con forti aggi, 
lo Stato venne a risparmiare tre milioni di interessi su' mutui 
per la costruzione delle strade ferrate, ma dovette erogarne, a 
mano a mano, fino a dieci per la spesa ognora crescente del 
cambio: ognora crescente, perché allora, quello che è più, avve- 
niva appunto la liquidazione de* crediti edilizi delle banche estere 
su' nostri mercati, e, quindi, un gran movimento di masse mo- 
netarie e di « cuponi » del consolidato, che valevano moneta, 
dall'Italia all'estero. Tardi rimediammo al male, appigliandoci, 
durante l'autunno del 1893, a que' due provvedimenti <ìq[V affi- 
davit e del pagamento dei dazi di confine in oro, che fin da 
prima avremmo dovuto, accortamente, decretare: poiché l'uno 
ci ha dato mezzo di scemare da centonovantatre a soli settan- 
totto milioni annui i versamenti in oro all'estero degl'interessi 
del debito pubblico per i titoli realmente posseduti da stranieri, 
e il secondo ci ha fatto accrescere le specie metalliche delle 
riscossioni doganali da poche decine di migliaia a oltre novanta 
milioni di lire. Questi due semplicissimi provvedimenti, che 
applicati a tempo, avrebbero risparmiato al Tesoro fin la ver- 
gogna di pegnorare a Berlino la nostra rendita, sono stati, senza 
dubbio, tra' più validi fattori della presente restaurazione finan- 
ziaria e della discesa repentina del cambio. E la partigianeria 
umana non ancora ha saputo rendere questa poca parte di giu- 
stizia al Governo dell'onorevole Giolitti ! 

Ma le illusioni non si arrestano qui, alle economie; un'altra 
moda è in campo, specialmente nelle province che dalle sole 
industrie agricole ricavano ogni loro benessere: la moda di 
sperare aiuti — pare impossibile ! — e disgravi in favore della 
agricoltura. Non ho bisogno di fare una dichiarazione, a questo 



420 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

proposito. Vivo del lavoro della terra, direttamente, personalmente 
esercitato da' miei ; e so bene di appartenere a una regione, che 
ogni attività, ogni aspirazione deve rimettere nel progresso, nella 
fortuna del lavoro della terra. E la nostra terra intensamente io 
amo, come nessun'altra cosa al mondo. Ma tradirei l'intelletto 
e la coscienza se vi lasciassi credere che l'erario pubblico possa 
cedere alcuna delle sue entrate o, peggio ancora, concedere 
sussidi a vantaggio della produzione agraria. Questa, senza 
dubbio, è oltremodo gravata come in nessun altro paese di 
Europa, quantunque sia bene avvertire che, in Austria, la imposta 
fondiaria sìa maggiore della nostra, e, in Francia, i trapassi 
della proprietà rurale importino quasi il doppio che da noi, e 
la tassa di successione si paghi anche su' debiti ipotecari delle 
eredità. Pure io sento in cuor mio, che mentirei di fronte a voi 
se qui unissi la voce mia a quella di un giovane mio collega, 
il quale, pochi giorni addietro, dinnanzi a* suoi elettori del 
Molise, faceva sperare all'agricoltura meridionale « larghi inco- 
raggiamenti e più larghi soccorsi da parte dello Stato ». Un gior- 
nale della nostra provincia, ora è poco, anch'esso augurava 
agli elettori di Basilicata « nuovi » candidati, i quali sapessero 
escogitare e propugnare « nuove » teorie economiche — proprio 
cosi — atte a rinverdire i nostri campi. Ahimè, neppure Pilato, 
se avesse atteso e voluto da Cristo la risposta alla sua ar- 
dimentosa domanda, neppur egli avrebbe saputo qualche cosa 
di nuovo intorno a quella che fu, ed è, la verità economica, 
vecchia e perenne quanto il mondo, delle cose umane! 

A far rinverdire i campi, non che l'alchimia di nuove dottrine, 
neanche i dettami più accetti e meno discussi dell'antico sillabo 
pare, ormai, possano più efficacemente valere. Di quante foglie, 
in questi ultimi anni, non si è andato spogliando l'albero delle 
nostre speranze, intorno all'affannosa ricerca del modo con cui 
far rifluire all'agricoltura meridionale i capitali a mite interesse! 
Oggi finalmente ci avvediamo che quest'albero, come la chimèra 
della favola greca, fu e rimane nel dominio de' sogni. Far ri- 
fluire i capitali alla terra a un saggio inferiore al prezzo cor- 
rente, è una manifesta contraddizione ne' termini. Le prove già 



l'ora presente 421 

abbondano. Il credito fondiario, esso stesso, è una istitu- 
zione fallita: doveva contribuire alla estinzione del debito ipo- 
tecario e, invece, è riuscito ad aggravare le sorti de' proprietari 
debitori, minacciati, a questi chiari di luna, di espropriazione 
forzata. In quanto poi al credito agrario tornato in voga or 
è poco, esso, ad onta de* mille ingegnosi espedienti suggeriti 
finora, resta nel Mezzogiorno un inutile argomento d'idillio cam- 
pestre; e tale resterà, anche dopo la proposta fantastica, che 
recentemente è stata fatta da un valoroso nostro uomo politico, 
di pretendere il capitale d' impianto dallo Stato, ossia, in lingua 
povera, da un aumento di imposte. È il solito inganno che 
torna a galla nelle ore difficili: l'inganno del danaro a buon 
mercato in un paese come il nostro, ove il danaro è scarso e 
quindi altamente retribuito, ove l'erario è povero e quindi im- 
possibilitato a nulla. La verità è questa, e bisogna dirla a viso 
aperto, perché è dovere di onestà non alimentare né mantener 
vive, nel popolo, illusioni e aspettative. 

L'agricoltura nazionale è rosa da quella enorme cifra di de- 
bito ipotecario, cui dobbiamo, ogni anno, un immane contri- 
buto: ecco il segreto della sfinge misteriosa. Abbiamo troppo 
abusato del credito della terra, — specialmente noi meridio- 
nali. E la terra, da quella femmina orgogliosa che è, dice 
l'amico Pavoncelli, non ci ha fatto lungamente attendere le 
sue vendette. È il debito, non la imposta, il tarlo roditore 
della nostra proprietà fondiaria, E la novazione di una parte 
di questa, prima o poi che sia, è, per ciò, inevitabile. Ri- 
conoscere e, occorrendo, rassegnarsi alla necessità, è il solo 
modo per affermare validamente la inesistenza di quel privi- 
legio capitalistico della terra, su cui si fonda la teoria socialista 
di Achille Loria. Il concetto medioevale delle permutazioni della 
fortuna, secondo la visione dantesca, è vero. Il tributo fiscale 
rappresenta un elemento minimo dirimpetto al grande tributo 
economico, che è pagato, via via, in questo grande processo evo- 
lutivo della proprietà fondiaria, contro del quale sarebbe vano 
qualunque intervento dello Stato. Più presto la novazione avrà 
luogo, e meglio sarà per l'agricoltura meridionale. Perché, dopo 



422 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

tutto, il diritto di proprietà, come già scrisse, settantanni ad- 
dietro, un uomo, cui io son legato da vincoli di sangue, « non 
è di ragione né di giustizia»; ma è diritto, puramente e sempli- 
cemente, « di società » (^). , 



Io so di non aver detto, fin qui, cose piacevoli né gradite, di 
non essermi lasciato vincere dalla tentazione di nascondere a voi 
la menoma parte di ciò, che a me sembra la prosaica verità delle 
cose. Pure so in tutta buona fede, che non è possibile dir meno 
di quello che ho detto, senza ingannare sé stessi e gli altri. No, 
non ho caricato a bello studio le tin^e del quadro. Ben altre tinte 
adoperò a Milano, nel 17 aprile, l'onorevole Colombo, quando 
si fece a prevedere, nonostante gli sforzi compiuti, non meno 
di altri cinquanta milioni annui di disavanzo medio per il quin- 
quennio futuro. Se ciò fosse vero, tutto il nostro lavoro sarebbe 
andato miseramente perduto, come quello delle Danaidi. Ed egli 
felice, l'onorevole Colombo, che a differenza di me è tanto sicuro 
di giungere alla mèta, non altrimenti che riducendo ancora più 
il piede di casa, ossia, com'egli poi dice, trasformando non 
più che l'amministrazione civile provinciale e dando non più 
che l'autonomia alle regie Università degli studi. ... 

Non ho caricato le tinte, perché- penso che la confessione 
degli errori e il culto della verità bastino sicuramente alla no- 
stra salvazione. « Oggi », diceva Sidney Sonnino nella tornata del 
IO dicembre dell'anno scorso, « la finanza italiana è un'ammalata 
in convalescenza, scampata, mediante una cura energica, da una 
crisi gravissima. Non vi è più da dubitare della sua guarigione, 
a patto che continui per qualche tempo il regime rigoroso che 
finora si è imposto. Occorrono prudenza e fermezza: ogni atto 
di debolezza sarebbe cagione di una ricaduta; e una ricaduta 



(i) Sul Tavoliere di Puglia, Rapporto del Procuratore Generale del Re presso 
la Corte de' Conti (Giustino Fortunato) a S. E. il Ministro Segretario di Stato 
della Finanza, 27 giugno 1831. 



l'ora presente 423 

potrebbe essere fatale». — Proprio cosi. È la grande, eccezio- 
nalissima rigidezza del nostro bilancio che rende, pur troppo, 
estremamente difficile la situazione dell'ora presente: una situa- 
zione che è fatta, come per miracolo, da un equilibrio appena 
sospeso in bilico. Siamo sul piede di guerra. Restiamoci, con- 
tinuamente vigili su noi stessi, irremovibilmente decisi a che 
la spesa, per un decennio almeno, non sorpassi mai più il li- 
mite, cui è stata ridotta in questi ultimi anni. Ciò potrà essere, 
ciò indubbiamente sarà, qualora noi tutti, eletti ed elettori, in 
tutta la nostra condotta, faremo prevalere il sentimento esclu- 
sivo degl'interessi generali, il sentimento de' rapporti di equità 
fra' vari interessi particolari, il sentimento di compressione, ma- 
gari di rinunzia, degl'interessi personali e di classe. Se nel 1892 
avessimo negata ogni protezione alle raffinerie dello zucchero, 
che son quattro in tutto il Regno, la dogana avrebbe, annual- 
mente, dieci milioni di più ; se si fosse, due anni addietro, tolta 
ogni sovvenzione alla Navigazione Generale per le linee marit- 
time non postali, l'erario, oggi, si avvantaggerebbe di altri cin- 
que milioni; e se, riaperto il Parlamento, sapremo una buona 
volta rifiutare i premi, che a nulla valgono, della marina mer- 
cantile, domani il bilancio avrà un benefizio netto di circa tre 
milioni di lire. Solo in tal modo vanno intese le riforme e le 
economie, non affidandole, cioè, con occhio da miope a quella 
misera indegna caccia alle preture e alle sotto-prefetture, a quella 
vera menomazione della vita morale e materiale di uno Stato 
come il nostro, appena ieri — per tanta parte — sottratto al 
medio evo! È l'ideale del bene pubblico, già presentito, o 
signori, da un vostro insigne concittadino del secolo xvii, che 
solo potrà inspirare a più nobili intenti tutta la nostra condotta: 
l'ideale di uno Stato, ove non sia alcuna sostanziale differenza 
fra Governo civile e Governo economico. Nel suo libro 
sul « Principe Cristiano », abbozzato negli ozi tuscolani e 
scritto al Quirinale, il vostro Giambattista De Luca dettava que- 
ste semplici parole, che mi piace qui ripetere a voi: «il Go- 
verno civile riguarda le cose necessarie, ovvero opportune, per 
l'umana società e per la vita felice di tutto il popolo; e il Governo 



424 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

economico consiste nella buona amministrazione dell'erario pub- 
blico, acciò le rendite sieno con fedeltà amministrate, come 
ancora nel risecare le spese superflue, acciò in tal modo cessi, 
per quanto sia possibile, il bisogno di aggravare il popolo con 
le gabelle, le contribuzioni e altri pesi ». — Promuovere il pro- 
gresso e amministrare con rettitudine, per il bene della collet- 
tività: è questo il pensiero, questo il sentimento che debbono 
ormai dirigere, molto più efficacemente che non sia stato fin 
oggi, l'opera dello Stato italiano. 



Andiamo dunque avanti, «ancora un colpo di remi», come 
ha detto, l'altro ieri, il ministro del Tesoro a' suoi elettori di 
San Casciano, perché la barca, la povera barca della nostra 
finanza approdi alla riva; ma non imprechiamo, no, al passato. 
Non c'è niente, in esso, che ci debba, per la vergogna, far chi- 
nare il capo; niente che apertamente non possiamo, senza ros- 
sore, confessare a noi e agli altri. Abbiamo esorbitato nelle spese 
e mancato di accorgimento: questo, in sostanza, ci avverte il 
passato. Tutti, più o meno, secondammo e condividemmo il 
desiderio di avere, in pochi anni, un grosso esercito e una forte 
marina, completa la rete delle ferrovie secondarie, rinnovata la 
capitale e risanata la città più popolosa del Regno. In verità, 
se l'Italia è ancora in piedi, dobbiamo renderne grazie alla for- 
tuna, che gli audaci ama e protegge! 

Oggi, corretto l'animo, eccoci a emendare i falli e a riparare 
i torti, commisurando l'azione politica del Governo alle forze 
economiche del paese. Solo un'amministrazione rigida e sapiente 
può ridarci la fiducia di un avvenire migliore. E in cotesto avve- 
nire, come ho già detto a Melfi, io che non vedo color di rosa, 
sinceramente credo: se a noi spetta tutto l'onere delle respon- 
sabilità, a noi pure, se vorremo, può toccare tutto l'onore della 
impresa. Sono ancora in vista i marosi, ma non è dubbia né 
lontana la bonaccia. Gli auspici non mancano. Dallo scoppio 
della crisi edilizia, che determinò all'estero le prime domande 



L'ORA PRESENTE 425 

di rimborsi, seguiti dal riapparire e dallo inasprirsi del cambio, 
si contano a centinaia i milioni che abbiamo, comunque, resti- 
tuito a' nostri creditori. Otto anni fa l'Italia, e come nazione 
e come Stato, avea più debiti di quelli che ora ne abbia, perché 
i valori pubblici, collocati a Parigi, ascendevano a una somma 
molto maggiore, e le banche attingevano molto più largamente, 
per i risconti, a' mercati stranieri. Or se è vero che chi paga 
i debiti si arricchisce, noi certamente siam oggi meno poveri 
di otto anni fa. L'affermazione non è un paradosso. Il movi- 
mento commerciale dell'anno scorso conferma l'augurio di una 
più libera espansione del lavoro nazionale. Continuano, e in 
un grado sempre maggiore, a scemare nelle importazioni i 
manufatti e i generi alimentari, a crescere nelle esportazioni 
tutti i cespiti della nostra produzione agricola; se i vini sono 
stazionari, è in aumento la esportazione del bestiame. Ed anche 
nei consumi appare, finalmente, una leggera luce di speranza: 
se i tabacchi diminuiscono, il consumo del frumento ritorna alle 
medie proporzionali di una volta. L'attività del paese, ripigliata 
la buona via, riacquista vigore e si appresta ogni di più a pa- 
gare, con i prodotti del lavoro nazionale, quella parte di debiti 
che abbiamo ancora all'estero. A non dire che della rendita 
pubblica, in solo quattro anni, secondo i calcoli accuratissimi 
del Neymarck, il nostro consolidato all'estero è scemato da tre 
miliardi e duecento milioni a poco più di un miliardo e sette- 
cento. Il cammino, senza dubbio, è stato immenso. 

Questo, — il riscatto de' nostri debiti, pubblici e privati, — 
è l'unico, vero presagio del futuro, indubbiamente lieto ove non 
venga meno la pratica più austera del raccoglimento. È una 
politica di raccoglimento che a noi tocca volere in modo reciso, 
senza equivoci e senza temperamenti, cosi da non apprezzarne, 
non favorirne, non seguirne altra, reputando cattiva qualunque 
idea, qualunque disegno che abbia per effetto l'attenuazione delle 
nostre responsabilità: la sola politica veramente nazionale, che 
ci possa ridare una Italia come quella che ci era stata pro- 
messa e avevamo sperata da giovani, come quella cui il vostro 
Luigi La Vista offri in olocausto la vita; una Italia, che sia una 



426 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

forza civile nel mondo, un esemplare di serietà, di ordine, di 
sacrifizio del dovere. « Il raccoglimento », scriveva fin dal 1878 
Nicola Marselli, « non suona abdicazione e neanche rassegna- 
zione, non avendo nulla a che fare col quietismo politico di 
Epicuro e di Lucrezio: la parola esprime soltanto Tapparecchio 
e l'avviamento all'attuazione di quella parte del programma libe- 
rale, che è possibile eseguire nell'imminente periodo storico». 
Perché, dopo tutto, è giunto il tempo di parlare alto e chiaro 
a noi stessi. O profitteremo dell'ora propizia, rialzando, con la 
virtù del carattere e la energia della fibra, le sorti finanziarie 
ed economiche dello Stato, o è meglio rinunziare per sempre 
alla visione d'ogni cosa ideale, d'ogni miglioramento, d'ogni 
avvenire. È buia questa fine di secolo, che in niente somiglia al 
suo principio, cosi limpido, cosi desideroso e sicuro di fare. 
Oggi nessuno può dire, nessuno può divinare quale sarà mai 
il domani, tanta è la incertezza, tanta la sfiducia degli animi; 
la società, io spero, non sarà sovvertita, ma la pace, io credo, 
non si potrà riavere se non dopo lotte fierissime, da cui verrà 
fuori, nella disuguaglianza, che è legge di natura, una appros- 
simazione sempre maggiore alla uguaglianza, che è legge di sen- 
timento. Questo solo, fin da oggi, sappiamo e sentiamo tutti: 
che guai a quegli Stati, i quali arriveranno deboli, fiacchi, spos- 
sati, al giorno della prova, per non aver saputo raccogliersi o 
potuto rifarsi, cosi nella economia come nella finanza, durante 
la quiete della vigilia! 



Signori, non vi dolga l'arido linguaggio, con cui vi ho in- 
trattenuti quest'oggi. Avrei potuto facilmente fare appello a' soliti 
argomenti di occasione, maledire allo Stato italiano nel caro 
nome del Mezzogiorno, inneggiare alle economie, blandire gli 
agricoltori, corteggiare gli operai, promettere mari e monti, e, 
dopo, facilmente riscuotere l'applauso. Bisogna ne' Governi li- 
beri guardarsi dal fascino della parola, e bene la Grecia antica, 
maestra di sapienza politica, considerava pericoloso il fascino 



L'ORA PRESENTE 427 

de' suoi oratori. Non nelle parole, ma ne' fatti, come dicevano 
i romani, che furon grandi solo perché pazienti e disciplinati, 
sono le lagrime delle cose. E quante lagrime negli aridi fatti, 
su cui ho voluto richiamare la vostra attenzione! Perché una 
delle maggiori debolezze italiane è questa, per l'appunto: che 
il gran pubblico ignori e trascuri tutto ciò che si riferisce al- 
l'organismo finanziario dello Stato, immaginando si tratti di que- 
stioni astruse, la cui nozione costituisca un privilegio delle cosi 
dette competenze tecniche. No, o signori: è troppo complessa, 
troppo ardua la vita moderna, e, d'altro lato, è troppo viva 
oggidì la partecipazione di tutti al governo della cosa pubblica, 
perché lo studio del mondo economico possa più a lungo re- 
stare monopolio di pochi. In ogni epoca, senza dubbio, si ebbero 
fatti economici. Ma solo nell'epoca presente si ha davvero un 
problema economico, informato, non più al concetto di libertà, 
com'è stato fino a pochi anni addietro, bensì a quello di giu- 
stizia. 

Ricordo ancora, con infinita tenerezza, i miei begli anni del- 
l' Università. Regnava allora nelle scienze sociali l'ottimismo, e 
la economia politica, il diritto costituzionale, la filosofia del diritto 
riverberavano, tutte insieme, la luce di quella genialità. L'Italia 
era risorta da poco, e tutta l'Europa s'inspirava a' principi di 
nazionalità e di progresso: la Germania si apparecchiava a 
seguirci nella unificazione, i servi erano affrancati in Russia, 
gli schiavi liberati in America; e mentre si forava il Cenisio e 
si apriva l'i.stmo di Suez, scemavano le tariffe doganali, si span- 
devano le strade ferrate, si moltiplicavano le compagnie anonime, 
sorgeva — promettitrice di ogni bene — la cooperazione di cre- 
dito e di consumo. Tutti gl'interessi sembrava fossero e si 
dichiarassero armonici fra loro; non antagonismi individuali, 
non lotte di classi : la libertà, come la famosa lancia di Achille, 
avrebbe certamente fatte e risanate le ferite. Quanti sogni, che 
oggi parrebbero ingenui e puerili, non suscitò in noi il primo 
arrivo della valigia delle Indie al porto di Brindisi, la sua 
prima traversata per le malinconiche terre della nostra costa 
adriatica ! 



428 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

A soli venticinque anni di distanza, guardandoci un poco 
intorno, quasi potremmo credere di essere in un altro periodo 
storico, tanto dal soffio riformatore del tempo è stato trasfor- 
mato tutto l'orizzonte intellettuale, che fu la gioia della nostra 
prima giovinezza. Lo scibile umano non ha fatto certamente ban- 
carotta, come vorrebbe un accademico francese, profeta della 
cattiva novella. Ma una crisi profonda, come non mai a memoria 
di uomo, perturba e dissolve sia l'ordinamento sociale sia la 
scienza economica che quello rispecchia. Tutto vacilla, cosi nel 
campo delle istituzioni come in quello delle dottrine, sotto l'aura 
di un pessimismo, che maledice alla fatalità della rendita, specie 
di ultraprofitto non legittimato dal capitale né dal lavoro, cui 
saremmo debitori della ferrea legge de' salari. La teoria dei 
cambi internazionali, donde proveniva la tendenza ad un libero 
commercio, è smentita, meno che in Inghilterra, da tutti i Go- 
verni: alla fase lirica della cooperazione succede, in Germania, 
l'assicurazione obbligatoria, che della previdenza fa un obbligo, 
esigendo i risparmi con lo stesso rigore delle imposte; ovunque 
in Europa, nonostante gli anatemi de' barbassori, fa passi da 
gigante l'affermazione del sentimento sociale cosi nel diritto 
pubblico come nel privato. Or è un anno il Balfour, capo del 
partito unionista inglese, pronunziava alla Camera dei Comuni 
queste testuali parole: « Un sentimento nuovo, non connesso 
co' partiti e con le classi, penetra traverso ogni strato della 
società, investe uomini d'ogni convinzione politica, d'ogni fede 
religiosa; ed è che lo Stato, nella sua qualità di Stato, ha grandi 
doveri da compiere. Alcuni anni or sono, ogni giovane colto 
si diceva discepolo di Stuart Mill; ora, se si interrogano gli 
studenti, probabilmente non si qualificano per socialisti, ma am- 
mettono le loro inclinazioni socialiste: essi prediligono le grandi 
riforme sociali avviate dallo Stato, piuttosto che quelle compiute 
col mezzo delle iniziative individuali. L'avvenire provvederà, per 
opera dello Stato, a' deboli, a' lavoratori, a coloro che soff'rono ». 

Belle parole, le quali però dicono parte della verità, non tutta 
la verità. È indubitata la diff"usione delle dottrine socialiste, e 
la loro grande efficacia su' cuori umani; ma o io m'inganno o 



l'ora presente 429 

a nessuno è dato predire, per quanto in buona fede ci si pensi 
su, che lo Stato, da solo, tranquillamente, per sóla opera di 
evoluzione, possa derimere, secondo la espressione dell'onore- 
vole Luzzatti, la grande controversia fra la Economia e il So- 
cialismo, che il nostro secolo tramanda in retaggio al secolo 
venturo. Questo fervidamente io mi auguro; ma a questo non 
credo ancora. Non credo, perché ci troviamo tra una incognita 
intellettuale, di cui sino ad ora nessuno può farsi una idea precisa, 
e una enorme tendenza degli animi, che aspira a tradurla senza 
indugio ne' fatti. Il contrasto tragico, del quale ha torto a sor- 
ridere, come di una superstizione, il mio buon amico e com- 
pagno di giovinezza Raffaele Garofalo, nessuno ancora ha sug- 
gerito in che modo conciliare. I credenti sperano nel ridestarsi, 
nel rinnovarsi dello spirito di religione. Ma possono i non 
credenti confidare iTella sola efficacia di una riforma morale, 
ancora di là da venire? 

Certo, non mai nel mondo è stata cosi larga, cosi viva la 
diffusione della idea morale. Non ignoro tutti gli errori, tutte le 
colpe, tutte le vergogne dell'epoca nostra. Pure sono contento 
di aver vissuto in essa e con essa, non in nessun 'altra di quelle 
che l'hanno preceduta. Son contento di essere stato un uomo 
del mio tempo, perché nessuna epoca mai, checché ne dicano 
i laudatori del tempo passato, fu mai più assetata dell'ideale. 
Non v'ha manifestazione sociale, in questa fine di secolo, che 
non porti seco l'alito ineffabile del misticismo, non risuoni, come 
le immortali sinfonie di Beethoven, del clamore immenso delle 
moltitudini, non sia eco delle lagrime, de* dolori, delle aspirazioni 
umane. Or è impossibile che tutto ciò vada perduto. L'avve- 
nire non è su le ginocchia di Giove: è nella fede, nella forza 
morale delle nuove generazioni. Per ciò io amo la compagnia 
de' giovani, non sapendomi, non volendomi persuadere di non 
essere più giovane anche io... 

In cotesto avvenire, quale destino spetterà all'Italia? 
Quello, che le avremo fatto in questi anni di raccoglimento 
che ancora ci avanzano. Pensiamoci, e agiamo in conformità. 



XIX. 
RECLUTAMENTO TERRITORIALE 

(5 dicembre 1895) 



Camera de' deputati, tornata del 5 dicembre 1895, nella di- 
scussione generale del disegno di legge intorno alla con- 
versione in legge de' decreti del 6 novembre 1894 per 
modificazioni alle leggi su l'ordinamento dell'esercito, la 
circoscrizione territoriale e gli stipendi e assegni fissi. 



Onorevoli colleghi! — Costretto a parlare dalle mie stesse 
dichiarazioni dell'anno scorso, quando, in occasione dell'ap- 
pello nominale del 13 maggio, pubblicamente io mi associai al- 
l'ordine del giorno del compianto amico nostro Luigi Ferrari 
contrario ai propositi, allora espressi per la prima volta, del 
nuovo Ministro della Guerra, che personalmente, al pari di voi 
tutti, io stimo e per il valore dell'ingegno e per la rettitudine 
del carattere; costretto a parlare, non farò un lungo discorso, 
non imiterò gli oratori che mi hanno preceduto. 

Non siamo già, come pure dovremmo essere, dinnanzi a un 
apposito disegno di legge, che il Governo sottoponga, per diritto 
statutario, all'esame preventivo e al giudizio del Parlamento. 

Noi siamo dinnanzi a un fatto, che il Governo, nientemeno 
fin dal 6 novembre dell'anno scorso, ha già compiuto — mercé 
quattro decreti reali — contro ogni regola, ogni rispetto, ogni 
consuetudine costituzionale, solo per forzar la mano al Parla- 
mento: un fatto, che non è punto vero, come si affannano a 
dimostrare da un poco in qua alcuni giornali, sia rimasto esclu- 
sivamente nel campo tecnico, ma si è volto, checché si affermi 
in contrario, anche alla soluzione di uno de' più gì-avi, il mag- 
giore, secondo me, dei problemi, i quali si riferiscono agli ordini 
politici della nostra difesa nazionale, che ci costa (è bene ram- 
mentare), dal 1860 ad oggi, Guerra e Marina insieme, nove 
miliardi seicento ottantasei milioni di lire... 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - i. 28 



434 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

Non è quindi l'ora di discutere con animo pacato e sereno 
intorno a un progetto qualsiasi: la serenità e la pacatezza a 
nulla approderebbero oggi, di fronte all'anormalità, unica più 
che rara, del caso. È l'ora suprema, novissima, in cui a noi non 
resta se non il diritto, puro e semplice, dì approvare o di ri- 
provare, senza mezzi termini e senza vie d'uscita, l'opera del 
Governo, accettandone o respingendone le responsabilità prese 
e gl'impegni assunti. 

Proprio cosi, o signori! Si tratta, in realtà, di un atto asso- 
lutamente abusivo, che niente giustifica, col quale il potere ese- 
cutivo ha già dato, di punto in bianco, mèta e indirizzo a quella 
immane questione militare, che da cinque anni incombe paurosa 
sul nostro paese: una questione, che bene il deputato Marazzi 
fin dal 1890 racchiudeva, libera di ogni velo e di ogni orpello, 
in un tridente di bronzo, com'egli allora si esprimeva: o 
riduzione di organici, o reclutamento territoriale, o aumento de' 
fondi di bilancio. Di cotesti tre termini il potere esecutivo, ta- 
gliando di sua volontà il nodo, ha già prescelto il secondo, 
poiché da un pezzo è già innanzi sopra una strada, in fondo a 
cui è l'adozione, più o meno prossima, più o meno inevitabile, 
di quello. 

Chi dunque fra noi era od è amico convinto del reclutamento 
territoriale, dia pure, calmo e tranquillo, il voto suo al fatto com- 
piuto, non senza, magari, le solite innocue riserve, le solite 
innocue doglianze per la Costituzione offesa: se si vuole il reclu- 
tamento territoriale, diceva ieri il deputato Grandi, bisogna 
approvare il disegno di legge. Ma chi invece al pari di me 
crede dal profondo dell'animo, per la conoscenza vera di tanta 
parte d'Italia, che come la organizzazione nazionale dell'esercito 
fu l'elemento principale della formazione maravigliosamente ra- 
pida del Regno {Bravo! Bene/), cosi il suo ordinamento terri- 
toriale non sarebbe alla lunga (è una convinzione di vecchia 
data, che voi avete l'obbligo di rispettare), non. sarebbe alla lunga 
se no : la dissoluzione del fascio unitario... 

Voce a sinistra. Ma che! se cosi fosse, l'Italia non potrebbe 
esistere ! 



RECLUTAMENTO TERRITORIALE 435 

Fortunato... chi crede al pari di me che nessuna analogia 
si possa mai ammettere tra la formazione lenta degli antichi 
grandi Stati d'Europa e il fenomeno, vero fenomeno recentissimo 
e improvviso, della creazione della nazione italiana, che al prin- 
cipio del secolo era ancora un sogno di letterati, di artisti e di 
poeti: oh quegli non esiti un istante solo, per sentimento, per 
idealità di dovere civile, meno a discutere che a protestare, 
senza reticenze, contro l'arbitrio, negando il voto a tutti insieme 
i quattro decreti del 6 novembre 1894! 

Perché, onorevoli colleghi, è vano cavillare sopra un giuoco 
di parole, è inutile fare assegnamento su la confusione, la ne- 
bulosità, il mistero delle cose. 

Fino all'anno scorso noi avevamo, nella formazione dei vari 
corpi, specialmente dell'Arma di fanteria (novantaquattro reggi- 
menti di linea, due di granatieri e dodici di bersaglieri), il cosi 
detto sistema misto, succeduto dopo il 1870 al sistema nazio- 
nale puro e semplice; avevamo, cioè, il reclutamento nazionale 
per il servizio di pace e il completamento territoriale per il 
tempo di guerra. 

Or dall'anno scorso in poi abbiamo fatto, senza volerlo e 
senza saperlo, un passo decisivo, l'ultimo, a parer mio, su la 
via lubrica, pericolosissima, della territorialità vera e propria, 
mediante la maggiore delle riforme contenute nei decreti, che 
oggi abbiamo sott' occhio; ossia, mediante la trasformazione degli 
attuali distretti militari. 

In che cosa consiste questa trasformazione ? Lo ha già detto 
ieri l'onorevole Dal Verme; la trasformazione consiste in ciò: 
che le antiche funzioni de' distretti sono sdoppiate, perché, ri- 
dotti i distretti a mèri circoli di reclutamento, la vestizione de' 
coscritti e delle classi richiamate dal congedo, come anche dei re- 
parti di milizia mobile e di milizia territoriale, vien data, in cam- 
bio, a depositi e a magazzini reggimentali fissi, creati di sana 
pianta. In altre parole, e più chiaramente, da oggi in poi anche 
gli uffici relativi alla mobilitazione della fanteria, tanto del- 
l'esercito permanente quanto delle milizie, rimangono affidati ai 



436 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

corpi attivi. Or dai depositi di vestizione e di mobilitazione dei 
corpi attivi alla stabilità delle guarnigioni, e, indi, dalla stabilità 
delle guarnigioni alla regionalità dei reggimenti, è impossibile, 
letteralmente, non si precipiti via via per necessaria fatale con- 
dizion delle cose, ammessa, specialmente, l'altra importante 
disposizione, su cui il Governo insiste a ogni costo: quella, 
cioè, che tutta quanta la circoscrizione sia, da ora in poi, lasciata 
in piena facoltà del potere esecutivo. 

È puerile confondersi, o signori! Oggi, depositi e magazzini 
fissi di vestizione e di mobilitazione, per ogni reggimento, in 
virtù di decreti reali; domani, guarnigioni stabili e corpi inamo- 
vibili, con bassa forza e, a mano a mano, con ufficialità sempre 
più regionali, per sola efficacia di ordini ministeriali... Questo 
il valore, questo il significato delle modificazioni essenziali, ap- 
portate al nostro ordinamento con i decreti dell'anno scorso, che 
il Governo, dopo tanta attesa, tanta, forse, quanto bisognava 
per tradurre in atto la riforma divisata, ci chiede finalmente, 
se Dio vuole, di convertire in legge; già tardi, io temo, perché 
il Senato, ove la Camera approvi, possa compiere il dover suo 
prima della chiusura della Sessione ! Con i distretti militari come 
son oggi costituiti, non si potrebbe mai addivenire a un reclu- 
tamento interamente territoriale. Ma non è cosi col nuovo ordi- 
namento proposto, perché, quando a ogni reggimento si assegni 
il rispettivo distretto di reclutamento e il rispettivo deposito, è 
facilissimo, è possibilissimo, confessava ieri lo stesso deputato 
Grandi, passare da un momento all'altro al sistema strettamente 
territoriale. 

È il passo decisivo, sissignori, l'ultimo su la via delle terri- 
torialità, perché, piaccia o dispiaccia, la questione delle spese 
militari, più volte sopita, oggi nuovamente divampa, ed essa, 
come il destino, s'impone inesorabile a tutta la vita politica 
italiana. 

Io non credo, come credono pur troppo non pochi, qui den- 
tro e fuori di qui, alla possibilità di ulteriori economie sul bi- 
lancio della Guerra; e non partecipo alla chimera della « nazione 



RECLUTAMENTO TERRITORIALE 437 

armata ». Ma credo e partecipo alla opinione di coloro i quali 
reputano, che con soli 192 milioni effettivi non sia umanamente 
possibile aver dodici buoni Corpi d'esercito. O ridurre l'esercito, 
diceva il povero Bonghi, perché vi basti il bilancio, o aumentare 
il bilancio perché basti all'esercito; o minor esercito, o maggior 
bilancio. E poiché l'Italia, ciò che ormai è come da mettersi 
fra i dogmi, non potrà, per moltissimi anni ancora, checché 
speri la Giunta incaricata di riferire sul disegno di legge, non 
potrà ridare al bilancio della Guerra ciò che questo ha dovuto 
cedere a profitto della finanza; poiché è una utopia, ormai, con- 
tare su ulteriori risparmi nei servizi civili dello Stato, i quali 
potranno esser resi migliori, non già meno costosi, se non vor- 
remo disordinare e scompigliare tutte le Amministrazioni interne: 
l'alternativa, certamente, non dovrebbe più, a questi chiari di 
luna, aver dubbi di sorta; e netta, quindi, e schietta e risoluta 
dovrebbe essere la decisione, se non addirittura per una dimi- 
nuzione di « quadri », almeno (non è pensier mio, ma di uomini 
competentissimi) per una riduzione della ferma in tempo di 
pace, per un diverso ordinamento della forza bilanciata più 
corrispondente all'uso che se ne deve fare in guerra, — meglio 
proporzionando, a mo' d'esempio, le armi ausiUarie (artiglieria e 
cavalleria) alla fanteria, di cui noi, in Italia, per la natura de' 
nostri terreni, avremmo soprattutto bisogno, mentre, invece, 
spendiamo per l'artiglieria e la cavalleria, complessivamente, 
più della metà di quanto spendiamo per la fanteria, a' danni 
della quale, per giunta, contiamo una forza di linea speciale 
(bersaglieri e alpini) molto superiore a quella degli altri eserciti. 
Ora di tutto ciò, appunto, l'Amministrazione della guerra non 
ha mai voluto e non vuole sentir parlare 

MocENNi, ministro della guerra. Ma se proporrò la ferma 
di un anno, almeno per una parte della fanteria! 

Fortunato. Un anno? Troppa grazia, onorevole ministro; 
e, del resto, è la prima volta che Ella ne dà l'annunzio alla 
Camera! Finora, certo, l'Amministrazione della guerra ha fatto 
orecchio da mercante; e rifuggendo essa, con ostinazione degna 
di miglior causa, da una di coteste decisioni, altro mezzo non 



438 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

avanzava e non avanza, altro ripiego se non l'esperimento arbi- 
trario, disperato, del reclutamento territoriale. Senza il bisogno, 
senza questa terribile cosa che è il volere a forza proporzionare i 
mezzi ai fini, non avremmo, lo riconosceva lealmente ieri il depu- 
tato Grandi, il presente disegno di legge. Tutto il segreto, tutto 
l'inganno è qui! È il segreto, è l'inganno di tutta la politica 
generale dello Stato italiano, da un po' in qua: una politica spro- 
porzionata alle forze contributive del paese. Che fare, si doman- 
dava l'altro ieri il deputato Fortis, per lenire il disagio economico, 
per vincere il malcontento? Che fare? Mutarla, cotesta politica, 
conformando i fini ai mezzi, spogliandoci d'ogni vanagloria, 
d'ogni pregiudizio, d'ogni iperbole del passato {Bravo/). Che 
fare? Dare il bando, più che alla rettorica, alla ipocrisia ormai 
di un frasario vuoto di senso, che ci parla tuttora di grandezze 
e di onnipotenza, quando giorno per giorno, insieme col disagio, 
insieme col malcontento, sempre più scema, sempre più si offusca 
la coscienza della nostra compagine unitaria! 

Se avessi, onorevoli colleghi, la piccola vanità di una so- 
disfazione personale, oggi m'intratterrei a ricordare che nel lu- 
glio del 1893, quando il ministro Pelloux presentò alla Camera 
il disegno di legge per la trasformazione dei distretti militari, 
fui solo a ravvisare in esso il colpo mortale, il colpo di grazia 
al nostro sistema di reclutamento. 

Ma l'ora e il caso non comportano indugio. Come ieri ha 
provato, e luminosamente, il deputato Dal Verme, noi siamo 
ben oltre, ahimè!, alle stesse disposizioni del ministro Pelloux. 
Con quelle, sussisteva a un modo la possibilità dei facili muta- 
menti di guarnigione, perché, insieme col reggimento, mutava 
di residenza anche il personale del deposito. A norma dei nuovi 
decreti, il personale del deposito è reso inamovibile. 

E v'ha di peggio. 

Se le voci sono vere, è già in vista, contrariamente ai pro- 
positi più volte affermati in quest'aula dal ministro Pelloux, 
un mutamento radicale nelle tabelle di reclutamento, secondo 
cui ogni distretto invierebbe i coscritti di fanteria, non più 
— tutti — di là dalla propria regione a cinque corpi differenti. 



RECLUTAMENTO TERRITORIALE 439 

ma, secondo il deputato Dal Verme, a soli tre, per la metà a 
uno della propria regione, per l'altra a due delle regioni finitime, 
e, secondo il deputato Grandi, a quattro ed anche a più, ma 
sempre per non meno del terzo al reggimento della propria 
circoscrizione di deposito. 

Certo è che la leva di quest'anno, per l'arma di fanteria, è 
già prescritta non più con le tabelle di assegnazione invalse 
finora, ma con altre del tutto nuove, emanate il 25 novembre, 
non più che dieci giorni addietro: poiché, quest'anno, ogni reg- 
gimento di linea recluterà i coscritti in tre distretti soli, di cui 
uno, detto di base, e che è quello ove ha sede il deposito, 
gliene fornirà il maggior numero; e ogni reggimento di bersa- 
glieri recluterà i coscritti nel solo àmbito del proprio Corpo 
d'armata, cosi che già i bersaglieri, come gli alpini e i soldati 
di artiglieria, sono territoriali per tutta Italia. E cosa fatta, 
capo ha! 

Del resto, se i giornali amici dicono il vero, il movimento 
stesso delle brigate è già preordinato per l'autunno del nuovo 
anno a seconda delle regioni, di cui esse portano i nomi... 

MocENNi, ministro della Guerra... Saranno giornali amici, 
ma io non li conosco! 

Fortunato. Qualche cosa, onorevole ministro, si può fin 
da ora divinare dalla tabella di dislocazione delle truppe, che 
sta affissa qui, alle porte di Montecitorio. Ma, comunque, non 
vi ha più dubbio che già gli ufficiali si vanno via via accen- 
trando, a piacer loro, dietro loro domanda, nelle sedi delle pro- 
vince native [Interruzioni). 

Voci. È verissimo! 

Fortunato. Insomma, addio gli estremi limiti, addio le ul- 
time concessioni che uomini politici, contrari al sistema del re- 
clutamento territoriale, avrebbero potuto fare, per avventura, al 
tecnicismo militare, — dato e non concesso che cotesto tecni- 
cismo, rispetto alla massima celerità della mobilitazione, fosse, 
come già non parve nientemeno che al general Ricotti, assolu- 
tamente fuor d'ogni eccezione e d'ogni discussione! Con ta- 
belle cosi fatte di reclutamento e di dislocazione, anche senza la 



440 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

trasformazione dei distretti, la forma d'equilibrio del sistema 
misto non reggerebbe più. Non reggerebbe se non di nome, e il 
nome stesso non dipenderebbe se non dal beneplacito dell'Am- 
ministrazione della guerra. Un sistema non più misto e non 
ancora territoriale, un sistema ibrido, discrezionalmente — nel 
tempo e nello spazio — ad libitum del ministro della Guerra ! 

Esagero io forse? Sono in errore, piglio forse lucciole per 
lanterne ? 

State a sentire, onorevoli colleghi, se non vi basta quanto 
vi ha detto ieri, con tanta autorità, il deputato Dal Verme. 

Una gazzetta militare, favorevole alle riforme del Governo, 
scriveva ora è poco che allo stringere dei conti, mediante i nuovi 
ordinamenti, ogni reggimento di fanteria avrà una sede nor- 
male in un distretto fisso di reclutamento e di completamento: 
ciò (soggiungeva l'articolista) è il sistema territoriale puro e 
semplice. « Per ora non vi sono se non due correttivi : primo, 
che il reggimento può restare fuori della sede normale, ba- 
stando che in questa sia stabile il deposito; secondo, che il 
reggimento, in massima, riceve le reclute non solo dal suo di- 
stretto fisso, ma pure da altri due variabili, a volontà del mi- 
nistro e nelle proporzioni da lui designate ». 

Se non è zuppa, è pan bagnato! 

Più chiaro è l'anonimo autore di una pubblicazione seriis- 
sima, che ha, credo, carattere ufficioso. 

MocENNi, ministro della Guerra. Questo no, nessuna pub- 
blicazione anonima è del ministero della Guerra. 

Fortunato. Non dico del ministero della Guerra [Ilarità). 

« Le nostre circoscrizioni », scrive l'anonimo, « vanno ritoc- 
cate, se non interamente rinnovate, e bene il ministro ha fatto 
togliere dalla nuova legge le tabelle, che delimitavano le circo- 
scrizioni dei Corpi d'armata e dei distretti, per serbare facoltà 
al Governo di modificarle come meglio convenga, ogni qualvolta 
ciò possa occorrere. Il sistema, in vigore fin qui, è regionale 
solo parzialmente, e non accoglie i vantaggi propri del sistema 
territoriale se non in modo incompleto». 

Altro che perifrasi e sottigliezze! 



RECLUTAMENTO TERRITORIALE 441 

Un distinto ufficiale deiresercito, anch'egli inneggiando nella 
«Nuova Antologia» all'opera del Governo, risolutrice, se- 
condo lui, del problema militare, afferma a lettere di scatola 
che le riforme contenute nei decreti reali sono una preparazione 
bella e buona all'adozione completa del sistema territoriale, per- 
ché, cambiando un'ultima volta le tabelle di reclutamento, 
basterà, sempre che si intenda raggiungere il fine, basterà, 
notate, stabilire d'ora innanzi che « le reclute di ciascun man- 
damento raggiungano i medesimi reggimenti, ai quali, in caso 
di guerra, sono destinati i richiamati dal congedo ». 

Non occorre, del resto, andare in cerca di autorità e di testi- 
monianze, al di fuori di quest'aula. Ecco qui la relazione della 
Giunta parlamentare, che proclama esplicitamente che le dispo- 
sizioni, proposte a favore dello sdoppiamento delle presenti fun- 
zioni dei distretti militari, ci fanno incamminare, senza dirlo, 
al sistema del reclutamento territoriale. «La Commissione», 
scrive il relatore deputato Di Lenna, « dovette pertanto intrat- 
tenersi su questo argomento, ed ebbe pure in proposito ad in- 
terrogare l'onorevole ministro, il quale spiegò come il passaggio 
dal sistema attuale a quello territoriale non avverrebbe se non 
lentamente e per gradi. La Commissione non crede opportuno 
di adottare, nelle attuali condizioni politico-morali, il sistema 
territoriale, che, col nuovo ordinamento, potrebbe interamente 
essere applicato mediante una semplice disposizione ministeriale: 
e quindi reputa necessario che la Camera esprima il suo pensiero 
su questo importante argomento, e presenta all'uopo analogo 
ordine del giorno, con cui il ministro della Guerra è invitato 
a conservare, in massima, al reclutamento dell'esercito in tempo 
di pace la base nazionale. Alcuni membri della Commissione 
però si manifestarono contrari alla proposta trasformazione dei 
distretti ». 

Sono parole testuali, onorevoli colleghi, che io fedelmente ho 
voluto rileggere, perché voi possiate, qualora vi riesca, scio- 
gliere l'enigma. 

Dunque, tutti concordi che la proposta trasformazione ci in- 
cammini, senza dirlo, al sistema del reclutamento territoriale, 



442 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

condannabile nelle presenti condizioni politico-morali; tutti con- 
cordi che l'applicazione del sistema, data quella trasformazione, 
riposi nelle mani del signor ministro della Guerra: e..., ciò non 
ostante, la maggioranza della Giunta dà voto favorevole alla 
trasformazione, lascia libero per l'avvenire, con apposite dispo- 
sizioni di legge, il signor ministro della Guerra, e solo desidera 
che la Camera discuta e sanzioni un platonico, un malinconico 
ordine del giorno, che certo non ha efficacia di legge, contro 
il sistema del reclutamento territoriale ! Che bisticcio è mai que- 
sto, egregi amici della Giunta parlamentare? 

Non meno che a voi, egregi amici, aveva già parlato franco 
alla Camera il ministro della Guerra nella tornata del i° luglio 
dell'anno scorso, e delle sue parole, le più chiare ed esplicite 
che si possano immaginare, ha dato qui ieri lettura il deputato 
Dal Verme. E non meno che a voi aveva già parlato franco 
al Senato quindici giorni dopo, quando, in risposta al senatore 
Taverna, egli tenne a dichiarare, che era suo desiderio « di pro- 
gredire su la strada intrapresa, prudentemente, si, e senza 
allarmare nessuno, ma sempre intento ad avvicinarci a 
quell'ideale, che l'onorevole Taverna ha sempre invocato ». — 
Il senatore Taverna, si sa, è partigiano dell'ordinamento ter- 
ritoriale. 

Ed anche prima del ministro della Guerra, lo stesso presi- 
dente del Consiglio dei ministri onorevole Crispi, confessando 
alla Camera, nella tornata del maggio 1894, che egli l'ordina- 
mento territoriale aveva tentato nel 1888, ma «l'ottimo 
Bertolé- Viale fu contrario, e non fu solo, perché, radunato un 
Congresso di generali, del quale faceva parte il general Cial- 
dini, che non era certo un uomo di cui si potesse sospettare, 
tutti furono contrari all'ordinamento territoriale dell'esercito », 
concludeva: « quella è la massima, la vera, la seria di tutte le 
economie, che si posson fare ne' nostri servizi, ottenendo, senza 
eccedere i limiti del bilancio, una potenza militare quale 
non fu mai in Italia ». 

E questo fia suggel, che ogni uomo sganni! 



RECLUTAMENTO TERRITORIALE 443 

No, onorevoli colleghi, non giova ingarbugliare la matassa 
più di quanto i giornali l'abbiano ingarbugliata, in questi mesi 
di vera confusione delle lingue, mercé le affermazioni degli uni 
e le denegazioni degli altri. La Camera espresse il suo pen- 
siero nella memorabile discussione del 1890. Sarebbe doloroso 
che oggi quella discussione tornasse vanamente a galla, perché 
al punto in cui siamo, dato il fatto illegalmente compiuto, a noi 
non resta altro diritto, come io dicevo dapprima, se non un 
si o un no alla conversione in legge dei decreti del 6 novem- 
bre 1894. Questo solo a noi chiede il Governo, in quest'ora 
fuggitiva di sospensione degli animi; a questo solo abbiamo 
l'obbligo di rispondere, con disinteressata libertà di coscienza. 

Non ai fautori, dunque, del reclutamento territoriale, non, 
per esempio, al deputato Marazzi, non al deputato Napoleone 
Colajanni io mi rivolgo: no; essi faranno bene a votare in fa- 
vore della conversione, senza i ma, i se, i però della mag- 
gioranza della Giunta. 

Io mi rivolgo agli avversari decisi, intransigenti, del sistema, 
a quanti credono che l'esercito sia il crogiuolo dell'unità, a 
quanti si domandano se tutti i paesi della terra debbano avere 
lo stesso ordinamento, e il nostro paese debba essere condan- 
nato a rifar sempre da capo il suo ordinamento militare [Bravo/). 
Io mi rivolgo a quanti dubitano che l' Italia, con una configura- 
zione geografica unica al mondo, potenza marittima per eccel- 
lenza, bisognosa — ora più che mai, dopo gli errori commessi 
e i guai sofferti — di una politica di valida difesa, si, ma di 
raccoglimento, non altro che di raccoglimento, né già di espan- 
sioni né tanto meno di avventure {Bravo/); che l'Italia, eco- 
nomicamente povera, con una finanza che è un miracolo di 
equilibrio e di compromessi, con un bilancio che non può pen- 
sare (e in questo concordo pienamente col ministro del Tesoro) 
a contrarre un sol centesimo di nuovi debiti senza incorrere in 
un reato di lesa patria [Bene/): che l' Italia debba poco meno che 
rivaleggiare e gareggiare, anche per numero di soldati, con i 
maggiori Stati dell'Europa centrale! E ad essi, soltanto, ad essi 
io dico: non vi bastino assicurazioni né promesse; già troppo 



444 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

abbiamo giurato, dall' 8 1 all' 88, nelle parole dell'Amministrazione 
della guerra. Compiuta la trasformazione de' distretti, ultima 
trincea, ultimo baluardo del sistema misto, non ci sono assicura- 
zioni né promesse che tengano: resteranno i collegi militari, re- 
steranno le fabbriche d'armi; ma il reclutamento territoriale verrà, 
un po' prima o un po' dopo, ma verrà, per logica conseguenza, 
per ineluttabile impero delle cose. Verrà da sé senza le anfi- 
bologie, senza gli equivoci dell'oggi. E per ciò non tentennate, 
non temete, soprattutto non temete la taccia d'incompetenza; 
gl'incompetenti, in cotesta questione, non siamo noi che ve- 
niamo dall'Italia viva, non burocratica, non ufficiale, ma viva e 
sofferente delle campagne lontane: noi che crediamo giustamente 
non sempre tutti i progressi tecnici coincidano con i progressi 
sociali {Bravo!). Seguite l'impulso del cuore, e votate contro 
con animo sicuro, avvenga quel che deve avvenire, accolga o 
non accolga il Governo l'ordine del giorno che la Giunta vi 
ha presentato, sia o non sia quell'ordine del giorno tradotto in 
apposito articolo di legge, come vi propongono i deputati Grandi, 
Torraca e Cerruti. Votate contro, rammentandovi le parole del 
generale Marselli: « Il sistema nazionale ha favorito e favorisce 
lo sviluppo di un certo tipo medio di soldato italiano, nonché 
la diffusione dell'incivilimento fra le diverse parti d'Italia; e 
questi vantaggi, i quali tanto han conferito e conferiscono all'unità 
della patria, sono tali, che valgono bene i pochi milioni che si 
possono economizzare col sistema territoriale ». Votate contro, 
ripetendo a voi stessi il monito che a noi faceva, là, da quel- 
l'estremo settore di Destra, prima di passare al Senato, Alberto 
Cavalletto: «il sistema territoriale è gravido di pericoH; ricor- 
diamoci della lega separatista della Svizzera, ricordiamoci della 
insurrezione Ungarica, della guerra di secessione degli Stati 
Uniti d'America ! » {Benissimo! — Bravo! — Impressione — Molti 
deputati vanno a stringere la mano all'oratore). 



XX. 



LE REGIONI 



(3 luglio 1896) 



Camera de' deputati, tornata del 3 luglio 1896, nella discus- 
sione generale del disegno di legge sul Commissariato 
civile per la Sicilia. 



Onorevoli colleghi ! — Io non devo né voglio togliere a voi 
maggior tempo di quanto a me occorra per dichiarare pubbli- 
camente i motivi, che mi obbligano a dar voto recisamente con- 
trario al presente disegno di legge. 

Al pari di tutti voi, credo anche io alla esistenza e alla gra- 
vità di una « questione siciliana ». Ma contrariamente a molti 
fra voi, io non credo alla bontà e alla efficacia della risoluzione 
che ci vien oggi suggerita. |I mali, i molti mali ond'è afflitta 
l'isola, non sono già una triste, singoiar dote di quella regione: 
laggiù, senza dubbio, essi appaiono più acuti e intensi che 
altrove; ma quei mali, purtroppo, sono comuni, nonché, per 
esempio, alla Sardegna e al Lazio, a tutte quante le province 
meridionali di terraferma. Non la sola Sicilia, ma gran parte 
d'Italia è preda del disordine amministrativo, frutto di una 
medesima cagione: il predominio delle clientele locali, sostituito 
alla sovranità della legge; e cotesta cagione, magistralmente 
lumeggiata dal deputato Franchetti nella sua relazione, che onora 
il Parlamento italiano, è dovuta, puramente e semplicemente, 
allo stato sociale, ossia, alle condizioni economiche di quelle 
popolazioni, la cui vita, e per eventi storici e per fattori geogra- 
fici, ricorda altri tempi, altri luoghi, altra civiltà. | 

In pochissime parole, e senza reticenze, è addirittura cosi. 
Tale almeno, spogliando l'animo d'ogni pregiudizio, d'ogni 



448 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

falso amor proprio, io ho sempre pensato, qui e fuori di qui, 
dell'argomento che è in discussione; tale almeno, dacché sono 
nella vita pubblica, io ho sempre giudicato questo immane 
problema, che è l' Italia Meridionale. Abbiamo, per tanta parte 
della penisola, una vera, un'ardua questione di civiltà da stu- 
diare e da risolvere. Or tenta di risolverla, per la Sicilia, la 
istituzione di un Commissario civile? 

Tutt'altro, onorevoli colleghi! Codesta istituzione, e per 
quello che sancisce e, più ancora, per quello che promette e 
racchiude in germe, non è, a parer mio, se non una minaccia 
di maggiori e più impellenti pericoli; essa non è, secondo me, 
se non il prodromo di un nuovo indirizzo, l'accenno di un 
nuovo avviamento nella nostra costituzione amministrativa, che 
aggravando il male, e ferendo la stessa compagine unitaria, 
tornerà, io temo, esiziale alle sorti del nostro paese. 

« Rimuovere le cause del pubblico malcontento, che trae la 
sua origine dall'azione amministrativa e fiscale degli enti locali, 
perturbatrice di quei rapporti di fiduciosa solidarietà che debbono 
intercedere fra amministratori ed amministrati »: questo, secondo 
il Governo, il fine cui mira la proposta delegazione di alcuni 
poteri ministeriali a un regio Commissario per le province della 
Sicilia. 

Certo, io non nego né attenuo il male, io non metto in dubbio 
l'intento nobilissimo del Governo. Solo mi domando, insieme 
con la minoranza della Giunta parlamentare: ma, per raggiun- 
gere il fine, non bastava dare ai vari prefetti della Sicilia tutte 
le attribuzioni che oggi si vorrebbero dare al Commissario di 
Palermo? [Bravo/) Per ottenere l'intento, era necessario e sarà 
utile di stabilire, come si vorrebbe fare, sotto altro nome, l'isti- 
tuto della Regione? 

Perché, onorevoli colleghi, giova fin da prima non illudere 
noi stessi e il paese, a questo proposito. 

Il rimedio cui ricorre il Governo, è un rimedio dittatorio, che 
varrà quanto l'uomo che è chiamato ad applicarlo, e i ministri 
che quell'uomo inspireranno. E io non dubito dell'uno, non temo 



LE REGIONI 449 

punto degli altri: non dubito né temo che il Commissario civile, 
direttamente o indirettamente che sia, possa mai tramutarsi da 
strumento di giustizia in strumento di nuova oppressione. 

Quello, invece, che credo e pavento (proprio, pavento!) 
è che il voluto espediente non sia se non un'arra di quella 
generale autonomia amministrativa delle Regioni, cui l'onore- 
vole presidente del Consiglio dei ministri, richiamandosi alle 
precedenti sue dichiarazioni dell'anno scorso, e promettendo 
alla Camera un apposito disegno di legge per il prossimo 
novembre, inneggiava, or è poco, qui dentro, nella tornata 
del 28 maggio. 

E che oggi veramente non si tratti, benché il deputato Fran- 
chetti, nella sua relazione, eviti di parlarne, se non di un primo 
passo, di un primo esperimento sopra una via, per me, ingan- 
nevole e letale, sarà chiaro facilmente a tutti, solo che rileg- 
gendo le parole, le quali precedono il decreto del 5 aprile e, 
uno per uno, gli articoli del disegno di legge, si richiami alla 
memoria la lettera che l'onorevole Di Rudini, alla vigilia delle 
elezioni generali, indirizzava l'anno scorso, ai suoi amici politici. 

« È mia persuasione », egli scriveva, trattando per prima 
cosa dell'Amministrazione locale, « è mia persuasione che sia 
venuto il tempo di costituire nel Regno nuovi organi di Go- 
verno, a' quali debbano i Ministeri trasferire in parte le funzioni 
loro. L'Amministrazione italiana è dominata dallo spirito di 
accentramento, pel quale tutte le risoluzioni, dalle massime alle 
minime, si avocano a' Ministeri. Io vorrei quindi che i funzio- 
nari governativi potessero, per delegazione, sciogliere i Con- 
sigli delle Province, dei Comuni e delle Opere Pie; approvare 
i loro statuti e regolamenti; permettere l'acquisto di beni im- 
mobih e l'accettazione di doni e di lasciti; autorizzare la costi- 
tuzione di nuovi enti giuridici; definire in genere tutti gli affari, i 
reclami, i ricorsi e i consuntivi, riguardanti i corpi locali. Vorrei 
ancora che ad essi spettasse di nominare i sindaci, e inoltre 
sospenderli, revocarli, concedere le autorizzazioni a procedere 
contro pubblici funzionari; nominare, ove occorrano, commis- 
sari straordinari; nominare, promuovere, punire e revocare 

G. Fortunato, // Mezzogiorno e lo Stato Italiano - 1. 29 



450 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

gl'impiegati e gli agenti di pubblica sicurezza non appartenenti 
alle categorie di concetto. E prescindo dal precisare altri poteri 
non meno importanti, che potrebbero essere delegati da' Mi- 
nisteri del tesoro, delle finanze, de' lavori pubblici, dell'agri- 
coltura, dell'istruzione, della giustizia e della marina mercantile. 
Ora simili potestà sono troppo late, perché si possano confe- 
rire ai prefetti, esautorati ormai nella coscienza delle popola- 
zioni. Occorrono per ciò e l'intervento di un grande ufficiale 
dello Stato, che possa degnamente esercitare alcune fra le più 
alte prerogative dello Stato, e una nuova circoscrizione politica 
che comprenda, di regola, una popolazione di poco inferiore 
ai tre milioni di abitanti. Chieggo, in altri termini, la costitu- 
zione di un Circolo di Governo, di un Compartimento, e, si 
dica pure, della Regione, avente a capo un governatore o un 
vero luogotenente. La Regione, ormai, si afferma. Ad essa, 
rappresentata da una Giunta di delegati delle province consor- 
ziate, dovrebbero, poco alla volta, essere affidate l'istruzione 
secondaria, le foreste, le bonifiche, i lavori idraulici, i porti, le 
strade, le carceri giudiziarie e altri servizi omogenei. Questa la 
riforma, che io vagheggio ». 

Onorevoli colleghi! ho dunque torto, io che sono contrario, 
e non da oggi, alla costituzione delle Regioni, tanto, a dir poco, 
quanto ad essa è favorevole il presidente del Consiglio dei mi- 
nistri, ho torto di prevedere le ultime conseguenze di una pro- 
posta, che oggi, con carattere meramente locale e transitorio, 
ci è fatta, sotto umile veste, per la sola Sicilia? 

Contrario a una grande riforma, alla riforma per eccellenza 
del decentramento amministrativo!, sento dire con maraviglia, 
forse anche con ironia, intorno a me. 

Il decentramento!, esclamava qui, or non è molto, il deputato 
Salandra. È l'ultimo idolo, egli diceva, cui si rivolgono le spe- 
ranze dei fedeli del dottrinalismo liberale. 

L'ultimo idolo, ripeto io, se da esso noi ci ripromettiamo 
tutta quella grazia di Dio, che e nei libri e dalle cattedre e su 
per i giornali e qui nella Camera, ultimamente per bocca del 



LE REGIONI 451 

deputato Fazi, noi invochiamo da tanti e tanti anni; tutta quella 
grazia di Dio, che a sé e a noi augurano il Governo e la mag- 
gioranza della Giunta parlamentare: rettitudine nelle ammini- 
strazioni locali, parsimonia nei bilanci dello Stato, risorgimento, * 
sissignori, nientemeno che risorgimento di tutta quanta la vita 
morale ed economica della nazione... 

No, non uno di questi miraggi, disgraziatamente, è nel 
grembo occulto di quella povera parola, che per alcuni, ormai, 
è come il mito, la religione dell'avvenire! E una parola sem- 
plicissima, che altro di pratico non può, secondo me, esprimere 
se non questo: semplificazione e localizzazione dèi pubblici 
servizi; un gran benefizio, senza dubbio, cui io aspiro ar- 
dentemente al pari di voi ; ma che nulla ha che fare con tutto 
l'apparato, e la solenne affannosa invocazione di una instauratio 
ab imis fundamentis, con tutta una grande, generale riforma dello 
Stato a mezzo della creazione, od esumazione che sia, dei com- 
partimenti regionali: nulla, assolutamente nulla! 

Perché è giunta l'ora d'intenderci una volta per sempre. 

Che cosa volete significare per decentramento? 

Spogliare, forse, la pubblica amministrazione di alcune o di 
molte delle sue funzioni, lasciando che liberamente vi provveda 
l'iniziativa privata? È ciò che il deputato Bertolini, in un no- 
tevole suo studio, chiama a ragione decentramento institu- 
zionale. Ebbene, disingannatevi: tutto il moto della civiltà 
presente contraddice ad esso, perché, piaccia o dispiaccia agli 
individualisti e a' liberisti della scuola, tutta la vita politica delle 
società moderne conduce, fatalmente, ad una estensione sempre 
maggiore, sempre più larga delle funzioni di Stato [Bravo/ 
— Interruzioni). 

Delegare, forse, alle autorità governative locali molti dei 
poteri e molte delle facoltà che oggi, con grave danno e infi- 
nita noia dei cittadini, spettano alle amministrazioni centrali? 
Porre in atto, cioè, il cosiddetto decentramento burocratico, 
in tutta quanta la sua possibile applicazione? Ebbene, mano 
all'opera, concordi e solleciti, perché nessun dubbio, nessun 
contrasto, nessuna divergenza è tra noi, tanto ne è chiaro e 



452 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

manifesto il vantaggio che ne verrà, e certo non tradirà le 
comuni aspettative, solo che in pari tempo determineremo, 
con apposita legge su lo stato degl'impiegati civili, i diritti e 
i doveri dei pubblici funzionari, assicurando gli uni e gli altri 
dalle volubili, capricciose vicende della politica parlamentare. 
Non iperemia al cervello, non anemia alla periferia: è il voto 
unanime, d'antica data, di tutti noi. 

Ma se, invece, per decentramento amministrativo pro- 
priamente detto, voi intendete, come intende la « Giunta ese- 
cutiva del Comitato lombardo pel Decentramento », l'attribuire 
ai corpi locali, più o meno autonomi, vere e proprie funzioni 
di Stato; se di coteste funzioni volete loro commettere, insieme, 
la deliberazione e la esecuzione: io non esito un istante solo 
a respingere lungi da me, nell' interesse stesso di quelli fra' 
miei corregionari che più soffrono e più lavorano, un dono 
cosiffatto, che in mezza Italia, checché pensi l'amico Franchetti, 
renderebbe sempre più la organizzazione dei poteri pubblici 
(accentrati o decentrati che siano, poco importa), una vasta, 
poderosa, odiosa clientela delle classi dominanti, e l' Italia stessa 
un oggetto di lusso, fatta per chi possiede e chi comanda, i 
signori, i ricchi, i pubblici funzionari e gli uomini politici! È un 
decentramento, il vostro, che i comuni e le province di mezza 
Italia, consorziate o non, sono incapaci di assumere senza il 
pericolo, che dico?, senza la certezza di veder crescere a mille 
doppi i guai dell'oggi, — l'infeudamento e il prepotere delle 
consorterie locali, e il loro non equo ed anche iniquo proce- 
dere in tutte le manifestazioni della vita amministrativa. È un 
decentramento che non è, no, la giustizia né la libertà, non 
il diritto, non l'eguaglianza, non la morale, nessuna di queste 
grandi deità filosofiche, nessuna di queste grandi cose che voi 
ci promettete con tanta larghezza di animo, con tanta abbon- 
danza di cuore. Se altro non potete fare, oh, molto meglio 
l'accentramento dell'oggi, cui pure dobbiamo quel tanto di 
difesa, di sicurezza, di coltura e di benessere, chQ finora. Dio 
sa come, abbiamo raggiunto! 



LE REGIONI 453 

E il vero è che molto, e in via relativamente facile, noi pos- 
siamo ottenere, solo che modestamente, secondo la logica delle 
cose, ci facciamo a considerare il decentramento per quello che 
è, per quello che dev'essere, — senza innestarlo artificialmente 
alla idea di una riforma amplissima, dubbia, indeterminata, che 
non trova fondamento nella realtà delle cose, che non ha, no, 
il segreto della nostra salute, che non può non suscitare timori 
e paure in quanti credono tuttora non intima né sicura l'unione 
morale e materiale del nostro paese, — cosi diverso nella sua 
stessa costituzione naturale, cosi vario nella sua stessa organiz- 
zazione economica... 

A me fa pena, confesso, il semplice accenno a cotesto argo- 
mento, perché mi pare che tutti, qui dentro, dovrebbero sentire 
che l'unità è nelle leggi, non ancora nel fatto, nella lettera, non 
ancora nello spirito dei nostri ordinamenti; che le correnti re- 
gionaliste, scendano dall'alto o vengano dal basso, sono tuttora 
vive in Italia più di qualunque altro sentimento; che non man- 
cano, specialmente nelle campagne remote che noi abitiamo, 
lieviti dissolventi; e che ove più ove meno, da per tutto si 
tendono insidie al nostro edifizio unitario, delle quali, prima, 
non si aveva neppure il sospetto... 

A me fa pena, ripeto, discorrere di ciò, e quindi, senza insi- 
stervi più che tanto, senza tornare a dir cose che già dissi 
altra volta, mi affretto a chiedere: ma il decentramento regio- 
nale si imbatterebbe o pur no nell'ostacolo gravissimo, insor- 
montabile della pubblica finanza? 

Già, per lo appunto della pubblica finanza; perché, contra- 
riamente alle affermazioni di coloro, i quali immaginano e spe- 
rano di poter dare, finalmente, elasticità e leggerezza al bilancio 
dello Stato mediante il decentramento su larga scala, — sarebbe 
o pur no possibile di porre a carico delle Regioni tutto un cu- 
molo di nuove spese, quali, ad esempio, la istruzione secondaria 
e i lavori pubblici, senza cedere ad esse, in pari tempo, molti 
e importanti cespiti delle entrate presenti dello Stato? 

E se ciò, via!, non è possibile, se è vano aspettare economie 
in favore del bilancio dall'opera del decentramento, oh, rifug- 



454 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

giamo dal cacciarci per una « via lunga ed oscura », che non 
ha uscita, e releghiamo nel regno dei sogni quest'altra novis- 
sima ubbia delle Regioni, che sola ormai, per sua e nostra scia- 
gura, è fuori tuttora del « mar crudele e malvagio » di questi 
ultimi anni! Lasciamola da parte, e contentiamoci per ora di 
volere quella dislocazione e quella semplificazione dei servizi 
che sono nella comune aspettazione, nel comune desiderio di 
noi tutti, e di volerla, ad onta degli anatemi del deputato Im- 
briani, sul fondamento naturale, su la base legittima della pro- 
vincia. . . 

Imbriani. Del comune! 

Fortunato. No, della provincia com'è, precisamente perché 
è cosi e dura da tanti anni, perché essa è entrata ormai nelle 
abitudini del popolo... 

Imbriani. È fittizia, la provincia! 

Presidente. Onorevole Imbriani, non interrompa; parlerà a 
suo tempo. 

Fortunato... Perché la sua autorità non è messa in dubbio, 
perché, infine, fra tutti i nostri enti amministrativi la provincia 
è quello che certamente si è saputo governar meglio o, se si 
vuole, meno peggio. Provatevi ad abolirla, onorevole Imbriani! 
Provatevi a cancellare dai nostri cuori il nome della provincia 
che ci vide nascere, in cui abbiamo tutte le memorie, tutte le 
speranze di casa nostra! «La provincia», lasciò scritto Marco 
Minghetti, « ha in Italia antiche origini, ed ha per avventura 
una personalità più spiccata che in alcun altro paese di Europa. 
Essa risale in molte parti della penisola a quell'epoca, nella quale 
ferveva la lotta ira l'elemento democratico della città e l'ele- 
mento feudale della campagna. Che se in alcune altre parti la 
Provincia ebbe origini diverse, non fu meno spontanea e meno 
distinta; e noi troviamo fin dal secolo xiv i nomi e le circoscri- 
zioni quasi identiche a quelle delle province napoletane». 

Né si accampi la solita obiezione della scarsa sua base di 
popolazione e di territorio. Delle sessantanove province del 
Regno, sette soltanto hanno un piccolo numero di abitanti : Son- 
drio, Porto Maurizio, Massa Carrara, Livorno, Ravenna, Belluno 



LE REGIONI 455 

e Grosseto ; diciannove oscillano da' 250 a' 300 mila, ben qua- 
rantatre superano i 300 mila abitanti; la mia Basilicata ne ha 
550 mila, con un territorio di undici mila chilometri quadrati. 
E, del resto, o non ha forse la Svizzera, che ora, come una 
volta l'Inghilterra, è di moda citare ad ogni passo, cantoni più 
piccoli delle nostre province, — cantoni, che salvo il vincolo 
federale, sono pure assolutamente padroni di casa loro e dello 
stesso lor Governo politico? 

Molto e facilmente noi potremo ottenere, qualora, come già 
pensava, non l'anno scorso, ma sei anni addietro, lo stesso ono- 
revole Di Rudini, noi moveremo, puramente e semplicemente, dal 
concetto del decentramento amministrativo nei limiti e nei con- 
fini delle presenti circoscrizioni provinciali. A di 27 marzo del 
1891 l'onorevole Di Rudini, allora, come adesso, presidente del 
Consiglio dei ministri, ritenendo utile e necessario « semplifi- 
care il congegno governativo » e « togliere dal centro tutto ciò 
che vi è di soverchio », si rivolse, con apposita nota, all'alta 
competenza del Consiglio di Stato, chiedendo la soluzione dei 
due seguenti quesiti: « Quali funzioni, esercitate presentemente 
dall'autorità governativa, possono essere affidate, senza 
danno, anzi con benefizio de' cittadini, alle autorità provin- 
ciali e comunali? Quali funzioni, esercitate presentemente dal- 
l' autorità governativa centrale, possono essere affidate, 
avvantaggiando il pubblico servizio, alle autorità governa- 
tive 1 ocali? » 

Io non dirò dell'ordine e del metodo seguiti dal Consiglio 
di Stato neir adempire, con sollecitudine davvero mirabile, al 
compito difficilissimo, che gli era stato assegnato. Dirò solo che 
il molto e grave suo lavoro consacrò in un volume, che è 
documento ed anche, perché no?, monumento di studio profondo 
e di estesa conoscenza di tutto il nostro ordinamento ammini- 
strativo e della legislazione che lo regge: un volume, che io mi 
dolgo e mi maraviglio non sia stato messo in commercio né, 
quello che è più, neppure comunicato al Parlamento. 

Orbene, la massima parte dei voti espressi dal Consiglio di 
Stato riguarda modificazioni da introdurre in leggi esistenti, o 



456 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

nuove disposizioni da dare in via legislativa. Ma tutte, non una 
eccettuata, tutte quelle norme legislative son dettate « con puri 
criteri giuridici e amministrativi », senza punto entrar « nel campo 
delle riforme politiche, le quali (dice il Consiglio di Stato) non 
potrebbero che dar motivo ai più contrari pareri ed ai più incerti 
apprezzamenti, secondo la diversità delle aspirazioni e de' sen- 
timenti de' partiti parlamentari »; tutte, non una eccettuata, sono 
circoscritte ne' confini degl'istituti presenti, sembrando al Con- 
siglio, che « il decentramento si dovesse compiere, 
rispettando lo stato degli attuali ordinamenti ». 

E quale e quanta materia, in quel volume, di semplificazioni 
e di localizzazioni amministrative! È una lunga, minuta serie di 
proposte, concretate in diciassette distinti disegni di legge, che 
preceduti da speciali relazioni, si riferiscono, in particolar modo, 
al personale, alla contabilità dello Stato, ai servizi delle gabelle 
e delle Intendenze di finanza, alla direzione, contabilità e col- 
laudazione dei lavori pubblici, al servizio delle poste, alla pub- 
blica sicurezza, alla polizia giudiziaria ed amministrativa, alla 
legge comunale e provinciale, alle istituzioni pubbliche di be- 
neficenza, agli acquisti dei corpi morali, alla giustizia ammini- 
strativa... 

O perché mai, anziché almanaccare autonomie e semi-auto- 
nomie fantastiche, e concepire, sotto l'abito gallonato di un 
regio Commissario per la Sicilia, un ordinamento regionale 
di là da venire, non ci affrettiamo tutti insieme a tradurre in 
leggi quelle savie, opportune proposte, fra le quali, se male 
non ricordo, è pure la facoltà del presente disegno di legge, 
cui io piando e benedico dal profondo del cuore: ossia, la fa- 
coltà di rivedere i bilanci comunali, non solo — come è oggi — 
per violazioni di leggi o per vizi di forma, ma anche per 
derogare, specialmente nell'interesse dei piccoli comuni, alla 
farragine, al lusso delle spese obbligatorie, e assicurar loro una 
più equa distribuzione, una più onesta ripartizione dei carichi 
fiscali? — Perché? 



LE REGIONI 457 

E invece, eccoci qui dinnanzi a un disegno di legge, che 
abbraccia, si, troppo, ma nulla stringe, a una parafrasi affrettata, 
monca, sibillina della legislazione vigente, che lascerà, ho paura, 
come le grida vicereali dei «Promessi Sposi», il tempo che 
trova: un disegno di legge, che decreta una dittatura, uno stato di 
assedio civile a scartamento ridotto, perché parte dal preconcetto 
e dal presupposto di un generale corrompimento dello Stato, 
e, quindi, dalla coscienza e dalla convinzione della inefficacia 
più assoluta, in via normale, dei presenti mezzi di governo. — 
E qui davvero è il nodo della questione, di cui non è facile, 
certo non è lieto parlare qui dentro. 

« L'Italia », diceva l'anno scorso a Palermo l'onorevole Di 
Rudini, « mostra oggi di pregiare le istituzioni rappresentative 
molto meno dei tempi andati; si direbbe che ne stima scarsi i 
benefizi ottenuti, e teme possa lo Stato esserne irremediabilmente 
viziato. Se vogliamo per ciò che il paese abbia un ritorno di 
affetto e di fiducia per le proprie istituzioni, noi dobbiamo cor- 
reggere quell'indirizzo politico, cui siamo debitori del disinganno 
crudele e del generale sconforto che invade l'animo dei cittadini ». 

Correggere l'indirizzo politico, ossia, nel caso nostro, per 
dir pane al pane e vino al vino, curar la piaga del parlamen- 
tarismo, — la degenerazione, secondo il deputato Ambrosoli, 
degli ordini rappresentativi! 

Ebbene, si, tutta la origine del male è in cotesta degenera- 
zione 

Di Rubini, presidente del Consiglio. Precisamente! 

Fortunato... che da alcuni anni in qua, specialmente, ha 
fatto tra noi, ove più ove meno, passi da gigante. — Dalla 
prima mia andata al Ministero dell'interno, venticinque anni 
addietro, ad oggi, quale differenza, quale cambiamento di scena! 
— esclamava qui, nella tornata del 28 maggio, l'onorevole Di Ru- 
dini. Ed egli aveva ed ha perfettamente ragione. 

L' idea del ministro docile alle raccomandazioni e alle pres- 
sioni del deputato, e, per conseguenza, l'idea del deputato che 
nell'interesse dei suoi partigiani turbi la retta amministrazione 
della giustizia e del governo, sono cose, ormai, all'ordine del 



458 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

giorno. Le autorità governative locali hanno cessato, via via, 
di essere superiori a tutti e a tutto, non ad altro intente se non 
alla rigida esecuzione delle leggi, alla provvida tutela degli am- 
ministrati; e insidiate, sballottate per ogni verso, quando non 
sono addirittura fatte serve e mancipie, han finito, ogni giorno 
più, per subire esse stesse le influenze, le inframmettenze, le so- 
praffazioni delle clientele locali. Da ciò alla trasformazione delle 
prefetture e delle sottoprefetture in vere agenzie elettorali, il 
passo, purtroppo, è breve. Secondo uno Stato di diritto, per 
dirla coi tedeschi, il prefetto dovrebbe esercitare su le ammini- 
strazioni locali quello stesso ufficio che il Pubblico Ministero, 
a norma della legge del 6 dicembre 1865, esercita su la polizia 
giudiziaria: dovrebbe vegliare alla osservanza delle leggi, alla 
prontezza e regolarità della giustizia amministrativa, alla tutela dei 
diritti dello Stato e dei corpi morali, provocando, in caso d'ur- 
genza, i provvedimenti necessari, promovendo la repressione 
dei reati nella sfera amministrativa, avendo azione diretta per 
far eseguire tutte le leggi d'ordine pubblico. Secondo, invece, la 
cattiva pratica invalsa tra noi, i prefetti non sono se non gl'in- 
consci strumenti del potere esecutivo, mutevoli secondo le mag- 
gioranze e le correnti parlamentari. E quindi, 

come la rena quando il turbo spira, 

noi li vediamo balzati di qua e di là, di su e di giù, sempre 
che un Ministero succeda all'altro — od anche ad ogni rinno- 
vellarsi di stagione (Salerno ne ha avuto dieci, Girgenti dodici 
nell'ultimo decennio!), non ligi, volta per volta, se non a inte- 
ressi, i quali possono non essere (e il più delle volte non sono) 
l'interesse generale dell'amministrazione, ma quelli principalis- 
simi e specialissimi di alcuni gruppi di uomini, che giunti, diret- 
tamente o indirettamente, al potere, hanno, d'ordinario, il fine 
immediato e supremo di serbarlo ad ogni modo. 

Il male è questo, ed esso, lo sapete, è maggiore per l'ap- 
punto in quelle province, ove più scarse sono le forze indipen- 
denti, le forze atte a resistere ad ogni possibile cricca del po- 
tere; in quelle regioni, ove più scarsa e peggio distribuita è la 



LE REGIONI 459 

ricchezza privata, ove le relazioni sociali pigliano forma e sostanza 
di relazioni personali, ove alle classi popolari non è dato in 
guisa alcuna di consociarsi {Bravo!) e di combattere i possibili 
abusi, le possibili prepotenze delle classi dominanti {Benissimo !Y 
in una parola, nel Mezzogiorno... 

Ora sia lecito a me, onorevoli colleghi, di esprimere franco 
ed aperto il mio pensiero. 

Voi potete vegliare tutte le vostre notti e lambiccarvi il cer- 
vello nella ricerca dei rimedi al parlamentarismo invadente; 
potete escogitare tutti i metodi, tutte le leggi di questo mondo, 
e rifar da capo tutti gl'istituti, tutte le circoscrizioni dell'oggi; 
potete, se meglio vi piace, bandire a' quattro venti le glorie 
del verbo novello, il decentramento regionale, e con esso 
dar fondo all'universo: nulla, assolutamente nulla voi otterrete 
nell'interesse della giustizia e dell'amministrazione, se, dato un 
sistema elettivo a voto limitato, e un paese povero come il no- 
stro, ove la pubblica opinione è ancora fatta esclusivamente dai 
giornali, non moverete, comunque e sempre, da una ipotesi 
semplicissima. E la ipotesi è quella di una Camera, nella gran- 
dissima sua maggioranza, integra, che non ammetta e non 
tolleri mai, alla suprema direzione dello Stato, un Governo 
non integro; un Governo, che tale non sia, pubblicamente e 
privatamente, in ognuno e in tutti insieme i suoi componenti, 
e non abbia vivo, alto, perenne il sentimento del proprio decoro 
e della propria rispettabilità {Commenti). 

Perché è bene sia detto qui, a fronte sicura. Tutti i rimedi, 
anche accordando loro la massima efficacia di cui sono capaci ,^ 
saranno tutti inferiori sempre al compito, se, come da alcun 
tempo in qua, primo elemento della corruttela parlamentare delle 
province meridionali, specialmente nei rapporti amministrativi, 
continuerà a essere il Governo {Bene!)\ se il Governo, per avere, 
non amici e fautori, ma clienti e seguaci {Bravo!), tornerà a 
promuovere, a favorire candidature non degne {Be7iissimo!)\ 
se esso, per guadagnare ad ogni costo o mantenere aderenti, 
vorrà ancora transigere con abusi e prepotenze, che dovrebbe, 
in cambio, irremissibilmente reprimere; se, insomma, fra il suo 



46o IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

interesse e il suo dovere, ricadrà nel solito andazzo di sacrifi- 
care, ogni giorno, in mille modi, il dovere all'interesse. Il Governo 
d'Italia avrebbe dovuto, per debito d'onore, fare opera di ripara- 
zione, dar pace e giustizia, soprattutto giustizia, alle popolazioni, 
nonché della Sicilia, di tutto quanto il Mezzogiorno {Bene! 
bravo!)', ed esso, invece, é stato primo, laggiù, a dar l'esempio 
di quelle tante partigianerie, di quelle tante soverchierie, che 
sono state e sono la causa vera della rovina delle nostre am- 
ministrazioni locali {Vero! verissimo!). Avrebbe dovuto, seve- 
rissimo maestro di morale, non mai cedere a chicchessia nella 
osservanza scrupolosa, nell'applicazione imparziale delle leggi; 
e il Governo non solo ha accettato le condizioni quali erano — 
quasi avesse a farsi perdonar le origini, non solo più volte se ne 
è servito per ì suoi fini politici — quasi non potesse da sé bastare 
a vivere, ma, quello che è peggio, è giunto a pretendere dai 
suoi funzionari, anche da coloro che sono stimati migliori, non 
altro se non di avere, comunque, deputati a lui favorevoli, e di 
conservarglieli, comunque, tali {Benissimo! bravo!). Cosi le oli- 
garchie locali, forti della consuetudine e della impunità, han 
potuto e possono ciecamente tiranneggiare e premere su la massa 
inerte e impotente della popolazione: inerte, — ma facilmente 
suggestionabile, laddove, in particolar modo, è ancora una que- 
stione demaniale, dal primo causidico di piazza, dal primo pro- 
fessionista a spasso, che sappia ridestare in essa, sotto colore 
di fanatismo, l'antico spirito di servaggio; affatto impotente 
nelle vie legali, — e perciò fatalmente sospinta, in ogni caso, in 
ogni giorno, ad atti di ribellione e di sommossa {Bene!). 
Cosi il paese che sorride incredulo alle nostre ideologie, alle 
nostre sottigliezze accademiche, il paese non vive più di nessuna 
vita morale {Bene!), dacché si conferma nella persuasione, che si 
giunge a tutto se si ha dalla propria il deputato, e gli si riba- 
disce il pregiudizio, che ciò che preme alla fortuna e alla car- 
riera di un uomo, e quindi al dominio e alla egemonia di un 
partito, è conquistare un collegio, e indi, con ogni mezzo, intrighi, 
favori, artifici, violenze, vendette, si, anche violenze e vendette, 
gettarvi salde radici! {Commenti). 



LE REGIONI 461 

È doloroso doverlo ripetere, ma bisogna ripeterlo alto, senza 
riguardi e senza rispetti: nessun Governo, dal 1860 in poi, ha 
avuto mai piena coscienza dei doveri, verso l'Italia Meridionale, 
dello Stato educatore, perché nessun Governo si è messo 
mai, nonché a studiare, a conoscere con affetto, con sollecitudine, 
le condizioni politiche di quelle popolazioni: nessuno, e meno di 
tutti i ministri meridionali [Bravo! Si ride), forse, come io credo, 
perché la pace e la riparazione il Mezzogiorno non le può in- 
teramente aspettare da' suoi {Commenti], Se cosi fosse stato, se 
tutti avessimo saputo e sentito quello che è il problema del Mez- 
zogiorno, non saremmo ora qui a tacciare d'impotenza, come 
fa la maggioranza della Giunta parlamentare, tutta quanta la 
nostra legislazione, che pure è tra le migliori che abbia il 
mondo civile, e a dar prova, solennissima prova — mi si per- 
doni — d'ingenuità: quella di credere che un nuovo ingranag- 
gio, e quale ingranaggio!, nella già pesante, greve macchina 
dello Stato italiano, e un'altra delle tante inutili, dispendiose ca- 
riche ornamentali {Si ride), delle quali non è penuria nei nostri 
ordinamenti amministrativi {Bravo!), possano, in uno, in due 
anni al più, rifar dalle fondamenta un edifizio che crolla {Bene!). 

No, la questione, per questo verso, non si può affatto ri- 
solvere. 

Ed essa, invece, si può certamente, a parer mio, sicuramente 
risolvere — con le leggi che abbiamo, nell'ambito delle presenti 
circoscrizioni provinciali — solo che un Governo onesto, pro- 
fondamente, sinceramente onesto, pensi laggiù, non a fare della 
politica (e quale politica, mio Dio!, quella dei procuratori e dei 
proconsoli per conto dei Gabinetti particolari dei ministri), ma 
a fare dell'amministrazione, niente altro se non della buona am- 
ministrazione nella pratica della vita cotidiana, con sentimento 
di verità, non con ispirito di opportunità: e di farla (ciò che 
presto, laggiù, finirebbe poi per essere l'ottima delle regole della 
opportunità) sotto la egida della formula sacramentale del nostro 
diritto pubblico interno: « la legge è uguale per tutti ». Bene 
o male che sia, più male certamente che bene, è forza rasse- 
gnarsi alla dura necessità delle cose: laggiù, la tutela della 



462 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

giustizia amministrativa non può esercitarla, non può darla se 
non lo Stato, perché esso solo vi è atto a concepire l'interesse 
comune, l'interesse della collettività, perché esso solo vi può 
suscitare e sostituire all'antagonismo di classe una vita di coope- 
razione e di convivenza sociale. Più lo Stato perderà di vigore, 
di coesione e di responsabilità, e peggio sarà. Sarà peggio, 
perché la vana lusinga di poteri eccezionali, e la più vana aspet- 
tazione di nuovi organismi meccanici e automatici, scemeranno 
sempre più negli animi nostri la chiara, netta visione del nostro 
supremo dovere, il « dovere etico », come dice il deputato 
Torraca: — questo, che senza una riforma interiore di noi stessi 
e del Governo che è nostra emanazione, gli ordini amministra- 
tivi, prima o poi che sia, come tante altre concezioni metafisi- 
che del secolo decimonono, sono irremissibilmente condannati 
a perire... 

Onorevole Di Rudini, voi siete tornato al potere in momenti 
nei quali pareva doveste incontrare difficoltà insormontabili. 

Eppure il cammino vi si è aperto via via dinnanzi, solo 
perché voi foste accolto e sorretto dal proposito del paese di 
avere un Governo di giustizia e di libertà, e di averlo, special- 
mente, in quelle province ove manca, non la notizia precisa, 
ma il consentimento della legge, che nello Stato moderno è, 
od almeno dovrebbe essere, la negazione della prepotenza pri- 
vata e della lotta individuale; in quelle province ove tanta gente, 
tanta povera gente non ha, ogni giorno, altro dilemma, altra via 
d'uscita se non di fare, per dirla col Manzoni, « di fare o dì 
patire il torto ». 

Ed io, pure ascritto a un partito che non è il vostro, pie- 
namente confido che questo Governo di convincimenti e di 
sincerità voi potete e dovete darcelo tanto più sollecito e più 
sicuro quanto meno dubiterete di voi stesso e del diritto comune, 
quanto meno vi lascerete vincere e sedurre dal miraggio di or- 
dini e di costituzioni artificiali, le quali o io mi inganno o porte- 
rebbero a conseguenze affatto contrarie alle vostre previsioni e 
alle vostre speranze. 



LE REGIONI 463 

Voi avete già, a parer mio, nella vigente legislazione, quanti 
mezzi occorrono per dare a quelle province una buona ammi- 
nistrazione. Con essi, io credo, voi, a un tempo, potete rial- 
zare il prestigio e l'autorità del personale governativo, e fare 
della condotta, della tattica parlamentare, e verso amici e verso 
avversari, una questione di lealtà e d'onore. E provvedendo, 
cosi, a queste che sono le due vere, le due grandi difficoltà del 
posto che occupate, e dell'ora che attraversiamo, voi avrete, 
secondo me, adoperato quei mezzi che soli, per il caso nostro, 
hanno potere ed efficacia di riparare al disordine che tutti de- 
ploriamo, in tanta parte della penisola, dei nostri enti locali. 

Ma, ciò facendo, non dimenticate, oh non dimenticate che 
il fondamento e la salvaguardia di ogni buona amministrazione, 
cosi nelle isole come in tutto il Mezzogiorno, sta nel risana- 
mento, nella salute delle condizioni economiche di quelle popo- 
lazioni. Ciò che hanno scritto della Sicilia il Sonnino, il Fran- 
chetti, il Colajanni, il Villari, il Cavalieri, il Corsi, il San Giuliano, 
non è, voi sapete, se non la pura semplicissima verità, forse non 
tutta la verità delle cose. 

Al pari di voi, io non credo alle solite panacee dei semplicisti 
e degli specialisti della scuola, ai trovati artificiosi dei crediti 
agrario e fondiario, ai miracoli del risanamento malarico e delle 
bonifiche, alle possibilità delle irrigazioni e di un pronto frazio- 
namento dei latifondi, della cosiddetta colonizzazione interna, di 
una più larga, più immediata diffusione delle colture intensive... 

Una voce a destra. È triste tutto ciò ! 

Fortunato. È triste, ma è cosi. È cosi, perché a lungo io ho 
studiato il terribile problema, e il giorno in cui potessi convin- 
cervi di cotesta terribilità, quel giorno a me parrebbe di aver 
vissuto abbastanza, di avere avuto dalla vita tutto quello che ne 
potevo sperare... 

Non credo dunque a tutto ciò, ma al pari di voi, onorevole 
Di Rudini, io credo che il problema sociale delle isole e del 
Mezzogiorno è il problema della miseria e, come tale, una 
prova di più aggiunta alle molte che ci offre la storia contempo- 
ranea, di un fatto semplicissimo: ossia, che appunto perché la 



464 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

vita universale si va sempre più riducendo all'unico denomina- 
tore del benessere economico, il sistema rappresentativo opera 
assai male laddove manchi una classe media numerosa, e con 
essa, una diffusa agiatezza anche negli strati inferiori, — pre- 
supposto indispensabile allo svolgersi di tutta una civiltà di tipo 
moderno. Sissignore: il problema della miseria; quello, 
cioè, di una cattiva distribuzione e, più ancora, di una deficiente 
produzione della ricchezza!... 

Sono regioni, in grandissima parte, non cosi naturalmente 
fertili, come si immagina, per condizioni difficilissime di clima e 
di suolo, — né suscettibili di altra produzione fuori dell'agricola. 

Or questa, laggiù, soffre terribilmente, meno dalla concorrenza 
estera cosi temuta dal deputato Palizzolo, quanto da una po- 
litica finanziaria e da una tariffa doganale, fatte apposta, si po- 
trebbe dire, per deviare qui in Italia dall'agricoltura lo scarso 
risparmio nazionale (cinquecento milioni annui, secondo i più 
ottimisti), e volgerlo, artificialmente, al Gran Libro del debito 
pubblico e all'industria privilegiata {Benissimo/). 

Certo, molti provvedimenti, e di varia indole, si possono 
senza indugio adottare in prò' della economia di quelle province; 
molto c'è da fare, ed anche da disfare dell'opera compiuta fin 
qui. Ed io voterò di gran cuore, insieme con l'abolizione del 
dazio di uscita su gli zolfi, l'ordine del giorno della Giunta 
parlamentare per una legge sui contratti agrari, che io già chiesi 
qui, fin dal 1882; di gran cuore voterò que' provvedimenti, che 
sono stati annunziati dall'onorevole Ministro di agricoltura e 
commercio nella tornata del 16 dello scorso mese, ai quali 
vorrei fosse aggiunto un apposito disegno di legge, che il me- 
morandum dei socialisti di Palermo mette in prima linea, per la 
creazione dei probi-viri, a fin di regolare i rapporti, variabili da 
luogo a luogo, tra contadini e proprietari. 

Di Rubini, presidente del Consiglio. Questo lo accetto anch'io, 
e lo sosterrò. 

Fortunato. Ma tutto sarà inutile, ed ogni più savio provve- 
dimento non finirà per essere se non uno dei soliti pannicelli 
caldi, se laggiù, alla lunga, continuerà totalmente a mancare, 



LE REGIONI 465 

come manca, il capitale a buon mercato, ossia, finché la politica 
economica dello Stato italiano sarà quella di immobilizzare, im- 
produttivamente, troppa parte dello scarso risparmio nazionale. 

Or perché il capitale colà arrivi o si inizi, non giova piangere, 
come qui avviene spesso, imprecazioni e metafore su la « crisi 
agraria», doloroso epilogo degli anni andati; non giovano a 
nulla le bellissime cose, le magnifiche parole che qui disse, nella 
tornata del 13 giugno, il mio comprovinciale deputato Materi. 
Perché il capitale colà si formi e fruttifichi, non c'è speranza 
né illusioni che tengano, neppure l'ultima speranza, neppure 
l'ultima illusione, di cosi acerba memoria per me, del credito 
mutuo popolare! — Bisogna cessare una buona volta dal si- 
stema corruttore e perturbatore dei salvataggi e della prote- 
zione [Bravo!), che tramuta in mercato pubblico l'Assemblea 
politica; bisogna lasciar liquidare, e in ciò concordo pienamente 
col deputato Guerci, lasciar finalmente liquidare la proprietà obe- 
rata. Bisognano anni di pace e di raccoglimento, si, di racco- 
glimento, deputato Nasi, ossia, tutto un nuovo indirizzo di politica 
generale, ed estera e interna, che ci assicuri, contro il milita- 
rismo a oltranza, invadente e onnipotente,... {Bravo! all'estrema 
sinistra). 

Pais. Ma che, non esiste! 

Fortunato. Non esiste? se Ella ne è una prova! {Interru- 
zioni — Commenti) . ■' 

Voci a sinistra. Avanti, avanti! 

Fortunato... Una politica, dicevo, che ci assicuri, contro 
ogni spirito, ogni fisima di avventure internazionali, contro i 
premi e i sussidi di favore alla speculazione privata, camuffata 
sotto il nome di «lavoro nazionale»..., ci assicuri, ripeto, il 
triplice obiettivo di un bilancio assolutamente sincero, di un 
pareggio senza un centesimo di debito, di una circolazione fidu- 
ciaria sempre più avviata al risanamento. 

Un Governo rigido e una sorveglianza degna possono, cer- 
tamente, bastare a impedir lo sfruttamento delle amministrazioni 
locali, e a scongiurare la spogliazione fiscale delle plebi rurali. 
Ma solo un decennio di vigilanza e di moderazione, tutto un 

G. Fortunato, Il Mezzogiorno e lo Stato Italiano -i. 30 



466 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

perìodo, non di trasformazione (la trasformazione verrà più tardi, 
amico Wollemborg), ma semplicemente di preparazione, frutto 
di un pensiero tenace, proseguito con ostinata virile continuità, 
solo un decennio potrà temperare, forse anche risolvere, il grave 
disagio economico, di cui a ragione si dolgono le isole e il Mez- 
zogiorno: quel disagio, che è minaccia permanente, unico e solo 
motivo di minaccia (credete a me, non socialista né repubbli- 
cano) di guerra civile e di moti popolari! 

Questa politica, fondata su la conoscenza nuda e cruda del 
vero, e quindi inspirata alla coscienza salda e serena di ciò che 
realmente noi siamo, di ciò che realmente noi dobbiamo vo- 
lere per giungere, non a puntellare un passato di errori, ma a 
gettare solidamente le basi di un avvenire sano e fecondo, che 
renda finalmente al Mezzogiorno quella giustizia tributaria e doga- 
nale, cui ha diritto; questa politica che rifugge da ogni vaneg- 
giamento rettorico, da ogni simulazione di vitalità, ossia, cosi dai 
tanti ripieghi, dalle tante fantasime seguite finora, come dai nuovi 
equivoci — in cui necessariamente verremmo a cadere — dei 
commissariati civili e del decentramento regionale : questa poli- 
tica, soltanto, potrebbe dare a voi, onorevole Di Rudini, ed io 
ve lo auguro di tutto cuore, nome e vanto di restauratore e di 
rinnovatore dello Stato italiano! 

Perché, onorevoli colleghi, l'Italia è quale la storia e la na- 
tura l'hanno formata: è tuttora un paese, in cui due civiltà con- 
tinuano a coesistere in un sol corpo di nazione. 

Or se vogliamo che la nazione non sia più esposta, come 
per lo passato, al pericolo di andare a rifascio al primo urto 
straniero; se vogliamo che essa sia e valga qualche cosa nel 
secolo venturo, un secolo che ci batte alle porte cosi buio e 
minaccioso: dobbiamo ad ogni costo volere, che una delle due, 
quella senza dubbio inferiore, sparisca il più presto possibile, 
cedendo all'altra più progredita e più sana. Questo, secondo me, 
il significato sociale della nostra rivoluzione politica, questa la 
fatalità storica della nostra costituzione unitaria, che suggella 
nel fatto un movimento intellettuale, niente altro che un movi- 
mento intellettuale, cresciuto lentissimamente nei secoli. 



LE REGIONI 467 

Tutto quel formidabile assiduo lavoro di integrazione e di 
consolidamento nazionale, che in altri paesi ebbe inizio sin dal 
cadere del medio evo, noi abbiamo dovuto quasi improvvisarlo 
in pochissimi anni, e molto, davvero, oh molto noi abbiamo 
improvvisato, — meno quello che addirittura non potevamo: la 
coscienza nazionale, ossia, il sentimento diffuso, l'istinto profondo 
della compatta vigoria di tutto un popolo... Se ora, coperti di 
piaghe, perché veramente enorme è stato lo sforzo compiuto, 
comincia, anche per poco, a vacillare negli stessi animi nostri 
l'amore e la fede nell'unità della patria, unico fattore di energie 
economiche e di irradiazione morale; se, anche per poco, co- 
mincia in noi stessi a perdere di valore il monito severo di 
Giuseppe Mazzini contro quello Stato più o meno federale, « che 
spingerebbe l'Italia a retrocedere verso il medio evo, contraria- 
mente a tutto quanto il lavoro interno del nostro incivilimento 
e della serie progressiva dei mutamenti europei, che guida ine- 
vitabilmente le società moderne a costituirsi in varie masse uni- 
tarie »: tanto vale, o signori, disperare dell'avvenire [Bene!). So 
e prevedo tutto quello che mi si può dire in contrario, accu- 
sandomi soprattutto (e l'accusa più direttamente mi potrebbe 
venire dal senatore Costa, oggi Ministro di grazia e giusti- 
zia) di confondere la « regione ente morale » con la « regione 
ente governo ». Ma so pure che il professor Mortara, della Uni- 
versità di Pisa, ha or ora luminosamente provato, nella « Rivista 
di politica e scienze sociali » del nostro Colajanni, che 
« con la istituzione del Commissario per la Sicilia si mira a creare 
un nuovo organo di Governo »; so pure che il deputato Bosco, 
parlando ai suoi elettori socialisti di Palermo, nel 17 maggio, si 
compiacque con essi « della iniziata autonomia regionale della 
Sicilia »; so e prevedo che, volere o non, noi siamo per una via 
che si sa donde comincia, ma non si sa ove finisce, che è 
quanto dire esser noi al principio della fine. « Dall'alto del fa- 
stigio governativo (scrive un caldo ed efficace ammiratore della 
« Giunta esecutiva del Comitato lombardo pel Decentramento ») 
sembra scendere un invito ad agire, la persuasione che la ri- 
forma è matura, che la maturità è generata da' guai che la 



468 IL MEZZOGIORNO E LO STATO ITALIANO 

crisi di Sicilia e quella di Sardegna hanno rivelato ». È un 
inganno, signori. L'Italia o sarà una, come è detto nelle tavole 
dei plebisciti, che sono li in alto, dietro al banco della Presi- 
denza, — o sarà una, tutta ricomposta in unico stampo, o non 
sarà [Bravo/]. Chi pensa diversamente è in errore, e del suo 
errore, io temo, potrebbe un giorno amaramente pentirsi [Bravo! 
Benissimo f — Generali e prolungati applausi — Moltissimi de- 
putati vanno a congratularsi con l'oratore). 



INDICE 

DEL PRIMO VOLUME 



A Federigo Severini pag. 5 

I. La " dissidenza ,, e le elezioni del 16 maggio 

1880, s e 22 maggio 1880 » 15 

^ IL La trasformazione de' monti frumentarì, 15 giu- 
gno 1880 » 29 

— I monti frumentarì nelle province napoletane. » 38 
IIL Le banche mutue popolari nel Mezzogiorno, 18 

ottobre 1880 » 51 

IV. Nuove leggi su' demani comunali, 2 dicembre 

1880 e 19 novembre 1881 » 69 

— La questione demaniale nell'Italia meridio- 
nale » 78 

V. Scrutinio di lista, 2^ marzo 1881 » 97 

VI. Le leggi d'eccezione nel sistema tributario, 21 

gennaio 1882 » 135 

VII. I partiti storici e la XIV Legislatura, 2 settem- 
bre 1882 » 151 

VIII. Il "trasformismo,, e le elezioni del 29 ottobre 

1882, 22 ottobre e 7 novembre 1882 .... » 179 
IX. Commemorazione di Francesco De Sanctis, 22 

gennaio 1884 » 195 

X. La XV Legislatura e i nuovi partiti, 30 aprile e 

6 giugno 1886 » 203 

XI. La riduzione delle preture, // febbraio 1890. . » 235 
*XII. Il problema economico e la XVI Legislatura, 

jo ottobre e 5 dicembre 1890 » 261 

XIII. Nella inaugurazione del tronco di ferrovia da 

Rocchetta a Rionero, 9 agosto 1892 .... » 291 



470 INDICE 

XIV. La XVII Legislatura e la finanza dello Stato, 13 

e 25 ottobre 1892 pag. 301 

XV. Marina da Guerra, 4 maggio i8gj .... » 335 
XVI. Istituti di emissione e circolazione fiduciaria, 

25 giugno 1893 » 351 

XVII. La crisi bancaria e la XVIII Legislatura, io e 

16 maggio 1895 » 373 

XVIII. L'ora presente, 19 maggio 1895 » 405 

^ XIX. Reclutamento territoriale, 5 dicembre 1895 . . » 431 

XX. Le Regioni, 3 luglio 1896 » 445 



DG Fortunato, Giustino 

E^L -^-^ Mezzogiorno e lo stato 
Fo75 italiano 



va 



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